Cosa succede
Rimasti soli, Dante e Virgilio camminano in silenzio uno dietro l’altro, come frati minori. Ripensando alla zuffa dei diavoli, Dante ricorda la favola di Esopo della rana e del topo, poi teme che i Malebranche, beffati per causa loro, li inseguano infuriati. Lo confida a Virgilio, che aveva avuto lo stesso pensiero e propone di scendere nella bolgia seguente. In quel momento i diavoli arrivano con le ali spiegate. Virgilio afferra Dante come una madre che, svegliata da un incendio, prende il figlio e fugge, e scivola sulla schiena lungo il pendio tenendolo sul petto. Appena toccano il fondo, i diavoli compaiono sull’orlo, ma non possono scendere: la provvidenza divina non permette loro di lasciare la quinta bolgia.
Nella sesta bolgia gli ipocriti camminano in cerchio con passi lentissimi, piangendo, stanchi e vinti. Portano cappe con il cappuccio calato sugli occhi, del taglio di quelle dei monaci di Cluny, dorate fuori e tutte di piombo dentro, tanto pesanti che quelle imposte da Federico II ai condannati sembrerebbero di paglia. Due dannati, accorgendosi che Dante è vivo, gli chiedono chi sia; lui risponde di essere di Firenze e domanda chi siano loro. Sono Catalano e Loderingo, frati godenti bolognesi, chiamati insieme da Firenze a mantenere la pace, e i segni del loro governo si vedono ancora intorno al Gardingo.
Dante comincia a parlare, ma si interrompe alla vista di un uomo crocifisso a terra con tre pali, che a vederlo si contorce e sospira. Catalano spiega che è Caifa, colui che consigliò ai Farisei di sacrificare un uomo per il popolo: steso nudo di traverso sulla via, sente il peso di chiunque passa, e la stessa pena tocca al suocero e agli altri membri del consiglio. Virgilio lo osserva con meraviglia, poi chiede al frate un’uscita. Il frate risponde che poco più avanti c’è un ponte di roccia, crollato proprio su questa bolgia, e che potranno risalire lungo le macerie. Virgilio capisce che Malacoda ha mentito, e il frate osserva con ironia di aver sentito dire a Bologna che il diavolo è bugiardo. Virgilio si allontana a grandi passi, turbato, e Dante lo segue.
Perché è importante
Il canto chiude l’episodio dei Malebranche e mostra due volti di Virgilio. Nella fuga è una guida affettuosa e protettiva, che salva Dante come un genitore salva un figlio. Subito dopo, però, deve sentirsi spiegare da un dannato di essere stato ingannato da un diavolo, e il suo turbamento continua all’inizio del canto XXIV.
La pena degli ipocriti è una delle immagini più chiare del poema: le cappe splendenti fuori e di piombo dentro rappresentano chi ha nascosto la colpa sotto un’apparenza di virtù, e la lentezza dei dannati rende visibile il peso di quella finzione. Caifa, che giudicò conveniente il martirio di un uomo per il bene del popolo, è calpestato per sempre da tutti gli altri ipocriti.
Passi da ricordare
«come suo figlio, non come compagno» (v. 51): Virgilio porta Dante in salvo con l’affetto di un padre, non con la sola solidarietà di un compagno di viaggio.
«Di fuor dorate son, sí ch’elli abbaglia; / ma dentro tutte piombo» (vv. 64-65): la descrizione delle cappe traduce in immagine l’ipocrisia, splendida all’esterno e opprimente all’interno.
«ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna» (v. 144): il frate ricorda con ironia a Virgilio che non avrebbe dovuto fidarsi del diavolo.