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Riassunto

Riassunto: Il fu Mattia Pascal

Cosa succede

Il romanzo è il racconto in prima persona di Mattia Pascal, che scrive la sua storia su consiglio dell’amico don Eligio Pellegrinotto, nella chiesetta sconsacrata di Miragno che ospita la biblioteca lasciata al Comune da un monsignore. Nelle due premesse (capitoli 1 e 2) avverte il lettore che il suo caso è «assai più strano e diverso» di qualunque altro, e riflette sul senso di scrivere libri in un mondo in cui l’uomo, dopo Copernico, non è più al centro dell’universo.

Nei capitoli 3-5 Mattia ripercorre la giovinezza. Il padre, morto quando lui era bambino, ha lasciato alla famiglia un buon patrimonio, che l’amministratore Batta Malagna, detto la talpa, divora a proprio vantaggio approfittando dell’ingenuità della madre. Mattia e il fratello Berto crescono scioperati. Presto Mattia si trova coinvolto in una doppia avventura: aspettano un figlio da lui sia Oliva, la giovane moglie del Malagna, sia Romilda, una parente dello stesso Malagna, che è costretto a sposare. La vita in casa con la suocera, la vedova Pescatore, è un inferno; il patrimonio si riduce a nulla, e Mattia ottiene, con l’aiuto dell’amico Pomino, un misero posto di bibliotecario. Poco dopo gli muoiono, nello stesso giorno, la madre e la bambina che aveva avuto da Romilda.

Disperato, nel capitolo 6 Mattia fugge da Miragno con cinquecento lire mandate dal fratello, deciso a imbarcarsi per l’America, ma capita per caso al casinò di Montecarlo e in pochi giorni vince alla roulette una somma enorme. Sulla via del ritorno (capitolo 7) legge su un giornale che nella gora del mulino della Stia, il suo podere, è stato ripescato il cadavere di un uomo riconosciuto come Mattia Pascal. Decide allora di approfittare dell’equivoco: per tutti è morto, e dunque è libero.

Nei capitoli 8 e 9 si costruisce una nuova identità, quella di Adriano Meis. Si rade la barba, cambia il modo di vestire e di pettinarsi, e viaggia a lungo per l’Italia e all’estero. Presto però la libertà comincia a pesargli: senza documenti non può avere una casa, un lavoro, dei legami, e si sente condannato a restare per sempre un forestiere.

Nel capitolo 10 si stabilisce a Roma, in una camera d’affitto nella casa di Anselmo Paleari, un vecchio stravagante appassionato di spiritismo e di filosofia, che vive con la figlia Adriana, dolce e religiosa, con il genero Terenzio Papiano, vedovo di un’altra figlia, e con la signorina Silvia Caporale. Adriano si innamora di Adriana ed è ricambiato, ma Papiano, che vuole sposare la cognata, lo guarda con sospetto. Paleari gli espone le sue teorie, dallo strappo nel cielo di carta alla filosofia del lanternino (capitoli 12 e 13), mentre Adriano si fa operare l’occhio strabico e resta per quaranta giorni al buio.

Dopo una seduta spiritica in cui Papiano e il fratello Scipione organizzano i loro trucchi (capitolo 14), Adriano scopre che gli sono state rubate dodicimila lire. Sa che il ladro è Papiano, ma non può denunciarlo, perché un’indagine rivelerebbe che Adriano Meis non esiste (capitoli 15 e 16). Nemmeno il suo onore può difendere: quando il pittore spagnolo Bernaldez lo offende e lui cerca due padrini per il duello, gli ufficiali a cui si rivolge vogliono sapere chi sia e lo deridono. Allora, di notte, lascia sul parapetto di un ponte sul Tevere il cappello e il bastone con un biglietto firmato Adriano Meis, e scompare: anche la seconda identità finisce con un finto suicidio.

Nel capitolo 17 Mattia torna verso il paese, deciso a riprendersi il nome e a vendicarsi. A Miragno (capitolo 18) scopre però che Romilda si è risposata con Pomino e ha avuto da lui una figlia. Rinuncia a pretendere la moglie e si adatta a una vita ai margini: nessuno lo riconosce più, torna tra i libri della vecchia biblioteca e ogni tanto porta dei fiori sulla tomba dell’ignoto sepolto con il suo nome. A chi gli chiede chi sia, risponde: «Io sono il fu Mattia Pascal.»

In appendice, l’Avvertenza sugli scrupoli della fantasia, aggiunta da Pirandello in una ristampa successiva, risponde a chi aveva giudicato inverosimile la vicenda, citando un caso di cronaca simile a quello di Mattia.

Perché è importante

Pubblicato nel 1904, Il fu Mattia Pascal è il primo grande romanzo di Pirandello e il libro in cui prendono forma i temi che domineranno la sua opera. La vicenda è un esperimento: che cosa accade a un uomo che si libera, per caso, di tutti i vincoli sociali, dal nome allo stato civile, dalla famiglia al passato? La risposta è amara. Fuori dalle forme che la società impone non si può vivere, e la libertà assoluta si rivela una condizione di solitudine e di non esistenza.

Il racconto in prima persona, retrospettivo e pieno di digressioni, permette a Mattia di commentare continuamente la propria storia con un tono insieme comico e doloroso. Le riflessioni affidate a Paleari, come quella sullo strappo nel cielo di carta o sul lanternino che ciascuno porta con sé, anticipano la poetica che Pirandello esporrà nel saggio L’umorismo: la capacità di cogliere, nella stessa situazione, il ridicolo e la pena.

Il romanzo segna anche un distacco dal naturalismo. La trama si fonda su coincidenze clamorose e su un caso quasi impossibile, e l’Avvertenza finale rivendica proprio questo diritto dell’arte a raccontare le assurdità della vita, che «non hanno bisogno di parer verosimili, perché sono vere».

Passi da ricordare

«Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal.» L’inizio del capitolo 1 introduce subito il tema del nome come unica, fragile certezza dell’identità.

«Ah, un pajo d’ali! Come mi sentivo leggero!» Nel capitolo 8 Mattia vive con euforia i primi giorni della nuova vita, credendo di aver conquistato la libertà.

«Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.» Nel capitolo 12 Paleari spiega che l’uomo moderno, come Amleto, ha perso le certezze che guidavano gli eroi antichi.

«Come mi ero illuso che potesse vivere un tronco reciso dalle sue radici?» Nel capitolo 17, in treno verso casa, Mattia riconosce il fallimento del suo esperimento di libertà.

«Io sono il fu Mattia Pascal.» L’ultima frase del capitolo 18 riprende e rovescia l’inizio del romanzo: il nome, ora, appartiene a un morto.