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Inferno

Canto XXIII

148 versicirca 9 minutiRiassunto

Taciti, soli, senza compagnian’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,come’ frati minor vanno per via.
Vòlt’era in su la favola d’Isopolo mio pensier per la presente rissa,dov’el parlò de la rana e del topo;
ché piú non si pareggia ‛ mo ’ e ‛ issa ’che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppiaprincipio e fine con la mente fissa.
E come l’un pensier de l’altro scoppia,cosí nacque di quello un altro poi,che la prima paura mi fe’ doppia.
Io pensava cosí: «Questi per noisono scherniti con danno e con beffasí fatta, ch’assai credo che lor nòi.
Se l’ira sovra ’l mal voler fa gueffa,ei ne verranno dietro piú crudeliche ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa».
Giá mi sentía tutti arricciar li pelide la paura, e stava in dietro intento,quand’io dissi: «Maestro, se non celi
te e me tostamente, i’ ho paventode’ Malebranche; noi li avem giá dietro:io l’imagino sí, che giá li sento».
E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro,l’imagine di fuor tua non trarreipiú tosto a me, che quella d’entro impetro.
Pur mo veníeno i tuo’ pensier tra’ miei,con simile atto e con simile faccia,sí che d’intrambi un sol consiglio fei.
S’elli è che sí la destra costa giaccia,che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,noi fuggirem l’imaginata caccia».
Giá non compié di tal consiglio rendere,ch’io li vidi venir con l’ali tesenon molto lungi, per volerne prendere.
Lo duca mio di subito mi prese,come la madre ch’al romore è destae vede presso a sé le fiamme accese,
che prende il figlio e fugge e non s’arresta,avendo piú di lui che di sé cura,tanto che solo una camicia vesta;
e giú dal collo de la ripa durasupin si diede a la pendente roccia,che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.
Non corse mai sí tosto acqua per docciaa volger ruota di molin terragno,quand’ella piú verso le pale approccia,
come ’l maestro mio per quel vivagno,portandosene me sovra ’l suo petto,come suo figlio, non come compagno.
A pena fuoro i piè suoi giunti al lettodel fondo giú, ch’e’ furono in sul collesovresso noi; ma non li era sospetto;
ché l’alta provedenza che lor volleporre ministri de la fossa quinta,poder di partirs’indi a tutti tolle.
Lá giú trovammo una gente dipintache giva intorno assai con lenti passi,piangendo, e nel sembiante stanca e vinta.
Elli avean cappe con cappucci bassidinanzi a li occhi, fatte de la tagliache in Clugni per li monaci fassi.
Di fuor dorate son, sí ch’elli abbaglia;ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,che Federigo le mettea di paglia.
Oh in eterno faticoso manto!Noi ci volgemmo ancor pur a man mancacon loro insieme, intenti al tristo pianto;
ma per lo peso quella gente stancavenía sí pian, che noi eravam novidi compagnia ad ogni mover d’anca.
Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovialcun ch’al fatto o al nome si conosca,e li occhi, sí andando, intorno movi».
E un che ’ntese la parola tosca,di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,voi che correte sí per l’aura fosca!
forse ch’avrai da me quel che tu chiedi».Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta,e poi secondo il suo passo procedi».
Ristetti, e vidi due mostrar gran frettade l’animo, col viso, d’esser meco;ma tardavali ’l carco e la via stretta.
Quando fur giunti, assai con l’occhio biecomi rimiraron senza far parola;poi si volsero in sé, e dicean seco:
«Costui par vivo a l’atto de la gola;e s’e’ son morti, per qual privilegiovanno scoperti de la grave stola?»
Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegiode l’ipocriti tristi se’ venuto,dir chi tu se’ non avere in dispregio».
E io a loro: «I’ fui nato e cresciutosovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.
Ma voi chi siete, a cui tanto distillaquant’i’ veggio dolor giú per le guance?e che pena è in voi che sí sfavilla?»
E l’un rispose a me: «Le cappe ranceson di piombo sí grosse, che li pesifan cosí cigolar le lor bilance.
Frati Godenti fummo, e bolognesi;io Catalano e questi Loderingonomati, e da tua terra insieme presi,
come suole esser tolto un uom solingoper conservar sua pace; e fummo tali,ch’ancor si pare intorno dal Gardingo».
Io cominciai: «O frati, i vostri mali...;»ma piú non dissi, ch’a l’occhio mi corseun crucifisso in terra con tre pali.
Quando mi vide, tutto si distorse,soffiando ne la barba con sospiri;e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,
mi disse: «Quel confitto che tu miri,consigliò i Farisei che conveníaporre un uom per lo popolo a’ martíri.
Attraversato è, nudo, ne la via,come tu vedi, ed è mestier ch’el sentaqualunque passa, come pesa, pria.
E a tal modo il socero si stentain questa fossa, e li altri del concilioche fu per li Giudei mala sementa».
Allor vid’io maravigliar Virgiliosovra colui ch’era disteso in crocetanto vilmente ne l’eterno esilio.
Poscia drizzò al frate cotal voce:«Non vi dispiaccia, se vi lece, dircis’a la man destra giace alcuna foce
onde noi amendue possiamo uscirci,senza costringer de li angeli neriche vegnan d’esto fondo a dipartirci».
Rispose adunque: «Piú che tu non speris’appressa un sasso che da la gran cerchiasi move e varca tutt’i vallon feri,
salvo che ’n questo è rotto e noi coperchia:montar potrete su per la ruina,che giace in costa e nel fondo soperchia».
Lo duca stette un poco a testa china,poi disse: «Mal contava la bisognacolui che i peccator di qua uncina».
E ’l frate: «Io udi’ giá dire a Bolognadel diavol vizi assai, tra’ quali udi’ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna».
Appresso il duca a gran passi sen gí,turbato un poco d’ira nel sembiante;ond’io da li ’ncarcati mi parti’
dietro a le poste de le care piante.

Glossario

issa
ora, adesso (voce lucchese).
bolgia
ciascuno dei dieci fossati concentrici in cui è diviso l’ottavo cerchio, Malebolge.
vivagno
orlo, margine.
sembiante
aspetto, espressione del volto.
tosco
toscano.
lece
è lecito, è permesso.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .