Il dissidio interiore
Il Canzoniere è il diario di un io diviso. Già il sonetto proemiale giudica severamente l’amore giovanile e si chiude con la consapevolezza «che quanto piace al mondo è breve sogno» (sonetto 1, v. 14). Eppure il poeta non riesce a staccarsi da ciò che condanna: nel sonetto 62 chiede a Dio di aiutarlo a cambiare vita, «piacciati omai col Tuo lume ch’io torni / ad altra vita et a più belle imprese» (vv. 5-6), ma l’amore continua a dominare le poesie successive.
La canzone 264, che apre la seconda parte, mette in scena questo conflitto come un dialogo interiore. Il poeta confessa: «I’ vo pensando, et nel penser m’assale / una pietà sí forte di me stesso» (vv. 1-2), e analizza le due catene che lo trattengono, l’amore per Laura e il desiderio di gloria. La canzone non arriva a una soluzione, e proprio questa incapacità di decidere è il centro della poesia di Petrarca.
Laura tra terra e cielo
Laura è una donna reale, ma nel libro diventa un’immagine sempre sospesa tra umano e divino. Nel sonetto 90 il suo modo di camminare non sembra umano: «Non era l’andar suo cosa mortale, / ma d’angelica forma» (vv. 9-10). Nella canzone 126, ricordando una pioggia di fiori caduta su di lei, il poeta esclama: «Costei per fermo nacque in paradiso» (v. 55).
Proprio perché è irraggiungibile, Laura viene cercata dappertutto. Nel sonetto 16 il poeta si paragona a un vecchio pellegrino che va a Roma per vedere l’immagine di Cristo, e confessa di cercare allo stesso modo il volto di lei nelle altre donne: «cosí, lasso, talor vo cerchand’io, / donna, quanto è possibile, in altrui / la disïata vostra forma vera» (vv. 12-14). Dopo la morte Laura diventa una guida, che torna in sogno per consolare il poeta e indicargli il cielo.
Il tempo e la morte
La coscienza del tempo che passa attraversa tutta la raccolta e diventa dominante nelle rime in morte. La bellezza che il poeta ha celebrato si riduce a nulla: nel sonetto 292 il poeta ricorda gli occhi, i capelli e il sorriso di Laura, e constata che ormai «poca polvere son, che nulla sente» (v. 8). Anche la natura, che si rinnova ogni anno, rende più acuto il dolore di chi ha perduto per sempre ciò che amava.
Da questa esperienza nasce una lezione morale. L’usignolo che piange nel sonetto 311 insegna al poeta «come nulla qua giú diletta, et dura» (v. 14); l’uccello che canta d’inverno nel sonetto 353 diventa l’immagine di chi rimpiange la propria giovinezza: «Vago augelletto che cantando vai, / over piangendo, il tuo tempo passato» (vv. 1-2).
La solitudine e il paesaggio
Il paesaggio del Canzoniere è quasi sempre il riflesso di uno stato d’animo. Nel sonetto 35 il poeta cammina da solo, lontano dagli altri: «Solo et pensoso i piú deserti campi / vo mesurando a passi tardi et lenti» (vv. 1-2), e immagina che solo la natura conosca il suo segreto: «sì ch’io mi credo omai che monti et piagge / et fiumi et selve sappian di che tempre / sia la mia vita» (vv. 9-11).
La solitudine, però, non dà pace. Nel sonetto 234 anche la stanza e il letto, un tempo rifugio, sono diventati luoghi di pianto, e il poeta cerca la folla per paura di sé stesso: «tal paura ò di ritrovarmi solo» (v. 14). Nel sonetto 310 la primavera che torna, con «i fiori et l’erbe, sua dolce famiglia» (v. 2), è per lui soltanto un deserto.
L’Italia e la Chiesa
Il libro non parla soltanto d’amore. Nella canzone 128 Petrarca si rivolge all’Italia ferita dalle guerre tra i signori e dall’uso di soldati stranieri: «Italia mia, benché ’l parlar sia indarno / a le piaghe mortali / che nel bel corpo tuo sí spesse veggio» (vv. 1-3). La canzone si chiude con un appello che diventerà famoso: «I’ vo gridando: Pace, pace, pace» (v. 122).
La stessa passione civile si rivolge contro la corruzione della Chiesa. In un gruppo di sonetti, tra cui il 136 e il 137, la corte papale di Avignone è chiamata Babilonia e descritta come luogo di avidità e di vizio, lontano dalla povertà evangelica.
Dall’amore terreno a Dio
Il percorso del libro va dall’amore per una creatura all’amore per Dio. Già nella sestina 142 il poeta annuncia di voler cambiare direzione: «Altr’amor, altre frondi et altro lume, / altro salir al ciel per altri poggi» (vv. 37-38). Negli ultimi testi il pentimento si fa esplicito: nel sonetto 365 il poeta piange «i miei passati tempi / i quai posi in amar cosa mortale» (vv. 1-2).
La canzone finale è una preghiera alla Vergine, che prende il posto di Laura come donna da lodare e da invocare. Il poeta si presenta umilmente come creatura mortale davanti alla regina del cielo, «bench’i’ sia terra, et tu del ciel regina» (canzone 366, v. 13), e le affida l’ultimo spirito perché sia accolto in pace.