Cosa succede
Il canto si apre con una similitudine. All’inizio dell’anno, quando la brina imita la neve, il contadino povero vede la campagna bianca e si dispera perché non può portare fuori le pecore; poco dopo, accorgendosi che la brina si è sciolta, riprende speranza. Allo stesso modo Dante si era spaventato vedendo Virgilio turbato, e si rassicura quando, davanti al ponte crollato, la guida si volta verso di lui con lo sguardo dolce che aveva ai piedi del monte, nel primo canto.
Virgilio studia la frana, poi solleva Dante e lo aiuta a salire da una roccia all’altra, controllando prima che ognuna regga. La salita è così dura che Dante, arrivato in cima, si siede senza fiato. Virgilio lo esorta: chi resta tra le piume o sotto le coperte non ottiene fama, e senza fama la vita lascia di sé una traccia come il fumo nell’aria o la schiuma nell’acqua; l’animo deve vincere la stanchezza, perché li aspetta una salita ancora più lunga. Dante si alza e dichiara di sentirsi forte e ardito.
Dal ponte successivo sentono una voce rabbiosa salire dalla settima bolgia, ma è troppo buio per vedere. Scesi sull’argine, scoprono una massa di serpenti di ogni specie, più di quanti ne produca il deserto di Libia. Tra le serpi corrono, nudi e spaventati, i ladri, con le mani legate dietro la schiena da altri serpenti. Uno di loro viene morso sulla nuca, prende fuoco e cade in cenere; subito la cenere si ricompone e il dannato torna com’era, come la fenice che muore e rinasce, e si guarda intorno smarrito come chi si rialza da un malore.
Interrogato da Virgilio, dice di essere Vanni Fucci di Pistoia, precipitato lì da poco, e di aver amato una vita da bestia. Dante lo ricorda come uomo sanguinario e vuole sapere quale colpa lo abbia portato così in basso. Vanni arrossisce: gli pesa più essere visto lì da Dante che essere morto. Confessa di aver rubato gli arredi preziosi di una sacrestia, un furto di cui fu accusato un altro. Poi, per vendicarsi, annuncia a Dante che Pistoia caccerà i Neri e Firenze cambierà governo, ma una tempesta partita dalla Val di Magra si abbatterà su Campo Piceno e colpirà tutti i Bianchi. Dice di averlo rivelato perché Dante ne soffra.
Perché è importante
Il canto ha due parti. Nella prima la fatica della salita diventa un insegnamento morale: le parole di Virgilio sulla fama e sulla forza dell’animo valgono per tutto il viaggio, e l’accenno a una salita più lunga guarda oltre l’Inferno. Il ritorno dello sguardo dolce di Virgilio chiude il suo turbamento del canto XXIII.
Nella seconda parte comincia l’episodio dei ladri, che prosegue nel canto XXV con le metamorfosi più ardite dell’Inferno. Vanni Fucci è una delle figure più violente del poema: non si pente, prova vergogna solo per essere stato riconosciuto, e usa la profezia come un’arma. La sconfitta che annuncia riguarda i Bianchi, la parte di Dante, e anticipa le vicende politiche che porteranno il poeta all’esilio.
Passi da ricordare
«seggendo in piuma, / in fama non si vien, né sotto coltre» (vv. 47-48): Virgilio ricorda che la gloria richiede fatica e la rinuncia alle comodità.
«Vita bestial mi piacque e non umana» (v. 124): Vanni Fucci si definisce da solo, senza alcun pentimento, come una bestia.
«E detto l’ho perché doler ti debbia!» (v. 151): la profezia è pronunciata per ferire Dante e chiude il canto con un grido di rancore.