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Riassunto

Riassunto: Inferno, Canto XXI

Cosa succede

Dante e Virgilio arrivano sul ponte della quinta bolgia, immersa nel buio. Sul fondo bolle una pece densa, simile a quella che d’inverno ribolle nell’Arsenale di Venezia per riparare le navi, ma scaldata dall’arte di Dio e non dal fuoco. Mentre Dante la osserva, Virgilio lo tira a sé: un diavolo nero corre sul ponte con un peccatore in spalla, uno degli anziani di Lucca, la città di santa Zita. Lo getta nella pece e riparte per prenderne altri, dicendo con sarcasmo che a Lucca tutti sono barattieri, cioè vendono per denaro le decisioni pubbliche, tranne Bonturo. Il dannato riemerge, ma i diavoli nascosti sotto il ponte, i Malebranche, lo ricacciano sotto con più di cento uncini, come i cuochi fanno affondare la carne nella caldaia.

Virgilio nasconde Dante dietro una roccia e si presenta da solo. I diavoli gli si avventano contro come cani su un mendicante, ma lui chiede di parlare con uno di loro. Si fa avanti Malacoda, al quale Virgilio spiega che il viaggio è voluto dal cielo: il diavolo lascia cadere l’uncino e ordina di non colpirlo. Quando Dante esce allo scoperto, i diavoli gli si stringono intorno, e lui teme che non rispettino il patto, come i fanti che aveva visto uscire da Caprona dopo la resa. Qualcuno propone di colpirlo sul groppone, ma Malacoda ferma Scarmiglione.

Malacoda spiega che il ponte seguente è crollato milleduecentosessantasei anni prima, e aggiunge che poco più avanti ce n’è un altro intatto, cosa che si rivelerà falsa. Assegna ai poeti una scorta di dieci diavoli guidati da Barbariccia: Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello e Rubicante. Dante, spaventato, vorrebbe proseguire senza scorta, ma Virgilio lo rassicura: i diavoli digrignano i denti contro i dannati, non contro di loro. La squadra si avvia; ogni diavolo fa una linguaccia al capo, che risponde con un rumore osceno.

Perché è importante

I canti XXI e XXII formano un’unica scena, la più comica dell’Inferno. Nel primo verso Dante chiama il suo poema «comedía», e qui ne usa il registro più basso: diavoli dai nomi grotteschi, gesti volgari, similitudini prese dalla vita quotidiana, come il lavoro dell’Arsenale o la cucina. La pena rispecchia la colpa: chi in vita ha rubato di nascosto resta sommerso nella pece e, se si mostra, viene arpionato.

L’indicazione di Malacoda serve anche a datare il viaggio: il crollo dei ponti risale al terremoto che accompagnò la morte di Cristo, e il conto degli anni porta alla primavera del 1300. La menzogna del diavolo prepara il seguito: nel canto XXIII i poeti scopriranno che anche l’altro ponte è crollato. L’episodio tocca infine Dante da vicino, perché la condanna che lo mandò in esilio lo accusava proprio di baratteria.

Passi da ricordare

«ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo» (v. 41): il diavolo descrive Lucca come una città in cui la corruzione è la regola, con un’eccezione che suona come una beffa.

«Coverto convien che qui balli, / sí che, se puoi, nascosamente accaffi» (vv. 53-54): i diavoli deridono il dannato, costretto a stare sotto la pece come in vita si arricchiva di nascosto.

«ed elli avea del cul fatto trombetta» (v. 139): il verso finale, volutamente volgare, mostra fino a che punto Dante abbassa il tono in questi canti.