Il precettore e l’ironia
Nel Giorno parla un precettore che si presenta come maestro di buone maniere: «Me Precettor d’amabil rito ascolta» (Il Mattino, v. 8). Non critica mai il suo allievo, anzi lo esalta, e la satira nasce proprio dalla distanza tra le sue lodi e la realtà che descrive. È il procedimento dell’antifrasi: dire il contrario di ciò che si pensa, in modo che il lettore capisca.
Lo strumento principale è il paragone con l’epica. Mentre i valletti vestono il signore, il precettore li invita a preparare «Al mio divino Achille, al mio Rinaldo / L’armi» (Il Mattino, vv. 253-254); quando il giovane si getta nella nuvola di cipria, lo incoraggia con «Oh bravo! oh forte! / Tale il grand’Avo tuo tra ’l fumo e ’l foco / Orribile di Marte» (Il Mattino, vv. 781-783). Il confronto con l’antenato guerriero rende ridicolo il nipote.
L’ozio dei nobili
Il problema del giovane signore non è la fatica, ma il vuoto. Fin dai primi versi il precettore promette di insegnargli «Come ingannar questi noiosi e lenti / Giorni di vita, cui sí lungo tedio / E fastidio insoffribile accompagna» (Il Mattino, vv. 9-11). Tutta la giornata è una serie di riti inutili, dalla toeletta che dura ore alle visite, dai pranzi ai giochi di carte.
Nella Notte questa noia prende la forma di due personaggi allegorici, che hanno conquistato il canapè dei salotti: «Avvi due Genii / fastidiosi e tristi, a cui dier vita / l’Ozio e la Vanità» (vv. 324-326). Chiamati Puntiglio e Noia, fanno sbadigliare le dame più illustri e trasformano la festa in una prigione dorata.
La fatica del popolo
All’ozio dei nobili Parini contrappone il lavoro di chi li mantiene. Il contadino si alza all’alba, il fabbro riapre la bottega, e mentre il signore aspetta notizie della sua dama «il buon cultore / Suda, e incallisce al vomere la mano, / Lieto che i suoi sudor ti fruttin poi / Dorati cocchi, e peregrine mense» (Il Mattino, vv. 463-466). L’aggettivo «lieto» è ironico: il contadino non lavora certo con gioia per il lusso altrui.
Nel Vespro è il sole a fare il confronto: per tutto il giorno non ha visto altro «che di falcato mietitore i fianchi / su le campagne tue piegati e lassi» (vv. 14-15), insieme a muratori, carrettieri e barcaioli. Il contrasto rivela il principio illuministico che regge il poemetto: vale chi è utile alla società.
Crudeltà e privilegio
Dietro la grazia dei modi si nasconde una profonda indifferenza verso gli altri. Il precettore giustifica il piacere della cioccolata e del caffè ricordando la conquista dell’America, e trova giusto che «Cortes e Pizzarro umano sangue / Non istimâr quel ch’oltre l’Oceàno / Scorrea le umane membra» (Il Mattino, vv. 151-153). Allo stesso modo la carrozza del signore può travolgere i passanti senza che nessuno se ne preoccupi.
L’episodio più noto è quello della «vergine cuccia» nel Mezzogiorno. Per un calcio dato alla cagnolina che lo aveva morso, un servo perde tutto: «L’empio servo tremò; con gli occhi al suolo / udí la sua condanna. A lui non valse / merito quadrilustre» (vv. 542-544). La pietà delle dame va all’animale, mentre l’uomo finisce a mendicare con la moglie e i figli.
Il cavalier servente
Nel mondo del Giorno il matrimonio è un affare di famiglia, deciso contando l’oro e i titoli, e l’amore si cerca altrove. Il precettore sconsiglia al giovane le nozze, ma gli assegna una compagna secondo le regole del bel mondo: «Pèra dunque chi a te nozze consiglia, / Ma non però senza compagna andrai, / Che fia giovane dama, e d’altrui sposa» (Il Mattino, vv. 309-311). Da allora la «pudica d’altrui Sposa» torna come un ritornello in tutto il poemetto.
Anche i mariti accettano la situazione con un sorriso. Nel Mezzogiorno il precettore finge di rallegrarsi del progresso dei costumi: «O tre fiate avventurosi e quattro, / voi del nostro buon secolo mariti, / quanto diversi da’ vostr’avi!» (vv. 162-164). La gelosia degli antenati era violenta, ma l’indifferenza dei moderni non è migliore.
La moda straniera
La vera divinità del Giorno è la Moda, a cui Parini dedica il Mattino con finta devozione, lodandola perché «hai sciolto dagli antichissimi lacci questo tuo secolo avventurato». Il giovane veste alla francese, legge i libri francesi più in voga e disprezza la propria lingua: all’arrivo del maestro di francese «l’itale voci / Tronche cedano il campo al lor tiranno» (Il Mattino, vv. 191-192).
Con la moda arriva il lusso, che il merciaio celebra come nuovo padrone delle arti: «Il Lusso, il Lusso / Oggi sol puote dal ferace corno / Versar su l’arti a lui vassalle applausi» (Il Mattino, vv. 668-670). Parini non rifiuta il progresso, ma denuncia una ricchezza spesa in oggetti inutili invece che nel bene comune.