Libri di dominio pubblico

Orlando furioso

Canto 21

576 versicirca 36 minuti

1Né fune intorto crederò che stringasoma cosí, né cosí legno chiodo,come la fé ch’una bella alma cingadel suo tenace indissolubil nodo.Né dagli antiqui par che si dipingala santa Fé vestita in altro modo,che d’un vel bianco che la cuopra tutta:ch’un sol punto, un sol neo la può far brutta.
2La fede unqua non debbe esser corrotta,o data a un solo, o data insieme a mille;e cosí in una selva, in una grotta,lontan da le cittadi e da le ville,come dinanzi a tribunali, in frottadi testimon, di scritti e di postille,senza giurare o segno altro piú espresso,basti una volta che s’abbia promesso.
3Quella servò, come servar si debbein ogni impresa, il cavallier Zerbino:e quivi dimostrò che conto n’ebbe,quando si tolse dal proprio caminoper andar con costei, la qual gl’increbbe,come s’avesse il morbo sí vicino,o pur la morte istessa; ma potea,piú che ’l disio, quel che promesso avea.
4Dissi di lui, che di vederla sottola sua condotta tanto al cor gli preme,che n’arrabbia di duol, né le fa motto;e vanno muti e taciturni insieme:dissi che poi fu quel silenzio rotto,ch’al mondo il sol mostrò le ruote estreme,da un cavalliero aventuroso errante,ch’in mezzo del camin lor si fe’ inante.
5La vecchia che conobbe il cavalliero,ch’era nomato Ermonide d’Olanda,che per insegna ha ne lo scudo neroattraversata una vermiglia banda,posto l’orgoglio e quel sembiante altiero,umilmente a Zerbin si raccomanda,e gli ricorda quel ch’esso promisealla guerriera ch’in sua man la mise.
6Perché di lei nimico e di sua genteera il guerrier che contra lor venía:ucciso ad essa avea il padre innocente,e un fratello che solo al mondo avia;e tuttavolta far del rimanente,come degli altri, il traditor disia.— Fin ch’alla guardia tua, donna, mi senti(dicea Zerbin), non vo’ che tu paventi. —
7Come piú presso il cavallier si specchiain quella faccia che sí in odio gli era:— O di combatter meco t’apparecchia(gridò con voce minacciosa e fiera),o lascia la difesa de la vecchia,che di mia man secondo il merto pèra.Se combatti per lei, rimarrai morto;che cosí avviene a chi s’appiglia al torto. —
8Zerbin cortesemente a lui rispondeche gli è desir di bassa e mala sorte,et a cavalleria non corrispondeche cerchi dare ad una donna morte:se pur combatter vuol, non si nasconde;ma che prima consideri ch’importech’un cavallier, com’era egli, gentile,voglia por man nel sangue feminile.
9Queste gli disse e piú parole invano;e fu bisogno al fin venire a’ fatti.Poi che preso a bastanza ebbon del piano,tornarsi incontra a tutta briglia ratti.Non van sí presti i razzi fuor di mano,ch’al tempo son de le allegrezze tratti,come andaron veloci i duo destrieriad incontrare insieme i cavallieri.
10Ermonide d’Olanda segnò basso,che per passare il destro fianco attese:ma la sua debol lancia andò in fracasso,e poco il cavallier di Scozia offese.Non fu giá l’altro colpo vano e casso:roppe lo scudo, e sí la spalla prese,che la forò da l’uno all’altro lato,e riversar fe’ Ermonide sul prato.
11Zerbin che si pensò d’averlo ucciso,di pietá vinto, scese in terra presto,e levò l’elmo da lo smorto viso;e quel guerrier, come dal sonno desto,senza parlar guardò Zerbino fiso;e poi gli disse: — Non m’è giá molestoch’io sia da te abbattuto, ch’ai sembiantimostri esser fior de’ cavallieri erranti;
12ma ben mi duol che questo per cagioned’una femina perfida m’avviene,a cui non so come tu sia campione,che troppo al tuo valor si disconviene.E quando tu sapessi la cagionech’a vendicarmi di costei mi mene,avresti, ognor che rimembrassi, affannod’aver, per campar lei, fatto a me danno.
13E se spirto a bastanza avrò nel pettoch’io il possa dir (ma del contrario temo),io ti farò veder ch’in ogni effettoscelerata è costei piú ch’in estremo.Io ebbi giá un fratel che giovinettod’Olanda si partí, donde noi semo,e si fece d’Eraclio cavalliero,ch’allor tenea de’ Greci il sommo impero.
14Quivi divenne intrinseco e fratellod’un cortese baron di quella corte,che nei confin di Servia avea un castellodi sito ameno e di muraglia forte.Nomossi Argeo colui di ch’io favello,di questa iniqua femina consorte,la quale egli amò sí, che passò il segnoch’a un uom si convenia, come lui, degno.
15Ma costei, piú volubile che fogliaquando l’autunno è piú priva d’umore,che ’l freddo vento gli arbori ne spoglia,e le soffia dinanzi al suo furore;verso il marito cangiò tosto voglia,che fisso qualche tempo ebbe nel core;e volse ogni pensiero, ogni disiod’acquistar per amante il fratel mio.
16Ma né sí saldo all’impeto marinol’Acrocerauno d’infamato nome,né sta sí duro incontra borea il pinoche rinovato ha piú di cento chiome,che quanto appar fuor de lo scoglio alpino,tanto sotterra ha le radici; comeil mio fratello a’ prieghi di costei,nido de tutti i vizii infandi e rei.
17Or, come avviene a un cavallier ardito,che cerca briga e la ritrova spesso,fu in una impresa il mio fratel ferito,molto al castel del suo compagno appresso,dove venir senza aspettare invitosolea, fosse o non fosse Argeo con esso;e dentro a quel per riposar fermossetanto che del suo mal libero fosse.
18Mentre egli quivi si giacea, convennech’in certa sua bisogna andasse Argeo.Tosto questa sfacciata a tentar venneil mio fratello, et a sua usanza feo;ma quel fedel non oltre piú sostenneavere ai fianchi un stimulo sí reo:elesse, per servar sua fede a pieno,di molti mal quel che gli parve meno.
19Tra molti mal gli parve elegger questo:lasciar d’Argeo l’intrinsichezza antiqua;lungi andar sí, che non sia manifestomai piú il suo nome alla femina iniqua.Ben che duro gli fosse, era piú onestoche satisfare a quella voglia obliqua,o ch’accusar la moglie al suo signore,da cui fu amata a par del proprio core.
20E de le sue ferite ancora infermol’arme si veste, e del castel si parte;e con animo va constante e fermodi non mai piú tornare in quella parte.Ma che gli val? ch’ogni difesa e schermogli disipa Fortuna con nuova arte:ecco il marito che ritorna intanto,e trova la moglier che fa gran pianto,
21e scapigliata e con la faccia rossa;e le domanda di che sia turbata.Prima ch’ella a rispondere sia mossa,pregar si lascia piú d’una fïata,pensando tuttavia come si possavendicar di colui che l’ha lasciata:e ben convenne al suo mobile ingegnocangiar l’amore in subitano sdegno.
22— Deh (disse al fine), a che l’error nascondoc’ho commesso, signor, ne la tua absenzia?che quando ancora io ’l celi a tutto ’l mondo,celar nol posso alla mia conscïenzia.L’alma che sente il suo peccato immondo,paté dentro da sé tal penitenzia,ch’avanza ogn’altro corporal martíreche dar mi possa alcun del mio fallire;
23quando fallir sia quel che si fa a forza:ma sia quel che si vuol, tu sappil’anco;poi con la spada da la immonda scorzascioglie lo spirto imaculato e bianco,e le mie luci eternamente ammorza;che dopo tanto vituperio, almancotenerle basse ognor non mi bisogni,e di ciascun ch’io vegga, io mi vergogni.
24Il tuo compagno ha l’onor mio distrutto:questo corpo per forza ha vïolato;e perché teme ch’io ti narri il tutto,or si parte il villan senza commiato. —In odio con quel dir gli ebbe riduttocolui che piú d’ogn’altro gli fu grato.Argeo lo crede, et altro non aspetta;ma piglia l’arme e corre a far vendetta.
25E come quel ch’avea il paese noto,lo giunse che non fu troppo lontano;che ’l mio fratello, debole et egroto,senza sospetto se ne gía pian piano:e brevemente, in un loco remotopose, per vendicarsene, in lui mano.Non trova il fratel mio scusa che vaglia;ch’in somma Argeo con lui vuol la battaglia.
26Era l’un sano e pien di nuovo sdegno,infermo l’altro, et all’usanza amico:sí ch’ebbe il fratel mio poco ritegnocontra il compagno fattogli nimico.Dunque Filandro di tal sorte indegno(de l’infelice giovene ti dico:cosí avea nome), non sofrendo il pesodi sí fiera battaglia, restò preso.
27— Non piaccia a Dio che mi conduca a taleil mio giusto furore e il tuo demerto(gli disse Argeo), che mai sia omicidialedi te ch’amava; e me tu amavi certo,ben che nel fin me l’hai mostrato male:pur voglio a tutto il mondo fare apertoche, come fui nel tempo de l’amore,cosí ne l’odio son di te migliore.
28Per altro modo punirò il tuo fallo,che le mie man piú nel tuo sangue porre. —Cosí dicendo, fece sul cavallodi verdi rami una bara comporre,e quasi morto in quella riportanodentro al castello in una chiusa torre,dove in perpetuo per punizïonecondannò l’innocente a star prigione.
29Non però ch’altra cosa avesse manco,che la libertá prima del partire;perché nel resto, come sciolto e francovi commandava e si facea ubidire.Ma non essendo ancor l’animo stancodi questa ria del suo pensier fornire,quasi ogni giorno alla prigion veniva;ch’avea le chiavi, e a suo piacer l’apriva:
30e movea sempre al mio fratello assalti,e con maggiore audacia che di prima.— Questa tua fedeltá (dicea) che valti,poi che perfidia per tutto si stima?Oh che trionfi glorïosi et alti!oh che superbe spoglie e preda opima!oh che merito al fin te ne risulta,se, come a traditore, ognun t’insulta!
31Quanto utilmente, quanto con tuo onorem’avresti dato quel che da te volli!Di questo sí ostinato tuo rigorela gran mercé che tu guadagni, or tolli:in prigion sei, né crederne uscir fuore,se la durezza tua prima non molli.Ma quando mi compiacci, io farò tramadi racquistarti e libertade e fama. —
32— No, no (disse Filandro) aver mai speneche non sia, come suol, mia vera fede,se ben contra ogni debito mi avvienech’io ne riporti sí dura mercede,e di me creda il mondo men che bene:basta che inanti a quel che ’l tutto vedee mi può ristorar di grazia eterna,chiara la mia innocenzia si discerna.
33Se non basta ch’Argeo mi tenga preso,tolgami ancor questa noiosa vita.Forse non mi fia il premio in ciel contesode la buona opra, qui poco gradita.Forse egli, che da me si chiama offeso,quando sará quest’anima partita,s’avedrá poi d’avermi fatto torto,e piangerá il fedel compagno morto. —
34Cosí piú volte la sfacciata donnatenta Filandro, e torna senza frutto.Ma il cieco suo desir, che non assonnadel scelerato amor traer construtto,cercando va piú dentro ch’alla gonnasuoi vizii antiqui, e ne discorre il tutto.Mille pensier fa d’uno in altro modo,prima che fermi in alcun d’essi il chiodo.
35Stette sei mesi che non messe piede,come prima facea, ne la prigione;di che il miser Filandro e spera e credeche costei piú non gli abbia affezïone.Ecco Fortuna, al mal propizia, diedea questa scelerata occasïonedi metter fin con memorabil maleal suo cieco appetito irrazionale.
36Antiqua nimicizia avea il maritocon un baron detto Morando il bello,che, non v’essendo Argeo, spesso era arditodi correr solo, e sin dentro al castello;ma s’Argeo v’era, non tenea lo ’nvito,né s’accostava a dieci miglia a quello.Or, per poterlo indur che ci venisse,d’ire in Ierusalem per voto disse.
37Disse d’andare; e partesi ch’ognunolo vede, e fa di ciò sparger le grida:né il suo pensier, fuor che la moglie, alcunopuote saper; che sol di lei si fida.Torna poi nel castello all’aer bruno,né mai, se non la notte, ivi s’annida;e con mutate insegne al nuovo albóre,senza vederlo alcun, sempre esce fuore.
38Se ne va in questa e in quella parte errando,e volteggiando al suo castello intorno,pur per veder se credulo Morandovolesse far, come solea, ritorno.Stava il dí tutto alla foresta; e quandone la marina vedea ascoso il giorno,venía al castello, e per nascose portelo togliea dentro l’infedel consorte.
39Crede ciascun, fuor che l’iniqua moglie,che molte miglia Argeo lontan si trove.Dunque il tempo oportuno ella si toglie:al fratel mio va con malizie nuove.Ha di lagrime a tutte le sue voglieun nembo che dagli occhi al sen le piove.— Dove potrò (dicea) trovare aiuto,che in tutto l’onor mio non sia perduto?
40E col mio quel del mio marito insieme,il qual se fosse qui, non temerei.Tu conosci Morando, e sai se teme,quando Argeo non ci sente, omini e dèi.Questi or pregando, or minacciando, estremeprove fa tuttavia, né alcun de’ mieilascia che non contamini, per trarmia’ suoi disii, né so s’io potrò aitarmi.
41Or c’ha inteso il partir del mio consorte,e ch’al ritorno non sará sí presto,ha avuto ardir d’entrar ne la mia cortesenza altra scusa e senz’altro pretesto;che se ci fosse il mio signor per sorte,non sol non avria audacia di far questo,ma non si terria ancor, per Dio, sicurod’appressarsi a tre miglia a questo muro.
42E quel che giá per messi ha ricercato,oggi me l’ha richiesto a fronte a fronte,e con tai modi, che gran dubbio è statode lo avvenirmi disonore et onte;e se non che parlar dolce gli ho usato,e finto le mie voglie alle sue pronte,saria a forza, di quel suto rapace,che spera aver per mie parole in pace.
43Promesso gli ho, non giá per osservargli(che fatto per timor, nullo è il contratto);ma la mia intenzïon fu per vietargliquel che per forza avrebbe allora fatto.Il caso è qui: tu sol pòi rimediargli;del mio onor altrimenti sará tratto,e di quel del mio Argeo, che giá m’hai dettoaver o tanto, o piú che ’l proprio, a petto.
44E se questo mi nieghi, io dirò dunquech’in te non sia la fé di che ti vanti;ma che fu sol per crudeltá, qualunquevolta hai sprezzati i miei supplici pianti;non per rispetto alcun d’Argeo, quantunquem’hai questo scudo ognora opposto inanti.Saria stato tra noi la cosa occulta;ma di qui aperta infamia mi risulta. —
45— Non si convien (disse Filandro) taleprologo a me, per Argeo mio disposto.Narrami pur quel che tu vuoi, che qualesempre fui, di sempre essere ho proposto;e ben ch’a torto io ne riporti male,a lui non ho questo peccato imposto.Per lui son pronto andare anco alla morte,e siami contra il mondo e la mia sorte. —
46Rispose l’empia: — Io voglio che tu spengacolui che ’l nostro disonor procura.Non temer ch’alcun mal di ciò t’avenga;ch’io te ne mostrerò la via sicura.Debbe egli a me tornar come rivengasu l’ora terza la notte piú scura;e fatto un segno de ch’io l’ho avvertito,io l’ho a tor dentro, che non sia sentito.
47A te non graverá prima aspettarmene la camera mia dove non luca,tanto che dispogliar gli faccia l’arme,e quasi nudo in man te lo conduca. —Cosí la moglie conducesse parmeil suo marito alla tremenda buca;se per dritto costei moglie s’appella,piú che furia infernal crudele e fella.
48Poi che la notte scelerata venne,fuor trasse il mio fratel con l’arme in mano;e ne l’oscura camera lo tenne,fin che tornasse il miser castellano.Come ordine era dato, il tutto avvenne;che ’l consiglio del mal va raro invano.Cosí Filandro il buono Argeo percosse,che si pensò che quel Morando fosse.
49Con esso un colpo il capo fesse e il collo;ch’elmo non v’era, e non vi fu riparo.Pervenne Argeo, senza pur dare un crollo,de la misera vita al fine amaro:e tal l’uccise, che mai non pensollo,né mai l’avria creduto: oh caso raro!che cercando giovar, fece all’amicoquel di che peggio non si fa al nimico.
50Poscia ch’Argeo non conosciuto giacque,rende a Gabrina il mio fratel la spada.Gabrina è il nome di costei, che nacquesol per tradire ognun che in man le cada.Ella, che’l ver fin a quell’ora tacque,vuol che Filandro a riveder ne vadacol lume in mano il morto ond’egli è reo:e gli dimostra il suo compagno Argeo.
51E gli minaccia poi, se non consenteall’amoroso suo lungo desire,di palesare a tutta quella gentequel ch’egli ha fatto, e nol può contradire;e lo fará vituperosamentecome assassino e traditor morire:e gli ricorda che sprezzar la famanon de’, se ben la vita sí poco ama.
52Pien di paura e di dolor rimaseFilandro, poi che del suo error s’accorse.Quasi il primo furor gli persuased’uccider questa, e stette un pezzo in forse:e se non che ne le nimiche casesi ritrovò (che la ragion soccorse),non si trovando avere altr’arme in mano,coi denti la stracciava a brano a brano.
53Come ne l’alto mar legno talora,che da duo venti sia percosso e vinto,ch’ora uno inanzi l’ha mandato, et oraun altro al primo termine respinto,e l’han girato da poppa e da prora,dal piú possente al fin resta sospinto:cosí Filandro, tra molte contesede’ duo pensieri, al manco rio s’apprese.
54Ragion gli dimostrò il pericol grande,oltre il morir, del fine infame e sozzo,se l’omicidio nel castel si spande;e del pensare il termine gli è mozzo.Voglia o non voglia, al fin convien che mandel’amarissimo calice nel gozzo.Pur finalmente ne l’afflitto corepiú de l’ostinazion potè il timore.
55Il timor del supplicio infame e bruttoprometter fece con mille scongiuri,che faria di Gabrina il voler tutto,se di quel luogo se partian sicuri.Cosí per forza colse l’empia il fruttodel suo desire, e poi lasciâr quei muri.Cosí Filandro a noi fece ritorno,di sé lasciando in Grecia infamia e scorno.
56E portò nel cor fisso il suo compagnoche cosí scioccamente ucciso avea,per far con sua gran noia empio guadagnod’una Progne crudel, d’una Medea.E se la fede e il giuramento, magnoe duro freno, non lo ritenea,come al sicuro fu, morta l’avrebbe;ma, quanto piú si puote, in odio l’ebbe.
57Non fu da indi in qua rider mai visto:tutte le sue parole erano meste,sempre sospir gli uscian dal petto tristo;et era divenuto un nuovo Oreste,poi che la madre uccise e il sacro Egisto,e che l’ultrice Furie ebbe moleste.E senza mai cessar, tanto l’afflissequesto dolor, ch’infermo al letto il fisse.
58Or questa meretrice, che si pensaquanto a quest’altro suo poco sia grata,muta la fiamma giá d’amore intensain odio, in ira ardente et arrabbiata;né meno è contra al mio fratello accensa,che fosse contra Argeo la scelerata:e dispone tra sé levar dal mondo,come il primo marito, anco il secondo.
59Un medico trovò d’inganni pieno,sufficïente et atto a simil uopo,che sapea meglio uccider di veneno,che risanar gl’infermi di silopo;e gli promesse, inanzi piú che menodi quel che domandò, donargli, dopoch’avesse con mortifero liquorelevatole dagli occhi il suo signore.
60Giá in mia presenza e d’altre piú personevenía col tòsco in mano il vecchio ingiusto,dicendo ch’era buona pozïoneda ritornare il mio fratel robusto.Ma Gabrina con nuova intenzïone,pria che l’infermo ne turbasse il gusto,per tôrsi il consapevole d’appresso,o per non dargli quel ch’avea promesso,
61la man gli prese, quando a punto davala tazza dove il tòsco era celato,dicendo: — Ingiustamente è se ’l ti gravach’io tema per costui c’ho tanto amato.Voglio esser certa che bevanda pravatu non gli dia, né succo avelenato;e per questo mi par che ’l beveraggionon gli abbi a dar, se non ne fai tu il saggio. —
62Come pensi, signor, che rimanesseil miser vecchio conturbato allora?La brevitá del tempo sí l’oppresse,che pensar non poté che meglio fôra;pur, per non dar maggior sospetto, elesseil calice gustar senza dimora:e l’infermo, seguendo una tal fede,tutto il resto pigliò, che si gli diede.
63Come sparvier che nel piede grifagnotenga la starna e sia per trarne pasto,dal can che si tenea fido compagno,ingordamente è sopragiunto e guasto;cosí il medico intento al rio guadagno,donde sperava aiuto ebbe contrasto.Odi di summa audacia esempio raro!e cosí avvenga a ciascun altro avaro.
64Fornito questo, il vecchio s’era messo,per ritornare alla sua stanza, in via,et usar qualche medicina appresso,che lo salvasse da la peste ria;ma da Gabrina non gli fu concesso,dicendo non voler ch’andasse priache ’l succo ne lo stomaco digestoil suo valor facesse manifesto.
65Pregar non val, né far di premio offerta,che lo voglia lasciar quindi partire.Il disperato, poi che vede certala morte sua, né la poter fuggire,ai circonstanti fa la cosa aperta;né la seppe costei troppo coprire.E cosí quel che fece agli altri spesso,quel buon medico al fin fece a se stesso:
66e sequitò con l’alma quella ch’eragiá de mio frate caminata inanzi.Noi circonstanti, che la cosa veradel vecchio udimmo, che fe’ pochi avanzi,pigliammo questa abominevol fera,piú crudel di qualunque in selva stanzi;e la serrammo in tenebroso loco,per condannarla al meritato fuoco. —
67Questo Ermonide disse, e piú volevaseguir, com’ella di prigion levossi;ma il dolor de la piaga sí l’aggreva,che pallido ne l’erba riversossi.Intanto duo scudier, che seco aveva,fatto una bara avean di rami grossi:Firmonide si fece in quella porre;ch’indi altrimente non si potea tôrre.
68Zerbin col cavallier fece sua scusa,che gl’increscea d’averli fatto offesa;ma, come pur tra cavallieri s’usa,colei che venía seco avea difesa:ch’altrimente sua fé saria confusa;perché, quando in sua guardia l’avea presa,promesse a sua possanza di salvarlacontra ognun che venisse a disturbarla.
69E s’in altro potea gratificargli,prontissimo offeriase alla sua voglia.Rispose il cavallier, che ricordarglisol vuol, che da Gabrina si disciogliaprima ch’ella abbia cosa a machinargli,di ch’esso indarno poi si penta e doglia.Gabrina tenne sempre gli occhi bassi,perché non ben risposta al vero dassi.
70Con la vecchia Zerbin quindi partisseal giá promesso debito vïaggio;e tra sé tutto il dí la maledisse,che far gli fece a quel barone oltraggio.Et or che pel gran mal che gli ne dissechi lo sapea, di lei fu instrutto e saggio,se prima l’avea a noia e a dispiacere,or l’odia sí che non la può vedere.
71Ella che di Zerbin sa l’odio a pieno,né in mala voluntá vuole esser vinta,un’oncia a lui non ne riporta meno:la tien di quarta, e la rifá di quinta.Nel cor era gonfiata di veneno,e nel viso altamente era dipinta.Dunque ne la concordia ch’io vi dico,tenean lor via per mezzo il bosco antico.
72Ecco, volgendo il sol verso la sera,udiron gridi e strepiti e percosse,che facean segno di battaglia fierache, quanto era il rumor, vicina fosse.Zerbino, per veder la cosa ch’era,verso il rumore in gran fretta si mosse:non fu Gabrina lenta a seguitarlo.Di quel ch’avvenne, all’altro canto io parlo.

Glossario

unqua
mai; dopo se, vale qualche volta.
tuttavolta
intanto, nel frattempo; continuamente.
borea
vento del nord.
onte
offese, oltraggi.
fello
malvagio, crudele; come nome, il traditore, lo scellerato.
scorno
vergogna, umiliazione.
tòsco
veleno.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .