Prima, da un suo fedel, Clorinda ascoltaDel suo natal l’istoria, e poi sen vieneIgnota al campo, a grand’impresa volta.Questa tragge ella a fine; indi s’avvieneIn Tancredi, da cui l’alma l’è tolta;Ma ben, anzi ’l morir, battesmo ottiene.Piange l’estinta il Prence. Argante giuraDi dar a chi l’uccise aspra ventura.
CANTO DUODECIMO.
Era la notte, e non prendean ristoroCol sonno ancor le faticose genti:Ma quì, vegghiando, nel fabbril lavoroStavano i Franchi alla custodia intenti:E là i Pagani le difese loroGían rinforzando tremule e cadenti,E reintegrando le già rotte mura:E de’ feriti era comun la cura.
Curate alfin le piaghe, e già finitaDell’opere notturne era qualch’una:E rallentando l’altre, al sonno invitaL’ombra omai fatta più tacita e bruna.Pur non accheta la Guerriera arditaL’alma d’onor famelica e digiuna,E sollecita l’opre, ove altri cessa.Va seco Argante; e dice ella a se stessa:
Ben oggi il Re de’ Turchi, e ’l buon ArganteFer maraviglie inusitate e strane:Chè soli uscir fra tante schiere e tante,E vi spezzar le machine Cristiane.Io (questo è il sommo pregio onde mi vante)D’alto, rinchiusa, oprai l’armi lontane,Sagittaria (nol nego) assai felice.Dunque sol tanto a donna, e più non lice?
Quanto me’ fora in monte, od in forestaAlle fere avventar dardi e quadrella;Ch’ove il maschio valor si manifestaMostrarmi quì tra’ cavalier donzella.Chè non riprendo la femminea vesta,S’io ne son degna, e non mi chiudo in cella?Così parla tra se; pensa, e risolveAlfin gran cose, ed al guerrier si volve.
Buona pezza è, Signor, che in se raggiraUn non so chè d’insolito e d’audaceLa mia mente inquieta: o Dio l’inspira,O l’uom del suo voler suo Dio si face.Fuor del vallo nemico accesi miraI lumi: io là n’andrò con ferro e face,E la torre arderò: vogl’io che questoEffetto segua, il Ciel poi curi il resto.
Ma s’egli avverrà pur che mia venturaNel mio ritorno mi rinchiuda il passo;D’uom, che in amor m’è padre, a te la curaE delle fide mie donzelle io lasso.Tu nell’Egitto rimandar procuraLe donne sconsolate, e ’l vecchio lasso.Fallo, per Dio, Signor; chè di pietateBen è degno quel sesso, e quella etate.
Stupisce Argante, e ripercosso il pettoDa stimoli di gloria acuti sente.Tu là n’andrai, rispose, e me neglettoQui lascierai tra la volgare gente?E da sicura parte avrò dilettoMirar il fumo e la favilla ardente?No, no, se fui nell’arme a te consorte,Esser vuò nella gloria e nella morte.
Ho core anch’io che morte sprezza, e credeChe ben si cambi con l’onor la vita.Ben ne festi, diss’ella, eterna fedeCon quella tua sì generosa uscita.Pure io femmina sono, e nulla riedeMia morte in danno alla Città smarrita.Ma se tu cadi (tolga il Ciel gli augurj)Or chi sarà che più difenda i muri?
Replicò il Cavaliero: indarno adduciAl mio fermo voler fallaci scuse.Seguirò l’orme tue, se mi conduci;Ma le precorrerò, se mi ricuse.Concordi al Re ne vanno, il qual fra i duciE fra i più saggj suoi gli accolse e chiuse.E incominciò Clorinda: o Sire, attendiA ciò che dir voglianti, e in grado il prendi.
Argante quì (nè sarà vano il vanto)Quella machina eccelsa arder promette.Io sarò seco: ed aspettiam sol tantoChe stanchezza maggiore il sonno allette.Sollevò il Re le palme, e un lieto piantoGiù per le crespe guancie a lui cadette:E, lodato sia tu, disse, ch’ai serviTuoi volgi gli occhj, e ’l regno anco mi servi.
Nè già sì tosto caderà, se taliAnimi forti in sua difesa or sono.Ma qual poss’io, coppia onorata, egualiDar ai meriti vostri o laude o dono?Laudi la fama voi con immortaliVoci di gloria, e ’l mondo empia del suono.Premio v’è l’opra stessa, e premio in parteVi fia del regno mio non poca parte.
Sì parla il Re canuto; e si ristringeOr questa or quel teneramente al seno.Il Soldan ch’è presente, e non infingeLa generosa invidia onde egli è pieno,Disse: nè questa spada invan si cinge,Verravvi a paro, o poco dietro almeno.Ah, rispose Clorinda, andremo a questaImpresa tutti? e se tu vien, chi resta?
Così gli disse; e con rifiuto alteroGià s’apprestava a ricusarlo Argante:Ma ’l Re il prevenne, e ragionò primieroA Soliman con placido sembiante:Ben sempre tu, magnanimo guerriero,Ne ti mostrasti a te stesso sembiante,Cui nulla faccia di periglio unquancoSgomentò, nè mai fosti in guerra stanco.
E so che, fuori andando, opre farestiDegne di te; ma sconvenevol parmiChe tutti usciate, e dentro alcun non restiDi voi che sete i più famosi in armi.Nemmen consentirei ch’andasser questi,Chè degno è il sangue lor che si risparmi,Se o men util tal opra, o mi paresseChe finita per altri esser potesse.
Ma poichè la gran torre, in sua difesa,D’ogn’intorno le guardie ha così folte;Che da poche mie genti esser offesaNon puote, e inopportuno è uscir con molte;La coppia che s’offerse all’alta impresaE in simil rischio si trovò più volte,Vada felice pur; ch’ella è ben tale,Che sola più che mille insieme vale.
Tu, come al regio onor più si conviene,Con gli altri, prego, in su le porte attendi.E quando poi (chè n’ho sicura spene)Ritornino essi, e desti abbian gl’incendj:Se stuol nemico seguitando viene,Lui risospingi, e lor salva e difendi.Così l’un Re diceva; e l’altro chetoRimaneva al suo dir, ma non già lieto.
Soggiunse allora Ismeno: attender piacciaA voi, ch’uscir dovete, ora più tarda;Sinchè, di varie tempre, un misto i’ facciaCh’alla machina ostil s’appigli e l’arda.Forse allora avverrà che parte giacciaDi quello stuol che la circonda e guarda.Ciò fu concluso; e in sua magion ciascunoAspetta il tempo al gran fatto opportuno.
Depon Clorinda le sue spoglie intesteD’argento, e l’elmo adorno, e l’armi altere:E, senza piuma o fregio, altre ne veste(Infausto annunzio) rugginose e nere:Perocchè stima agevolmente in questeOcculta andar fra le nemiche schiere.È quivi Arsete eunuco il qual, fanciulla,La nudrì dalle fasce e dalla culla.
E per l’orme di lei l’antico fiancoD’ogn’intorno traendo, or la seguia.Vede costui l’arme cangiate, ed ancoDel gran rischio s’accorge ove ella gía:E se n’affligge: e per lo crin, che biancoIn lei servendo ha fatto, e per la piaMemoria de’ suo’ uficj istando, pregaChe dall’impresa cessi: ed ella il nega.
Onde ei le dice alfin: poichè ritrosaSì la tua mente nel suo mal s’indura,Che nè la stanca età, nè la pietosaVoglia, nè i preghi miei, nè il pianto cura;Ti spiegherò più oltre: e saprai cosa,Di tua condizion, che t’era oscura:Poi tuo desir ti guidi, o mio consiglio;Ei segue, ed ella innalza attenta il ciglio.
Resse già l’Etiopia, e forse reggeSenapo ancor, con fortunato impero:Il qual del figlio di Maria la leggeOsserva, e l’osserva anco il popol nero.Quivi io Pagan fui servo, e fui tra greggeD’ancelle avvolto in femminil mestiero,Ministro fatto della regia moglie,Che bruna è sì, ma il bruno il bel non toglie.
N’arde il marito, e dell’amore al focoBen della gelosia s’agguaglia il gelo.Si va in guisa avanzando appoco appocoNel tormentoso petto il folle zelo,Che da ogn’uom la nasconde; in chiuso locoVorria celarla ai tanti occhj del Cielo.Ella, saggia ed umíl, di ciò che piaceAl suo Signor, fa suo diletto e pace.
D’una pietosa istoria, e di devoteFigure la sua stanza era dipinta.Vergine bianca il bel volto, e le goteVermiglia, è quivi presso un drago avvinta.Con l’asta il mostro un cavalier percuote:Giace la fera nel suo sangue estinta.Quivi sovente ella s’atterra, e spiegaLe sue tacite colpe, e piange e prega.
Ingravida frattanto, ed espon fuori(e tu fosti colei) candida figlia.Si turba; e degl’insoliti colori,Quasi d’un novo mostro, ha maraviglia.Ma perchè il Re conosce e i suoi furori,Celargli il parto alfin si riconsiglia:Ch’egli avria dal candor, che in te si vede,Argomentato in lei non bianca fede.
Ed in tua vece una fanciulla neraPensa mostrargli, poco innanzi nata.E perchè fu la torre, ove chius’era,Dalle donne e da me solo abitata;A me, che le fui servo e con sinceraMente l’amai, ti diè non battezzata.Nè già poteva allor battesmo darti:Chè l’uso nol sostien di quelle parti.
Piangendo, a me ti porse, e mi commiseCh’io lontana a nutrir ti conducessi.Chi può dire il suo affanno, e in quante guiseLagnossi, e raddoppiò gli ultimi amplessi?Bagnò i bacj di pianto, e fur diviseLe sue querele da i singulti spessi.Levò alfin gli occhj, e disse: O Dio, che scerniL’opre più occulte, e nel mio cor t’interni:
Se immaculato è questo cor, se intatteSon queste membra e ’l marital mio letto;Per me non prego, chè mille altre ho fatteMalvagità; son vile al tuo cospetto:Salva il parto innocente, al quale il latteNega la madre del materno petto.Viva, e sol d’onestate a me somigli:L’esempio di fortuna altronde pigli.
Tu, celeste guerrier, che la donzellaTogliesti del serpente agli empj morsi;S’accesi ne’ tuo’ altari umil facella,S’auro o incenso odorato unqua ti porsi;Tu per lei prega sì, che fida ancellaPossa in ogni fortuna a te raccorsi.Quì tacque, e ’l cor le si rinchiuse e strinse,E di pallida morte si dipinse.
Io piangendo ti presi, e in breve cestaFuor ti portai tra fiori e frondi ascosa:Ti celai da ciascun, chè nè di questaDiedi sospetto altrui, nè d’altra cosa.Me n’andai sconosciuto, e per forestaCamminando di piante orride ombrosa,Vidi una tigre, che minacce ed ireAvea negli occhj, incontro a me venire.
Sovra un albero i’ salsi, e te su l’erbaLasciai; tanta paura il cor mi prese!Giunse l’orribil fera, e, la superbaTesta volgendo, in te lo sguardo intese.Mansuefece, e raddolcío l’acerbaVista con atto placido e cortese.Lenta poi s’avvicina, e ti fa vezziCon la lingua: e tu ridi e l’accarezzi.
Ed ischerzando seco, al fero musoLa pargoletta man sicura stendi.Ti porge ella le mamme, e, come è l’usoDi nutrice, s’adatta, e tu le prendi.Intanto io miro timido e confuso,Come uom faria novi prodigj orrendi.Poichè sazia ti vede omai la belvaDel suo latte, si parte e si rinselva:
Ed io giù scendo e ti ricolgo, e tornoLà ’ve prima fur volti i passi miei:E preso in picciol borgo alfin soggiorno,Celatamente ivi nutrir ti fei.Vi stetti insin che ’l Sol, correndo intorno,Portò a’ mortali e dieci mesi e sei.Tu con lingua di latte anco snodaviVoci indistinte, e incerte orme segnavi.
Ma sendo io colà giunto ove dechinaL’etate omai cadente alla vecchiezza;Ricco e sazio dell’or che la Regina,Nel partir, diemmi con regale ampiezza;Da quella vita errante e peregrinaNella patria ridurmi ebbi vaghezza:E tra gli antichi amici in caro locoViver, temprando il verno al proprio foco.
Partomi, e ver l’Egitto, ove son nato,Te conducendo meco, il corso invio:E giungo ad un torrente, e riserratoQuinci da i ladri son, quindi dal rio.Che debbo far? te dolce peso amatoLasciar non voglio, e di campar desio.Mi getto a nuoto, ed una man ne vieneRompendo l’acqua, e te l’altra sostiene.
Rapidissimo è il corso, e in mezzo l’ondaIn se medesma si ripiega e gira;Ma giunto ove più volge e si profonda,In cerchio ella mi torce, e giù mi tira.Ti lascio allor; ma t’alza e ti secondaL’acqua, e secondo all’acqua il vento spira,E t’espon salva in su la molle arena;Stanco anelando io poi vi giungo appena.
Lieto ti prendo: e poi la notte, quandoTutte in alto silenzio eran le cose,Vidi in sogno un guerrier che, minacciando,A me sul volto il ferro ignudo pose.Imperioso disse: io ti comandoCiò che la madre sua primier t’imposeChe battezzi l’infante; ella è dilettaDel Cielo, e la sua cura a me s’aspetta.
Io la guardo e difendo: io spirto diediDi pietate alle fere, e mente all’acque.Misero te, se al sogno tuo non crediCh’è del Ciel messaggiero; e quì si tacque.Svegliaimi e sorsi, e di là mossi i piedi,Come del giorno il primo raggio nacque:Ma perchè mia fe vera, e l’ombre falseStimai, di tuo battesmo a me non calse,
Nè de i preghi materni; onde nudritaPagana fosti, e ’l vero a te celai.Crescesti, e, in arme valorosa e ardita,Vincesti il sesso e la natura assai:Fama e terre acquistasti: e qual tua vitaSia stata poscia, tu medesma il sai:E sai non men che servo insieme e padreIo t’ho seguita fra guerriere squadre.
Jer poi su l’alba alla mia mente, oppressaD’alta quiete e simile alla morte,Nel sonno s’offerì l’imago stessa;Ma in più turbata vista, e in suon più forte,Ecco (dicea) fellon, l’ora s’appressaChe dee cangiar Clorinda e vita e sorte:Mia sarà mal tuo grado, e tuo fia il duolo.Ciò disse, e poi n’andò per l’aria a volo.
Or odi dunque tu, che ’l Ciel minacciaA te, diletta mia, strani accidenti.Io non so: forse a lui vien che dispiacciaCh’altri impugni la fe de’ suoi parenti:Forse è la vera fede. Ah giù ti piacciaDepor quest’arme e questi spirti ardenti.Quì tace e piagne: ed ella pensa e teme;Chè un altro simil sogno il cor le preme.
Rasserenando il volto, alfin gli dice:Quella fe seguirò che vera or parmi:Che tu col latte già della nutriceSugger mi festi, e che vuoi dubbia or farmi:Nè per temenza lascerò (nè liceA magnanimo cor) l’impresa e l’armi.Non se la morte, nel più fer sembianteChe sgomenti i mortali, avessi innante.
Poscia il consola: e perchè il tempo giungeCh’ella deve ad effetto il vanto porre;Parte, e con quel guerrier si ricongiungeChe si vuol seco al gran periglio esporre.Con lor s’aduna Ismeno, e instiga e pungeQuella virtù che per se stessa corre:E lor porge di zolfo e di bitumiDue palle, e in cavo rame ascosi lumi.
Escon notturni, e piani, e per lo colleUniti vanno a passo lungo e spesso;Tanto che a quella parte ove s’estolleLa machina nemica omai son presso.Lor s’infiamman gli spirti, e ’l cor ne bolle,Nè può tutto capir dentro se stesso.Gl’invita al foco, al sangue un fero sdegno.Grida la guardia, e lor dimanda il segno.
Essi van cheti innanzi; onde la guarda,All’arme all’arme in alto suon raddoppia.Ma più non si nasconde, e non è tardaAl corso allor la generosa coppia.In quel modo che fulmine o bombarda,Col lampeggiar, tuona in un punto e scoppia;Muovere, ed arrivar, ferir lo stuolo,Aprirlo, e penetrar, fu un punto solo.
E forza è pur che, fra mill’arme e millePercosse, il lor disegno alfin riesca;Scopriro i chiusi lumi, e le favilleS’appreser tosto all’accensibil’ esca,Ch’ai legni poi le avvolse, e compartille.Chi può dir come serpa, e come crescaGià da più lati il foco? e come foltoTurbi il fumo alle stelle il puro volto?
Vedi globi di fiamme oscure e miste,Fra le rote del fumo, in Ciel girarsi.Il vento soffia, e vigor fa ch’acquisteL’incendio, e in un raccolga i fochi sparsi.Fere il gran lume con terror le visteDe’ Franchi, e tutti son presti ad armarsi.La mole immensa e sì temuta in guerra,Cade; e breve ora opre sì lunghe atterra.
Due squadre de’ Cristiani intanto al locoDove sorge l’incendio accorron pronte.Minaccia Argante: io spegnerò quel focoCol vostro sangue, e volge lor la fronte.Pur ristretto a Clorinda appoco appocoCede, e raccoglie i passi a sommo il monte.Cresce più che torrente a lunga pioggiaLa turba, e li rincalza, e con lor poggia.
Aperta è l’aurea porta, e quivi trattoÈ il Re, ch’armato il popol suo circonda,Per raccorre i guerrier da sì gran fatto,Quando al tornar fortuna abbian seconda.Saltano i due sul limitare, e rattoDiretro ad essi il Franco stuol v’inonda.Ma l’urta e scaccia Solimano: e chiusaÈ poi la porta, e sol Clorinda esclusa.
Sola esclusa ne fu, perchè in quell’oraCh’altri serrò le porte, ella si mosse:E corse, ardente e incrudelita, fuoraA punir Arimon che la percosse.Punillo; e ’l fero Argante avvisto ancoraNon s’era ch’ella sì trascorsa fosse:Chè la pugna e la calca e l’aer densoAi cor togliea la cura, agli occhj il senso.
Ma poi che intepidì la mente irataNel sangue del nemico, e in se rivenne,Vide chiuse le porte, e intorniataSè da’ nemici: e morta allor si tenne.Pur veggendo ch’alcuno in lei non guata,Nov’arte di salvarsi le sovvenne.Di lor gente s’infinge, e fra gl’ignotiCheta s’avvolge; e non è chi la noti.
Poi, come lupo tacito s’imboscaDopo occulto misfatto, e si desvia:Dalla confusion, dall’aura foscaFavorita e nascosa ella sen gía.Solo Tancredi avvien che lei conosca.Egli quivi è sorgiunto alquanto pria;Vi giunse allor ch’essa Arimone uccise:Vide, e segnolla, e dietro a lei si mise.
Vuol nell’armi provarla: un uom la stimaDegno, a cui sua virtù si paragone.Va girando colei l’alpestre cimaVerso altra porta, ove d’entrar dispone.Segue egli impetuoso; onde assai primaChe giunga, in guisa avvien che d’armi suoneCh’ella si volge, e grida: o tu, chè porte,Chè corri sì? Risponde: guerra, e morte.
Guerra e morte avrai, disse, io non rifiutoDarlati, se la cerchi: e ferma attende.Non vuol Tancredi, che pedon vedutoHa il suo nemico, usar cavallo, e scende.E impugna l’uno e l’altro il ferro acuto,Ed aguzza l’orgoglio, e l’ire accende.E vansi a ritrovar non altrimentiChe due tori gelosi, e d’ira ardenti.
Degne d’un chiaro Sol, degne d’un pienoTeatro, opre sarian sì memorande.Notte, che nel profondo oscuro senoChiudesti e nell’oblio fatto sì grande,Piacciati ch’io ne ’l tragga, e in bel serenoAlle future età lo spieghi, e mande.Viva la fama loro, e tra lor gloriaSplenda del fosco tuo l’alta memoria.
Non schivar, non parar, non ritirarsiVoglion costor, nè quì destrezza ha parte.Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi:Toglie l’ombra e ’l furor l’uso dell’arte.Odi le spade orribilmente urtarsiA mezzo il ferro; il piè d’orma non parte:Sempre è il piè fermo, e la man sempre in moto:Nè scende taglio in van, nè punta a vuoto.
L’onta irrita lo sdegno alla vendetta:E la vendetta poi l’onta rinnova:Onde sempre al ferir, sempre alla frettaStimol novo s’aggiunge, e cagion nova.D’or in or più si mesce, e più ristrettaSi fa la pugna, e spada oprar non giova:Dansi co’ pomi, e, infelloniti e crudi,Cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.
Tre volte il Cavalier la donna stringeCon le robuste braccia: ed altrettanteDa que’ nodi tenaci ella si scinge;Nodi di fier nemico, e non d’amante.Tornano al ferro: e l’uno e l’altro il tingeCon molte piaghe, e stanco ed anelanteE questi e quegli alfin pur si ritira,E dopo lungo faticar respira.
L’un l’altro guarda, e del suo corpo esangueSul pomo della spada appoggia il peso.Già dell’ultima stella il raggio langueAl primo albór ch’è in Oriente acceso.Vede Tancredi in maggior copia il sangueDel suo nemico, e sè non tanto offeso.Ne gode, e superbisce. Oh nostra folleMente, ch’ogni aura di fortuna estolle!
Misero, di che godi? oh quanto mestiFiano i trionfi, ed infelice il vanto!Gli occhj tuoi pagheran (se in vita resti)Di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.Così tacendo e rimirando, questiSanguinosi guerrier cessaro alquanto.Ruppe il silenzio alfin Tancredi, e disse,Perchè il suo nome a lui l’altro scoprisse:
Nostra sventura è ben che quì s’impieghiTanto valor, dove silenzio il copra.Ma poichè sorte rea vien che ci neghiE lode, e testimon degno dell’opra:Pregoti (se fra l’arme han loco i preghi)Che ’l tuo nome e ’l tuo stato a me tu scopra:Acciocch’io sappia o vinto, o vincitore,Chi la mia morte, o la vittoria onore.
Risponde la feroce: indarno chiediQuel ch’ho per uso di non far palese.Ma chiunque io mi sia, tu innanzi vediUn di que’ due che la gran torre accese.Arse di sdegno a quel parlar Tancredi,E, in mal punto il dicesti, indi riprese:Il tuo dir e ’l tacer di par m’alletta,Barbaro discortese, alla vendetta.
Torna l’ira ne’ cori, e gli trasporta,Benchè debili, in guerra. Oh fera pugna;U’ l’arte in bando, u’ già la forza è morta:Ove in vece d’entrambi il furor pugna!Oh che sanguigna e spaziosa portaFa l’una e l’altra spada, ovunque giugnaNell’arme e nelle carni! e se la vitaNon esce, sdegno tienla al petto unita.
Qual l’alto Egeo, perchè Aquilone o NotoCessi, che tutto prima il volse e scosse,Non s’accheta però; ma ’l suono e ’l motoRitien dell’onde anco agitate e grosse;Tal, sebben manca in lor col sangue votoQuel vigor che le braccia ai colpi mosse;Serbano ancor l’impeto primo, e vannoDa quel sospinti a giunger danno a danno.
Ma ecco omai l’ora fatale è giuntaChe ’l viver di Clorinda al suo fin deve.Spinge egli il ferro nel bel sen di punta,Che vi s’immerge, e ’l sangue avido beve:E la vesta, che d’or vago trapuntaLe mammelle stringea tenera e leve,L’empie d’un caldo fiume: ella già senteMorirsi, e ’l piè le manca egro e languente.
Segue egli la vittoria, e la trafittaVergine, minacciando, incalza e preme.Ella, mentre cadea, la voce afflittaMovendo, disse le parole estreme:Parole ch’a lei novo un spirto ditta;Spirto di fe, di carità, di speme:Virtù ch’or Dio le infonde: e se rubellaIn vita fu, la vuole in morte ancella.
Amico hai vinto; io ti perdon: perdonaTu ancora, al corpo no che nulla pave,All’alma si: deh per lei prega, e donaBattesmo a me, ch’ogni mia colpa lave.In queste voci languide risuonaUn non so che di flebile e soaveCh’al cor gli scende, ed ogni sdegno ammorza,E gli occhj a lagrimar gli invoglia e sforza.
Poco quindi lontan nel sen del monteScaturia, mormorando, un picciol rio.Egli v’accorse, e l’elmo empiè nel fonte,E tornò mesto al grande uficio e pio.Tremar sentì la man, mentre la fronte,Non conosciuta ancor, sciolse e scoprío.La vide, la conobbe; e restò senzaE voce, e moto. Ahi vista, ahi conoscenza!
Non morì già; chè sua virtute accolseTutta in quel punto, e in guardia al cor la mise:E, premendo il suo affanno, a dar si volseVita con l’acqua a chi col ferro uccise.Mentre egli il suon de’ sacri detti sciolse,Colei di gioja trasmutossi, e rise:E in atto di morir lieto e vivaceDir parea: s’apre il Cielo: io vado in pace.
D’un bel pallore ha il bianco volto asperso,Come a’ giglj sarian miste viole:E gli occhj al Cielo affisa, e in lei conversoSembra, per la pietate, il Cielo e ’l Sole:E la man nuda e fredda alzando versoIl cavaliero, in vece di parole,Gli dà pegno di pace: in questa formaPassa la bella donna, e par che dorma.
Come l’alma gentile uscita ei vede,Rallenta quel vigor ch’avea raccolto:E l’imperio di se libero cedeAl duol già fatto impetuoso e stolto,Ch’al cor si stringe, e, chiusa in breve sedeLa vita, empie di morte i sensi e ’l volto.Già simile all’estinto il vivo langueAl colore, al silenzio, agli atti, al sangue.
E ben la vita sua, sdegnosa e schivaSpezzando a forza il suo ritegno frale,La bella anima sciolta alfin seguiva,Che poco innanzi a lei spiegava l’ale;Ma quivi stuol de’ Franchi a caso arriva,Cui trae bisogno d’acqua, o d’altro tale;E con la donna il cavalier ne porta,In se mal vivo, e morto in lei ch’è morta.
Perocchè ’l Duce loro ancor discostoConosce all’arme il principe Cristiano.Onde v’accorre, e poi ravvisa tostoLa vaga estinta, e duolsi al caso strano.E già lasciar non vuole ai lupi espostoIl bel corpo che stima ancor Pagano.Ma sovra l’altrui braccia ambi gli pone,E ne vien di Tancredi al padiglione.
Affatto ancor nel piano e lento motoNon si risente il cavalier ferito:Pur fievolmente geme, e quinci è notoChe ’l suo corso vital non è finito.Ma l’altro corpo tacito ed immotoDimostra ben che n’è lo spirto uscito.Così portati e l’uno e l’altro appresso,Ma in differente stanza alfine è messo.
I pietosi scudier già sono intornoCon varj ufizj al cavalier giacente:E già sen riede ai languidi occhj il giorno,E le mediche mani e i detti ei sente.Ma pur dubbiosa ancor del suo ritornoNon s’assicura attonita la mente.Stupido intorno ei guarda, e i servi e ’l locoAlfin conosce; e dice afflitto e fioco:
Io vivo? io spiro ancora? e gli odiosiRai miro ancor di questo infausto die?Dì testimon de’ miei misfatti ascosi,Che rimprovera a me le colpe mie.Ahi man timida e lenta, or che non osi,Tu che sai tutte del ferir le vie,Tu ministra di morte empia ed infame,Di questa vita rea troncar lo stame?
Passa pur questo petto, e fieri scempjCol ferro tuo crudel fà del mio core.Ma forse, usata a’ fatti atroci ed empj,Stimi pietà dar morte al mio dolore.Dunque i’ vivrò tra memorandi esempjMisero mostro d’infelice amore:Misero mostro, a cui sol pena è degnaDell’immensa empietà la vita indegna.
Vivrò fra i miei tormenti, e fra le cureMie giuste furie, forsennato errante.Paventerò l’ombre solinghe e scureChe ’l primo error mi recheranno innante;E del Sol, che scoprì le mie sventure,A schivo ed in orrore avrò il sembiante.Temerò me medesmo, e da me stessoSempre fuggendo, avrò me sempre appresso.
Ma dove (oh lasso me!) dove restaroLe reliquie del corpo e bello e casto?Ciò ch’in lui sano i miei furor lasciaro,Dal furor delle fere è forse guasto.Ahi troppo nobil preda! ahi dolce e caroTroppo, e pur troppo prezioso pasto!Ahi sfortunato! in cui l’ombre e le selveIrritaron me prima, e poi le belve.
Io pur verrò là dove sete, e voiMeco avrò, s’anco sete, amate spoglie.Ma s’egli avvien che i vaghi membri suoiStati sian cibo di ferine voglie;Vuò che la bocca stessa anco me ingoi,E ’l ventre chiuda me che lor raccoglie.Onorata per me tomba e felice,Ovunque sia, s’esser con lor mi lice.
Così parla quel misero; e gli è dettoCh’ivi quel corpo avean per cui si duole.Rischiarar parve il tenebroso aspetto,Qual le nubi un balen che passi e vole:E da i riposi sollevò del lettoL’inferma delle membra e tarda mole:E traendo a gran pena il fianco lasso,Colà rivolse, vacillando, il passo.
Ma come giunse, e vide in quel bel seno,Opera di sua man, l’empia ferita:E quasi un Ciel notturno anco sereno,Senza splendor la faccia scolorita;Tremò così che ne cadea, se menoEra vicina la fedele aita.Poi disse: o viso, che puoi far la morteDolce; ma raddolcir non puoi mia sorte;
O bella destra, che ’l soave pegnoD’amicizia e di pace a me porgesti;Quali or, lasso, vi trovo? e qual ne vegno?E voi leggiadre membra, or non son questiDel mio ferino e scellerato sdegnoVestigj miserabili e funesti?O, di par con la man, luci spietate!Essa le piaghe fè, voi le mirate.
Asciutte le mirate: or corra, doveNega d’andare il pianto, il sangue mio.Quì tronca le parole; e come il moveSuo disperato di morir desio,Squarcia le fasce e le ferite; e pioveDalle sue piaghe esacerbate un rio.E s’uccidea; ma quella doglia acerba,Col trarlo di se stesso, in vita il serba.
Posto è sul letto, e l’anima fugaceFu richiamata agli odiosi uficj.Ma la garrula fama omai non taceL’aspre sue angoscie e i suoi casi infelici.Vi tragge il pio Goffredo, e la veraceTurba v’accorre de’ più degni amici.Ma nè grave ammonir, nè parlar dolceL’ostinato dell’alma affanno molce.
Qual’in membro gentil piaga mortaleTocca s’inaspra, e in lei cresce il dolore;Tal da i dolci conforti, in sì gran male,Più inacerbisce medicato il core.Ma il venerabil Piero, a cui ne caleCome d’agnella inferma a buon pastore,Con parole gravissime ripigliaIl vaneggiar suo lungo, e lui consiglia.
O Tancredi, Tancredi, o da te stessoTroppo diverso e da i princípj tuoi;Chi sì t’assorda? e qual nuvol sì spessoDi cecità fa che veder non puoi?Questa sciagura tua del Cielo è un messo:Non vedi lui? non odi i detti suoi?Che ti sgrida, e richiama alla smarritaStrada che pria segnasti, e te l’addita?
Agli atti del primiero uficio degnoDi cavalier di Cristo ei ti rappella:Che lasciasti per farti (ahi cambio indegno!)Drudo d’una fanciulla a Dio rubella.Seconda avversità, pietoso sdegnoCon leve sferza di là su flagellaTua folle colpa, e fa di tua saluteTe medesmo ministro; e tu’l rifiute?
Rifiuti dunque, ahi sconoscente, il donoDel Ciel salubre, e ’ncontra lui t’adiri?Misero, dove corri in abbandonoA’ tuoi sfrenati e rapidi martírjSei giunto, e pendi già cadente e pronoSul precipizio eterno: e tu nol miri?Miralo, prego, e te raccogli, e frenaQuel dolor ch’a morir doppio ti mena.
Tace: e in colui dell’un morir la temaPotè dell’altro intepidir la voglia.Nel cor dà loco a que’ conforti, e scemaL’impeto interno dell’intensa doglia;Ma non così, che ad or ad or non gema,E che la lingua a lamentar non scioglia,Ora seco parlando, or con la scioltaAnima, che dal Ciel forse l’ascolta.
Lei nel partir, lei nel tornar del SoleChiama con voce stanca, e prega, e plora;Come usignuol cui ’l villan duro involeDal nido i figlj non pennuti ancora;Che in miserabil canto, afflitte e solePiange le notti, e n’empie i boschi, e l’ora.Alfin col novo dì rinchiude alquantoI lumi: e ’l sonno in lor serpe fra ’l pianto.
Ed ecco, in sogno, di stellata vesteCinta gli appar la sospirata amicaBella assai più; ma lo splendor celesteL’orna, e non toglie la notizia antica.E, con dolce atto di pietà, le mesteLuci par che gli asciughi, e così dica:Mira come son bella e come lieta,Fedel mio caro, e in me tuo duolo acqueta.
Tale i’ son, tua mercè: tu me da i viviDel mortal mondo, per error, togliesti:Tu in grembo a Dio fra gl’immortali e divi,Per pietà, di salir degna mi festi.Quivi io beata amando godo, e quiviSpero che per te loco anco s’appresti;Ove al gran Sole e nell’eterno dieVagheggerai le sue bellezze e mie.
Se tu medesmo non t’invídi il Cielo,E non travii col vaneggiar de’ sensi,Vivi, e sappi ch’io t’amo, e non te ’l celo,Quanto più creatura amar conviensi.Così dicendo, fiammeggiò di zeloPer gli occhj, fuor del mortal uso, accensi:Poi nel profondo de’ suoi rai si chiuseE sparve, e novo in lui conforto infuse.
Consolato ei si desta, e si rimetteDe’ medicanti alla discreta aita.E intanto seppellir fa le diletteMembra ch’informò già la nobil vita.E se non fu di ricche pietre eletteLa tomba, e da man Dedala scolpita;Fu scelto almeno il sasso e chi gli diedeFigura, quanto il tempo ivi concede.
Quivi da faci, in lungo ordine accese,Con nobil pompa accompagnar la feo.E le sue arme, a un nudo pin sospese,Vi spiegò sovra in forma di trofeo.Ma come prima alzar le membra offeseNel dì seguente il cavalier poteo,Di riverenza pieno e di pietate,Visitò le sepolte ossa onorate.
Giunto alla tomba ove al suo spirto vivoDolorosa prigione il Ciel prescrisse;Pallido, freddo, muto, e quasi privoDi movimento, al marmo gli occhj affisse.Alfin sgorgando un lagrimoso rivo,In un languido oimè proruppe, e disse:O sasso amato ed onorato tantoChe dentro hai le mie fiamme, e fuori il pianto:
Non di morte sei tu, ma di vivaciCeneri albergo, ove è riposto Amore:E ben sento io da te le usate faciMen dolci si, ma non men calde al core.Deh prendi i miei sospiri, e questi baciPrendi ch’io bagno di doglioso umore:E dagli tu, poich’io non posso, almenoAlle amate reliquie ch’hai nel seno.
Dagli lor tu: chè se mai gli occhj giraL’anima bella alle sue belle spoglie;Tua pietate e mio ardir non avrà in ira,Chè odio o sdegno là su non si raccoglie.Perdona ella il mio fallo: e sol respiraIn questa speme il cor fra tante doglie.Sa ch’empia è sol la mano: e non l’è noja,Che s’amando lei, vissi; amando moja.
Ed amando morrò: felice giorno,Quando che sia; ma più felice molto,Se come errando or vado a te d’intorno,Allor sarò dentro al tuo grembo accolto.Faccian l’anime amiche in Ciel soggiorno;Sia l’un cenere e l’altro in un sepolto:Ciò che ’l viver non ebbe, abbia la morte.Oh (se sperar ciò lice) altera sorte!
Confusamente si bisbiglia intantoDel caso reo nella rinchiusa terra.Poi s’accerta e divulga: e in ogni cantoDella Città smarrita il romor erraMisto di gridi, e di femmineo pianto:Non altramente che se presa in guerraTutta ruini: e ’l foco, e i nemici empjVolino per le case, e per i tempj.
Ma tutti gli occhj Arsete in se rivolve,Miserabil di gemito e d’aspetto.Ei, come gli altri, in lagrime non solveIl duol, che troppo è d’indurato affetto;Ma i bianchi crini suoi d’immonda polveSi sparge e brutta, e fiede il volto e ’l petto.Or mentre in lui volte le turbe sono,Va in mezzo Argante, e parla in cotal suono:
Ben volev’io, quando primier m’accorsiChe fuor si rimanea la donna forte,Seguirla immantinente, e ratto corsiPer correr seco una medesma sorte.Chè non feci, e non dissi? o quai non porsiPreghiere al Re chè fesse aprir le porte?Ei me, pregante e contendente invano,Con l’imperio affrenò che ha quì sovrano.
Ahi che s’io allora usciva, o dal periglioQuì ricondotta la guerriera avrei,O chiusi, ov’ella il terren fè vermiglio,Con memorabil fine i giorni miei.Ma che poteva io più? Parve al consiglioDegli uomini altramente, e degli Dei.Ella morì di fatal morte, ed ioQuant’or conviensi a me già non oblio.
Odi, Gerusalem, ciò che promettaArgante: odil tu Cielo: e se in ciò manco,Fulmina sul mio capo: io la vendettaGiuro di far, nell’omicida Franco,Che per la costei morte a me s’aspetta:Nè questa spada mai depor dal fianco,Insin ch’ella a Tancredi il cor non passi,E ’l cadavero infame ai corvi lassi.
Così disse egli: e l’aure popolariCon applauso seguir le voci estreme.E immaginando sol, temprò gli amariL’aspettata vendetta in quel che geme.O vani giuramenti! Ecco contrarjSeguir tosto gli effetti all’alta speme:E cader questi, in tenzon pari, estintoSotto colui ch’ei fa già preso e vinto.