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Inferno

Canto XX

130 versicirca 8 minutiRiassunto

Di nova pena mi convien far versie dar materia al ventesimo cantode la prima canzon, ch’è de’ sommersi.
Io era giá disposto tutto quantoa riguardar ne lo scoperto fondo,che si bagnava d’angoscioso pianto;
e vidi gente per lo vallon tondovenir, tacendo e lagrimando, al passoche fanno le letane in questo mondo.
Come ’l viso mi scese in lor piú basso,mirabilmente apparve esser travoltociascun tra ’l mento e ’l principio del casso;
ché da le reni era tornato il volto,e in dietro venir li convenia,perché ’l veder dinanzi era lor tolto.
Forse per forza giá di parlasíasi travolse cosí alcun del tutto;ma io nol vidi, né credo che sia.
Se Dio ti lasci, lettor, prender fruttodi tua lezione, or pensa per te stessocom’io potea tener lo viso asciutto,
quando la nostra imagine da pressovidi sí torta, che ’l pianto de li occhile natiche bagnava per lo fesso.
Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchidel duro scoglio, sí che la mia scortami disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?
Qui vive la pietá quand’è ben morta:chi è piú scellerato che coluich’al giudicio divin passion comporta?
Drizza la testa, drizza, e vedi a cuis’aperse, a li occhi de’ Teban, la terra;per ch’ei gridavan tutti: ‘ Dove rui,
Anfiarao? perché lasci la guerra? ’e non restò di minare a vallefino a Minòs che ciascheduno afferra.
Mira c’ha fatto petto de le spalle:perché volle veder troppo davante,di retro guarda e fa retroso calle.
Vedi Tiresia, che mutò sembiantequando di maschio femmina divenne,cangiandosi le membra tutte quante;
e prima, poi, ribatter li convenneli duo serpenti avvolti, con la verga,che riavesse le maschili penne.
Aronta è quei ch’al ventre li s’atterga,che ne’ monti di Luni, dove roncalo Carrarese che di sotto alberga,
ebbe tra’ bianchi marmi la speloncaper sua dimora, onde a guardar le stellee ’l mar non li era la veduta tronca.
E quella che ricuopre le mammelle,che tu non vedi, con le trecce sciolte,e ha di lá ogni pilosa pelle,
Manto fu, che cercò per terre molte,poscia si pose lá dove nacqu’io;onde un poco mi piace che m’ascolte.
Poscia che ’l padre suo di vita uscío,e venne serva la cittá di Baco,questa gran tempo per lo mondo gío.
Suso in Italia bella giace un laco,a piè de l’Alpe che serra Lamagnasovra Tiralli, c’ha nome Benaco.
Per mille fonti, credo, e piú si bagnatra Garda e Val Camonica Apenninode l’acqua che nel detto laco stagna.
Luogo è nel mezzo lá dove ’l Trentinopastore e quel di Brescia e ’l Veronesesegnar porría, se fesse quel cammino.
Siede Peschiera, bello e forte arneseda fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,ove la riva intorno piú discese.
Ivi convien che tutto quanto caschiciò che ’n grembo a Benaco star non può,e fassi fiume giú per verdi paschi.
Tosto che l’acqua a correr mette co,non piú Benaco, ma Mencio si chiamafino a Governo, dove cade in Po.
Non molto ha corso, ch’el trova una lama,ne la qual si distende e la ’mpaluda;e suol di state talor esser grama.
Quindi passando la vergine crudavide terra, nel mezzo del pantano,senza coltura e d’abitanti nuda:
lí, per fuggire ogni consorzio umano,ristette con suoi servi a far sue arti,e visse, e vi lasciò suo corpo vano.
Li uomini poi che ’ntorno erano spartis’accolsero a quel luogo, ch’era forteper lo pantan ch’avea da tutte parti;
fer la cittá sovra quell’ossa morte,e per colei che ’l luogo prima elesseMantua l’appellar senz’altra sorte.
Giá fur le genti sue dentro piú spesse,prima che la mattia da Casalodida Pinamonte inganno ricevesse.
Però t’assenno che se tu mai odioriginar la mia terra altrimenti,la veritá nulla menzogna frodi».
E io: «Maestro, i tuoi ragionamentimi son sí certi e prendon sí mia fede,che li altri mi saríen carboni spenti.
Ma dimmi, de la gente che procede,se tu ne vedi alcun degno di nota;ché solo a ciò la mia mente rifiede».
Allor mi disse: «Quel che da la gotaporge la barba in su le spalle brune,fu, quando Grecia fu di maschi vota
sí ch’a pena rimaser per le cune,augure, e diede ’l punto con Calcantain Aulide a tagliar la prima fune.
Euripilo ebbe nome, e cosí ’l cantal’alta mia tragedia in alcun loco:ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
Quell’altro che ne’ fianchi è cosí poco,Michele Scotto fu, che veramentede le magiche frode seppe il gioco.
Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,ch’avere inteso al cuoio ed a lo spagoora vorrebbe, ma tardi si pente.
Vedi le triste che lasciaron l’ago,la spola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine;fecer malíe con erbe e con imago.
Ma vienne omai; ché giá tiene ’l confined’amendue li emisperi, e tocca l’ondasotto Sibilia, Caino e le spine;
e giá iernotte fu la luna tonda:ben ten de’ ricordar, ché non ti nocquealcuna volta per la selva fonda».
Sí mi parlava, e andavamo introcque.

Glossario

scoglio
sporgenza di roccia che attraversa come un ponte le bolge di Malebolge.
sembiante
aspetto, espressione del volto.
grame
misere, dolorose.
introcque
intanto.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .