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Gerusalemme liberata

Canto undicesimo

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Con puro sacrifizio e sacre note,Il soccorso del Cielo invoca il campo.Poi dell’alta città le mura scote,Ch’al suo furore omai non avean scampo;Quando Clorinda il Capitan percote,E ’l colpo è a lui d’alta vittoria inciampo.Ben dall’Angel sanato ei torna in guerra:Ma già ’l diurno raggio ito è sotterra.

CANTO UNDECIMO.

Ma ’l Capitan delle Cristiane genti,Volto avendo all’assalto ogni pensiero,Giva apprestando i bellici instrumenti,Quando a lui venne il solitario Piero:E trattolo in disparte, in tali accentiGli parlò venerabile e severo:Tu muovi, o Capitan, l’armi terrene;Ma di là non cominci onde conviene.
Sia dal Cielo il principio; invoca avanti,Nelle preghiere pubbliche e devote,La milizia degli Angioli e de’ Santi,Chè ne impetri vittoria ella che puote.Preceda il Clero in sacre vesti, e cantiCon pietosa armonia supplici note:E da voi duci gloriosi e magniPietate il volgo apprenda, e v’accompagni.
Così gli parla il rigido Romito:E ’l buon Goffredo il saggio avviso approva.Servo, risponde, di Gesù gradito,Il tuo consiglio di seguir mi giova.Or mentre i duci a venir meco invito,Tu i Pastori de’ popoli ritrovaGuglielmo ed Ademaro: e vostra siaLa cura della pompa sacra e pia.
Nel seguente mattino il Vecchio accoglieCo’ duo’ gran sacerdoti altri minori,Ov’entro al vallo tra sacrate soglieSoleansi celebrar divini onori.Quivi gli altri vestir candide spoglie:Vestir dorato ammanto i duo Pastori,Che bipartito sovra i bianchi liniS’affibbia al petto, e incoronaro i crini.
Va Pietro solo innanzi, e spiega al ventoIl segno riverito in Paradiso:E segue il coro a passo grave e lento,In due lunghissimi ordini diviso.Alternando facean doppio concentoIn supplichevol canto, e in umil viso,E, chiudendo le schiere, ivano a paroI Principi Guglielmo ed Ademaro.
Venia poscia il Buglion, pur come è l’usoDi Capitan, senza compagno a lato.Seguiano a coppia i Duci, e non confusoSeguiva il campo a lor difesa armato.Sì procedendo se n’uscia del chiusoDelle trinciere il popolo adunato.Nè s’udian trombe, o suoni altri feroci,Ma di pietate e d’umiltà sol voci.
Te Genitor, te figlio eguale al Padre,E te che d’ambo uniti amando spiri:E te, d’uomo e di Dio, Vergine MadreInvocano propizia ai lor desiri.O Duci, e voi, che le fulgenti squadreDel Ciel movete in triplicati giri.O Divo, e te, che della diva fronteLa monda umanità lavasti al fonte.
Chiamano e te, che sei pietra e sostegnoDella magion di Dio fondata e forte:Ove ora il novo successor tuo degnoDi grazia e di perdono apre le porte.E gli altri messi del celeste regno,Che divulgar la vincitrice morte.E quei che ’l vero a confermar seguiro,Testimonj di sangue, e di martiro.
Quegli ancor, la cui penna, o la favellaInsegnata ha del Ciel la via smarrita:E la cara di Cristo e fida ancella,Ch’elesse il ben della più nobil vita:E le vergini chiuse in casta cella,Che Dio con alte nozze a se marita:E quelle altre magnanime ai tormenti,Sprezzatrici de’ Regi, e delle genti.
Così cantando, il popolo devotoCon larghi giri si dispiega e stende:E drizza all’Oliveto il lento moto,Monte che dalle olive il nome prende:Monte per sacra fama al mondo noto,Ch’oriental contra le mura ascende:E sol da quelle il parte e ne ’l discostaLa cupa Giosafà che in mezzo è posta.
Colà s’invia l’esercito canoro,E ne suonan le valli ime e profonde,E gli alti colli, e le spelonche loro,E da ben mille parti Eco risponde:E quasi par che boscareccio coroFra quegli antri si celi, e in quelle fronde;Sì chiaramente replicar s’udiaOr di Cristo il gran nome, or di Maria.
D’in sulle mura ad ammirar frattantoCheti si stanno, e attoniti i PaganiQue’ tardi avvolgimenti, e l’umil canto,E le insolite pompe, e i riti estrani.Poi che cessò dello spettacol santoLa novitate, i miseri profaniAlzar le strida; e di bestemmie e d’onteMuggì il torrente, e la gran valle, e ’l monte.
Ma dalla casta melodia soaveLa gente di Gesù però non tace:Nè si volge a que’ gridi, o cura n’havePiù che di stormo avria d’augei loquace.Nè perchè strali avventino, ella paveChe giungano a turbar la santa paceDi sì lontano; onde a suo fin ben puoteCondur le sacre incominciate note.
Poscia in cima del colle ornan l’altareChe di gran cena al sacerdote è mensa:E d’ambo i lati luminosa appareSublime lampa in lucid’oro accensa.Quivi altre spoglie, e pur dorate e care,Prende Guglielmo, e pria tacito pensa:Indi la voce in chiaro suon dispiega,Se stesso accusa, e Dio ringrazia e prega.
Umili intorno ascoltano i primieri:Le viste i più lontani almen v’han fisse.Ma poichè celebrò gli alti misteriDel puro sacrifizio: itene, ei disse:E, in fronte alzando ai popoli guerrieriLa man sacerdotal, gli benedisse.Allor sen ritornar le squadre píePer le dianzi da lor calcate vie.
Giunti nel vallo, e l’ordine disciolto,Si rivolge Goffredo a sua magione:E l’accompagna stuol calcato e foltoInsino al limitar del padiglione.Quivi gli altri accomiata, indietro volto,Ma ritien seco i duci il pio Buglione:E gli raccoglie a mensa, e vuol ch’a fronteDi Tolosa gli sieda il vecchio Conte.
Poi che de’ cibi il natural amoreFu in lor ripresso, e l’importuna sete,Disse ai duci il gran Duce: al novo albóreTutti all’assalto voi pronti sarete.Quel sia giorno di guerra e di sudore,Questo sia d’apparecchio e di quiete.Dunque ciascun vada al riposo, e poiSe medesmo prepari e i guerrier suoi.
Tolser’ essi congedo; e manifestoQuinci gli Araldi, a suon di trombe, feroCh’essere all’arme apparecchiato e prestoDee con la nova luce ogni guerriero.Così in parte al ristoro, e in parte questoGiorno si diede all’opre ed al pensiero;Sinchè fè nova tregua alla faticaLa cheta notte del riposo amica.
Ancor dubbia l’aurora, ed immaturoNell’Oriente il parto era del giorno:Nè i terreni fendea l’aratro duro:Nè fea il pastore ai prati anco ritorno.Stava tra i rami ogni augellin sicuro,E in selva non s’udia latrato, o corno;Quando a cantar la mattutina trombaComincia all’arme, all’arme il Ciel rimbomba.
All’arme all’arme subito ripigliaIl grido universal di cento schiere.Sorge il forte Goffredo, e già non pigliaLa gran corazza usata o lo schiniere:Ne veste un’altra, ed un pedon somigliaIn arme speditissime e leggiere:Ed indosso avea già l’agevol pondo;Quando gli sovraggiunse il buon Raimondo.
Questi, veggendo armato in cotal modoIl Capitano, il suo pensier comprese.Ov’è, gli disse, il grave usbergo e sodo?Ov’è, Signor, l’altro ferrato arnese?Perchè sei parte inerme? Io già non lodoChe vada con sì debili difese.Or, da tai segni, in te ben argomentoChe sei di gloria ad umil meta intento.
Deh che ricerchi tu? privata palmaDi salitor di mura? altri le saglia:Ed esponga men degna ed util’alma(Rischio debito a lui) nella battaglia.Tu riprendi, Signor, l’usata salma:E di te stesso a nostro pro ti caglia.L’anima tua, mente del campo e vita,Cautamente, per Dio, sia custodita.
Quì tace; ed ei risponde: or ti sia notoChe quando in Chiaramonte il grande UrbanoQuesta spada mi cinse, e me devotoFè cavalier l’onnipotente mano:Tacitamente a Dio promisi in votoNon pur l’opera quì di Capitano;Ma d’impiegarvi ancor, quando che fosse,Qual privato guerrier l’armi e le posse.
Dunque poscia che sian contra i nemiciTutte le genti mie mosse e disposte:E che appieno adempito avrò gli uficjChe son dovuti al Principe dell’oste,Ben è ragion, nè tu credo il disdici,Che alle mura, pugnando, anch’io m’accoste,E la fede promessa al Cielo osservi:Egli mi custodisca, e mi conservi.
Così concluse; e i cavalier FrancesiSeguir l’esempio, e i due minor Buglioni.Gli altri Principi ancor men gravi arnesiParte vestiro e si mostrar pedoni.Ma i Pagani frattanto erano ascesiLà dove ai sette gelidi TrioniSi volge e piega all’Occidente il muro,Che nel più facil sito è men sicuro.
Perocch’altronde la Città non temeDell’assalto nemico offesa alcuna.Quivi non pur l’empio Tiranno insiemeIl forte volgo e gli assoldati aduna;Ma chiama ancor alle fatiche estreme,Fanciulli e vecchj, l’ultima fortuna.E van questi portando ai più gagliardiCalce, zolfo, bitume, e sassi, e dardi.
E di machine e d’arme han pieno innanteTutto quel muro a cui soggiace il piano.E quinci, in forma d’orrido gigante,Dalla cintola in su sorge il Soldano;Quindi tra’ merli il minaccioso ArganteTorreggia, e discoperto è di lontano:E in su la Torre altissima angolare,Sovra tutti, Clorinda eccelsa appare.
A costei la faretra e ’l grave incarcoDelle acute quadrella al tergo pende.Ella già nelle mani ha preso l’arco,E già lo stral v’ha su la corda, e ’l tende:E, disiosa di ferire, al varcoLa bella arciera i suoi nemici attende.Tal già credean la vergine di Delo,Tra l’alte nubi, saettar dal Cielo.
Scorre più sotto il Re canuto a piedeDall’una all’altra porta, e in su le muraCiò che prima ordinò cauto rivede,E i difensor conforta e rassicura.E quì gente rinforza, e là provvedeDi maggior copia d’arme, e ’l tutto cura.Ma se ne van le afflitte madri al tempioA ripregar nume bugiardo ed empio.
Deh spezza tu del predator FranceseL’asta, Signor, con la man giusta e forte;E lui che tanto il tuo gran nome offeseAbbatti e spargi sotto l’alte porte.Così dicean, nè fur le voci inteseLà giù tra ’l pianto dell’eterna morte.Or mentre la Città s’appresta e prega,Le genti e l’armi il pio Buglion dispiega.
Tragge egli fuor l’esercito pedoneCon molta provvidenza e con bell’arte:E contra il muro, ch’assalir dispone,Obliquamente in due lati il comparte.Le baliste per dritto in mezzo pone,E gli altri ordigni orribili di Marte;Onde, in guisa di fulmini, si lanciaVer le merlate cime or sasso or lancia.
E mette in guardia i cavalier de’ fantiDa tergo, e manda intorno i corridori.Dà il segno poi della battaglia, e tantiI sagittarj sono e i frombatoriE l’arme delle machine volanti,Che scemano fra i merli i difensori.Altri v’è morto, e ’l loco altri abbandona:Già men folta del muro è la corona.
La gente Franca impetuosa e rattaAllor quanto più puote affretta i passi.E parte scudo a scudo insieme adatta,E di quegli un coperchio al capo fassi.E parte sotto machine s’appiattaChe fan riparo al grandinar de’ sassi.Ed arrivando al fosso, il cupo e ’l vanoCercano empirne, ed adeguarlo al piano.
Non era il fosso di palustre limo(Chè nol consente il loco) o d’acqua molle:Onde l’empiano, ancorchè largo ed imo,Le pietre, i fasci, e gli alberi, e le zolle.L’audacissimo Alcasto intanto il primoScopre la testa, ed una scala estolle:E nol ritien dura gragnuola, o pioggiaDi fervidi bitumi, e su vi poggia.
Vedeasi in alto il fero Elvezio ascesoMezzo l’aereo calle aver finito,Segno a mille saette, e non offesoD’alcuna sì che fermi il corso ardito:Quando un sasso ritondo e di gran peso,Veloce, come di bombarda uscito,Nell’elmo il coglie, e ’l risospinge a basso:E ’l colpo vien dal lanciator Circasso.
Non è mortal, ma grave il colpo e ’l saltoSì ch’ei stordisce, e giace immobil pondo.Argante allora in suon feroce ed alto:Caduto è il primo, or chi verrà secondo?Chè non uscite a manifesto assalto,Appiattati guerrier, s’io non m’ascondo?Non gioveranvi le caverne estrane;Ma vi morrete come belve in tane.
Così dice egli; e per suo dir non cessaLa gente occulta; e tra i ripari caviE sotto gli alti scudi unita e spessaLe saette sostiene, e i pesi gravi;Già l’ariete alla muraglia appressaMachine grandi, e smisurate traviC’han testa di monton ferrata e dura.Temon le porte il cozzo e l’alte mura.
Gran mole intanto è di là su rivoltaPer cento mani al gran bisogno pronte,Che sovra la testuggine più foltaRuina, e par che vi trabocchi un monte:E, degli scudi l’union disciolta,Più d’un elmo vi frange e d’una fronte:E ne riman la terra sparsa e rossaD’arme, di sangue, di cervella, e d’ossa.
L’assalitor allor sotto al copertoDelle machine sue più non ripara:Ma da i ciechi periglj al rischio apertoFuori se n’esce, e sua virtù dichiara.Altri appoggia le scale e va per l’erto:Altri percuote i fondamenti a gara.Ne crolla il muro, e ruinoso i fianchiGià fessi mostra all’impeto de’ Franchi.
E ben cadeva alle percosse orrendeChe doppia in lui l’espugnator montone;Ma sin da’ merli il popolo il difendeCon usata di guerra arte e ragione:Ch’ovunque la gran trave in lui si stende,Cala fasci di lana, e gli frappone.Prende in se le percosse e fa più lenteLa materia arrendevole e cedente.
Mentre con tal valor s’erano stretteLe audaci schiere alla tenzon murale,Curvò Clorinda sette volte, e setteRallentò l’arco, e ne avventò lo strale:E quante in giù se ne volar saette,Tante s’insanguinaro il ferro e l’ale,Non di sangue plebeo, ma del più degno:Chè sprezza quell’altera ignobil segno.
Il primo cavalier ch’ella piagasseFu l’erede minor del Rege Inglese.De’ suoi ripari appena il capo ei trasse,Che la mortal percossa in lui discese.E che la destra man non gli trapasse,Il guanto dell’acciar nulla contese;Sicchè inabile all’arme ei si ritiraFremendo, e meno di dolor che d’ira.
Il buon Conte d’Ambuosa in ripa al fosso,E su la scala poi Clotareo il Franco:Quegli morì trafitto il petto e ’l dosso:Questi dall’un passato all’altro fianco.Sospingeva il monton, quando è percossoAl signor de’ Fiamminghi il braccio manco:Sicchè tra via s’allenta, e vuol poi trarneLo strale, e resta il ferro entro la carne.
All’incauto Ademar, ch’era da lungeLa fera pugna a riguardar rivolto,La fatal canna arriva, e in fronte il punge.Stende ei la destra al loco ove fu colto,Quando nova saetta ecco sorgiungeSovra la mano, e la configge al volto:Onde egli cade, e fa del sangue sacroSu l’arme femminili ampio lavacro.
Ma non lungi da’ merli a Palamede,Mentre ardito disprezza ogni periglioE su per gli erti gradi indrizza il piede,Cala il settimo ferro al destro ciglio:E trapassando per la cava sedeE tra i nervi dell’occhio, esce vermiglioDiretro per la nuca: egli trabocca,E muore a piè dell’assalita rocca.
Tal saetta costei! Goffredo intantoCon novo assalto i difensori opprime.Avea condotto ad una porta accantoDelle machine sue la più sublime.Questa è torre di legno, e s’erge tantoChe può del muro pareggiar le cime:Torre, che grave d’uomini ed armata,Mobile è su le rote, e vien tirata.
Viene avventando la volubil moleLance e quadrella, e quanto può s’accosta:E, come nave in guerra nave suole,Tenta d’unirsi alla muraglia opposta.Ma chi lei guarda, ed impedir ciò vuole,Le urta la fronte, e l’una e l’altra costa:La respinge con l’aste, e le percuoteOr con le pietre i merli ed or le rote.
Tanti di qua, tanti di là fur mossiE sassi e dardi, ch’oscuronne il Cielo.S’urtar due nembi in aria, e là tornossiTalor respinto onde partiva il telo.Come di fronde sono i rami scossiDalla pioggia indurata in freddo gelo,E ne caggiono i pomi anco immaturi;Così cadeano i Saracin da i muri.
Perocchè scende in lor più grave il danno,Chè di ferro assai meno eran guerniti.Parte de’ vivi ancora in fuga vanno,Della gran mole al fulminar smarriti.Ma quel che già fu di Nicea TirannoVi resta, e fa restarvi i pochi arditi.E ’l fero Argante a contrapporsi corre,Presa una trave, alla nemica torre.
E da sè la respinge e tien lontanaQuanto l’abete è lungo, e ’l braccio forte.Vi scende ancor la Vergine sovrana,E de’ periglj altrui si fa consorte.I Franchi intanto alla pendente lanaLe funi recideano e le ritorteCon lunghe falci; onde, cadendo a terra,Lasciava il muro disarmato in guerra.
Così la torre sovra, e più di sottoL’impetuoso il batte aspro ariete:Onde comincia ormai forato e rottoA discoprir le interne vie secrete.Éssi non lunge il Capitan condottoAl conquassato e tremulo parete,Nel suo scudo maggior tutto rinchiuso,Che rade volte ha di portar in uso.
E quinci cauto rimirando spia,E scender vede Solimano a basso;E porsi alla difesa ove s’apria,Tra le ruine, il periglioso passo:E rimaner della sublime viaClorinda in guardia, e ’l cavalier Circasso.Così guardava, e già sentiasi il coreTutto avvampar di generoso ardore.
Onde rivolto dice al buon SigieroChe gli portava un altro scudo e l’arco:Ora mi porgi, o fedel mio scudiero,Cotesto meno assai gravoso incarco;Chè tenterò di trapassar primieroSu’ dirupati sassi il dubbio varco.E tempo è ben che qualche nobil’ opraDella nostra virtute omai si scopra.
Così, mutato scudo, appena disse,Quando a lui venne una saetta a volo,E nella gamba il colse, e la trafisseNel più nervoso ove è più acuto il duolo.Che di tua man, Clorinda, il colpo uscisse,La fama il canta: e tuo l’onor n’è solo.Se questo dì servaggio o morte schivaLa tua gente Pagana, a te s’ascriva.
Ma il fortissimo Eroe, quasi non sentaIl mortifero duol della ferita,Dal cominciato corso il piè non lenta,E monta su i dirupi, e gli altri invita.Pur s’avvede egli poi che nol sostentaLa gamba, offesa troppo ed impedita;E che inaspra agitando ivi l’ambascia;Onde, sforzato, alfin l’assalto lascia.
E chiamando il buon Guelfo a se con mano,A lui parlava: io me ne vo costretto.Sostien persona tu di Capitano,E di mia lontananza empi il difetto;Ma picciol’ora io vi starò lontano:Vado, e ritorno; e si partia ciò detto:Ed ascendendo in un leggier cavallo,Giunger non può, che non sia visto, al vallo.
Al dipartir del Capitan, si parteE cede il campo la fortuna Franca.Cresce il vigor nella contraria parte:Sorge la speme, e gli animi rinfranca.E l’ardimento col favor di Marte,Ne’ cor fedeli, e l’impeto già manca.Già corre lento ogni lor ferro al sangue,E delle trombe istesse il suono langue.
E già tra’ merli a comparir non tardaLo stuol fugace che ’l timor caccionne.E mirando la Vergine gagliarda,Vero amor della patria arma le donne.Correr le vedi, e collocarsi in guardaCon chiome sparse e con succinte gonne:E lanciar dardi, e non mostrar pauraD’esporre il petto per le amate mura.
E quel ch’ai Franchi più spavento porge,E ’l toglie ai difensor della Cittade,È, che ’l possente Guelfo (e se n’accorgeQuesto popolo e quel) percosso cade.Tra mille il trova sua fortuna, e scorgeD’un sasso il corso per lontane strade.E da sembiante colpo, al tempo stesso,Colto è Raimondo, onde giù cade anch’esso.
Ed aspramente allora anco fu puntoNella proda del fosso Eustazio ardito.Nè in questo ai Franchi fortunoso puntoContra lor da’ nemici è colpo uscito(Chè n’uscir molti) onde non sia disgiuntoCorpo dall’alma, o non sia almen ferito.E in tal prosperità via più feroceDivenendo il Circasso, alza la voce:
Non è questa Antiochia, e non è questaLa notte amica alle Cristiane frodi.Vedete il chiaro Sol, la gente desta,Altra forma di guerra ed altri modi.Dunque favilla in voi nulla più restaDell’amor della preda, e delle lodi?Chè sì tosto cessate, e sete stanchePer breve assalto, o Franchi no, ma Franche?
Così ragiona, e in guisa tal s’accendeNelle sue furie il Cavaliero audace:Che quell’ampia Città ch’egli difende,Non gli par campo del suo ardir capace:E si lancia a gran salti ove si fendeIl muro, e la fessura adito face,Ed ingombra l’uscita: e grida intantoA Soliman che si vedeva da canto:
Solimano, ecco il loco, ed ecco l’oraChe del nostro valor giudice fia.Chè cessi? o di chè temi? or costà fuoraCerchi il pregio sovran chi più ’l desia.Così gli disse; e l’uno e l’altro alloraPrecipitosamente a prova uscia:L’un da furor, l’altro da onor rapito,E stimolato dal feroce invito.
Giunsero inaspettati ed improvvisiSovra i nemici, e in paragon mostrarsi:E da lor tanti fur uomini uccisi,E scudi ed elmi dissipati e sparsi,E scale tronche, ed arieti incisi;Che di lor parve quasi un monte farsi:E mescolati alle ruine alzaro,In vece del caduto, alto riparo.
La gente che pur dianzi ardì salireAl pregio eccelso di mural corona,Non ch’or d’entrar nella Cittate aspire,Ma sembra alle difese anco mal buona:E cede al novo assalto, e in preda all’ireDe’ due guerrier le machine abbandona:Ch’ad altra guerra omai saran mal’atte;Tanto è ’l furor che le percuote e batte!
L’uno e l’altro Pagan, come il trasportaL’impeto suo, già più e più trascorre.Già ’l foco chiede ai cittadini, e portaDue pini fiammeggianti inver la torre.Cotali uscir dalla tartarea portaSogliono, e sottosopra il mondo porre,Le ministre di Pluto empie sorelle,Lor ceraste scuotendo e lor facelle.
Ma l’invitto Tancredi, il quale altroveConfortava all’assalto i suoi Latini,Tosto che vide le incredibil prove,E la gemina fiamma, e i due gran pini:Tronca in mezzo le voci, e presto moveA frenar il furor de’ Saracini.E tal del suo valor dà segno orrendo,Che chi vinse e fugò, fugge or perdendo.
Così della battaglia or quì lo statoCol variar della fortuna è volto;E in questo mezzo il Capitan piagatoNella gran tenda sua già s’è raccolto,Col buon Sigier, con Baldovino a lato,Di mesti amici in gran concorso e folto.Ei che s’affretta, e di tirar s’affannaDella piaga lo stral, rompe la canna.
E la via più vicina e più speditaAlla cura di lui vuol che si prenda:Scoprasi ogni latébra alla ferita,E largamente si risechi e fenda.Rimandatemi in guerra, onde finitaNon sia col dì, prima ch’a lei mi renda.Così dice; e premendo il lungo cerroD’una gran lancia, offre la gamba al ferro.
E già l’antico Erotimo, che nacqueIn riva al Po, s’adopra in sua salute:Il qual dell’erbe e delle nobil’ acqueBen conosceva ogni uso, ogni virtute:Caro alle Muse ancor; ma si compiacqueNella gloria minor dell’arti mute:Sol curò torre a morte i corpi frali,E potea far i nomi anco immortali.
Stassi appoggiato, e con sicura facciaFreme immobile al pianto il Capitano.Quegli in gonna succinto, e dalle bracciaRipiegato il vestir leggiero e piano,Or con l’erbe potenti in van procacciaTrarne lo strale, or con la dotta mano:E con la destra il tenta, e col tenaceFerro il va riprendendo, e nulla face.
L’arti sue non seconda, ed al disegnoPar che per nulla via Fortuna arrida:E nel piagato Eroe giunge a tal segnoL’aspro martir, che n’è quasi omicida.Or quì l’Angel custode, al duol indegnoMosso di lui, colse dittamo in Ida:Erba crinita di purpureo fiore,Ch’have in giovani foglie alto valore.
E ben mastra Natura alle montaneCapre n’insegna la virtù celata,Qualor vengon percosse, e lor rimaneNel fianco affissa la saetta alata.Ouesta, benchè da parti assai lontane,In un momento l’Angelo ha recata:E, non veduto, entro le mediche ondeDegli apprestati bagni il succo infonde.
E del fonte di Lidia i sacri umori,E l’odorata panacea vi mesce.Ne sparge il vecchio la ferita, e fuoriVolontario per se lo stral se n’esce,E si ristagna il sangue: e già i doloriFuggono dalla gamba, e ’l vigor cresce.Grida Erotimo allor: l’arte maestraTe non risana, o la mortal mia destra;
Maggior virtù ti salva: un Angel, credo,Medico per te fatto, è sceso in terra;Chè di celeste mano i segni vedo:Prendi l’arme (che tardi?) e riedi in guerra.Avido di battaglia il pio GoffredoGià nell’ostro le gambe avvolge e serra:E l’asta crolla smisurata, e imbracciaIl già deposto scudo, e l’elmo allaccia.
Uscì dal chiuso vallo e si converse,Con mille dietro, alla Città percossa.Sopra di polve il Ciel gli si coperse:Tremò sotto la terra al moto scossa:E lontano appressar le genti avverseD’alto il miraro, e corse lor per l’ossaUn tremor freddo, e strinse il sangue in gelo.Ed egli alzò tre fiate il grido al Cielo.
Conosce il popol suo l’altera voce,E ’l grido eccitator della battaglia:E riprendendo l’impeto veloceDi novo ancora alla tenzon si scaglia.Ma già la coppia dei Pagan feroceNel rotto accolta s’è della muraglia,Difendendo ostinata il varco fessoDal buon Tancredi e da chi vien con esso.
Quì disdegnoso giunge e minacciante,Chiuso nell’arme, il Capitan di Francia:E in su la prima giunta al fero ArganteL’asta ferrata fulminando lancia.Nessuna mural machina si vanteD’avventar con più forza alcuna lancia.Tuona per l’aria la nodosa trave:V’oppon lo scudo Argante, e nulla pave.
S’apre lo scudo al frassino pungente:Nè la dura corazza anco il sostiene;Chè rompe tutte l’arme, e finalmenteIl sangue Saracino a sugger viene.Ma si svelle il Circasso, e ’l duol non sente,Dall’arme il ferro affisso e dalle vene,E in Goffredo il ritorse: a te, dicendo,Rimando il tronco, e l’armi tue ti rendo.
L’asta ch’offesa or porta, ed or vendetta,Per lo noto sentier vola e rivola.Ma già colui non fere ove è diretta;Ch’egli si piega, e ’l capo al colpo invola.Coglie il fedel Sigiero, il qual ricettaProfondamente il ferro entro la gola:Nè gli rincresce, del suo caro DuceMorendo in vece, abbandonar la luce.
Quasi in quel punto Soliman percuoteCon una selce il cavalier Normando:E questi al colpo si contorce e scuote,E cade in giù, come paléo, rotando.Or più Goffredo sostener non puoteL’ira di tante offese, e impugna il brando:E sovra la confusa alta ruinaAscende, e move omai guerra vicina.
E ben ei vi facea mirabil cose,E contrasti seguiano aspri e mortali;Ma fuori uscì la notte, e ’l mondo ascoseSotto il caliginoso orror dell’ali:E l’ombre sue pacifiche interposeFra tante ire de’ miseri mortali:Sicchè cessò Goffredo, e fè ritorno.Cotal fin ebbe il sanguinoso giorno.
Ma pria che ’l pio Buglione il campo ceda,Fa indietro riportar gli egri e i languenti:E già non lascia a’ suoi nemici in predaL’avanzo de’ suoi bellici tormenti.Pur salva la gran torre avvien che rieda,Primo terror delle nemiche genti:Comechè sia dall’orrida tempestaSdrucita anch’essa in alcun loco, e pesta.
Da’ gran periglj uscita ella sen vieneGiungendo a loco omai di sicurezza.Ma qual nave talor ch’a vele pieneCorre il mar procelloso, e l’onde sprezza;Poscia in vista del porto, o su le arene,O su i fallaci scoglj un fianco spezza:O qual destrier passa le dubbie strade,E presso al dolce albergo incespa e cade:
Tale inciampa la torre; e tal da quellaParte che volse all’impeto de’ sassi,Frange due rote debili, sicch’ellaRuinosa pendendo arresta i passi.Ma le soppone appoggj, e la puntellaLo stuol che la conduce, e seco stassi,Insin che i pronti fabbri intorno vanno,Saldando in lei d’ogni sua piaga il danno.
Così Goffredo impone, il qual desiaChe si racconci innanzi al nuovo Sole.Ed occupando questa e quella via,Dispon le guardie intorno all’alta mole;Ma il suon dalla Città chiaro s’udiaDi fabbrili instrumenti e di parole,E mille si vedean fiaccole accese,Onde seppesi il tutto, e si comprese.