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Inferno

Canto X

136 versicirca 8 minutiAnalisiParafrasiRiassunto

Ora sen va per un secreto calle,tra ’l muro de la terra e li martíri,lo mio maestro, e io dopo le spalle.
«O virtú somma, che per li empi girimi volvi,» cominciai «com’a te piace,parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.
La gente che per li sepolcri giacepotrebbesi veder? giá son levatitutt’i coperchi, e nessun guardia face».
Ed elli a me: «Tutti saran serratiquando di Iosafát qui tornerannocoi corpi che lá su hanno lasciati.
Suo cimitero da questa parte hannocon Epicuro tutt’i suoi seguaci,che l’anima col corpo morta fanno.
Però a la dimanda che mi faciquinc’entro satisfatto sará tosto,e al disio ancor che tu mi taci».
E io: «Buon duca, non tegno ripostoa te mio cuor se non per dicer poco,e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».
«O Tosco che per la cittá del focovivo ten vai cosí parlando onesto,piacciati di restare in questo loco.
La tua loquela ti fa manifestodi quella nobil patria natioa la qual forse fui troppo molesto».
Subitamente questo suono uscíod’una de l’arche: però m’accostai,temendo, un poco piú al duca mio.
Ed el mi disse: «Volgiti, che fai?vedi lá Farinata che s’è dritto:da la cintola in su tutto ’l vedrai».
Io avea giá ’l mio viso nel suo fitto;ed el s’ergea col petto e con la frontecom’avesse l’inferno in gran dispitto.
E l’animose man del duca e prontemi pinser tra le sepolture a lui,dicendo: «Le parole tue sien conte».
Com’ io al piè de la sua tomba fui,guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,mi dimandò: «Chi fur li maggior tui?»
Io ch’era d’ubbidir disideroso,non liel celai, ma tutto liel’apersi;ond’ei levò le ciglia un poco in soso,
poi disse: «Fieramente furo avversia me e a miei primi e a mia parte,sí che per due fiate li dispersi».
«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogni parte»risposi lui «l’una e l’altra fiata;ma i vostri non appreser ben quell’arte».
Allor surse a la vista scoperchiataun’ombra, lungo questa, infino al mento;credo che s’era in ginocchie levata.
Dintorno mi guardò, come talentoavesse di veder s’altri era meco;e poi che il sospecciar fu tutto spento,
piangendo disse: «Se per questo ciecocarcere vai per altezza d’ingegno,mio figlio ov’è? perché non è ei teco?»
E io a lui: «Da me stesso non vegno:colui ch’attende lá, per qui mi mena,forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».
Le sue parole e ’l modo de la penam’avean di costui giá letto il nome;però fu la risposta cosí piena.
Di subito drizzato gridò: «Come?dicesti ‛ elli ebbe ’? non viv’elli ancora?non fiere li occhi suoi il dolce lome?»
Quando s’accorse d’alcuna dimorach’io faceva dinanzi a la risposta,supin ricadde e piú non parve fuora.
Ma quell’altro magnanimo, a cui postarestato m’era, non mutò aspettoné mosse collo né piegò sua costa;
e «Se,» continuando al primo detto«s’elli han quell’arte» disse «male appresa,ciò mi tormenta piú che questo letto:
ma non cinquanta volte fia raccesala faccia de la donna che qui regge,che tu saprai quanto quell’arte pesa!
E se tu mai nel dolce mondo regge,dimmi: perché quel popolo è sí empioincontr’a’ miei in ciascuna sua legge?»
Ond’io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempioche fece l’Arbia colorata in rosso,tali orazion fa far nel nostro tempio».
Poi ch’ebbe sospirato e ’l capo scosso,«A ciò non fu’ io sol,» disse «né certosenza cagion con li altri sarei mosso;
ma fu’ io solo, lá dove soffertofu per ciascun di tòrre via Fiorenza,colui che la difesi a viso aperto».
«Deh, se riposi mai vostra semenza,»prega’ io lui «solvetemi quel nodoche qui ha inviluppata mia sentenza.
El par che voi veggiate, se ben odo,dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,e nel presente tenete altro modo».
«Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,le cose» disse «che ne son lontano;cotanto ancor ne splende il sommo duce.
Quando s’appressano o son, tutto è vanonostro intelletto; e s’altri non ci apporta,nulla sapem di vostro stato umano.
Però comprender puoi che tutta mortafia nostra conoscenza da quel puntoche del futuro fia chiusa la porta».
Allor, come di mia colpa compunto,dissi: «Or direte dunque a quel cadutoche ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;
e s’i’ fui dianzi a la risposta muto,fate i saper che ’l feci che pensavagiá ne l’error che m’avete soluto».
E giá il maestro mio mi richiamava;per ch’i’ pregai lo spirto piú avaccioche mi dicesse chi con lui stava.
Dissemi: «Qui con piú di mille giaccio:qua dentro è ’l secondo Federico,e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio».
Indi s’ascose; e io inver l’anticopoeta volsi i passi, ripensandoa quel parlar che mi parea nemico.
Elli si mosse; e poi, cosí andando,mi disse: «Perché se’ tu sí smarrito?»E io li sodisfeci al suo dimando.
«La mente tua conservi quel ch’uditohai contra te» mi comandò quel saggio;«e ora attendi qui» e drizzò ’l dito:
«quando sarai dinanzi al dolce raggiodi quella il cui bell’occhio tutto vede,da lei saprai di tua vita il viaggio».
Appresso volse a man sinistra il piede;lasciammo il muro e gimmo inver lo mezzoper un sentier ch’a una valle fiede
che ’nfin lá su facea spiacer suo lezzo.

Glossario

tosco
toscano.
loquela
modo di parlare, lingua.
arche
sepolcri, tombe di pietra.
fiata
volta, volte.
compunto
trafitto, colpito; anche addolorato, pentito.
dianzi
poco fa, prima.
avaccio
presto, rapidamente.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .