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Inferno

Canto XXV

151 versicirca 9 minutiRiassunto

Al fine de le sue parole il ladrole mani alzò con amendue le fiche,gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!»
Da indi in qua mi fur le serpi amiche,perch’una li s’avvolse allora al collo,come dicesse ‛ Non vo’ che piú diche ’;
e un’altra a le braccia, e rilegollo,ribadendo se stessa sí dinanzi,che non potea con esse dare un crollo.
Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzid’incenerarti sí che piú non duri,poi che in mal fare il seme tuo avanzi?
Per tutt’i cerchi de lo ’nferno scurinon vidi spirto in Dio tanto superbo,non quel che cadde a Tebe giú da’ muri.
El si fuggí che non parlò piú verbo;e io vidi un centauro pien di rabbiavenir chiamando: «Ov’è, ov’è l’acerbo?»
Maremma non cred’io che tante n’abbia,quante bisce elli avea su per la groppainfin ove comincia nostra labbia.
Sovra le spalle, dietro da la coppa,con l’ali aperte li giacea un draco;e quello affuoca qualunque s’intoppa.
Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,che sotto il sasso di monte Aventinodi sangue fece spesse volte laco.
Non va co’ suoi fratei per un cammino,per lo furto che frodolente fecedel grande armento ch’elli ebbe a vicino;
onde cessar le sue opere biecesotto la mazza d’Ercule, che forseliene diè cento, e non senti le diece».
Mentre che sí parlava, ed el trascorsee tre spiriti venner sotto noi,de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,
se non quando gridar: «Chi siete voi?»per che nostra novella si ristette,e intendemmo pur ad essi poi.
Io non li conoscea; ma ei seguette,come suol seguitar per alcun caso,che l’un nomar un altro convenette,
dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,mi posi il dito su dal mento al naso.
Se tu se’ or, lettore, a creder lentociò ch’io dirò, non sará maraviglia,ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.
Com’io tenea levate in lor le ciglia,e un serpente con sei piè si lanciadinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.
Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia,e con li anterior le braccia prese;poi li addentò e l’una e l’altra guancia:
li deretani a le cosce distese,e miseli la coda tra ’mbedue,e dietro per le ren su la ritese.
Ellera abbarbicata mai non fuead alber sí, come l’orribil fieraper l’altrui membra avviticchiò le sue.
Poi s’appiccar, come di calda cerafossero stati, e mischiar lor colore,né l’un né l’altro giá parea quel ch’era;
come procede innanzi da l’ardoreper lo papiro suso un color brunoche non è nero ancora e ’l bianco more.
Li altri due ’l riguardavano, e ciascunogridava: «Oh me, Agnel, come ti muti!vedi che giá non se’ né due né uno».
Giá eran li due capi un divenuti,quando n’apparver due figure mistein una faccia, ov’eran due perduti.
Fersi le braccia due di quattro liste;le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l cassodivenner membra che non fur mai viste.
Ogni primaio aspetto ivi era casso:due e nessun l’imagine perversaparea; e tal sen gío con lento passo.
Come ’l ramarro sotto la gran fersadei dí canicular, cangiando siepe,folgore par se la via attraversa,
sí pareva, venendo verso l’epede li altri due, un serpentello acceso,livido e nero come gran di pepe;
e quella parte onde prima è presonostro alimento, a l’un di lor trafisse;poi cadde giuso innanzi lui disteso.
Lo trafitto il mirò, ma nulla disse;anzi, co’ piè fermati, sbadigliavapur come sonno o febbre l’assalisse.
Elli ’l serpente, e quei lui riguardava;l’un per la piaga, e l’altro per la boccafummavan forte, e ’l fummo si scontrava.
Taccia Lucano omai lá dove toccadel misero Sabello e di Nassidio,e attenda a udir quel ch’or si scocca.
Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio;ché se quello in serpente e quella in fonteconverte poetando, io non lo ’nvidio;
ché due nature mai a fronte a frontenon trasmutò, sí ch’amendue le formea cambiar lor materia fosser pronte.
Insieme si risposero a tai norme,che ’l serpente la coda in forca fesse,e il feruto ristrinse insieme l’orme.
Le gambe con le cosce seco stesses’appiccar sí, che ’n poco la giunturanon facea segno alcun che si paresse.
Togliea la coda fessa la figurache si perdeva lá, e la sua pellesi facea molle, e quella di lá dura.
Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,e i due piè de la fiera, ch’eran corti,tanto allungar quanto accorciavan quelle.
Poscia li piè di retro, insieme attorti,diventaron lo membro che l’uom cela,e ’l misero del suo n’avea due porti.
Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro veladi color novo, e genera il pel susoper l’una parte e da l’altra il dipela,
l’un si levò e l’altro cadde giuso,non torcendo però le lucerne empie,sotto le quai ciascun cambiava muso.
Quel ch’era dritto il trasse ver le tempie,e di troppa materia ch’in lá venneuscir li orecchi de le gote scempie:
ciò che non corse in dietro e si ritennedi quel soverchio, fe’ naso a la faccia,e le labbra ingrossò quanto convenne.
Quel che giacea, il muso innanzi caccia,e li orecchi ritira per la testacome face le corna la lumaccia;
e la lingua, ch’avea unita e prestaprima a parlar, si fende, e la forcutane l’altro si richiude: e ’l fummo resta.
L’anima ch’era fiera divenuta,suffolando si fugge per la valle,e l’altro dietro a lui parlando sputa.
Poscia li volse le novelle spalle,e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra,com’ho fatt’io, carpon per questo calle».
Cosí vid’io la settima zavorramutare e trasmutare; e qui mi scusila novitá, se fior la penna abbórra.
E avvegna che li occhi miei confusifossero alquanto e l’animo smagato,non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;ed era quel che sol, de’ tre compagniche venner prima, non era mutato:
l’altr’era quel che tu, Gaville, piagni.

Glossario

fiche
gesto osceno fatto infilando il pollice tra l’indice e il medio.
labbia
volto, aspetto.
avvegna
nell’espressione «avvegna che», sebbene, benché.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .