Cosa succede
Virgilio e Dante camminano tra le mura di Dite e le tombe del sesto cerchio, dove sono puniti gli eretici. Virgilio spiega che i sepolcri saranno chiusi dopo il giudizio universale e che in quella parte stanno Epicuro e i suoi seguaci, per i quali l’anima muore con il corpo.
Una voce esce da una tomba: è Farinata degli Uberti, che ha riconosciuto Dante come toscano dalla parlata e si è alzato dalla cintola in su, fiero come se disprezzasse l’Inferno. Chiede a Dante chi fossero i suoi antenati e ricorda di averli cacciati due volte; Dante ribatte che tornarono entrambe le volte, mentre i suoi non hanno imparato a farlo.
Dalla stessa tomba si affaccia un’altra ombra, che piangendo chiede perché suo figlio non sia con Dante. Dante risponde che lo guida qualcuno che forse Guido «ebbe a disdegno»; il padre, sentendo il verbo al passato, crede il figlio morto e, poiché Dante esita, ricade nella tomba.
Farinata, rimasto immobile, riprende il discorso: entro cinquanta lune anche Dante saprà quanto è difficile tornare in patria. Chiede perché Firenze sia così dura con la sua famiglia; Dante ricorda la strage che tinse di rosso l’Arbia, e Farinata risponde di essere stato il solo a difendere la città quando tutti volevano distruggerla. Poi spiega che i dannati vedono il futuro lontano ma ignorano il presente. Dante lo prega di dire al compagno che suo figlio è vivo e apprende che lì, tra più di mille anime, giacciono anche Federico II e il Cardinale.
Dante torna turbato dalla profezia; Virgilio gli dice di ricordarla, perché sarà Beatrice a spiegargli il corso della sua vita. Poi i due si dirigono verso il centro del cerchio.
Perché è importante
Farinata, capo dei ghibellini fiorentini, aveva guidato la vittoria di Montaperti del 1260, presso il fiume Arbia, e poco dopo si era opposto alla distruzione di Firenze; l’altra ombra è Cavalcante Cavalcanti, padre del poeta Guido, amico di Dante, ancora vivo nella primavera del 1300. Il canto mette di fronte due modi di vivere la dannazione: Farinata pensa solo alla politica e alla sua parte, Cavalcante solo al figlio. Il senso del disdegno di Guido è ancora discusso dai commentatori.
Il canto risponde alla domanda che Dante aveva posto a Ciacco nel canto VI e aggiunge una nuova profezia sull’esilio, dopo quella di Ciacco e prima di quella di Brunetto Latini nel canto XV. La spiegazione sulla conoscenza dei dannati chiarisce come essi possano parlare del futuro. La valle maleodorante verso cui si dirigono i due introduce la sosta del canto XI.
Passi da ricordare
«com’avesse l’inferno in gran dispitto» (v. 36): il gesto di Farinata esprime una superbia che nemmeno la pena ha piegato.
«Chi fur li maggior tui?» (v. 42): la prima domanda di Farinata riguarda la famiglia e la parte politica, non la persona.
«non fiere li occhi suoi il dolce lome?» (v. 69): Cavalcante esprime l’angoscia del padre con l’immagine della luce del giorno.
«colui che la difesi a viso aperto» (v. 93): Farinata rivendica il merito di aver salvato Firenze.