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Riassunto

Riassunto: Il Giorno

Cosa succede

Il Giorno è un poemetto in endecasillabi sciolti in cui un precettore insegna a un giovane nobile milanese, il «Giovin Signore», come trascorrere la giornata tra i riti dell’alta società. Il testo comprende le due parti pubblicate da Parini, Il Mattino (1763) e Il Mezzogiorno (1765), e la redazione successiva, in cui l’autore volle fondere l’opera in un unico poema in quattro parti: Il Mattino rivisto, Il Meriggio, Il Vespro e La Notte, queste ultime rimaste incompiute. Le versioni rivedute riprendono gli stessi episodi con molte correzioni.

Il Mattino si apre con una dedica in prosa alla Moda, la dea che avrebbe saputo «debellar la ghiacciata Ragione, il pedante Buon Senso e l’Ordine seccaginoso». Nei primi versi il precettore si presenta e promette di insegnare al giovane come far passare le sue giornate noiose. All’alba il contadino va nei campi e il fabbro riapre la bottega, ma quello non è il mattino del signore, che dorme fino a tardi dopo una notte di teatro, gioco e cene. Al risveglio i servi aprono le imposte, lui sbadiglia e sceglie tra cioccolata e caffè, e il precettore giustifica con finta ammirazione perfino le stragi di Cortés e Pizarro, che hanno portato in Europa quelle delizie. Arrivano il maestro di ballo, quello di canto, il violinista e il maestro di francese. Il precettore sconsiglia le nozze e spiega con un mito, la divisione dei regni tra Amore e Imene, l’usanza che assegna a ogni giovane nobile una dama sposata da accompagnare (vv. 314-392). Segue la lunga cerimonia della toeletta: il parrucchiere, i libri francesi alla moda sfogliati mentre si viene pettinati, il merciaio, il pittore di ritratti in miniatura, la cipria gettata sui capelli come in una battaglia, la vestizione, la spada e decine di piccoli oggetti. Infine il signore sale in carrozza e la folla deve farsi da parte, se non vuole finire sotto le ruote (vv. 1075-1084).

Il Mezzogiorno porta il giovane a pranzo in casa della sua dama. Il marito accoglie tutti con un sorriso tranquillo, e il precettore loda i mariti del suo secolo, liberi dalla gelosia feroce degli antenati. A tavola il signore deve mostrarsi premuroso con la dama, stuzzicarla con qualche piccolo litigio d’amore e trinciare con eleganza. La conversazione passa dalle grida in lode del commercio alle idee dei filosofi francesi. Un commensale che non mangia carne, seguace di Pitagora, parla della pietà per gli animali (vv. 482-509), e alla dama torna in mente il giorno in cui la sua cagnolina, la «vergine cuccia», morse un servo e ne ricevette un calcio: il servo, dopo vent’anni di servizio, fu cacciato e ridotto a mendicare con la famiglia (vv. 517-556). Dopo il caffè e i progetti per la passeggiata in carrozza, la parte si chiude con la favola di Mercurio, che suggerisce a un innamorato un gioco di dadi così rumoroso da assordare il marito geloso (vv. 1110-1194).

Il Vespro comincia al tramonto: il sole, che per tutto il giorno ha visto soltanto mietitori, facchini e barcaioli al lavoro, può finalmente vedere il signore. La dama affida la cagnolina alle ancelle e la coppia esce. Il precettore descrive la nuova amicizia dei nobili: invece di assistere un amico malato, il giovane gli fa lasciare alla porta un biglietto con il suo nome, e l’amico lo legge commosso e si riaddormenta (vv. 115-180). Segue la visita a un’amica della dama, che il giorno prima ha avuto una crisi di nervi di cui tutta la città parla; le due donne si abbracciano e intanto si scambiano frecciate, agitando i ventagli come guerriere dei poemi cavallereschi (vv. 270-303). Il frammento si interrompe sulla nascita dell’erede di una grande famiglia, annunciata da messaggeri e celebrata da una folla di poeti.

La Notte si apre con un’invocazione alla notte, che un tempo era buia e piena di paure, quando gli antenati andavano a dormire presto per lavorare all’alba, mentre ora è illuminata da Amore e dai geni del gioco e del lusso. Il precettore accompagna la coppia a una veglia nel palazzo di una nobildonna: descrive le stanze dei servi e il salone, racconta il mito del canapè, inventato da Amore per gli amanti e poi occupato dalla Noia e dal Puntiglio (vv. 276-350), e passa in rassegna gli invitati, ognuno con la sua mania: chi schiocca la frusta, chi imita il corno dei corrieri, chi passa la vita al caffè, chi vive tra i cavalli, chi sfila un arazzo filo per filo (vv. 351-455). La padrona di casa distribuisce con astuzia i tavoli da gioco, e il testo si interrompe mentre le partite cominciano.

Perché è importante

La forza del Giorno sta nell’ironia. Il precettore non condanna mai apertamente il suo allievo: lo loda, lo consiglia, lo paragona agli eroi dell’epica e agli dèi, e proprio questa ammirazione esagerata rivela la vuotezza di ciò che descrive. Parini usa la forma del poema didascalico, lo stile alto della tradizione classica, le similitudini mitologiche e un lessico ricercato per raccontare gesti banali come uno sbadiglio o la scelta di un profumo. Il contrasto tra la solennità del verso e la futilità degli argomenti produce la satira, rafforzata dal confronto continuo tra il giovane ozioso e chi lavora, tra il nipote effeminato e gli antenati guerrieri.

Il poemetto nasce nella Milano dell’illuminismo lombardo, in cui si discuteva di utilità sociale, di commercio e di riforme. Parini, di origini modeste, conobbe da vicino l’aristocrazia come precettore in case nobili, e ne critica non tanto l’esistenza quanto l’inutilità: l’ozio, il lusso, il servilismo verso le mode francesi, il matrimonio d’interesse accompagnato dal cavalier servente, la crudeltà verso i servi. La sua non è una proposta rivoluzionaria, ma un richiamo morale a una nobiltà che dovrebbe meritare i propri privilegi.

La lunga elaborazione, durata fino alla morte dell’autore, e le due redazioni mostrano un lavoro continuo sullo stile e sulla struttura. Rimasto incompiuto, Il Giorno è diventato il modello della satira civile in versi, e la figura di Parini come poeta severo e moralmente libero fu celebrata dalla generazione successiva, a partire da Foscolo nei Sepolcri.

Passi da ricordare

«Giovin Signore, o a te scenda per lungo / Di magnanimi lombi ordine il sangue / Purissimo celeste» Con questi versi (vv. 2-4 del Mattino) si apre il poemetto, e l’omaggio alla nobile stirpe del giovane suona subito ironico.

«Apriti, o vulgo, / E cedi il passo al trono ove s’asside / Il mio Signore» Nei vv. 1075-1077 del Mattino la carrozza del signore si fa largo tra la folla, che rischia di essere travolta.

«e tu, vergine cuccia, idol placato / da le vittime umane, isti superba» Nei vv. 555-556 del Mezzogiorno si chiude l’episodio della cagnolina, un idolo a cui viene sacrificata la vita di un servo.

«Or colui veggia / che da tutti servito a nullo serve» Nei vv. 24-25 del Vespro il sole, dopo aver visto tutto il giorno i lavoratori, contempla il nobile che non è utile a nessuno.

«ove l’inclite mogli, a cui beata / rendon la vita titoli distinti, / sbadigliano distinte» Nei vv. 344-346 della Notte il canapè della veglia diventa il trono della noia aristocratica.