Libri di dominio pubblico

Orlando furioso

Canto 20

1152 versicirca 72 minuti

1Le donne antique hanno mirabil cosefatto ne l’arme e ne le sacre muse;e di lor opre belle e glorïosegran lume in tutto il mondo si diffuse.Arpalice e Camilla son famose,perché in battaglia erano esperte et use;Safo e Corinna, perché furon dotte,splendono illustri, e mai non veggon notte.
2Le donne son venute in eccellenzadi ciascun’arte ove hanno posto cura;e qualunque all’istorie abbia avvertenza,ne sente ancor la fama non oscura.Se ’l mondo n’è gran tempo stato senza,non però sempre il mal influsso dura;e forse ascosi han lor debiti onoril’invidia o il non saper degli scrittori.
3Ben mi par di veder ch’al secol nostrotanta virtú fra belle donne emerga,che può dare opra a carte et ad inchiostro,perché nei futuri anni si disperga,e perché, odiose lingue, il mal dir vostrocon vostra eterna infamia si sommerga:e le lor lode appariranno in guisa,che di gran lunga avanzeran Marfisa.
4Or pur tornando a lei, questa donzellaal cavallier che l’usò cortesia,de l’esser suo non niega dar novella,quando esso a lei voglia contar chi sia.Sbrigossi tosto del suo debito ella:tanto il nome di lui saper disia.— Io son (disse) Marfisa:— e fu assai questo;che si sapea per tutto ’l mondo il resto.
5L’altro comincia, poi che tocca a lui,con piú proemio a darle di sé conto,dicendo: — Io credo che ciascun di vuiabbia de la mia stirpe il nome in pronto;che non pur Francia e Spagna e i vicin sui,ma l’India, l’Etïopia e il freddo Pontohan chiara cognizion di Chiaramonte,onde uscí il cavallier ch’uccise Almonte,
6e quel ch’a Chiarïello e al re Mambrinodiede la morte, e il regno lor disfece.Di questo sangue, dove ne l’Eusinol‘Istro ne vien con otto corna o diece,al duca Amone, il qual giá peregrinovi capitò, la madre mia mi fece:e l’anno è ormai ch’io la lasciai dolente,per gire in Francia a ritrovar mia gente.
7Ma non potei finire il mio vïaggio,che qua mi spinse un tempestoso Noto.Son dieci mesi o piú che stanza v’aggio,che tutti i giorni e tutte l’ore noto.Nominato son io Guidon Selvaggio,di poca pruova ancora e poco noto.Uccisi qui Argilon da Melibeacon dieci cavallier che seco avea.
8Feci la pruova ancor de le donzelle:cosí n’ho diece a’ miei piaceri allato;et alla scelta mia son le piú belle,e son le piú gentil di questo stato.E queste reggo e tutte l’altre; ch’elledi sé m’hanno governo e scettro dato:cosí daranno a qualunque altro arridaFortuna sí, che la decina ancida. —
9I cavallier domandano a Guidone,com’ha sí pochi maschi il tenitoro;e s’alle moglie hanno suggezïone,come esse l’han negli altri lochi a loro.Disse Guidon: — Piú volte la cagioneudita n’ho da poi che qui dimoro;e vi sará, secondo ch’io l’ho udita,da me, poi che v’aggrada, riferita.
10Al tempo che tornâr dopo anni ventida Troia i Greci (che durò l’assediodieci, e dieci altri da contrari ventifuro agitati in mar con troppo tedio),trovâr che le lor donne agli tormentidi tanta absenzia avean preso rimedio:tutte s’avean gioveni amanti eletti,per non si raffreddar sole nei letti.
11Le case lor trovaro i Greci pienede l’altrui figli; e per parer communeperdonano alle mogli, che san beneche tanto non potean viver digiune:ma ai figli degli adulteri convienealtrove procacciarsi altre fortune;che tolerar non vogliono i maritiche piú alle spese lor sieno notriti.
12Sono altri esposti, altri tenuti occultida le lor madri e sostenuti in vita.In varie squadre quei ch’erano adultiferon, chi qua chi lá, tutti partita.Per altri l’arme son, per altri cultigli studi e l’arti; altri la terra trita;serve altri in corte; altri è guardian di gregge,come piace a colei che qua giú regge.
13Partí fra gli altri un giovinetto, figliodi Clitemnestra, la crudel regina,di diciotto anni, fresco come un giglio,o rosa colta allor di su la spina.Questi, armato un suo legno, a dar di pigliosi pose e a depredar per la marinain compagnia di cento giovinettidel tempo suo, per tutta Grecia eletti.
14I Cretesi in quel tempo, che cacciatoil crudo Idomeneo del regno aveano,e per assicurarsi il nuovo stato,d’uomini e d’arme adunazion faceano;fêro con bon stipendio lor soldatoFalanto (cosí al giovine diceano),e lui con tutti quei che seco avea,poser per guardia alla cittá Dictea.
15Fra cento alme cittá ch’erano in Creta,Dictea piú ricca e piú piacevol era,di belle donne et amorose lieta,lieta di giochi da matino a sera:e com’era ogni tempo consuetad’accarezzar la gente forestiera,fe’ a costor sí, che molto non rimasea fargli anco signor de le lor case.
16Eran gioveni tutti e belli affatto(che ’l fior di Grecia avea Falanto eletto):sí ch’alle belle donne, al primo trattoche v’apparîr, trassero i cor del petto.Poi che non men che belli, ancora in fattosi dimostrâr buoni e gagliardi al letto,si fêro ad esse in pochi dí sí grati,che sopra ogn’altro ben n’erano amati.
17Finita che d’accordo è poi la guerraper cui stato Falanto era condutto,e lo stipendio militar si serra,sí che non v’hanno i gioveni piú frutto,e per questo lasciar voglion la terra;fan le donne di Creta maggior lutto,e per ciò versati piú dirotti pianti,che se i lor padri avesson morti avanti.
17Da le lor donne i gioveni assai fôro,ciascun per sé, di rimaner pregati:né volendo restare, esse con loron’andâr, lasciando e padri e figli e frati,di ricche gemme e di gran summa d’oroavendo i lor dimestici spogliati;che la pratica fu tanto secreta,che non sentí la fuga uomo di Creta.
19Sí fu propizio il vento, sí fu l’oracommoda, che Falanto a fuggir colse,che molte miglia erano usciti fuora,quando del danno suo Creta si dolse.Poi questa spiaggia, inabitata allora,trascorsi per fortuna li raccolse.Qui si posaro, e qui sicuri tuttimeglio del furto lor videro i frutti.
20Questa lor fu per dieci giorni stanzadi piaceri amorosi tutta piena.Ma come spesso avvien, che l’abondanzaseco in cor giovenil fastidio mena,tutti d’accordo fur di restar sanzafemine, e liberarsi di tal pena;che non è soma da portar sí grave,come aver donna, quando a noia s’have.
21Essi che di guadagno e di rapineeran bramosi, e di dispendio parchi,vider ch’a pascer tante concubine,d’altro che d’aste avean bisogno e d’archi:sí che sole lasciâr qui le meschine,e se n’andâr di lor ricchezze carchilá dove in Puglia in ripa al mar poi sentoch’edificâr la terra di Tarento.
22Le donne, che si videro traditedai loro amanti in che piú fede aveano,restâr per alcun dí sí sbigotite,che statue immote in lito al mar pareano.Visto poi che da gridi e da infinitelacrime alcun profitto non traeano,a pensar cominciaro e ad aver curacome aiutarsi in tanta lor sciagura.
23E proponendo in mezzo i lor pareri,altre diceano: in Creta è da tornarsi;e piú tosto all’arbitrio de’ severipadri e d’offesi lor mariti darsi,che nei deserti liti e boschi fieri,di disagio e di fame consumarsi.Altre dicean che lor saria piú onestoaffogarsi nel mar, che mai far questo;
24e che manco mal era meretriciandar pel mondo, andar mendiche o schiave,che se stesse offerire agli supplicidi ch’eran degne l’opere lor prave.Questi e simil partiti le infelicisi proponean, ciascun piú duro e grave.Tra loro al fine una Orontea levosse,ch’origine traea dal re Minosse;
25la piú gioven de l’altre e la piú bellae la piú accorta, e ch’avea meno errato:amato avea Falanto, e a lui pulzelladatasi, e per lui il padre avea lasciato.Costei mostrando in viso et in favellail magnanimo cor d’ira infiammato,redarguendo di tutte altre il detto,suo parer disse, e fe’ seguirne effetto.
26Di questa terra a lei non parve tôrsi,che conobbe feconda e d’aria sana,e di limpidi fiumi aver discorsi,di selve opaca, e la piú parte piana;con porti e foci, ove dal mar ricorsiper ria fortuna avea la gente estrana,ch’or d’Africa portava, ora d’Egittocose diverse e necessarie al vitto.
27Qui parve a lei fermarsi, e far vendettadel viril sesso che le avea sí offese:vuol ch’ogni nave, che da venti astrettaa pigliar venga porto in suo paese,a sacco, a sangue, a fuoco al fin si metta;né de la vita a un sol si sia cortese.Cosí fu detto e cosí fu concluso,e fu fatta la legge e messa in uso.
28Come turbar l’aria sentiano, armatele femine correan su la marina,da l’implacabile Orontea guidate,che diè lor legge e si fe’ lor regina:e de le navi ai liti lor cacciatefaceano incendi orribili e rapina,uom non lasciando vivo, che novelladar ne potesse o in questa parte o in quella.
29Cosí solinghe vissero qualch’anno,aspre nimiche del sesso virile:ma conobbero poi, che ’l proprio dannoprocaccierian, se non mutavan stile;che se di lor propagine non fanno,sará lor legge in breve irrita e vile,e mancherá con l’infecondo regno,dove di farla eterna era il disegno.
30Sí che, temprando il suo rigore un poco,scelsero, in spazio di quattro anni interi,di quanti capitaro in questo locodieci belli e gagliardi cavallieri,che per durar ne l’amoroso giococontr’esse cento fosser buon guerrieri.Esse in tutto eran cento; e statuitoad ogni lor decina fu un marito.
31Prima ne fur decapitati moltiche riusciro al paragon mal forti.Or questi dieci a buona pruova tolti,del letto e del governo ebbon consorti;facendo lor giurar che, se piú coltialtri uomini verriano in questi porti,essi sarian che, spenta ogni pietade,li porriano ugualmente a fil di spade.
32Ad ingrossare, et a figliar appressole donne, indi a temere incominciaroche tanti nascerian del viril sesso,che contra lor non avrian poi riparo;e al fine in man degli uomini rimessosaria il governo ch’elle avean sí caro:sí ch’ordinâr, mentre eran gli anni imbelli,far sí, che mai non fosson lor ribelli.
33Acciò il sesso viril non le soggioghi,uno ogni madre vuol la legge orrenda,che tenga seco; gli altri, o li suffoghi,o fuor del regno li permuti o venda.Ne mandano per questo in varii luoghi:e a chi gli porta dicono che prendafemine, se a baratto aver ne puote;se non, non torni almen con le man vòte.
34Né uno ancora alleverian, se senzapotesson fare, e mantenere il gregge.Questa è quanta pietá, quanta clemenzapiú ai suoi ch’agli altri usa l’iniqua legge:gli altri condannan con ugual sentenza;e solamente in questo si corregge,che non vuol che, secondo il primiero uso,le femine gli uccidano in confuso.
35Se dieci o venti o piú persone a un trattovi fosser giunte, in carcere eran messe:e d’una al giorno, e non di piú, era trattoil capo a sorte, che perir dovessenel tempio orrendo ch’Orontea avea fatto,dove un altare alla Vendetta eresse;e dato all’un de’ dieci il crudo ufficioper sorte era di farne sacrificio.
36Dopo molt’anni alle ripe omicidea dar venne di capo un giovinetto,la cui stirpe scendea dal buono Alcide,di gran valor ne l’arme, Elbanio detto.Qui preso fu, ch’a pena se n’avide,come quel che venía senza sospetto;e con gran guardia in stretta parte chiuso,con gli altri era serbato al crudel uso.
37Di viso era costui bello e giocondo,e di maniere e di costumi ornato,e di parlar sí dolce e sí facondo,ch’un aspe volentier l’avria ascoltato:sí che, come di cosa rara al mondo,de l’esser suo fu tosto rapportatoad Alessandra figlia d’Orontea,che di molt’anni grave anco vivea.
38Orontea vivea ancora; e giá mancatetutt’eran l’altre ch’abitâr qui prima:e diece tante e piú n’erano nate,e in forza eran cresciute e in maggior stima;né tra diece fucine che serratestavan pur spesso, avean piú d’una lima;e dieci cavallieri anco avean curadi dare a chi venía fiera aventura.
39Alessandra, bramosa di vedereil giovinetto ch’avea tante lode,da la sua matre in singular piacereimpetra sí, ch’Elbanio vede et ode;e quando vuol partirne, rimaneresi sente il core ove è ch’il punge e rode:legar si sente e non sa far contesa,e al fin dal suo prigion si trova presa.
40Elbanio disse a lei: — Se di pietades’avesse, donna, qui notizia ancora,come se n’ha per tutt’altre contrade,dovunque il vago sol luce e colora;io vi osarei, per vostr’alma beltadech’ogn’animo gentil di sé inamora,chiedervi in don la vita mia, che poisaria ognor presto a spenderla per voi.
41Or quando fuor d’ogni ragion qui sonoprivi d’umanitade i cori umani,non vi domanderò la vita in dono,che i prieghi miei so ben che sarian vanima che da cavalliero, o tristo o buonoch’io sia, possi morir con l’arme in manie non come dannato per giudicio,o come animal bruto in sacrificio. —
42Alessandra gentil, ch’umidi avea,per la pietá del giovinetto, i rai,rispose: — Ancor che piú crudele e reasia questa terra, ch’altra fosse mai;non concedo però che qui Medeaogni femina sia, come tu fai:e quando ogn’altra cosí fosse ancora,me sola di tant’altre io vo’ trar fuora.
43E se ben per adietro io fossi stataempia e crudel, come qui sono tante,dir posso che suggetto ove mostrataper me fosse pietá, non ebbi avante.Ma ben sarei di tigre piú arrabbiata,e piú duro avre’ il cor che di diamante,se non m’avesse tolto ogni durezzatua beltá, tuo valor, tua gentilezza.
44Così non fosse la legge piú forte,che contra i peregrini è statuita,come io non schiverei con la mia mortedi ricomprar la tua piú degna vita.Ma non è grado qui di sí gran sorte,che ti potesse dar libera aita;e quel che chiedi ancor, ben che sia poco,difficile ottener fia in questo loco.
45Pur io vedrò di far che tu l’ottenga,ch’abbi inanzi al morir questo contento:ma mi dubito ben che te n’avenga,tenendo il morir lungo, piú tormento. —Suggiunse Elbanio: — Quando incontra io vengaa dieci armato, di tal cor mi sento,che la vita ho speranza di salvarme,e uccider lor, se tutti fosser arme. —
46Alessandra a quel detto non risposese non un gran sospiro, e dipartisse,e portò nel partir mille amorosepunte nel cor, mai non sanabil, fisse.Venne alla madre, e voluntá le posedi non lasciar che ’l cavallier morisse,quando si dimostrasse cosí forte,che, solo, avesse posto i dieci a morte.
47La regina Orontea fece raccorreil suo consiglio, e disse: — A noi convienesempre il miglior che ritroviamo, porrea guardar nostri porti e nostre arene;e per saper chi ben lasciar, chi tôrre,prova è sempre da far, quando gli avviene;per non patir con nostro danno a torto,che regni il vile, e chi ha valor sia morto.
48A me par, se a voi par, che statuitosia, ch’ogni cavallier per lo avvenire,che fortuna abbia tratto al nostro lito,prima ch’al tempio si faccia morire,possa egli sol, se gli piace il partito,incontra i dieci alla battaglia uscire;e se di tutti vincerli è possente,guardi egli il porto, e seco abbia altra gente.
49Parlo cosí, perché abbián qui un prigioneche par che vincer dieci s’offerisca.Quando, sol, vaglia tante altre persone,dignissimo è, per Dio, che s’esaudisca.Cosí in contrario avrá punizïone,quando vaneggi e temerario ardisca. —Orontea fine al suo parlar qui pose,a cui de le piú antique una rispose:
50— La principal cagion ch’a far disegnosul comercio degli uomini ci mosse,non fu perch’a difender questo regnodel loro aiuto alcun bisogno fosse;che per far questo abbiamo ardire e ingegnoda noi medesme, e a sufficienzia posse:cosí senza sapessimo far anco,che non venisse il propagarci a manco!
51Ma poi che senza lor questo non lece,tolti abbián, ma non tanti, in compagnia,che mai ne sia piú d’uno incontra diece,sí ch’aver di noi possa signoria.Per conciper di lor questo si fece,non che di lor difesa uopo ci sia.La lor prodezza sol ne vaglia in questo,e sieno ignavi e inutili nel resto.
52Tra noi tenere un uom che sia sí forte,contrario è in tutto al principal disegno.Se può un solo a dieci uomini dar morte,quante donne fará stare egli al segno?Se i dieci nostri fosser di tal sorte,il primo dí n’avrebbon tolto il regno.Non è la via di dominar, se vuoipor l’arme in mano a chi può piú di noi.
53Pon mente ancor, che quando cosí aitiFortuna questo tuo, che i dieci uccida,di cento donne che de’ lor maritirimarran prive, sentirai le grida.Se vuol campar, proponga altri partiti,ch’esser di dieci gioveni omicida.Pur, se per far con cento donne è buonoquel che dieci furiano, abbi perdono. —
54Fu d’Artemia crudel questo il parere(cosí avea nome); e non mancò per leidi far nel tempio Elbanio rimanerescannato inanzi agli spietati dèi.Ma la madre Orontea che compiacerevolse alla figlia, replicò a coleialtre et altre ragioni, e modo tenneche nel senato il suo parer s’ottenne.
55L’aver Elbanio di bellezza il vantosopra ogni cavallier che fosse al mondo,fu nei cor de le giovani di tanto,ch’erano in quel consiglio, e di tal pondo,che ’l parer de le vecchie andò da canto,che con Artemia volean far secondol’ordine antiquo; né lontan fu moltoad esser per favore Elbanio assolto.
56Di perdonargli in somma fu concluso,ma poi che la decina avesse spento,e che ne l’altro assalto fosse ad usodi diece donne buono, e non di cento.Di carcer l’altro giorno fu dischiuso;e avuto arme e cavallo a suo talento,contra dieci guerrier, solo, si mise,e l’uno appresso all’altro in piazza uccise.
57Fu la notte seguente a prova messocontra diece donzelle ignudo e solo,dove ebbe all’ardir suo sí buon successo,che fece il saggio di tutto lo stuolo.E questo gli acquistò tal grazia appressoad Orontea, che l’ebbe per figliuolo;e gli diede Alessandra e l’altre novecon ch’avea fatto le notturne prove.
58E lo lasciò con Alessandra bella,che poi diè nome a questa terra, erede,con patto, ch’a servare egli abbia quellalegge, et ogn’altro che da lui succede:che ciascun che giá mai sua fiera stellafará qui por lo sventurato piede,elegger possa, o in sacrificio darsi,o con dieci guerrier, solo, provarsi.
59E se gli avvien che ’l dí gli uomini uccida,la notte con le femine si provi;e quando in questo ancor tanto gli arridala sorte sua, che vincitor si trovi,sia del femineo stuol principe e guida,e la decina a scelta sua rinovi,con la qual regni, fin ch’un altro arrivi,che sia piú forte, e lui di vita privi.
60Appresso a duamila anni il costume empiosi è mantenuto, e si mantiene ancora;e sono pochi giorni che nel tempiouno infelice peregrin non mora.Se contra dieci alcun chiede, ad esempiod’Elbanio, armarsi (che ve n’è talora),spesso la vita al primo assalto lassa;né di mille uno all’altra prova passa.
61Pur ci passano alcuni, ma sí rari,che su le dita annoverar si ponno.Uno di questi fu Argilon: ma guaricon la decina sua non fu qui donno;che cacciandomi qui venti contrari,gli occhi gli chiusi in sempiterno sonno.Cosí fossi io con lui morto quel giorno,prima che viver servo in tanto scorno.
62Che piaceri amorosi e riso e gioco,che suole amar ciascun de la mia etade,le purpure e le gemme e l’aver locoinanzi agli altri ne la sua cittade,potuto hanno, per Dio, mai giovar pocoall’uom che privo sia di libertade:e ’l non poter mai piú di qui levarmi,servitú grave e intolerabil parmi.
63Il vedermi lograr dei miglior anniil piú bel fiore in sí vile opra e molle,tienimi il cor sempre in stimulo e in affanni,et ogni gusto di piacer mi tolle.La fama del mio sangue spiega i vanniper tutto ’l mondo, e fin al ciel s’estolle;che forse buona parte anch’io n’avrei,s’esser potessi coi fratelli miei.
64Parmi ch’ingiuria il mio destin mi faccia,avendomi a sí vil servigio eletto;come chi ne l’armento il destrier caccia,il qual d’occhi o di piedi abbia difetto,o per altro accidente che dispiaccia,sia fatto all’arme e a miglior uso inetto:né sperando io, se non per morte, usciredi sí vil servitú, bramo morire. —
65Guidon qui fine alle parole pose,e maledí quel giorno per isdegno,il qual dei cavallieri e de le sposegli diè vittoria in acquistar quel regno.Astolfo stette a udire, e si nascosetanto, che si fe’ certo a piú d’un segno,che, come detto avea, questo Guidoneera figliol del suo parente Amone.
66Poi gli rispose: — Io sono il duca inglese,il tuo cugino Astolfo; — et abbracciollo,e con atto amorevole e cortese,non senza sparger lagrime, baciollo.— Caro parente mio, non piú palesetua madre ti potea por segno al collo;ch’a farne fede che tu sei de’ nostri,basta il valor che con la spada mostri. —
67Guidon, ch’altrove avria fatto gran festad’aver trovato un sí stretto parente,quivi l’accolse con la faccia mesta,perché fu di vedervilo dolente.Se vive, sa ch’Astolfo schiavo resta,né il termine è piú lá che ’l dí seguente;se fia libero Astolfo, ne more esso:sí che ’l ben d’uno è il mal de l’altro espresso.
68Gli duol che gli altri cavallieri ancoraabbia, vincendo, a far sempre captivi;né piú, quando esso in quel contrasto mora,potrá giovar che servitú lor schivi:che se d’un fango ben gli porta fuora,e poi s’inciampi come all’altro arrivi,avrá lui senza pro vinto Marfisa;ch’essi pur ne fien schiavi, et ella uccisa.
69Da l’altro canto avea l’acerba etade,la cortesia e il valor del giovinettod’amore intenerito e di pietadetanto a Marfisa et ai compagni il petto,che, con morte di lui lor libertadeesser dovendo, avean quasi a dispetto:e se Marfisa non può far con mancoch’uccider lui, vuol essa morir anco.
70Ella disse a Guidon: — Vientene insiemecon noi, ch’a viva forza usciren quinci. —— Deh (rispose Guidon) lascia ogni spemedi mai piú uscirne, o perdi meco o vinci. —Ella suggiunse: — Il mio cor mai non temedi non dar fine a cosa che cominci;né trovar so la piú sicura stradadi quella ove mi sia guida la spada.
71Tal ne la piazza ho il tuo valor provato,che, s’io son teco, ardisco ad ogn’impresa.Quando la turba intorno allo steccatosará domani in sul teatro ascesa,io vo’ che l’uccidian per ogni lato,o vada in fuga o cerchi far difesa,e ch’agli lupi e agli avoltoi del locolasciamo i corpi, e la cittade al fuoco. —
72Suggiunse a lei Guidon: — Tu m’avrai prontoa seguitarti et a morirti a canto,ma vivi rimaner non faccián conto;bastar ne può di vendicarci alquanto:che spesso diecimila in piazza contodel popul feminile, et altretantoresta a guardare e porto e ròcca e mura,né alcuna via d’uscir trovo sicura. —
73Disse Marfisa: — E molto piú sieno elledegli uomini che Serse ebbe giá intorno,e sieno piú de l’anime ribellech’uscîr del ciel con lor perpetuo scorno;se tu sei meco, o almen non sie con quelle,tutte le voglio uccidere in un giorno. —Guidon suggiunse: — Io non ci so via alcunach’a valer n’abbia, se non val quest’una.
74Ne può sola salvar, se ne succede,quest’una ch’io dirò, ch’or mi soviene.Fuor ch’alle donne, uscir non si concede,né metter piede in su le salse arene:e per questo commettermi alla feded’una de le mie donne mi conviene,del cui perfetto amor fatta ho soventepiú pruova ancor, ch’io non farò al presente.
75Non men di me tormi costei disiadi servitú, pur che ne venga meco;che cosí spera, senza compagniade le rivali sue, ch’io viva seco.Ella nel porto o fuste o saettiafará ordinar, mentre è ancor l’aer cieco,che i marinari vostri troverannoacconcia a navigar, come vi vanno.
76Dietro a me tutti in un drappel ristretti,cavallieri, mercanti e galeotti,ch’ad albergarvi sotto a questi tettimeco, vostra mercé, sète ridotti,avrete a farvi amplo sentier coi petti,se del nostro camin siamo interrotti:cosí spero, aiutandoci le spade,ch’io vi trarrò de la crudel cittade. —
77— Tu fa come ti par (disse Marfisa),ch’io son per me d’uscir di qui sicura.Piú facil fia che di mia mano uccisala gente sia, che è dentro a queste mura,che mi veggi fuggire, o in altra guisaalcun possa notar ch’abbi paura.Vo’ uscir di giorno, e sol per forza d’arme;che per ogn’altro modo obbrobrio parme.
78S’io ci fossi per donna conosciuta,so ch’avrei da le donne onore e pregio;e volentieri io ci sarei tenutae tra le prime forse del collegio:ma con costoro essendoci venuta,non ci vo’ d’essi aver piú privilegio.Troppo error fôra ch’io mi stessi o andassilibera, e gli altri in servitú lasciassi. —
79Queste parole et altre seguitando,mostrò Marfisa che ’l rispetto soloch’avea al periglio de’ compagni (quandopotria loro il suo ardir tornare in duolo),la tenea che con alto e memorandosegno d’ardir non assalia lo stuolo:e per questo a Guidon lascia la curad’usar la via che piú gli par sicura.
50Guidon la notte con Aleria parla(cosí avea nome la piú fida moglie),né bisogno gli fu molto pregarla,che la trovò disposta alle sue voglie.Ella tolse una nave e fece armarla,e v’arrecò le sue piú ricche spoglie,fingendo di volere al nuovo albórecon le compagne uscire in corso fuore.
51Ella avea fatto nel palazzo inantispade e lancie arrecar, corazze e scudi,onde armar si potessero i mercantie i galeotti ch’eran mezzo nudi.Altri dormiro, et altri ster vegghianti,compartendo tra lor gli ozii e gli studi;spesso guardando, e pur con l’arme indosso,se l’orïente ancor si facea rosso.
82Dal duro volto de la terra il solenon tollea ancora il velo oscuro et atro;a pena avea la licaonia proleper li solchi del ciel volto l’aratro:quando il femineo stuol, che veder vuoleil fin de la battaglia, empí il teatro,come ape del suo claustro empie la soglia,che mutar regno al nuovo tempo voglia.
83Di trombe, di tambur, di suon de corniil popul risonar fa cielo e terra,cosí citando il suo signor, che tornia terminar la cominciata guerra.Aquilante e Grifon stavano adornide le lor arme, e il duca d’Inghilterra,Guidon, Marfisa, Sansonetto e tuttigli altri, chi a piedi e chi a cavallo instrutti.
84Per scender dal palazzo al mare e al porto,la piazza traversar si convenia,né v’era altro camin lungo né corto:cosí Guidon disse alla compagnia.E poi che di ben far molto confortolor diede, entrò senza rumore in via;e ne la piazza, dove il popul era,s’appresentò con piú di cento in schiera.
85Molto affrettando i suoi compagni, andavaGuidone all’altra porta per uscire:ma la gran moltitudine che stavaintorno armata, e sempre atta a ferire,pensò, come lo vide che menavaseco quegli altri, che volea fuggire;e tutta a un tratto agli archi suoi ricorse,e parte, onde s’uscia, venne ad opporse.
86Guidone e gli altri cavallier gagliardi,e sopra tutti lor Marfisa forte,al menar de le man non furon tardi,e molto fêr per isforzar le porte:ma tanta e tanta copia era dei dardiche, con ferite dei compagni e morte,pioveano lor di sopra e d’ogn’intorno,ch’al fin temean d’averne danno e scorno.
87D’ogni guerrier l’usbergo era perfetto;che se non era, avean piú da temere.Fu morto il destrier sotto a Sansonetto;quel di Marfisa v’ebbe a rimanere.Astolfo tra sé disse: — Ora, ch’aspettoche mai mi possa il corno piú valere?Io vo’ veder, poi che non giova spada,s’io so col corno assicurar la strada. —
88Come aiutar ne le fortune estremesempre si suol, si pone il corno a bocca.Par che la terra e tutto ’l mondo trieme,quando l’orribil suon ne l’aria scocca.Sí nel cor de la gente il timor preme,che per disio di fuga si traboccagiú del teatro sbigottita e smorta,non che lasci la guardia de la porta.
89Come talor si getta e si perigliae da finestra e da sublime locol’esterrefatta subito famiglia,che vede appresso e d’ogn’intorno il fuoco,che mentre le tenea gravi le cigliail pigro sonno, crebbe a poco a poco;cosí, messa la vita in abandono,ognun fuggia lo spaventoso suono.
90Di qua di lá, di su di giú smarritasurge la turba, e di fuggir procaccia.Son piú di mille a un tempo ad ogni uscita:cascano a monti, e l’una l’altra impaccia.In tanta calca perde altra la vita;da palchi e da finestre altra si schiaccia:piú d’un braccio si rompe e d’una testa,di ch’altra morta, altra storpiata resta.
91Il pianto e ’l grido insino al ciel saliva,d’alta ruina misto e di fraccasso.Affretta, ovunque il suon del corno arriva,la turba spaventata in fuga il passo.Se udite dir che d’ardimento privala vil plebe si mostri e di cor basso,non vi maravigliate, che naturaè de la lepre aver sempre paura.
92Ma che direte del giá tanto fierocor di Marfisa e di Guidon Selvaggio?dei dua giovini figli d’Oliviero,che giá tanto onoraro il lor lignaggio?Giá centomila avean stimato un zero;e in fuga or se ne van senza coraggio,come conigli, o timidi colombia cui vicino alto rumor rimbombi.
93Cosí noceva ai suoi come agli stranila forza che nel corno era incantata.Sansonetto, Guidone e i duo germanifuggon dietro a Marfisa spaventata;né fuggendo ponno ir tanto lontani,che lor non sia l’orecchia anco intronata.Scorre Astolfo la terra in ogni lato,dando via sempre al corno maggior fiato.
94Chi scese al mare, e chi poggiò su al monte,e chi tra i boschi ad occultar si venne:alcuna, senza mai volger la fronte,fuggir per dieci dí non si ritenne:uscí in tal punto alcuna fuor del ponte,ch’in vita sua mai piú non vi rivenne.Sgombraro in modo e piazze e templi e case,che quasi vòta la cittá rimase.
95Marfisa e ’l bon Guidone e i duo fratellie Sansonetto, pallidi e tremanti,fuggiano inverso il mare, e dietro a quellifuggiano i marinari e i mercatanti;ove Aleria trovâr, che, fra i castelli,loro avea un legno apparechiato inanti.Quindi, poi ch’in gran fretta li raccolse,diè i remi all’acqua et ogni vela sciolse.
96Dentro e d’intorno il duca la cittadeavea scorsa dai colli insino all’onde;fatto avea vòte rimaner le strade:ognun lo fugge, ognun se gli nasconde.Molte trovate fur, che per viltades’eran gittate in parti oscure e immonde;e molte, non sappiendo ove s’andare,messesi a nuoto et affogate in mare.
97Per trovare i compagni il duca viene,che si credea di riveder sul molo.Si volge intorno, e le deserte areneguarda per tutto, e non v’appare un solo.Leva piú gli occhi, e in alto a vele pieneda sé lontani andar li vede a volo:sí che gli convien fare altro disegnoal suo camin, poi che partito è il legno.
98Lasciamolo andar pur — né vi rincrescache tanta strada far debba solettoper terra d’infedeli e barbaresca,dove mai non si va senza sospetto:non è periglio alcuno, onde non escacon quel suo corno, e n’ha mostrato effetto; —e dei compagni suoi pigliamo cura,ch’al mar fuggian tremando di paura.
99A piena vela si cacciaron lungeda la crudele e sanguinosa spiaggia:e poi che di gran lunga non li giungel’orribil suon ch’a spaventar piú gli aggia,insolita vergogna sí gli punge,che, com’un fuoco, a tutti il viso raggia.L’un non ardisce a mirar l’altro, e stassitristo, senza parlar, con gli occhi bassi.
100Passa il nocchiero, al suo vïaggio intento,e Cipro e Rodi, e giú per l’onda egeada sé vede fuggire isole centocol periglioso capo di Malea;e con propizio et immutabil ventoasconder vede la greca Morea;volta Sicilia, e per lo mar Tirrenocosteggia de l’Italia il lito ameno:
101e sopra Luna ultimamente sorse,dove lasciato avea la sua famiglia.Dio ringraziando che ’l pelago corsesenza piú danno, il noto lito piglia.Quindi un nochier trovâr per Francia sciorse,il qual di venir seco li consiglia:e nel suo legno ancor quel di montaro,et a Marsilia in breve si trovaro.
102Quivi non era Bradamante allora,ch’aver solea governo del paese;che se vi fosse, a far seco dimoragli avria sforzati con parlar cortese.Sceser nel lito, e la medesima oradai quattro cavallier congedo preseMarfisa, e da la donna del Selvaggio;e pigliò alla ventura il suo vïaggio,
103dicendo che lodevole non erach’andasser tanti cavallieri insieme:che gli storni e i colombi vanno in schiera,i daini e i cervi e ogn’animal che teme:ma l’audace falcon, l’aquila altiera,che ne l’aiuto altrui non metton speme,orsi, tigri, leon, soli ne vanno;che di piú forza alcun timor non hanno.
104Nessun degli altri fu di quel pensiero;sí ch’a lei sola toccò a far partita.Per mezzo i boschi e per strano sentierodunque ella se n’andò sola e romita.Grifone il bianco et Aquilante il neropigliâr con gli altri duo la via piú trita,e giunsero a un castello il dí seguente,dove albergati fur cortesemente.
105Cortesemente dico in apparenza,ma tosto vi sentîr contrario effetto;che ’l signor del castel, benivolenzafingendo e cortesia, lor dè ricetto;e poi la notte, che sicuri senzatimor dormian, gli fe’ pigliar nel letto;né prima li lasciò, che d’osservareuna costuma ria li fe’ giurare.
106Ma vo’ seguir la bellicosa donna,prima, Signor, che di costor piú dica.Passò Druenza, il Rodano e la Sonna,e venne a piè d’una montagna aprica.Quivi lungo un torrente, in negra gonnavide venire una femina antica,che stanca e lassa era di lunga via,ma via piú afflitta di malenconia.
107Questa è la vecchia che solea servireai malandrin nel cavernoso monte,lá dove alta giustizia fe’ veniree dar lor morte il paladino conte.La vecchia, che timore ha di morireper le cagion che poi vi saran conte,giá molti dí va per via oscura e fosca,fuggendo ritrovar chi la conosca.
108Quivi d’estrano cavallier sembianzal’ebbe Marfisa all’abito e all’arnese;e perciò non fuggí, com’avea usanzafuggir dagli altri ch’eran del paese;anzi con sicurezza e con baldanzasi fermò al guado, e di lontan l’attese:al guado del torrente, ove trovolla,la vecchia le uscí incontra e salutolla.
109Poi la pregò che seco oltr’a quell’acquene l’altra ripa in groppa la portasse.Marfisa, che gentil fu da che nacque,di lá dal fiumicel seco la trasse;e portarla anch’un pezzo non le spiacque,fin ch’a miglior camin la ritornasse,fuor d’un gran fango; e al fin di quel sentierosi videro all’incontro un cavalliero.
110Il cavallier su ben guernita sella,di lucide arme e di bei panni ornato,verso il fiume venía, da una donzellae da un solo scudiero accompagnato.La donna ch’avea seco era assai bella,ma d’altiero sembiante e poco grato,tutta d’orgoglio e di fastidio piena,del cavallier ben degna che la mena.
111Pinabello, un de’ conti maganzesi,era quel cavallier ch’ella avea seco;quel medesmo che dianzi a pochi mesiBradamante gittò nel cavo speco.Quei sospir, quei singulti cosí accesi,quel pianto che lo fe’ giá quasi cieco,tutto fu per costei ch’or seco avea,che ’l negromante allor gli ritenea.
112Ma poi che fu levato di sul collel’incantato castel del vecchio Atlante,e che poté ciascuno ire ove volle,per opra e per virtú di Bradamante;costei, ch’agli disii facile e molledi Pinabel sempre era stata inante,si tornò a lui, et in sua compagniada un castello ad un altro or se ne gía.
113E sí come vezzosa era e mal usa,quando vide la vecchia di Marfisa,non si poté tenere a bocca chiusadi non la motteggiar con beffe e risa.Marfisa altiera, appresso a cui non s’usasentirsi oltraggio in qualsivoglia guisa,rispose d’ira accesa alla donzella,che di lei quella vecchia era piú bella;
114e ch’al suo cavallier volea provallo,con patto di poi tôrre a lei la gonnae il palafren ch’avea, se da cavallogittava il cavallier di ch’era donna.Pinabel che faria, tacendo, fallo,di risponder con l’arme non assonna:piglia, lo scudo e l’asta, e il destrier gira,poi vien Marfisa a ritrovar con ira.
115Marfisa incontra una gran lancia afferra,e ne la vista a Pinabel l’arresta,e sí stordito lo riversa in terra,che tarda un’ora a rilevar la testa.Marfisa, vincitrice de la guerra,fe’ trarre a quella giovane la vesta,et ogn’altro ornamento le fe’ porre,e ne fe’ il tutto alla sua vecchia tôrre:
116e di quel giovenile abito volseche si vestisse e se n’ornasse tutta;e fe’ che ’l palafreno anco si tolse,che la giovane avea quivi condutta.Indi al preso camin con lei si volse,che quant’era piú ornata, era piú brutta.Tre giorni se n’andâr per lunga strada,senza far cosa onde a parlar m’accada.
117Il quarto giorno un cavallier trovaro,che venía in fretta galoppando solo.Se di saper chi sia forse v’è caro,dicovi ch’è Zerbin, di re figliuolo,di virtú esempio e di bellezza raro,che se stesso rodea d’ira e di duolodi non aver potuto far vendettad’un che gli avea gran cortesia interdetta.
118Zerbino indarno per la selva corsedietro a quel suo che gli avea fatto oltraggio;ma sí a tempo colui seppe via tôrse,si seppe nel fuggir prender vantaggio,sí il bosco e sí una nebbia lo soccorse,ch’avea offuscato il matutino raggio,che di man di Zerbin si levò netto,fin che l’ira e il furor gli uscí del petto.
119Non poté, ancor che Zerbin fosse irato,tener, vedendo quella vecchia, il riso;che gli parea dal giovenile ornatotroppo diverso il brutto antiquo viso;et a Marfisa, che le venía a lato,disse: — Guerrier, tu sei pien d’ogni aviso,che damigella di tal sorte guidi,che non temi trovar chi te la invidi. —
120Avea la donna (se la crespa bucciapuò darne indicio) piú de la Sibilla,e parea, cosí ornata, una bertuccia,quando per muover riso alcun vestilla;et or piú brutta par, che si coruccia,e che dagli occhi l’ira le sfavilla:ch’a donna non si fa maggior dispetto,che quando o vecchia o brutta le vien detto.
121Mostrò turbarse l’inclita donzella,per prenderne piacer, come si prese;e rispose a Zerbin: — Mia donna è bella,per Dio, via piú che tu non sei cortese;come ch’io creda che la tua favellada quel che sente l’animo non scese:tu fingi non conoscer sua beltade,per escusar la tua somma viltade.
122E chi saria quel cavallier, che questasí giovane e sí bella ritrovassesenza piú compagnia ne la foresta,e che di farla sua non si provasse? —— Sí ben (disse Zerbin) teco s’assesta,che saria mal ch’alcun te la levasse;et io per me non son cosí indiscreto,che te ne privi mai: stanne pur lieto.
123S’in altro conto aver vuoi a far meco,di quel ch’io vaglio son per farti mostra;ma per costei non mi tener sí cieco,che solamente far voglia una giostra.O brutta o bella sia, restisi teco:non vo’ partir tanta amicizia vostra.Ben vi sète accoppiati: io giurerei,com’ella è bella, tu gagliardo sei. —
124Suggiunse a lui Marfisa: — Al tuo dispettodi levarmi costei provar convienti.Non vo’ patir ch’un sí leggiadro aspettoabbi veduto, e guadagnar nol tenti. —Rispose a lei Zerbin: — Non so a ch’effettol’uom si metta a periglio e si tormenti,per riportarne una vittoria poi,che giovi al vinto, e al vincitore annoi. —
125— Se non ti par questo partito buono,te ne do un altro, e ricusar nol déi(disse a Zerbin Marfisa): che s’io sonovinto da te, m’abbia a restar costei;ma s’io te vinco, a forza te la dono.Dunque provian chi de’ star senza lei:se perdi, converrá che tu le facciacompagnia sempre, ovunque andar le piaccia. —
126— E cosí sia, — Zerbin rispose; e volsea pigliar campo subito il cavallo.Si levò su le staffe e si raccolsefermo in arcione, e per non dare in fallo,lo scudo in mezzo alla donzella colse;ma parve urtasse un monte di metallo:et ella in guisa a lui toccò l’elmetto,che stordito il mandò di sella netto.
127Troppo spiacque a Zerbin l’esser caduto,ch’in altro scontro mai piú non gli avvenne,e n’avea mille e mille egli abbattuto;et a perpetuo scorno se lo tenne.Stette per lungo spazio in terra muto;e piú gli dolse poi che gli sovennech’avea promesso e che gli conveniaaver la brutta vecchia in compagnia.
128Tornando a lui la vincitrice in sella,disse ridendo: — Questa t’appresento;e quanto piú la veggio e grata e bella,tanto, ch’ella sia tua, piú mi contento.Or tu in mio loco sei campion di quella;ma la tua fé non se ne porti il vento,che per sua guida e scorta tu non vada(come hai promesso) ovunque andar l’aggrada. —
129Senza aspettar risposta urta il destrieroper la foresta, e subito s’imbosca.Zerbin, che la stimava un cavalliero,dice alla vecchia: — Fa ch’io lo conosca. —Et ella non gli tiene ascoso il vero,onde sa che lo ’ncende e che l’attosca:— Il colpo fu di man d’una donzella,che t’ha fatto votar (disse) la sella.
130Pel suo valor costei debitamenteusurpa a’ cavallieri e scudo e lancia;e venuta è pur dianzi d’Orïenteper assaggiare i paladin di Francia. —Zerbin di questo tal vergogna sente,che non pur tinge di rossor la guancia,ma restò poco di non farsi rossoseco ogni pezzo d’arme ch’avea indosso.
131Monta a cavallo, e se stesso rampognache non seppe tener strette le cosce.Tra sé la vecchia ne sorride, e agognadi stimularlo e di piú dargli angosce.Gli ricorda ch’andar seco bisogna:e Zerbin, ch’ubligato si conosce,l’orecchie abbassa, come vinto e stancodestrier c’ha in bocca il fren, gli sproni al fianco.
132E sospirando: — Ohimè, Fortuna fella(dicea), che cambio è questo che tu fai?Colei che fu sopra le belle bella,ch’esser meco dovea, levata m’hai.Ti par ch’in luogo et in ristor di quellasi debba por costei ch’ora mi dai?Stare in danno del tutto era men male,che fare un cambio tanto diseguale.
133Colei che di bellezze e di virtutiunqua non ebbe e non avrá mai pare,sommersa e rotta tra gli scogli acutihai data ai pesci et agli augei del mare;e costei che dovria giá aver pasciutisotterra i vermi, hai tolta a perservaredieci o venti anni piú che non devevi,per dar piú peso agli mie’ affanni grevi. —
134Zerbin cosí parlava; né men tristoin parole e in sembianti esser pareadi questo nuovo suo sí odioso acquisto,che de la donna che perduta avea.La vecchia, ancor che non avesse vistomai piú Zerbin, per quel ch’ora dicea,s’avvide esser colui di che notiziale diede giá Issabella di Galizia.
135Se ’l vi ricorda quel ch’avete udito,costei da la spelonca ne veniva,dove Issabella, che d’amor feritoZerbino avea, fu molti dí captiva.Piú volte ella le avea giá riferitocome lasciasse la paterna riva,e come rotta in mar da la procella,si salvasse alla spiaggia di Rocella.
136E sí spesso dipinto di Zerbinole avea il bel viso e le fattezze conte,ch’ora udendol parlare, e piú vicinogli occhi alzandogli meglio ne la fronte,vide esser quel per cui sempre meschinofu d’Issabella il cor nel cavo monte;che di non veder lui piú si lagnava,che d’esser fatta ai malandrini schiava.
137La vecchia, dando alle parole udienza,che con sdegno e con duol Zerbino versa,s’avede ben ch’egli ha falsa credenzache sia Issabella in mar rotta e sommersa:e ben ch’ella del certo abbia scïenza,per non lo rallegrar, pur la perversaquel che far lieto lo potria, gli tace,e sol gli dice quel che gli dispiace.
138— Odi tu (gli disse ella), tu che seicotanto altier, che sí mi scherni e sprezzi,se sapessi che nuova ho di costeiche morta piangi, mi faresti vezzi:ma piú tosto che dirtelo, torreiche mi strozzassi o fêssi in mille pezzi;dove, s’eri vêr me piú mansueto,forse aperto t’avrei questo secreto. —
139Come il mastin che con furor s’aventaadosso al ladro, ad achetarsi è presto,che quello o pane o cacio gli appresenta,o che fa incanto approprïato a questo;cosí tosto Zerbino umil diventa,e vien bramoso di sapere il resto,che la vecchia gli accenna che di quella,che morta piange, gli sa dir novella.
140E volto a lei con piú piacevol faccia,la supplica, la prega, la scongiuraper gli uomini, per Dio, che non gli tacciaquanto ne sappia, o buona o ria ventura.— Cosa non udirai che pro ti faccia(disse la vecchia pertinace e dura):non è Issabella, come credi, morta;ma viva sí, ch’a’ morti invidia porta.
141È capitata in questi pochi giorniche non n’udisti, in man di piú di venti;sí che, qualora anco in man tua ritorni,ve’ se sperar di côrre il fior convienti. —Ah vecchia maladetta, come adornila tua menzogna! e tu sai pur se menti.Se ben in man de venti ell’era stata,non l’avea alcun però mai vïolata.
142Dove l’avea veduta domandolleZerbino, e quando, ma nulla n’invola;che la vecchia ostinata piú non vollea quel c’ha detto aggiungere parola.Prima Zerbin le fece un parlar molle,poi minacciolle di tagliar la gola:ma tutto è invan ciò che minaccia e prega;che non può far parlar la brutta strega.
143Lasciò la lingua all’ultimo in riposoZerbin, poi che ’l parlar gli giovò poco;per quel ch’udito avea, tanto geloso,che non trovava il cor nel petto loco;d’Issabella trovar sí disïoso,che saria per vederla ito nel fuoco:ma non poteva andar piú che volessecolei, poi ch’a Marfisa lo promesse.
144E quindi per solingo e strano calle,dove a lei piacque, fu Zerbin condotto;né per o poggiar monte o scender valle,mai si guardaro in faccia o si fêr motto.Ma poi ch’al mezzodí volse le spalleil vago sol, fu il lor silenzio rottoda un cavallier che nel camin scontraro.Quel che seguí, ne l’altro canto è chiaro.

Glossario

aita
aiuto.
pondo
peso.
scorno
vergogna, umiliazione.
destriero
cavallo da battaglia.
speme
speranza.
steccato
recinto di legno in cui si combattono duelli e giostre.
fuste
navi leggere e veloci, a remi e a vela.
osbergo
corazza, armatura del busto.
nocchier
chi guida la nave, pilota.
malandrin
briganti.
arnese
armatura; più in generale, equipaggiamento.
speco
grotta, caverna.
negromante
mago che pratica le arti magiche.
palafreno
cavallo da viaggio o da parata, più tranquillo del destriero.
arcione
la parte rialzata della sella, davanti e dietro al cavaliere; la sella stessa.
fello
malvagio, crudele; come nome, il traditore, lo scellerato.
unqua
mai; dopo se, vale qualche volta.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .