L’identità e il nome
Il romanzo comincia e finisce con un nome. Nella premessa Mattia dichiara che la sola certezza della sua vita era proprio questa: «che mi chiamavo Mattia Pascal». Quando il nome gli viene tolto da un errore di identificazione, scopre quanto fosse importante: il nome lo legava a una famiglia, a un paese, a un passato, e senza di esso non riesce più a essere nessuno.
La costruzione di Adriano Meis dimostra che un’identità non si inventa a piacere. Mattia può cambiare barba, abiti e occhiali, ma resta un uomo senza radici; e quando torna a Miragno per riprendersi il vecchio nome, lo trova ormai occupato da un morto. Nell’ultimo capitolo può soltanto andare «a vedermi morto e sepolto là», davanti alla lapide che porta il suo nome.
La libertà impossibile
La notizia della propria morte appare a Mattia un’occasione unica. Nel capitolo 8 si sente «libero, nuovo e assolutamente padrone di me, senza più il fardello del mio passato», e sogna di vivere senza legami e senza obblighi. È l’illusione di poter ricominciare da zero, fuori da ogni regola sociale.
Presto però la libertà rivela i suoi confini. Nel capitolo 11 Adriano confessa: «già cominciavo a penetrare il senso e a misurare i confini di questa mia libertà». Non può sposare Adriana, non può denunciare il furto subito, non può difendere il proprio onore: «Potevo fare un duello nella condizione mia?», si chiede nel capitolo 16. Chi non esiste per la legge non esiste neppure per gli altri, e la libertà totale coincide con l’esclusione dalla vita.
L’uomo e l’ombra
La condizione di Adriano Meis è quella di un’ombra. Pirandello la rende visibile con un’immagine: nel capitolo 15, dopo aver scoperto il furto, Adriano esce di casa sconvolto, cammina fino a Ponte Molle e si ferma a guardare la propria ombra. Vorrebbe schiacciarla, ma si accorge di non poterlo fare: «Ma io no, io non potevo calpestarla, l’ombra mia.»
L’ombra rappresenta ciò che resta di un uomo privato del suo posto nel mondo: un corpo che si muove, ma senza consistenza. Quando torna in treno verso Miragno, Mattia ne trae la conclusione con un’altra immagine, quella dell’albero: «Come mi ero illuso che potesse vivere un tronco reciso dalle sue radici?»
Il caso e la fortuna
Tutta la vicenda nasce da una serie di coincidenze. Mattia arriva a Montecarlo per caso, vince per caso, legge per caso la notizia della propria morte. La roulette diventa il simbolo di questo potere cieco: nel capitolo 6 i giocatori guardano la pallina come una divinità capricciosa e la implorano, «Dove a te piaccia, dove a te piaccia di cadere, graziosa pallottola d’avorio, nostra dea crudele!»
Mattia crede di poter usare la fortuna a proprio vantaggio, e nel capitolo 8 decide di cambiare vita anche «per obbedire alla Fortuna». Ma il caso che lo ha liberato è lo stesso che poi lo imprigiona, e il romanzo mostra quanto sia fragile un’esistenza costruita su un colpo di fortuna.
Il cielo di carta
Nel romanzo la crisi dell’identità si allarga a una crisi di tutte le certezze. Già nella seconda premessa Mattia ripete il suo ritornello, «Maledetto sia Copernico!», perché la scoperta che la terra non è al centro dell’universo ha tolto importanza alle vicende umane. Il filosofo dilettante Anselmo Paleari aggiunge due immagini celebri. Nel capitolo 12 immagina che durante una rappresentazione di marionette si strappi il cielo di carta del teatrino: Oreste, turbato da quel buco, «diventerebbe Amleto», cioè un eroe moderno pieno di dubbi.
Nel capitolo 13 Paleari espone la sua filosofia del lanternino: ogni uomo porta in sé un sentimento della vita simile a una piccola luce, «un lanternino che ci fa vedere sperduti su la terra, e ci fa vedere il male e il bene». Fuori da quel cerchio di luce c’è il buio, e le grandi idee che hanno guidato gli uomini sono lanterne sempre più deboli. Sono pagine che uniscono il comico e il tragico, e che anticipano le idee del saggio L’umorismo.