1Studisi ognun giovare altrui; che radevolte il ben far senza il suo premio fia:e se pur senza, almen non te ne accademorte né danno né ignominia ria.Chi nuoce altrui, tardi o per tempo cadeil debito a scontar, che non s’oblia.Dice il proverbio, ch’a trovar si vannogli uomini spesso, e i monti fermi stanno.
2Or vedi quel ch’a Pinabello avvieneper essersi portato iniquamente:è giunto in somma alle dovute pene,dovute e giuste alla sua ingiusta mente.E Dio, che le piú volte non sostieneveder patire a torto uno innocente,salvò la donna; e salverá ciascunoche d’ogni fellonia viva digiuno.
3Credette Pinabel questa donzellagiá d’aver morta, e colá giú sepulta;né la pensava mai veder, non ch’ellagli avesse a tor degli error suoi la multa.Né il ritrovarsi in mezzo le castelladel padre, in alcun util gli risulta.Quivi Altaripa era tra monti fierivicina al tenitorio di Pontieri.
4Tenea quell’Altaripa il vecchio conteAnselmo, di ch’uscí questo malvagio,che, per fuggir la man di Chiaramente,d’amici e di soccorso ebbe disagio.La donna al traditore a piè d’un montetolse l’indegna vita a suo grande agio;che d’altro aiuto quel non si provede,che d’alti gridi e di chiamar mercede.
5Morto ch’ella ebbe il falso cavallieroche lei voluto avea giá porre a morte,volse tornare ove lasciò Ruggiero;ma non lo consentí sua dura sorte,che la fe’ travïar per un sentieroche la portò dov’era spesso e forte,dove piú strano e piú solingo il bosco,lasciando il sol giá il mondo all’aer fosco.
6Né sappiendo ella ove potersi altrovela notte riparar, si fermò quivisotto le frasche in su l’erbette nuove,parte dormendo, fin che ’l giorno arrivi,parte mirando ora Saturno or Giove,Venere e Marte e gli altri erranti divi;ma sempre, o vegli o dorma, con la mentecontemplando Ruggier come presente.
7Spesso di cor profondo ella sospira,di pentimento e di dolor compunta,ch’abbia in lei, piú ch’amor, potuto l’ira.— L’ira (dicea) m’ha dal mio amor disgiunta:almen ci avessi io posta alcuna mira,poi ch’avea pur la mala impresa assunta,di saper ritornar donde io veniva;che ben fui d’occhi e di memoria priva. —
8Queste et altre parole ella non tacque,e molto piú ne ragionò col core.Il vento intanto di sospiri, e l’acquedi pianto facean pioggia di dolore.Dopo una lunga aspettazion pur nacquein orïente il disïato albore:et ella prese il suo destrier ch’intornogiva pascendo, et andò contra il giorno.
9Né molto andò, che si trovò all’uscitadel bosco, ove pur dianzi era il palagio,lá dove molti dí l’avea schernitacon tanto error l’incantator malvagio.Ritrovò quivi Astolfo, che fornitala briglia all’ippogrifo avea a grande agio,e stava in gran pensier di Rabicano,per non sapere a chi lasciarlo in mano.
10A caso si trovò che fuor di testal’elmo allor s’avea tratto il paladino;sí che tosto ch’uscí de la foresta,Bradamante conobbe il suo cugino.Di lontan salutollo, e con gran festagli corse, e l’abbracciò poi piú vicino;e nominossi, et alzò la visiera,e chiaramente fe’ veder ch’ell’era.
11Non potea Astolfo ritrovar personaa chi il suo Rabican meglio lasciasse,perché dovesse averne guardia buonae renderglielo poi come tornasse,de la figlia del duca di Dordona;e parvegli che Dio gli la mandasse.Vederla volentier sempre solea,ma pel bisogno or piú ch’egli n’avea.
12Da poi che due e tre volte ritornatifraternamente ad abbracciar si fôro,e si fôr l’uno a l’altro domandaticon molta affezïon de l’esser loro;Astolfo disse:— Ormai, se dei pennativo’ ’l paese cercar, troppo dimoro: —et aprendo alla donna il suo pensiero,veder le fece il volator destriero.
13A lei non fu di molta maravigliaveder spiegare a quel destrier le penne;ch’altra volta, reggendogli la brigliaAtlante incantator, contra le venne;e le fece doler gli occhi e le ciglia:si fisse dietro a quel volar le tennequel giorno, che da lei Ruggier lontanoportato fu per camin lungo e strano.
14Astolfo disse a lei, che le voleadar Rabican, che sí nel corso affretta,che, se scoccando l’arco si movea,si solea lasciar dietro la saetta;e tutte l’arme ancor, quante n’avea,che vuol che a Montalban gli le rimetta,e gli le serbi fin al suo ritorno;che non gli fanno or di bisogno intorno.
15Volendosene andar per l’aria a volo,aveasi a far quanto potea piú lieve.Tiensi la spada e ’l corno, ancor che solobastargli il corno ad ogni risco deve.Bradamante la lancia che ’l figliuoloportò di Galafrone, anco riceve;la lancia che di quanti ne percuotefa le selle restar subito vòte.
16Salito Astolfo sul destrier volante,lo fa mover per l’aria lento lento;indi lo caccia sí, che Bradamanteogni vista ne perde in un momento.Cosí si parte col pilota inanteil nochier che gli scogli teme e ’l vento;e poi che ’l porto e i liti a dietro lassa,spiega ogni vela e inanzi ai venti passa.
17La donna, poi che fu partito il duca,rimase in gran travaglio de la mente;che non sa come a Montalban conducal’armatura e il destrier del suo parente;però che ’l cuor le cuoce e le manucal’ingorda voglia e il desiderio ardentedi riveder Ruggier, che, se non prima,a Vallombrosa ritrovar lo stima.
18Stando quivi suspesa, per venturasi vede inanzi giungere un villano,dal qual fa rassettar quella armatura,come si puote, e por su Rabicano;poi di menarsi dietro gli diè curai duo cavalli, un carco e l’altro a mano:ella n’avea duo prima; ch’avea quellosopra il qual levò l’altro a Pinabello.
19Di Vallombrosa pensò far la strada,che trovar quivi il suo Ruggier ha speme;ma qual piú breve o qual miglior vi vada,poco discerne, e d’ire errando teme.Il villan non avea de la contradapratica molta; et erreranno insieme.Pur andare a ventura ella si messe,dove pensò che ’l loco esser dovesse.
20Di qua di lá si volse, né personaincontrò mai da domandar la via.Si trovò uscir del bosco in su la nona,dove un castel poco lontan scopria,il qual la cima a un monticel corona.Lo mira, e Montalban le par che sia:et era certo Moltalbano; e in quelloavea la matre et alcun suo fratello.
21Come la donna conosciuto ha il loco,nel cor s’attrista, e piú ch’i’ non so dire:sará scoperta, se si ferma un poco,né piú le sará lecito a partire;se non si parte, l’amoroso focol’arderá sí, che la fará morire:non vedrá piú Ruggier, né fará cosadi quel ch’era ordinato a Vallombrosa.
22Stette alquanto a pensar; poi si risolsedi voler dar a Montalban le spalle:e verso la badia pur si rivolse,che quindi ben sapea qual era il calle.Ma sua fortuna, o buona o trista, volseche prima ch’ella uscisse de la valle,scontrasse Alardo, un de’ fratelli sui;né tempo di celarsi ebbe da lui.
23Veniva da partir gli alloggiamentiper quel contado a cavallieri e a fanti;ch’ad instanzia di Carlo nuove gentifatto avea de le terre circonstanti.I saluti e i fraterni abbracciamenticon le grate accoglienze andaro inanti;e poi, di molte cose a paro a parotra lor parlando, in Montalban tornaro.
24Entrò la bella donna in Montalbano,dove l’avea con lacrimosa guanciaBeatrice molto desïata invano,e fattone cercar per tutta Francia.Or quivi i baci e il giunger mano a manodi matre e di fratelli estimò cianciaverso gli avuti con Ruggier complessi,ch’avrá ne l’alma eternamente impressi.
25Non potendo ella andar, fece pensieroch’a Vallombrosa altri in suo nome andasseimmantinente ad avisar Ruggierode la cagion ch’andar lei non lasciasse;e lui pregar (s’era pregar mistero)che quivi per suo amor si battezzasse,e poi venisse a far quanto era detto,sí che si desse al matrimonio effetto.
26Pel medesimo messo fe’ disegnodi mandar a Ruggiero il suo cavallo,che gli solea tanto esser caro: e degnod’essergli caro era ben senza fallo;che non s’avria trovato in tutto ’l regnodei Saracin, né sotto il signor Gallo,piú bel destrier di questo o piú gagliardo,eccetti Brigliador, soli, e Baiardo.
27Ruggier, quel dí che troppo audace ascesesu l’ippogrifo, e verso il ciel levosse,lasciò Frontino, e Bradamante il prese(Frontino, che ’l destrier cosí nomosse);mandollo a Montalbano, e a buone spesetener lo fece, e mai non cavalcosse,se non per breve spazio e a picciol passo;sí ch’era piú che mai lucido e grasso.
28Ogni sua donna tosto, ogni donzellapon seco in opra, e con sutil lavorofa sopra seta candida e morellatesser ricamo di finissimo oro;e di quel cuopre et orna briglia e selladel buon destrier: poi sceglie una di loro,figlia di Callitrefia sua nutrice,d’ogni secreto suo fida uditrice.
29Quando Ruggier l’era nel core impresso,mille volte narrato avea a costei;la beltá, la virtude, i modi d’essoesaltato l’avea fin sopra i dèi.A sé chiamolla, e disse: — Miglior messoa tal bisogno elegger non potrei;che di te né piú fido né piú saggioimbasciator, Ippalca mia, non aggio. —
30Ippalca la donzella era nomata.— Va, — le dice, e l’insegna ove de’ gire;e pienamente poi l’ebbe informatadi quanto avesse al suo signore a dire,e far la scusa se non era andataal monaster: che non fu per mentire;ma che Fortuna, che di noi poteapiú che noi stessi, da imputar s’avea.
31Montar la fece s’un ronzino, e in manola ricca briglia di Frontin le messe;e se sí pazzo alcuno o sí villanotrovasse, che levar le lo volesse;per fargli a una parola il cervel sano,di chi fosse il destrier sol gli dicesse;che non sapea sí ardito cavalliero,che non tremasse al nome di Ruggiero.
32Di molte cose l’ammonisce e molte,che trattar con Ruggier abbia in sua vece;le qual poi ch’ebbe Ippalca ben raccolte,si pose in via, né piú dimora fece.Per strade e campi e selve oscure e foltecavalcò de le miglia piú di diece;che non fu a darle noia chi venisse,né a domandarla pur dove ne gisse.
33A mezzo il giorno, nel calar d’un monte,in una stretta e malagevol viasi venne ad incontrar con Rodomonte,ch’armato un piccol nano e a piè seguia.Il Moro alzò vêr lei l’altiera fronte,e bestemmiò l’eterna Ierarchia,poi che sí bel destrier, sí bene ornato,non avea in man d’un cavallier trovato.
34Avea giurato che ’l primo cavallotorria per forza, che tra via incontrasse.Or questo è stato il primo; e trovato hallopiú bello e piú per lui, che mai trovasse:ma torlo a una donzella gli par fallo;e pur agogna averlo, e in dubbio stasse.Lo mira, lo contempla, e dice spesso:— Deh perché il suo signor non è con esso! —
35— Deh ci fosse egli! (gli rispose Ippalca)che ti faria cangiar forse pensiero.Assai piú di te val chi lo cavalca,né io pareggia al mondo altro guerriero. —— Chi è (le disse il Moro) che sí calcal’onore altrui? — Rispose ella: — Ruggiero. —E quel suggiunse: — Adunque il destrier voglio,poi ch’a Ruggier, sí gran campion, lo toglio.
36Il qual, se sará ver, come tu parli,che sia sí forte, e piú d’ogn’altro vaglia,non che il destrier, ma la vettura darliconverrammi, e in suo albitrio fia la taglia.Che Rodomonte io sono, hai da narrarli,e che, se pur vorrá meco battaglia,mi troverá; ch’ovunque io vada o stia,mi fa sempre apparir la luce mia.
37Dovunque io vo, sí gran vestigio resta,che non lo lascia il fulmine maggiore. —Cosí dicendo, avea tornate in testale redine dorate al corridore:sopra gli salta; e lacrimosa e mestarimane Ippalca, e spinta dal doloreminaccia Rodomonte e gli dice onta:non l’ascolta egli, e su pel poggio monta.
38Per quella via dove lo guida il nanoper trovar Mandricardo e Doralice,gli viene Ippalca dietro di lontano,e lo bestemmia sempre e maledice.Ciò che di questo avvenne, altrove è piano.Turpin, che tutta questa istoria dice,fa qui digresso, e torna in quel paesedove fu dianzi morto il Maganzese.
39Dato avea a pena a quel loco le spallela figliuola d’Amon, ch’in fretta gía,che v’arrivò Zerbin per altro callecon la fallace vecchia in compagnia:e giacer vide il corpo ne la valledel cavallier, che non sa giá chi sia;ma, come quel ch’era cortese e pio,ebbe pietá del caso acerbo e rio.
40Giaceva Pinabello in terra spento,versando il sangue per tante ferite,ch’esser doveano assai, se piú di centospade in sua morte si fossero unite.Il cavalier di Scozia non fu lentoper l’orme che di fresco eran scolpitea porsi in avventura, se poteasaper chi l’omicidio fatto avea.
41Et a Gabrina dice che l’aspette;che senza indugio a lei fará ritorno.Ella presso al cadavero si mette,e fissamente vi pon gli occhi intorno;perché, se cosa v’ha che le dilette,non vuol ch’un morto invan piú ne sia adorno,come colei che fu, tra l’altre note,quanto avara esser piú femina puote.
42Se di portarne il furto ascosamenteavesse avuto modo o alcuna speme,la sopravesta fatta riccamentegli avrebbe tolta, e le bell’arme insieme.Ma quel che può celarsi agevolmente,si piglia, e ’l resto fin al cor le preme.Fra l’altre spoglie un bel cinto levonne,e se ne legò i fianchi infra due gonne.
43Poco dopo arrivò Zerbin, ch’aveaseguito invan di Bradamante i passi,perché trovò il sentier che si torceain molti rami ch’ivano alti e bassi:e poco omai del giorno rimanea,né volea al buio star fra quelli sassi;e per trovare albergo diè le spallecon l’empia vecchia alla funesta valle.
44Quindi presso a dua miglia ritrovaroun gran castel che fu detto Altariva,dove per star la notte si fermaro,che giá a gran volo inverso il ciel saliva.Non vi ster molto, ch’un lamento amarol’orecchie d’ogni parte lor feriva;e veggon lacrimar da tutti gli occhi,come la cosa a tutto il popul tocchi.
45Zerbino dimandonne, e gli fu dettoche venut’era al cont’Anselmo aviso,che fra duo monti in un sentiero istrettogiacea il suo figlio Pinabello ucciso.Zerbin, per non ne dar di sé sospetto,di ciò si finge nuovo, e abbassa il viso:ma pensa ben, che senza dubbio siaquel ch’egli trovò morto in su la via.
46Uopo non molto la bara funèbregiunse, a splendor di torchi e di facelle,lá dove fece le strida piú crebrecon un batter di man gire alle stelle,e con piú vena fuor de le palpèbrele lacrime inundar per le mascelle:ma piú de l’altre nubilose et atreera la faccia del misero patre.
47Mentre apparecchio si facea solennedi grandi essequie e di funèbri pompe,secondo il modo et ordine che tennel’usanza antiqua e ch’ogni etá corrompe;da parte del signore un bando venne,che tosto il popular strepito rompe,e promette gran premio a chi dia avisochi stato sia che gli abbia il figlio ucciso.
48Di voce in voce e d’una in altra orecchiail grido e ’l bando per la terra scorse,fin che l’udí la scelerata vecchiache di rabbia avanzò le tigri e l’orse;e quindi alla ruina s’apparecchiadi Zerbino, o per l’odio che gli ha forse,o per vantarsi pur che sola privad’umanitade in uman corpo viva;
49o fosse pur per guadagnarsi il premio:a ritrovar n’andò quel signor mesto;e dopo un verisimil suo proemio,gli disse che Zerbin fatto avea questo:e quel bel cinto si levò di gremio,che ’l miser padre a riconoscer presto,appresso il testimonio e tristo uffiziode l’empia vecchia, ebbe per chiaro indizio.
50E lacrimando al ciel leva le mani,che ’l figliuol non sará senza vendetta.Fa circundar l’albergo ai terrazzani;che tutto ’l popul s’è levato in fretta.Zerbin che gli nimici aver lontanisi crede, e questa ingiuria non aspetta,dal conte Anselmo, che si chiama offesotanto da lui, nel primo sonno è preso;
51e quella notte in tenebrosa parteincatenato, e in gravi ceppi messo.Il sole ancor non ha le luci sparte,che l’ingiusto supplicio è giá commesso:che nel loco medesimo si squarte,dove fu il mal c’hanno imputato ad esso.Altra esamina in ciò non si facea:bastava che ’l signor cosí credea.
52Poi che l’altro matin la bella Auroral’aer seren fe’ bianco e rosso e giallo,tutto ’l popul gridando: Mora, mora,vien per punir Zerbin del non suo fallo.Lo sciocco vulgo l’accompagna fuora,senz’ordine, chi a piede e chi a cavallo;e ’l cavallier di Scozia a capo chinone vien legato in s’un piccol ronzino.
53Ma Dio, che spesso gl’innocenti aiuta,né lascia mai ch’in sua bontá si fida,tal difesa gli avea giá proveduta,che non v’è dubbio piú ch’oggi s’uccida.Quivi Orlando arrivò, la cui venutaalla via del suo scampo gli fu guida.Orlando giú nel pian vide la genteche traea a morte il cavallier dolente.
54Era con lui quella fanciulla, quellache ritrovò ne la selvaggia grotta,del re galego la figlia Issabella,in poter giá de’ malandrin condotta,poi che lasciato avea ne la procelladel truculento mar la nave rotta:quella che piú vicino al core aveaquesto Zerbin, che l’alma onde vivea.
55Orlando se l’avea fatta compagna,poi che de la caverna la riscosse.Quando costei li vide alla campagna,domandò Orlando, chi la turba fosse.— Non so, — diss’egli; e poi su la montagnalasciolla, e verso il pian ratto si mosse.Guardò Zerbino, et alla vista primalo giudicò baron di molta stima.
56E fattosegli appresso, domandolloper che cagione e dove il menin preso.Levò il dolente cavalliero il collo,e meglio avendo il paladino inteso,rispose il vero; e cosí ben narrollo,che meritò dal conte esser difeso.Bene avea il conte alle parole scortoch’era innocente, e che moriva a torto.
57E poi che ’ntese che commesso questoera dal conte Anselmo d’Altariva,fu certo ch’era torto manifesto;ch’altro da quel fellon mai non deriva.Et oltre a-cciò, l’uno era all’altro infestoper l’antiquissimo odio che bollivatra il sangue di Maganza e di Chiarmonte;e tra lor eran morti e danni et onte.
58— Slegate il cavallier (gridò), canaglia,(il conte a’ masnadieri), o ch’io v’uccido. —— Chi è costui che sí gran colpi taglia?(rispose un che parer volle il piú fido).Se di cera noi fussimo o di paglia,e di fuoco egli, assai fôra quel grido. —E venne contra il paladin di Francia:Orlando contra lui chinò la lancia.
59La lucente armatura il Maganzese,che levata la notte avea a Zerbino,e postasela indosso, non difesecontro l’aspro incontrar del paladino.Sopra la destra guancia il ferro prese:l’elmo non passò giá, perch’era fino;ma tanto fu de la percossa il crollo,che la vita gli tolse e roppe il collo.
60Tutto in un corso, senza tor di restala lancia, passò un altro in mezzo ’l petto:quivi lasciolla, e la mano ebbe prestaa Durindana; e nel drappel piú strettoa chi fece due parti de la testa,a chi levò dal busto il capo netto;forò la gola a molti; e in un momenton’uccise e messe in rotta piú di cento.
61Piú del terzo n’ha morto, e’l resto cacciae taglia e fende e fiere e fora e tronca.Chi lo scudo, e chi l’elmo che lo ’mpaccia,e chi lascia lo spiedo e chi la ronca;chi al lungo, chi al traverso il camin spaccia;altri s’appiatta in bosco, altri in spelonca.Orlando, di pietá questo dí privo,a suo poter non vuol lasciarne un vivo.
62Di cento venti (che Turpin sottrasseil conto), ottanta ne periro almeno.Orlando finalmente si ritrassedove a Zerbin tremava il cor nel seno.S’al ritornar d’Orlando s’allegrasse,non si potria contare in versi a pieno.Se gli saria per onorar prostrato;ma si trovò sopra il ronzin legato.
63Mentre ch’Orlando, poi che lo disciolse,l’aiutava a ripor l’arme sue intorno,ch’al capitan de la sbirraglia tolse,che per suo mal se n’era fatto adorno:Zerbino gli occhi ad Issabella volse,che sopra il colle avea fatto soggiorno,e poi che de la pugna vide il fine,portò le sue bellezze piú vicine.
64Quando apparir Zerbin si vide appressola donna che da lui fu amata tanto,la bella donna che per falso messocredea sommersa, e n’ha piú volte pianto;com’un ghiaccio nel petto gli sia messo,sente dentro aggelarsi, e triema alquanto:ma tosto il freddo manca, et in quel locotutto s’avampa d’amoroso fuoco.
65Di non tosto abbracciarla lo ritienela riverenza del signor d’Anglante;perché si pensa, e senza dubbio tienech’Orlando sia de la donzella amante.Cosí cadendo va di pene in pene,e poco dura il gaudio ch’ebbe inante:il vederla d’altrui peggio sopporta,che non fe’ quando udí ch’ella era morta.
66E molto piú gli duol che sia in podestadel cavalliero a cui cotanto debbe;perché volerla a lui levar né onestané forse impresa facile sarebbe.Nessuno altro da sé lassar con questapreda partir senza romor vorrebbe:ma verso il conte il suo debito chiedeche se lo lasci por sul collo il piede.
67Giunsero taciturni ad una fonte,dove smontaro e fêr qualche dimora.Trassesi l’elmo il travagliato conte,et a Zerbin lo fece trarre ancora.Vede la donna il suo amatore in fronte,e di subito gaudio si scolora;poi torna come fiore umido suoledopo gran pioggia all’apparir del sole.
68E senza indugio e senza altro rispettocorre al suo caro amante, e il collo abbraccia;e non può trar parola fuor del petto,ma di lacrime il sen bagna e la faccia.Orlando attento all’amoroso affetto,senza che piú chiarezza se gli faccia,vide a tutti gl’indizii manifestoch’altri esser, che Zerbin, non potea questo.
69Come la voce aver poté Issabella,non bene asciutta ancor l’umida guancia,sol de la molta cortesia favella,che l’avea usata il paladin di Francia.Zerbino, che tenea questa donzellacon la sua vita pare a una bilancia,si getta a’ piè del conte, e quello adoracome a chi gli ha due vite date a un’ora.
70Molti ringraziamenti e molte offerteerano per seguir tra i cavallieri,se non udian sonar le vie copertedagli arbori di frondi oscuri e neri.Presti alle teste lor, ch’eran scoperte,posero gli elmi, e presero i destrieri:et ecco un cavalliero e una donzellalor sopravien, ch’a pena erano in sella.
71Era questo guerrier quel Mandricardoche dietro Orlando in fretta si condusseper vendicar Alzirdo e Manilardo,che ’l paladin con gran valor percusse:quantunque poi lo seguitò piú tardo;che Doralice in suo poter ridusse,la quale avea con un troncon di cerrotolta a cento guerrier carchi di ferro.
72Non sapea il Saracin però, che questo,ch’egli seguia, fosse il signor d’Anglante:ben n’avea indizio e segno manifestoch’esser dovea gran cavalliero errante.A lui mirò piú ch’a Zerbino, e prestogli andò con gli occhi dal capo alle piante;e i dati contrasegni ritrovando,disse: — Tu se’ colui ch’io vo cercando.
73Sono omai dieci giorni (gli soggiunse)che di cercar non lascio i tuo’ vestigi:tanto la fama stimolommi e punse,che di te venne al campo di Parigi,quando a fatica un vivo sol vi giunsedi mille che mandasti ai regni stigi;e la strage contò, che da te vennesopra i Norizii e quei di Tremisenne.
74Non fui, come lo seppi, a seguir lento,e per vederti e per provarti appresso:e perché m’informai del guernimentoc’hai sopra l’arme, io so che tu sei desso;e se non l’avessi anco, e che fra centoper celarti da me ti fossi messo,il tuo fiero sembiante mi fariachiaramente veder che tu quel sia. —
75— Non si può (gli rispose Orlando) direche cavallier non sii d’alto valore;però che sí magnanimo desirenon mi credo albergasse in umil core.Se ’l volermi veder ti fa venire,vo’ che mi veggi dentro, come fuore:mi leverò questo elmo da le tempie,acciò ch’a punto il tuo desire adempie.
76Ma poi che ben m’avrai veduto in faccia,all’altro desiderio ancora attendi:resta ch’alla cagion tu satisfaccia,che fa che dietro questa via mi prendi;che veggi se ’l valor mio si confacciaa quel sembiante fier che sí commendi. —— Orsú (disse il pagano), al rimanente;ch’al primo ho satisfatto interamente.—
77Il conte tuttavia dal capo al piedeva cercando il pagan tutto con gli occhi:mira ambi i fianchi, indi l’arcion; né vedepender né qua né lá mazze né stocchi.Gli domanda di ch’arme si provede,s’avvien che con la lancia in fallo tocchi.Rispose quel: — Non ne pigliar tu cura:cosí a molt’altri ho ancor fatto paura.
78Ho sacramento di non cinger spada,fin ch’io non tolgo Durindana al conte;e cercando lo vo per ogni strada,acciò piú d’una posta meco sconte.Lo giurai (se d’intenderlo t’aggrada)quando mi posi quest’elmo alla fronte,il qual con tutte l’altr’arme ch’io porto,era d’Ettòr, che giá mill’anni è morto.
79La spada sola manca alle buone arme:come rubata fu, non ti so dire.Or che la porti il paladino, parme;e di qui vien ch’egli ha sí grande ardire.Ben penso, se con lui posso accozzarme,fargli il mal tolto ormai ristituire.Cercolo ancor, che vendicar disioil famoso Agrican genitor mio.
80Orlando a tradimento gli diè morte:ben so che non potea farlo altrimente. —Il conte piú non tacque, e gridò forte:— E tu e qualunque il dice, se ne mente.Ma quel che cerchi t’è venuto in sorte:io sono Orlando, e uccisil giustamente;e questa è quella spada che tu cerchi,che tua sará, se con virtú la merchi.
81Quantunque sia debitamente mia,tra noi per gentilezza si contenda:né voglio in questa pugna ch’ella siapiú tua che mia; ma a un arbore s’appenda.Levala tu liberamente via,s’avvien che tu m’uccida o che mi prenda. —Cosí dicendo, Durindana prese,e ’n mezzo il campo a un arbuscel l’appese.
82Giá l’un da l’altro è dipartito lunge,quanto sarebbe un mezzo tratto d’arco:giá l’uno contra l’altro il destrier punge,né de le lente redine gli è parco:giá l’uno e l’altro di gran colpo aggiungedove per l’elmo la veduta ha varco.Parveno l’aste, al rompersi, di gielo;e in mille scheggie andâr volando al cielo.
82L’una e l’altra asta è forza che si spezzi;che non voglion piegarsi i cavallieri,i cavallier che tornano coi pezziche son restati appresso i calci interi.Quelli, che sempre fur nel ferro avezzi,or, come duo villan per sdegno fierinel partir acque o termini de prati,fan crudel zuffa di duo pali armati.
84Non stanno l’aste a quattro colpi salde,e mancan nel furor di quella pugna.Di qua e di lá si fan l’ire piú calde;né da ferir lor resta altro che pugna.Schiodano piastre, e straccian maglie e falde,pur che la man, dove s’aggraffi, giugna.Non desideri alcun, perché piú vaglia,martel piú grave o piú dura tanaglia.
85Come può il Saracin ritrovar sestodi finir con suo onore il fiero invito?Pazzia sarebbe il perder tempo in questo,che nuoce al feritor piú ch’al ferito.Andò alle strette l’uno e l’altro, e prestoil re pagano Orlando ebbe ghermito:lo stringe al petto; e crede far le proveche sopra Anteo fe’ giá il figliol di Giove.
86Lo piglia con molto impeto a traverso:quando lo spinge, e quando a sé lo tira;et è ne la gran colera sí immerso,ch’ove resti la briglia poco mira.Sta in sé raccolto Orlando, e ne va versoil suo vantaggio, e alla vittoria aspira:gli pon la cauta man sopra le cigliadel cavallo, e cader ne fa la briglia.
87Il Saracino ogni poter vi mette,che lo soffoghi, o de l’arcion lo svella:negli urti il conte ha le ginocchia strette;né in questa parte vuol piegar né in quella.Per quel tirar che fa il pagan, constrettele cingie son d’abandonar la sella.Orlando è in terra, e a pena sel conosce;ch’i piedi ha in staffa, e stringe ancor le cosce.
88Con quel rumor ch’un sacco d’arme cade,risuona il conte, come il campo tocca.Il destrier c’ha la testa in libertade,quello a chi tolto il freno era di bocca,non piú mirando i boschi che le strade,con ruinoso corso si trabocca,spinto di qua e di lá dal timor cieco;e Mandricardo se ne porta seco.
89Doralice che vede la sua guidauscir del campo e torlesi d’appresso,e mal restarne senza si confida,dietro, correndo, il suo ronzin gli ha messo.Il pagan per orgoglio al destrier grida,e con mani e con piedi il batte spesso;e, come non sia bestia, lo minacciaperché si fermi, e tuttavia piú il caccia.
90La bestia, ch’era spaventosa e poltra,sanza guardarsi ai piè, corre a traverso.Giá corso avea tre miglia, e seguiva oltra,s’un fosso a quel desir non era avverso;che, sanza aver nel fondo o letto o coltra,ricevè l’uno e l’altro in sé riverso.Diè Mandricardo in terra aspra percossa;né però si fiaccò né si roppe ossa.
91Quivi si ferma il corridore al fine;ma non si può guidar, che non ha freno.Il Tartaro lo tien preso nel crine,e tutto è di furore e d’ira pieno.Pensa, e non sa quel che di far destine.— Pongli la briglia del mio palafreno(la donna gli dicea); che non è moltoil mio feroce, o sia col freno o sciolto. —
92Al Saracin parea discortesiala proferta accettar di Doralice;ma fren gli fará aver per altra viaFortuna a’ suoi disii molto fautrice.Quivi Gabrina scelerata invia,che, poi che di Zerbin fu traditrice,fuggia, come la lupa che lontanioda venire i cacciatori e i cani.
93Ella avea ancora indosso la gonnella,e quei medesmi giovenili ornatiche furo alla vezzosa damigelladi Pinabel, per lei vestir, levati;et avea il palafreno anco di quella,dei buon del mondo e degli avantaggiati.La vecchia sopra il Tartaro trovosse,ch’ancor non s’era accorta che vi fosse.
94L’abito giovenil mosse la figliadi Stordilano, e Mandricardo a riso,vedendolo a colei che rassimigliaa un babuino, a un bertuccione in viso.Disegna il Saracin torle la brigliapel suo destriero, e riuscí l’aviso.Toltogli il morso, il palafren minaccia,gli grida, lo spaventa, e in fuga il caccia.
95Quel fugge per la selva, e seco portala quasi morta vecchia di pauraper valli e monti e per via dritta e torta,per fossi e per pendici alla ventura.Ma il parlar di costei sí non m’importa,ch’io non debba d’Orlando aver piú cura,ch’alla sua sella ciò ch’era di guasto,tutto ben racconciò sanza contrasto.
96Rimontò sul destriero, e ste’ gran pezzoa riguardar che ’l Saracin tornasse.Nol vedendo apparir, volse da sezzoegli esser quel ch’a ritrovarlo andasse;ma, come costumato e bene avezzo,non prima il paladin quindi si trasse,che con dolce parlar grato e cortesebuona licenzia dagli amanti prese.
97Zerbin di quel partir molto si dolse;di tenerezza ne piangea Issabella:voleano ir seco, ma il conte non volselor compagnia, ben ch’era e buona e bella;e con questa ragion se ne disciolse,ch’a guerrier non è infamia sopra quellache, quando cerchi un suo nimico, prendacompagno che l’aiuti e che ’l difenda.
98Li pregò poi, che quando il Saracino,prima ch’in lui, si riscontrasse in loro,gli dicesser ch’Orlando avria vicinoancor tre giorni per quel tenitoro;ma dopo, che sarebbe il suo caminoverso le ’nsegne dei bei gigli d’oro,per esser con l’esercito di Carlo,acciò, volendol, sappia onde chiamarlo.
99Quelli promiser farlo volentieri,e questa e ogn’altra cosa al suo comando.Feron camin diverso i cavallieri,di qua Zerbino, e di lá il conte Orlando.Prima che pigli il conte altri sentieri,all’arbor tolse, e a sé ripose il brando;e dove meglio col pagan pensossedi potersi incontrare, il destrier mosse.
100Lo strano corso che tenne il cavallodel Saracin pel bosco senza via,fece ch’Orlando andò duo giorni in fallo,né lo trovò, né poté averne spia.Giunse ad un rivo che parea cristallo,ne le cui sponde un bel pratel fioria,di nativo color vago e dipinto,e di molti e belli arbori distinto.
101Il merigge facea grato l’orezzoal duro armento et al pastore ignudo;sí che né Orlando sentia alcun ribrezzo,che la corazza avea, l’elmo e lo scudo.Quivi egli entrò per riposarvi in mezzo;e v’ebbe travaglioso albergo e crudo,e piú che dir si possa empio soggiorno,quell’infelice e sfortunato giorno.
102Volgendosi ivi intorno, vide scrittimolti arbuscelli in su l’ombrosa riva.Tosto che fermi v’ebbe gli occhi e fitti,fu certo esser di man de la sua diva.Questo era un di quei lochi giá descritti,ove sovente con Medor venivada casa del pastore indi vicinala bella donna del Catai regina.
103Angelica e Medor con cento nodilegati insieme, e in cento lochi vede.Quante lettere son, tanti son chiodicoi quali Amore il cor gli punge e fiede.Va col pensier cercando in mille modinon creder quel ch’al suo dispetto crede:ch’altra Angelica sia, creder si sforza,ch’abbia scritto il suo nome in quella scorza.
104Poi dice: — Conosco io pur queste note:di tal’io n’ho tante vedute e lette.Finger questo Medoro ella si puote:forse ch’a me questo cognome mette. —Con tali opinïon dal ver remoteusando fraude a sé medesmo, stettene la speranza il malcontento Orlando,che si seppe a se stesso ir procacciando.
105Ma sempre piú raccende e piú rinuova,quanto spenger piú cerca, il rio sospetto:come l’incauto augel che si ritrovain ragna o in visco aver dato di petto,quanto piú batte l’ale e piú si provadi disbrigar, piú vi si lega stretto.Orlando viene ove s’incurva il montea guisa d’arco in su la chiara fonte.
106Aveano in su l’entrata il luogo adornocoi piedi storti edere e viti erranti.Quivi soleano al piú cocente giornostare abbracciati i duo felici amanti.V’aveano i nomi lor dentro e d’intorno,piú che in altro dei luoghi circonstanti,scritti, qual con carbone e qual con gesso,e qual con punte di coltelli impresso.
107Il mesto conte a piè quivi discese;e vide in su l’entrata de la grottaparole assai, che di sua man disteseMedoro avea, che parean scritte allotta.Del gran piacer che ne la grotta prese,questa sentenzia in versi avea ridotta.Che fosse culta in suo linguaggio io penso;et era ne la nostra tale il senso:
108— Liete piante, verdi erbe, limpide acque,spelunca opaca e di fredde ombre grata,dove la bella Angelica che nacquedi Galafron, da molti invano amata,spesso ne le mie braccia nuda giacque;de la commoditá che qui m’è data,io povero Medor ricompensarvid’altro non posso, che d’ognior lodarvi:
109e di pregare ogni signore amante,e cavalieri e damigelle, e ognunapersona, o paesana o vïandante,che qui sua volontá meni o Fortuna;ch’all’erbe, all’ombre, all’antro, al rio, alle piantedica: benigno abbiate e sole e luna,e de le ninfe il coro, che proveggiache non conduca a voi pastor mai greggia. —
110Era scritto in arabico, che ’l conteintendea cosí ben come latino:fra molte lingue e molte ch’avea pronte,prontissima avea quella il paladino;e gli schivò piú volte e danni et onte,che si trovò tra il popul saracino:ma non si vanti, se giá n’ebbe frutto;ch’un danno or n’ha, che può scontargli il tutto.
111Tre volte e quattro e sei lesse lo scrittoquello infelice, e pur cercando invanoche non vi fosse quel che v’era scritto;e sempre lo vedea piú chiaro e piano:et ogni volta in mezzo il petto afflittostringersi il cor sentia con fredda mano.Rimase al fin con gli occhi e con la mentefissi nel sasso, al sasso indifferente.
112Fu allora per uscir del sentimento,sí tutto in preda del dolor si lassa.Credete a chi n’ha fatto esperimento,che questo è ’l duol che tutti gli altri passa.Caduto gli era sopra il petto il mento,la fronte priva di baldanza e bassa;né poté aver (che ’l duol l’occupò tanto)alle querele voce, o umore al pianto.
113L’impetuosa doglia entro rimase,che volea tutta uscir con troppa fretta.Cosí veggián restar l’acqua nel vase,che largo il ventre e la bocca abbia stretta;che nel voltar che si fa in su la base,l’umor che vorria uscir, tanto s’affretta,e ne l’angusta via tanto s’intrica,ch’a goccia a goccia fuore esce a fatica.
114Poi ritorna in sé alquanto, e pensa comepossa esser che non sia la cosa vera:che voglia alcun cosí infamare il nomede la sua donna e crede e brama e spera,o gravar lui d’insoportabil sometanto di gelosia, che se ne pèra:et abbia quel, sia chi si voglia stato,molto la man di lei bene imitato.
115In cosí poca, in cosí debol spemesveglia gli spirti e gli rifranca un poco;indi al suo Brigliadoro il dosso preme,dando giá il sole alla sorella loco.Non molto va, che da le vie supremedei tetti uscir vede il vapor del fuoco,sente cani abbaiar, muggiare armento:viene alla villa, e piglia alloggiamento.
116Languido smonta, e lascia Brigliadoroa un discreto garzon che n’abbia cura;altri il disarma, altri gli sproni d’orogli leva, altri a forbir va l’armatura.Era questa la casa ove Medorogiacque ferito, e v’ebbe alta avventura.Corcarsi Orlando e non cenar domanda,di dolor sazio e non d’altra vivanda.
117Quanto piú cerca ritrovar quïete,tanto ritrova piú travaglio e pena;che de l’odiato scritto ogni parete,ogni uscio, ogni finestra vede piena.Chieder ne vuol: poi tien le labra chete;che teme non si far troppo serena,troppo chiara la cosa che di nebbiacerca offuscar, perché men nuocer debbia.
118Poco gli giova usar fraude a se stesso;che senza domandarne, è chi ne parla.Il pastor che lo vede cosí oppressoda sua tristizia, e che voria levarla,l’istoria nota a sé, che dicea spessodi quei duo amanti a chi volea ascoltarla,ch’a molti dilettevole fu a udire,gl’incominciò senza rispetto a dire:
119come esso a prieghi d’Angelica bellaportato avea Medoro alla sua villa,ch’era ferito gravemente; e ch’ellacurò la piaga, e in pochi dí guarilla:ma che nel cor d’una maggior di quellalei ferí Amor; e di poca scintillal’accese tanto e sí cocente fuoco,che n’ardea tutta, e non trovava loco:
120e sanza aver rispetto ch’ella fussefiglia del maggior re ch’abbia il Levante,da troppo amor constretta si condussea farsi moglie d’un povero fante.All’ultimo l’istoria si ridusse,che ’l pastor fe’ portar la gemma inante,ch’alla sua dipartenza, per mercededel buono albergo, Angelica gli diede.
121Questa conclusion fu la secureche ’l capo a un colpo gli levò dal collo,poi che d’innumerabil battituresi vide il manigoldo Amor satollo.Celar si studia Orlando il duolo; e purequel gli fa forza, e male asconder pòllo:per lacrime e suspir da bocca e d’occhiconvien, voglia o non voglia, al fin che scocchi.
122Poi ch’allargare il freno al dolor puote(che resta solo e senza altrui rispetto),giú dagli occhi rigando per le gotesparge un fiume di lacrime sul petto:sospira e geme, e va con spesse ruotedi qua di lá tutto cercando il letto;e piú duro ch’un sasso, e piú pungenteche se fosse d’urtica, se lo sente.
123In tanto aspro travaglio gli soccorreche nel medesmo letto in che giaceva,l’ingrata donna venutasi a porrecol suo drudo piú volte esser doveva.Non altrimenti or quella piuma abborre,né con minor prestezza se ne leva,che de l’erba il villan che s’era messoper chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso.
124Quel letto, quella casa, quel pastoreimmantinente in tant’odio gli casca,che senza aspettar luna, o che l’alboreche va dinanzi al nuovo giorno nasca,piglia l’arme e il destriero, et esce fuoreper mezzo il bosco alla piú oscura frasca:e quando poi gli è aviso d’esser solo,con gridi et urli apre le porte al duolo.
125Di pianger mai, mai di gridar non resta;né la notte né ’l di si dá mai pace.Fugge cittadi e borghi, e alla forestasul terren duro al discoperto giace.Di sé si maraviglia ch’abbia in testauna fontana d’acqua sí vivace,e come sospirar possa mai tanto;e spesso dice a sé cosí nel pianto:
126— Queste non son piú lacrime, che fuorestillo dagli occhi con sí larga vena.Non suppliron le lacrime al dolore:finîr, ch’a mezzo era il dolore a pena.Dal fuoco spinto ora il vitale umorefugge per quella via ch’agli occhi mena;et è quel che si versa, e trarrá insiemee ’l dolore e la vita all’ore estreme.
127Questi ch’indizio fan del mio tormento,sospir non sono, né i sospir son tali.Quelli han triegua talora; io mai non sentoche ’l petto mio men la sua pena esali.Amor che m’arde il cor, fa questo vento,mentre dibatte intorno al fuoco l’ali.Amor, con che miracolo lo fai,che’n fuoco il tenghi, e nol consumi mai?
128Non son, non sono io quel che paio in viso:quel ch’era Orlando è morto et è sotterra;la sua donna ingratissima l’ha ucciso:sí, mancando di fé, gli ha fatto guerra.Io son lo spirto suo da lui diviso,ch’in questo inferno tormentandosi erra,acciò con l’ombra sia, che sola avanza,esempio a chi in Amor pone speranza. —
129Pel bosco errò tutta la notte il conte;e allo spuntar della dïurna fiammalo tornò il suo destin sopra la fontedove Medoro insculse l’epigramma.Veder l’ingiuria sua scritta nel montel’accese sí, ch’in lui non restò drammache non fosse odio, rabbia, ira e furore;né piú indugiò, che trasse il brando fuore.
130Tagliò lo scritto e ’l sasso, e sin al cieloa volo alzar fe’ le minute schegge.Infelice quell’antro, et ogni steloin cui Medoro e Angelica si legge!Cosí restar quel dí, ch’ombra né gieloa pastor mai non daran piú, né a gregge:e quella fonte, giá si chiara e pura,da cotanta ira fu poco sicura;
131che rami e ceppi e tronchi e sassi e zollenon cessò di gittar ne le bell’onde,fin che da sommo ad imo sí turbolle,che non furo mai piú chiare né monde.E stanco al fin, e al fin di sudor molle,poi che la lena vinta non rispondeallo sdegno, al grave odio, all’ardente ira,cade sul prato, e verso il ciel sospira.
132Afflitto e stanco al fin cade ne l’erba,e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto.Senza cibo e dormir cosí si serba,che ’l sole esce tre volte e torna sotto.Di crescer non cessò la pena acerba,che fuor del senno al fin l’ebbe condotto.Il quarto dí, da gran furor commosso,e maglie e piastre si stracciò di dosso.
133Qui riman l’elmo, e lá riman lo scudo,lontan gli arnesi, e piú lontan l’usbergo:l’arme sue tutte, in somma vi concludo,avean pel bosco differente albergo.E poi si squarciò i panni, e mostrò ignudol’ispido ventre e tutto ’l petto e ’l tergo;e cominciò la gran follia, sí orrenda,che de la piú non sará mai ch’intenda.
134In tanta rabbia, in tanto furor venne,che rimase offuscato in ogni senso.Di tor la spada in man non gli sovenne;che fatte avria mirabil cose, penso.Ma né quella, né scure, né bipenneera bisogno al suo vigore immenso.Quivi fe’ ben de le sue prove eccelse,ch’un alto pino al primo crollo svelse:
135e svelse dopo il primo altri parecchi,come fosser finocchi, ebuli o aneti;e fe’ il simil di querce e d’olmi vecchi,di faggi e d’orni e d’illici e d’abeti.Quel ch’un ucellator che s’apparecchiil campo mondo, fa, per por le reti,dei giunchi e de le stoppie e de l’urtiche,facea de cerri e d’altre piante antiche.
136I pastor che sentito hanno il fracasso,lasciando il gregge sparso alla foresta,chi di qua, chi di lá, tutti a gran passovi vengono a veder che cosa è questa.Ma son giunto a quel segno il qual s’io passovi potria la mia istoria esser molesta;et io la vo’ piú tosto diferire,che v’abbia per lunghezza a fastidire.