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Riassunto

Riassunto: Inferno, Canto XXII

Cosa succede

Dante apre il canto con un paragone scherzoso: ha visto spesso eserciti muoversi al suono di trombe, campane e tamburi, ma mai a un segnale strano come quello con cui si è chiuso il canto precedente. I poeti camminano lungo la quinta bolgia con i dieci diavoli. I barattieri affiorano dalla pece come delfini o come rane con il muso fuori dall’acqua, e si rituffano appena si avvicina Barbariccia.

Uno di loro tarda troppo: Graffiacane lo aggancia per i capelli e lo tira su come una lontra, mentre gli altri incitano Rubicante a scorticarlo. Virgilio lo interroga. Il dannato racconta di essere nato nel regno di Navarra da un padre scialacquatore, di essere stato messo a servizio presso un signore e poi alla corte del buon re Tebaldo, dove si diede alla baratteria. Ciriatto lo ferisce con una zanna, ma Barbariccia lo tiene stretto e lascia continuare Virgilio.

Il Navarrese dice di essersi appena separato da un italiano, frate Gomita di Gallura, che si fece pagare per liberare i nemici del suo signore; con lui sta Michele Zanche di Logudoro, e i due non si stancano mai di parlare della Sardegna. Intanto Libicocco gli strappa un pezzo di braccio con l’uncino e Draghignazzo tenta di afferrargli le gambe, finché Barbariccia li ferma con uno sguardo.

Allora il dannato propone un inganno: se i diavoli si allontanano un poco, lui fischierà, come fanno i barattieri quando uno esce senza pericolo, e ne farà venire sette. Cagnazzo intuisce il trucco, ma Alichino accetta la sfida, certo di riprenderlo in volo. Appena i diavoli si voltano, il Navarrese salta e si tuffa nella pece. Alichino lo insegue invano, come il falco con l’anatra che si immerge; Calcabrina, furioso per la beffa, lo aggredisce, e i due precipitano avvinghiati nella pece bollente, dove restano invischiati. Barbariccia manda quattro diavoli a ripescarli con gli uncini, e i poeti se ne vanno lasciandoli in quell’impaccio.

Perché è importante

Il canto prosegue la scena del precedente e ne rovescia i ruoli: i diavoli, che sembravano padroni della situazione, vengono ingannati da un dannato e finiscono nella pece come i peccatori che dovrebbero sorvegliare. Il Navarrese vince con l’astuzia che aveva usato in vita, e la zuffa tra Alichino e Calcabrina trasforma la punizione in farsa. Dante avverte il lettore dello spettacolo, «O tu che leggi, udirai nuovo ludo» (v. 118), e costruisce il racconto con similitudini animali: i delfini, le rane, il gatto e il topo, il falco e l’anatra.

La beffa ha conseguenze nel canto XXIII, dove Dante teme che i diavoli umiliati inseguano lui e Virgilio, e i due devono fuggire nella bolgia successiva. Michele Zanche tornerà nel canto XXXIII, come vittima del tradimento di Branca Doria.

Passi da ricordare

«ne la chiesa / coi santi, e in taverna co’ ghiottoni» (vv. 14-15): con un proverbio Dante accetta con ironia la compagnia dei diavoli, adatta al luogo in cui si trova.

«Tra male gatte era venuto il sorco» (v. 58): il dannato circondato dai diavoli è come un topo capitato tra gatti crudeli.

«Malizioso son io troppo, / quand’io procuro a’ miei maggior tristizia» (vv. 110-111): il Navarrese finge di confessare una malizia rivolta contro i compagni, mentre la sta usando contro i diavoli.