Terenzio Papiano è il genero di Anselmo Paleari: ha sposato la figlia Rita, morta da sei mesi senza lasciare figli, e vive in casa del suocero con il fratello Scipione, epilettico. Lavora come segretario del marchese Giglio d’Auletta, un nobile napoletano fedele ai Borboni, e quando Adriano Meis prende in affitto la camera si trova a Napoli per copiare documenti d’archivio. Ha circa quarant’anni, è alto e robusto, con grossi baffi brizzolati, un gran naso e «occhi grigi, acuti e irrequieti come le mani. Vedeva tutto e toccava tutto.» Parla moltissimo, con inflessioni da attore dilettante, e si mostra servile e cerimonioso.
Dietro le buone maniere, Papiano è un truffatore. Si è fatto affidare dalla signorina Caporale, di cui secondo Adriano è l’amante, le seimila lire ricavate dalla vendita dei suoi mobili, che sono sparite. Deve inoltre restituire al suocero la dote della moglie morta e, per non farlo, vuole sposare la cognata Adriana, che lo teme. L’arrivo del nuovo inquilino minaccia il suo piano, e Papiano cerca in ogni modo di allontanarlo da Adriana, anche presentandogli Pepita Pantogada, nipote del marchese. Organizza nella camera di Adriano le sedute spiritiche, con la Caporale come medium, e Adriano è certo che sia stato lui, con l’aiuto del fratello e approfittando del buio, a sottrargli dallo stipetto dodicimila lire.
Quando Adriana, contro la promessa fatta, rivela il furto al padre, Papiano si prepara a far ricadere la colpa su Scipione. Adriano, che senza documenti non può rivolgersi alla polizia, dichiara invece di aver ritrovato il denaro: Papiano, terreo, scoppia in un pianto sincero, annuncia che partirà per Napoli, dove farà ricoverare il fratello, e promette di tornare presto. Poco dopo è lui a consigliare ad Adriano, schiaffeggiato dal pittore Bernaldez, di cercare due ufficiali come padrini, spingendolo verso la scoperta della propria impotenza. Mattia vede in lui il modello delle marionette che vivono tranquille sotto un cielo di carta intatto: un uomo che si indigna sinceramente per le truffe altrui e intanto, grazie al «privilegiato congegno della sua coscienza», ne commette di simili senza alcun turbamento.