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Inferno

Canto XXIV

151 versicirca 10 minutiRiassunto

In quella parte del giovanetto annoche ’l sole i crin sotto l’Aquario temprae giá le notti al mezzo dí sen vanno,
quando la brina in su la terra assempral’imagine di sua sorella bianca,ma poco dura a la sua penna tempra;
lo villanello a cui la roba manca,si leva, e guarda, e vede la campagnabiancheggiar tutta; ond’ei si batte l’anca,
ritorna in casa, e qua e lá si lagna,come ’l tapin che non sa che si faccia;poi riede, e la speranza ringavagna,
veggendo il mondo aver cangiata facciain poco d’ora, e prende suo vincastro,e fuor le pecorelle a pascer caccia.
Cosí mi fece sbigottir lo mastroquand’io li vidi sí turbar la fronte,e cosí tosto al mal giunse lo ’mpiastro:
ché, come noi venimmo al guasto ponte,lo duca a me si volse con quel pigliodolce ch’io vidi prima a piè del monte;
le braccia aperse, dopo alcun consiglioeletto seco, riguardando primaben la ruina, e diedemi di piglio.
E come quei ch’adopera ed estima,che sempre par che ’nnanzi si proveggia,cosí, levando me su ver la cima
d’un ronchione, avvisava un’altra scheggiadicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa;ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».
Non era via da vestito di cappa,ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,potevam su montar di chiappa in chiappa;
e se non fosse che da quel precintopiú che da l’altro era la costa corta,non so di lui, ma io sarei ben vinto.
Ma perché Malebolge inver la portadel bassissimo pozzo tutta pende,lo sito di ciascuna valle porta
che l’una costa surge e l’altra scende:noi pur venimmo al fine in su la puntaonde l’ultima pietra si scoscende.
La lena m’era del polmon sí muntaquand’io fui su, ch’i’ non potea piú oltre,anzi m’assisi ne la prima giunta.
«Omai convien che tu cosí ti spoltre,»disse ’l maestro «ché, seggendo in piuma,in fama non si vien, né sotto coltre;
senza la qual chi sua vita consuma,cotal vestigio in terra di sé lascia,qual fummo in aere ed in acqua la schiuma.
E però leva su! vinci l’ambasciacon l’animo che vince ogni battaglia,se col suo grave corpo non s’accascia.
Piú lunga scala convien che si saglia;non basta da costoro esser partito:se tu m’intendi, or fa sí che ti vaglia».
Leva’mi allor, mostrandomi fornitomeglio di lena ch’i’ non mi sentía,e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».
Su per lo scoglio prendemmo la via,ch’era ronchioso, stretto e malagevole,ed erto piú assai che quel di pria.
Parlando andava per non parer fievole;onde una voce uscí de l’altro fosso,a parole formar disconvenevole.
Non so che disse, ancor che sovra ’l dossofossi de l’arco giá che varca quivi:ma chi parlava ad ira parea mosso.
Io era vòlto in giú, ma li occhi vivinon poteano ire al fondo per lo scuro;per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi
da l’altro cinghio, e dismontiam lo muro;ché, com’i’ odo quinci e non intendo,cosí giú veggio e neente affiguro».
«Altra risposta» disse «non ti rendose non lo far; ché la dimanda onestasi de’ seguir con l’opera tacendo».
Noi discendemmo il ponte da la testadove s’aggiugne con l’ottava ripa,e poi mi fu la bolgia manifesta;
e vidivi entro terribile stipadi serpenti, e di sí diversa menache la memoria il sangue ancor mi scipa.
Piú non si vanti Libia con sua rena;ché se chelidri, iaculi e fareeproduce, e cencri con anfisibena,
né tante pestilenzie né sí reemostrò giá mai con tutta l’Etiopiané con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.
Tra questa cruda e tristissima copiacorrevan genti nude e spaventate,senza sperar pertugio o elitropia:
con serpi le man dietro avean legate;quelle ficcavan per le ren la codae ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
Ed ecco a un, ch’era da nostra proda,s’avventò un serpente che ’l trafisselá dove ’l collo a le spalle s’annoda.
Né o sí tosto mai né i si scrisse,com’el s’accese e arse, e cener tuttoconvenne che cascando divenisse;
e poi che fu a terra sí distrutto,la cener si raccolse per se stessa,e ’n quel medesmo ritornò di butto.
Cosí per li gran savi si confessache la fenice more e poi rinasce,quando al cinquecentesimo anno appressa:
erba né biada in sua vita non pasce,ma sol d’incenso lacrime e d’amomo,e nardo e mirra son l’ultime fasce.
E qual è quel che cade, e non sa como,per forza di demon ch’a terra il tira,o d’altra oppilazion che lega l’uomo,
quando si leva, che ’ntorno si miratutto smarrito de la grande angosciach’elli ha sofferta, e guardando sospira;
tal era il peccator levato poscia.Oh potenza di Dio, quant’è severa,che cotai colpi per vendetta croscia!
Lo duca il domandò poi chi ello era;per ch’ei rispose: «Io piovvi di Toscana,poco tempo è, in questa gola fèra.
Vita bestial mi piacque e non umana,sí come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fuccibestia, e Pistoia mi fu degna tana».
E io al duca: «Dilli che non mucci,e domanda che colpa qua giú ’l pinse;ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci».
E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,e di trista vergogna si dipinse;
poi disse: «Piú mi duol che tu m’hai còltone la miseria dove tu mi vedi,che quando fui de l’altra vita tolto.
Io non posso negar quel che tu chiedi:in giú son messo tanto, perch’io fuiladro a la sagrestia de’ belli arredi,
e falsamente giá fu apposto altrui.Ma perché di tal vista tu non godi,se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,
apri li orecchi al mio annunzio, e odi:Pistoia in pria de’ Neri si dimagra;poi Fiorenza rinnova gente e modi.
Tragge Marte vapor di Val di Magrach’è di torbidi nuvoli involuto;e con tempesta impetuosa e agra
sovra Campo Picen fia combattuto;ond’ei repente spezzerá la nebbia,sí ch’ogni Bianco ne sará feruto.
E detto l’ho perché doler ti debbia!»

Glossario

scoglio
sporgenza di roccia che attraversa come un ponte le bolge di Malebolge.
cinghio
cerchio, fascia circolare di roccia o di terreno.
bolgia
ciascuno dei dieci fossati concentrici in cui è diviso l’ottavo cerchio, Malebolge.
pertugio
apertura stretta, piccolo foro.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .