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Inferno

Canto XXI

139 versicirca 9 minutiRiassunto

Cosí di ponte in ponte, altro parlandoche la mia comedía cantar non cura,venimmo; e tenavamo il colmo, quando
restammo per veder l’altra fessuradi Malebolge e li altri pianti vani;e vidila mirabilmente oscura.
Quale ne l’arzaná de’ Vinizianibolle l’inverno la tenace pecea rimpalmare i legni lor non sani,
ché navicar non ponno; e ’n quella vecechi fa suo legno novo e chi ristoppale coste a quel che piú viaggi fece;
chi ribatte da proda e chi da poppa;altri fa remi e altri volge sarte;chi terzeruolo e artimon rintoppa;
tal, non per foco, ma per divin’arte,bollia lá giuso una pegola spessa,che ’nviscava la ripa d’ogni parte.
I’ vedea lei, ma non vedea in essamai che le bolle che ’l bollor levava,e gonfiar tutta, e riseder compressa.
Mentr’io lá giú fisamente mirava,lo duca mio, dicendo ‛ Guarda, guarda! ’mi trasse a sé del loco dov’io stava.
Allor mi volsi come l’uom cui tardadi veder quel che li convien fuggire,e cui paura súbita sgagliarda,
che, per veder, non indugia ’l partire;e vidi dietro a noi un diavol nerocorrendo su per lo scoglio venire.
Ahi quant’elli era ne l’aspetto fèro!e quanto mi parea ne l’atto acerbo,con l’ali aperte e sovra i piè leggero!
L’omero suo, ch’era aguto e superbo,carcava un peccator con ambo l’anche,e quei tenea de’ piè ghermito il nerbo.
Del nostro ponte disse: «O Malebranche,ecco un de li anzian di santa Zita!mettetel sotto, ch’i’ torno per anche
a quella terra ch’i’ ho ben fornita:ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo;del no per li denar vi si fa ita».
Lá giú il buttò, e per lo scoglio durosi volse; e mai non fu mastino scioltocon tanta fretta a seguitar lo furo.
Quel s’attuffò, e tornò su convolto;ma i demon che del ponte avean coperchio,gridar: «Qui non ha luogo il Santo Volto:
qui si nuota altrimenti che nel Serchio!Però, se tu non vuo’ de’ nostri graffi,non far sopra la pegola soverchio».
Poi l’addentar con piú di cento raffi,disser: «Coverto convien che qui balli,sí che, se puoi, nascosamente accaffi».
Non altrimenti i cuochi a’ lor vassallifanno attuffare in mezzo la caldaiala carne con li uncin, perché non galli.
Lo buon maestro «Acciò che non si paiache tu ci sia,» mi disse «giú t’acquattadopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’àia;
e per nulla offension che mi sia fatta,non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,e altra volta fui a tal baratta».
Poscia passò di lá dal co del ponte;e com’el giunse in su la ripa sesta,mestier li fu d’aver sicura fronte.
Con quel furore e con quella tempestach’escono i cani a dosso al poverelloche di subito chiede ove s’arresta,
usciron quei di sotto al ponticello,e porser contra lui tutt’i runcigli;ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!
Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,traggasi avante l’un di voi che m’oda,e poi d’arruncigliarmi si consigli».
Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»per ch’un si mosse, e li altri stetter fermi,e venne a lui dicendo: «Che li approda?»
«Credi tu, Malacoda, qui vedermiesser venuto» disse ’l mio maestro«sicuro giá da tutti vostri schermi,
senza voler divino e fato destro?Lascian’ andar, ché nel cielo è volutoch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro».
Allor li fu l’orgoglio sí caduto,che si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,e disse a li altri: «Omai non sia feruto».
E ’l duca mio a me: «O tu che sieditra li scheggion del ponte quatto quatto,sicuramente omai a me tu riedi».
Per ch’io mi mossi, e a lui venni ratto;e i diavoli si fecer tutti avanti,sí ch’io temetti ch’ei tenesser patto:
cosí vid’io giá temer li fantich’uscivan patteggiati di Caprona,veggendo sé tra nemici cotanti.
I’ m’accostai con tutta la personalungo ’l mio duca, e non torceva li occhida la sembianza lor ch’era non bona.
Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi»diceva l’un con l’altro «in sul groppone?»E rispondien: «Sí, fa che liele accocchi!»
Ma quel demonio che tenea sermonecol duca mio, si volse tutto presto,e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!»
Poi disse a noi: «Piú oltre andar per questoiscoglio non si può, però che giacetutto spezzato al fondo l’arco sesto;
e se l’andare avante pur vi piace,andatevene su per questa grotta:presso è un altro scoglio che via face.
Ier, piú oltre cinqu’ore che quest’otta,mille dugento con sessantaseianni compié che qui la via fu rotta.
Io mando verso lá di questi mieia riguardar s’alcun se ne sciorina:gite con lor, che non saranno rei».
«Traiti avante, Alichino, e Calcabrina,»cominciò elli a dire «e tu, Cagnazzo;e Barbariccia guidi la decina.
Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo,Ciriatto sannuto, e Graffiacane,e Farfarello, e Rubicante pazzo.
Cercate intorno le boglienti pane:costor sian salvi infino a l’altro scheggioche tutto intero va sopra le tane».
«Oh me, maestro, che è quel ch’i’ veggio?»diss’io; «deh, senza scorta andianci soli,se tu sa’ ir, ch’i’ per me non la cheggio!
Se tu se’ sí accorto come suoli,non vedi tu ch’e’ digrignan li denti,e con le ciglia ne minaccian duoli?»
Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi:lasciali digrignar pur a lor senno,ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti».
Per l’argine sinistro volta dienno;ma prima avea ciascun la lingua strettacoi denti, verso lor duca, per cenno;
ed elli avea del cul fatto trombetta.

Glossario

arzaná
arsenale, cantiere dove si costruiscono e si riparano le navi.
pegola
pece.
scoglio
sporgenza di roccia che attraversa come un ponte le bolge di Malebolge.
barattier
barattiere, chi traeva guadagni illeciti da una carica pubblica.
raffi
uncini, arpioni.
ratto
rapido, rapidamente; «ratto che» vale appena che.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .