Libri di dominio pubblico

Orlando furioso

Canto 24

920 versicirca 56 minuti

1Chi mette il piè su l’amorosa pania,cerchi ritrarlo, e non v’inveschi l’ale;che non è in somma amor, se non insania,a giudizio de’ savi universale:e se ben come Orlando ognun non smania,suo furor mostra a qualch’altro segnale.E quale è di pazzia segno piú espressoche, per altri voler, perder se stesso?
2Varii gli effetti son, ma la pazziaè tutt’una però, che li fa uscire.Gli è come una gran selva, ove la viaconviene a forza, a chi vi va, fallire:chi su, chi giú, chi qua, chi lá travia.Per concludere in somma, io vi vo’ dire:a chi in amor s’invecchia, oltr’ogni pena,si convengono i ceppi e la catena.
3Ben mi si potria dir: — Frate, tu vail’altrui mostrando, e non vedi il tuo fallo. —Io vi rispondo che comprendo assai,or che di mente ho lucido intervallo;et ho gran cura (e spero farlo ormai)di riposarmi e d’uscir fuor di ballo:ma tosto far, come vorrei, nol posso;che ’l male è penetrato infin all’osso.
4Signor, ne l’altro canto io vi diceache ’l forsennato e furïoso Orlandotrattesi l’arme e sparse al campo avea,squarciati i panni, via gittato il brando,svelte le piante, e risonar faceai cavi sassi e l’alte selve; quandoalcun’ pastori al suon trasse in quel latolor stella, o qualche lor grave peccato.
5Viste del pazzo l’incredibil provepoi piú d’appresso e la possanza estrema,si voltan per fuggir, ma non sanno ove,sí come avviene in subitana tema.Il pazzo dietro lor ratto si muove:uno ne piglia, e del capo lo scemacon la facilitá che torria alcunoda l’arbor pome, o vago fior dal pruno.
6Per una gamba il grave tronco prese,e quello usò per mazza adosso al resto:in terra un paio addormentato stese,ch’al novissimo dí forse fia desto.Gli altri sgombraro subito il paese,ch’ebbono il piede e il buono aviso presto.Non saria stato il pazzo al seguir lento,se non ch’era giá volto al loro armento.
7Gli agricultori, accorti agli altru’esempli,lascian nei campi aratri e marre e falci:chi monta su le case e chi sui templi(poi che non son sicuri olmi né salci),onde l’orrenda furia si contempli,ch’a pugni, ad urti, a morsi, a graffi, a calci,cavalli e buoi rompe, fraccassa e strugge;e ben è corridor chi da lui fugge.
8Giá potreste sentir come ribombel’alto rumor ne le propinque villed’urli e di corni, rusticane trombe,e piú spesso che d’altro, il suon di squille;e con spuntoni et archi e spiedi e frombeveder dai monti sdrucciolarne mille,et altritanti andar da basso ad alto,per fare al pazzo un villanesco assalto.
9Qual venir suol nel salso lito l’ondamossa da l’austro ch’a principio scherza,che maggior de la prima è la seconda,e con piú forza poi segue la terza;et ogni volta piú l’umore abonda,e ne l’arena piú stende la sferza:tal contra Orlando l’empia turba cresce,che giú da balze scende e di valli esce.
10Fece morir diece persone e diece,che senza ordine alcun gli andaro in mano:e questo chiaro esperimento fece,ch’era assai piú sicur starne lontano.Trar sangue da quel corpo a nessun lece,che lo fere e percuote il ferro invano.Al conte il re del ciel tal grazia diede,per porlo a guardia di sua santa fede.
11Era a periglio di morire Orlando,se fosse di morir stato capace.Potea imparar ch’era a gittare il brando,e poi voler senz’arme essere audace.La turba giá s’andava ritirando,vedendo ogni suo colpo uscir fallace.Orlando, poi che piú nessun l’attende,verso un borgo di case il camin prende.
12Dentro non vi trovò piccol né grande,che ’l borgo ognun per tema avea lasciato.V’erano in copia povere vivande,convenïenti a un pastorale stato.Senza il pane discerner da le giande,dal digiuno e da l’impeto cacciato,le mani e il dente lasciò andar di bottoin quel che trovò prima, o crudo o cotto.
13E quindi errando per tutto il paese,dava la caccia e agli uomini e alle fere;e scorrendo pei boschi, talor presei capri isnelli e le damme leggiere.Spesso con orsi e con cingiai contese,e con man nude li pose a giacere:e di lor carne con tutta la spogliapiú volte il ventre empí con fiera voglia.
14Di qua, di lá, di su, di giú discorreper tutta Francia; e un giorno a un ponte arriva,sotto cui largo e pieno d’acqua correun fiume d’alta e di scoscesa riva.Edificato accanto avea una torreche d’ogn’intorno e di lontan scopriva.Quel che fe’ quivi, avete altrove a udire;che di Zerbin mi convien prima dire.
15Zerbin, da poi ch’Orlando fu partito,dimorò alquanto, e poi prese il sentieroche ’l paladino inanzi gli avea trito,e mosse a passo lento il suo destriero.Non credo che duo miglia anco fosse ito,che trar vide legato un cavallierosopra un picciol ronzino, e d’ogni latola guardia aver d’un cavalliero armato.
16Zerbin questo prigion conobbe tostoche gli fu appresso, e cosí fe’ Issabella:era Odorico il Biscaglin, che postofu come lupo a guardia de l’agnella.L’avea a tutti gli amici suoi prepostoZerbino in confidargli la donzella,sperando che la fede che nel restosempre avea avuta, avesse ancora in questo.
17Come era a punto quella cosa stata,venía Issabella raccontando allotta:come nel palischermo fu salvata,prima ch’avesse il mar la nave rotta;la forza che l’avea Odorico usata;e come tratta poi fosse alla grotta.Né giunt’era anco al fin di quel sermone,che trarre il malfattor vider prigione.
18I duo ch’in mezzo avean preso Odorico,d’Issabella notizia ebbeno vera;e s’avisaro esser di lei l’amico,e ’l signor lor, colui ch’appresso l’era;ma piú, che ne lo scudo il segno anticovider dipinto di sua stirpe altiera:e trovar poi, che guardâr meglio al viso,che s’era al vero apposto il loro aviso.
19Saltaro a piedi, e con aperte bracciacorrendo se n’andâr verso Zerbino,e l’abbracciaro ove il maggior s’abbraccia,col capo nudo e col ginocchio chino.Zerbin, guardando l’uno e l’altro in faccia,vide esser l’un Corebo il Biscaglino,Almonio l’altro, ch’egli avea mandaticon Odorico in sul navilio armati.
20Almonio disse: — Poi che piace a Dio(la sua mercé) che sia Issabella teco,io posso ben comprender, signor mio,che nulla cosa nuova ora t’arreco,s’io vo’ dir la cagion che questo riofa che cosí legato vedi meco;che da costei, che piú sentí l’offesa,a punto avrai tutta l’istoria intesa.
21Come dal traditore io fui schernitoquando da sé levommi, saper déi;e come poi Corebo fu ferito,ch’a difender s’avea tolto costei.Ma quanto al mio ritorno sia seguito,né veduto né inteso fu da lei,che te l’abbia potuto riferire:di questa parte dunque io ti vo’ dire.
22Da la cittade al mar ratto io venivacon cavalli ch’in fretta avea trovati,sempre con gli occhi intenti s’io scoprivacostor che molto a dietro eran restati.Io vengo inanzi, io vengo in su la rivadel mare, al luogo ove io gli avea lasciati;io guardo, né di loro altro ritrovo,che ne l’arena alcun vestigio nuovo.
23La pésta seguitai, che mi condussenel bosco fier; né molto adentro fui,che, dove il suon l’orecchie mi percusse,giacere in terra ritrovai costui.Gli domandai che de la donna fusse,che d’Odorico, e chi avea offeso lui.Io me n’andai, poi che la cosa seppi,il traditor cercando per quei greppi.
24Molto aggirando vommi, e per quel giornoaltro vestigio ritrovar non posso.Dove giacea Corebo al fin ritorno,che fatto appresso avea il terren sí rosso,che poco piú che vi facea soggiorno,gli saria stato di bisogno il fossoe i preti e i frati piú per sotterrarlo,ch’i medici e che ’l letto per sanarlo.
25Dal bosco alla cittá feci portallo,e posi in casa d’uno ostier mio amico,che fatto sano in poco termine halloper cura et arte d’un chirurgo antico.Poi d’arme proveduti e di cavalloCorebo et io cercammo d’Odorico,ch’in corte del re Alfonso di Biscagliatrovammo; e quivi fui seco a battaglia.
26La giustizia del re, che il loco francode la pugna mi diede, e la ragione,et oltre alla ragion la Fortuna anco,che spesso la vittoria, ove vuol, pone,mi giovâr sí, che di me poté mancoil traditore; onde fu mio prigione.Il re, udito il gran fallo, mi concessedi poter farne quanto mi piacesse.
27Non l’ho voluto uccider né lasciarlo,ma, come vedi, trarloti in catena;perché vo’ ch’a te stia di giudicarlo,se morire o tener si deve in pena.L’avere inteso ch’eri appresso a Carlo,e ’l desir di trovarti qui mi mena.Ringrazio Dio che mi fa in questa parte,dove lo sperai meno, ora trovarte.
28Ringraziolo anco, che la tua Issabellaio veggo (e non so come) che teco hai;di cui, per opra del fellon, novellapensai che non avessi ad udir mai. —Zerbino ascolta Almonio e non favella,fermando gli occhi in Odorico assai;non sí per odio, come che gl’increscech’a sí mal fin tanta amicizia gli esce.
29Finito ch’ebbe Almonio il suo sermone,Zerbin riman gran pezzo sbigottito,che chi d’ogn’altro men n’avea cagione,sí espressamente il possa aver tradito.Ma poi che d’una lunga ammirazionefu, sospirando, finalmente uscito,al prigion domandò se fosse veroquel ch’avea di lui detto il cavalliero.
30Il disleal con le ginocchia in terralasciò cadersi, e disse: — Signor mio,ognun che vive al mondo pecca et erra:né differisce in altro il buon dal rio,se non che l’uno è vinto ad ogni guerrache gli vien mossa da un piccol disio;l’altro ricorre all’arme e si difende,ma se ’l nimico è forte, anco ei si rende.
31Se tu m’avessi posto alla difesad’una tua ròcca, e ch’al primiero assaltoalzate avessi, senza far contesa,degl’inimici le bandiere in alto;di viltá, o tradimento, che piú pesa,sugli occhi por mi si potria uno smalto:ma s’io cedessi a forza, son ben certoche biasmo non avrei, ma gloria e merto.
32Sempre che l’inimico è piú possente,piú chi perde accettabile ha la scusa.Mia fé guardar dovea non altrimentech’una fortezza d’ogn’intorno chiusa:cosí, con quanto senno e quanta menteda la somma Prudenzia m’era infusa,io mi sforzai guardarla; ma al fin vintoda intolerando assalto, ne fui spinto. —
33Cosí disse Odorico, e poi soggiunse(che saria lungo a ricontarvi il tutto)mostrando che gran stimolo lo punse,e non per lieve sferza s’era indutto.Se mai per prieghi ira di cor si emunse,s’umiltá di parlar fece mai frutto,quivi far lo dovea; che ciò che muovadi cor durezza, ora Odorico trova.
34Pigliar di tanta ingiuria alta vendetta,tra il sí Zerbino e il no resta confuso:il vedere il demerito lo allettaa far che sia il fellon di vita escluso;il ricordarsi l’amicizia strettach’era stata tra lor per sí lungo uso,con l’acqua di pietá l’accesa rabbianel cor gli spegne, e vuol che mercé n’abbia.
35Mentre stava cosí Zerbino in forsedi liberare, o di menar captivo,o pur il disleal dagli occhi tôrseper morte, o pur tenerlo in pena vivo;quivi rignando il palafreno corse,che Mandricardo avea di briglia privo;e vi portò la vecchia che vicinoa morte dianzi avea tratto Zerbino.
36Il palafren, ch’udito di lontanoavea quest’altri, era tra lor venuto,e la vecchia portatavi, ch’invanovenía piangendo e domandando aiuto.Come Zerbin lei vide, alzò la manoal ciel che sí benigno gli era suto,che datogli in arbitrio avea que’ duiche soli odiati esser dovean da lui.
37Zerbin fa ritener la mala vecchia,tanto che pensi quel che debba farne:tagliarle il naso e l’una e l’altra orecchiapensa, et esempio a’ malfattori darne;poi gli par assai meglio, s’apparecchiaun pasto agli avoltoi di quella carne.Punizïon diversa tra sé volve;e cosí finalmente si risolve.
38Si rivolta ai compagni, e dice: — Io sonodi lasciar vivo il disleal contento;che s’in tutto non merita perdono,non merita anco sí crudel tormento.Che viva e che slegato sia gli dono,però ch’esser d’Amor la colpa sento;e facilmente ogni scusa s’ammette,quando in Amor la colpa si reflette.
39Amore ha volto sottosopra spessosenno piú saldo che non ha costui,et ha condotto a via maggiore eccessodi questo, ch’oltraggiato ha tutti nui.Ad Odorico debbe esser rimesso:punito esser debbo io, che cieco fui,cieco a dargline impresa, e non por menteche ’l fuoco arde la paglia facilmente. —
40Poi mirando Odorico: — Io vo’ che sia(gli disse) del tuo error la penitenza,che la vecchia abbi un anno in compagnia,né di lasciarla mai ti sia licenza;ma notte e giorno, ove tu vada o stia,un’ora mai non te ne trovi senza;e fin a morte sia da te difesacontra ciascun che voglia farle offesa.
41Vo’, se da lei ti sará commandato,che pigli contra ognun contesa e guerra:vo’ in questo tempo, che tu sia ubligatotutta Francia cercar di terra in terra. —Cosí dicea Zerbin; che pel peccatomeritando Odorico andar sotterra,questo era porgli inanzi un’alta fossa,che fia gran sorte che schivar la possa.
42Tante donne, tanti uomini traditiavea la vecchia, e tanti offesi e tanti,che chi sará con lei, non senza litipotrá passar de’ cavallieri erranti.Cosí di par saranno ambi puniti:ella de’ suoi commessi errori inanti,egli di torne la difesa a torto;né molto potrá andar che non sia morto.
43Di dover servar questo, Zerbin diedead Odorico un giuramento forte,con patto che se mai rompe la fede,e ch’inanzi gli capiti per sorte,senza udir prieghi e averne piú mercede,lo debba far morir di cruda morte.Ad Almonio e a Corebo poi rivolto,fece Zerbin che fu Odorico sciolto.
44Corebo, consentendo Almonio, sciolseil traditore al fin, ma non in fretta;ch’all’uno e all’altro esser turbato dolseda sí desiderata sua vendetta.Quindi partissi il disleale, e tolsein compagnia la vecchia maledetta.Non si legge in Turpin che n’avvenisse;ma vidi giá un autor che piú ne scrisse.
45Scrive l’autore, il cui nome mi taccio,che non furo lontani una giornata,che per tôrsi Odorico quello impaccio,contra ogni patto et ogni fede data,al collo di Gabrina gittò un laccio,e che ad un olmo la lasciò impiccata;e ch’indi a un anno (ma non dice il loco)Almonio a lui fece il medesmo giuoco.
46Zerbin che dietro era venuto all’ormadel paladin, né perder la vorrebbe,manda a dar di sé nuove alla sua torma,che star senza gran dubbio non ne debbe:Almonio manda, e di piú cose informa,che lungo il tutto a ricontar sarebbe;Almonio manda, e a lui Corebo appresso;né tien, fuor ch’Issabella, altri con esso.
47Tant’era l’amor grande che Zerbino,e non minor del suo quel che Issabellaportava al virtuoso paladino;tanto il desir d’intender la novellach’egli avesse trovato il Saracinoche del destrier lo trasse con la sella;che non fará all’esercito ritorno,se non finito che sia il terzo giorno;
48il termine ch’Orlando aspettar disseil cavallier ch’ancor non porta spada.Non è alcun luogo dove il conte gisse,che Zerbin pel medesimo non vada.Giunse al fin tra quegli arbori che scrissel’ingrata donna, un poco fuor di strada;e con la fonte e col vicino sassotutti li ritruovò messi in fracasso.
49Vede lontan non sa che luminoso,e trova la corazza esser del conte;e trova l’elmo poi, non quel famosoch’armò giá il capo all’africano Almonte.Il destrier ne la selva piú nascososente anitrire, e leva al suon la fronte;e vede Brigliador pascer per l’erba,che dall’arcion pendente il freno serba.
50Durindana cercò per la foresta,e fuor la vide del fodero starse.Trovò, ma in pezzi, ancor la sopravestach’in cento lochi il miser conte sparse.Issabella e Zerbin con faccia mestastanno mirando, e non san che pensarse:pensar potrian tutte le cose, eccettoche fosse Orlando fuor dell’intelletto.
51Se di sangue vedessino una goccia,creder potrian che fosse stato morto.Intanto lungo la corrente docciavider venire un pastorello smorto.Costui pur dianzi avea di su la roccial’alto furor de l’infelice scorto,come l’arme gittò, squarciossi i panni,pastori uccise, e fe’ mill’altri danni.
52Costui, richiesto da Zerbin, gli diedevera informazïon di tutto questo.Zerbin si maraviglia, e a pena il crede;e tuttavia n’ha indizio manifesto.Sia come vuole, egli discende a piede,pien di pietade, lacrimoso e mesto;e ricogliendo da diversa partele reliquie ne va ch’erano sparte.
53Del palafren discende anco Issabella,e va quell’arme riducendo insieme.Ecco lor sopraviene una donzelladolente in vista, e di cor spesso geme.Se mi domanda alcun chi sia, perch’ellacosí s’affligge, e che dolor la preme,io gli risponderò che è Fiordiligiche de l’amante suo cerca i vestigi.
54Da Brandimarte senza farle mottolasciata fu ne la cittá di Carlo,dov’ella l’aspettò sei mesi od otto;e quando al fin non vide ritornarlo,da un mare all’altro si mise, fin sottoPirene e l’Alpe, e per tutto a cercarlo:l’andò cercando in ogni parte, fuorech’al palazzo d’Atlante incantatore.
55Se fosse stata a quell’ostel d’Atlante,veduto con Gradasso andare errandol’avrebbe, con Ruggier, con Bradamante,e con Ferraú prima e con Orlando;ma poi che cacciò Astolfo il negromantecol suon del corno orribile e mirando,Brandimarte tornò verso Parigi:ma non sapea giá questo Fiordiligi.
56Come io vi dico, sopraggiunta a casoa quei duo amanti Fiordiligi bella,conobbe l’arme, e Brigliador rimasosenza il patrone e col freno alla sella.Vide con gli occhi il miserabil caso,e n’ebbe per udita anco novella;che similmente il pastorel narrolleaver veduto Orlando correr folle.
57Quivi Zerbin tutte raguna l’arme,e ne fa come un bel trofeo su ’n pino;e volendo vietar che non se n’armecavallier paesan né peregrino,scrive nel verde ceppo in breve carme:— Armatura d’Orlando paladino; —come volesse dir: nessun la muova,che star non possa con Orlando a prova.
58Finito ch’ebbe la lodevol opra,tornava a rimontar sul suo destriero;et ecco Mandricardo arrivar sopra,che visto il pin di quelle spoglie altiero,lo priega che la cosa gli discuopra:e quel gli narra, come ha inteso, il vero.Allora il re pagan lieto non bada,che viene al pino, e ne leva la spada,
59dicendo: — Alcun non me ne può riprendere;non è pur oggi ch’io l’ho fatta mia,et il possesso giustamente prenderene posso in ogni parte, ovunque sia.Orlando che temea quella difendere,s’ha finto pazzo, e l’ha gittata via;ma quando sua viltá pur cosí scusi,non debbe far ch’io mia ragion non usi. —
60Zerbino a lui gridava: — Non la tôrre,o pensa non l’aver senza questione.Se togliesti cosí l’arme d’Ettorre,tu l’hai di furto, piú che di ragione. —Senz’altro dir l’un sopra l’altro corre,d’animo e di virtú gran paragone.Di cento colpi giá rimbomba il suono,né bene ancor ne la battaglia sono.
61Di prestezza Zerbin pare una fiammaa tôrsi ovunque Durindana cada:di qua di lá saltar come una dammafa ’l suo destrier dove è miglior la strada.E ben convien che non ne perda dramma;ch’andrá, s’un tratto il coglie quella spada,a ritrovar gl’innamorati spirtich’empion la selva degli ombrosi mirti.
62Come il veloce can che ’l porco assaltache fuor del gregge errar vegga nei campi,lo va aggirando, e quinci e quindi salta;ma quello attende ch’una volta inciampi:cosí, se vien la spada o bassa od alta,sta mirando Zerbin come ne scampi;come la vita e l’onor salvi a un tempo,tien sempre l’occhio, e fiere e fugge a tempo.
63Da l’altra parte, ovunque il Saracinola fiera spada vibra o piena o vòta,sembra fra due montagne un vento alpinoch’una frondosa selva il marzo scuota;ch’ora la caccia a terra a capo chino,or gli spezzati rami in aria ruota.Ben che Zerbin piú colpi e fúggia e schivi,non può schivare al fin, ch’un non gli arrivi.
64Non può schivare al fine un gran fendenteche tra ’l brando e lo scudo entra sul petto.Grosso l’usbergo, e grossa parimenteera la piastra, e ’l panziron perfetto:pur non gli steron contra, et ugualmentealla spada crudel dieron ricetto.Quella calò tagliando ciò che prese,la corazza e l’arcion fin su l’arnese.
65E se non che fu scarso il colpo alquanto,per mezzo lo fendea come una canna;ma penetra nel vivo a pena tanto,che poco piú che la pelle gli danna:la non profunda piaga è lunga quantonon si misureria con una spanna.Le lucid’arme il caldo sangue irrigaper sino al piè di rubiconda riga.
66Cosí talora un bel purpureo nastroho veduto partir tela d’argentoda quella bianca man piú ch’alabastro,da cui partire il cor spesso mi sento.Quivi poco a Zerbin vale esser mastrodi guerra, et aver forza e piú ardimento;che di finezza d’arme e di possanzail re di Tartaria troppo l’avanza.
67Fu questo colpo del pagan maggiorein apparenza, che fosse in effetto;tal ch’Issabella se ne sente il corefendere in mezzo all’agghiacciato petto.Zerbin pien d’ardimento e di valoretutto s’infiamma d’ira e di dispetto;e quanto piú ferire a due man puote,in mezzo l’elmo il Tartaro percuote.
68Quasi sul collo del destrier piegosseper l’aspra botta il Saracin superbo;e quando l’elmo senza incanto fosse,partito il capo gli avria il colpo acerbo.Con poco differir ben vendicosse,né disse: A un’altra volta io te la serbo:e la spada gli alzò verso l’elmetto,sperandosi tagliarlo infin al petto.
69Zerbin che tenea l’occhio ove la mente,presto il cavallo alla man destra volse;non sí presto però, che la taglientespada fuggisse, che lo scudo colse.Da sommo ad imo ella il partí ugualmente,e di sotto il braccial roppe e disciolse;e lui ferí nel braccio, e poi l’arnesespezzògli, e ne la coscia anco gli scese.
70Zerbin di qua di lá cerca ogni via,né mai di quel che vuol, cosa gli avviene;che l’armatura sopra cui feria,un piccol segno pur non ne ritiene.Da l’altra parte il re di Tartariasopra Zerbino a tal vantaggio viene,che l’ha ferito in sette parti o in otto,tolto lo scudo, e mezzo l’elmo rotto.
71Quel tuttavia piú va perdendo il sangue;manca la forza, e ancor par che nol senta:il vigoroso cor che nulla langue,val sí, che ’l debol corpo ne sostenta.La donna sua, per timor fatta esangue,intanto a Doralice s’appresenta,e la priega e la supplica per Dio,che partir voglia il fiero assalto e rio.
72Cortese come bella, Doralice,né ben sicura come il fatto segua,fa volentier quel ch’Issabella dice,e dispone il suo amante a pace e a triegua.Cosí a’ prieghi de l’altra l’ira ultricedi cor fugge a Zerbino e si dilegua:et egli, ove a lei par, piglia la strada,senza finir l’impresa de la spada.
73Fiordiligi, che mal vede difesala buona spada del misero conte,tacita duolsi, e tanto le ne pesa,che d’ira piange e battesi la fronte.Vorria aver Brandimarte a quella impresa;e se mai lo ritrova e gli lo conte,non crede poi che Mandricardo vadalunga stagione altier di quella spada.
74Fiordiligi cercando pure invanova Brandimarte suo matina e sera;e fa camin da lui molto lontano,da lui che giá tornato a Parigi era.Tanto ella se n’andò per monte e piano,che giunse ove, al passar d’una riviera,vide e conobbe il miser paladino;ma dicián quel ch’avvenne di Zerbino:
75che ‘l lasciar Durindana sí gran fallogli par, che piú d’ogn’altro mal gl’incresce;quantunque a pena star possa a cavallopel molto sangue che gli è uscito et esce.Or poi che dopo non troppo intervallocessa con l’ira il caldo, il dolor cresce:cresce il dolor sí impetuosamente,che mancarsi la vita se ne sente.
76Per debolezza piú non potea gire;sí che fermossi appresso una fontana.Non sa che far né che si debba direper aiutarlo la donzella umana.Sol di disagio lo vede morire;che quindi è troppo ogni cittá lontana,dove in quel punto al medico ricorra,che per pietade o premio gli soccorra.
77Ella non sa, se non invan dolersi,chiamar fortuna e il cielo empio e crudele.— Perché, ahi lassa! (dicea) non mi sommersiquando levai ne l’Oceán le vele? —Zerbin che i languidi occhi ha in lei conversi,sente piú doglia ch’ella si querele,che de la passïon tenace e forteche l’ha condutto omai vicino a morte.
78— Cosí, cor mio, vogliate (le diceva),dopo ch’io sarò morto, amarmi ancora,come solo il lasciarvi è che m’aggrevaqui senza guida, e non giá perch’io mora:che se in sicura parte m’accadevafinir de la mia vita l’ultima ora,lieto e contento e fortunato a pienomorto sarei, poi ch’io vi moro in seno.
79Ma poi che ’l mio destino iniquo e durovol ch’io vi lasci, e non so in man di cui;per questa bocca e per questi occhi giuro,per queste chiome onde allacciato fui,che disperato nel profondo oscurovo de lo ’nferno, onde il pensar di vuich’abbia cosí lasciata, assai piú riasará d’ogn’altra pena che vi sia. —
80A questo la mestissima Issabella,declinando la faccia lacrimosae congiungendo la sua bocca a quelladi Zerbin, languidetta come rosa,rosa non colta in sua stagion, sí ch’ellaimpallidisca in su la siepe ombrosa,disse: — Non vi pensate giá, mia vita,far senza me quest’ultima partita.
81Di ciò, cor mio, nessun timor vi tocchi;ch’io vo’ seguirvi o in cielo o ne lo ’nferno.Convien che l’uno e l’altro spirto scocchi,insieme vada, insieme stia in eterno.Non sí tosto vedrò chiudervi gli occhi,o che m ucciderá il dolore interno,o se quel non può tanto, io vi promettocon questa spada oggi passarmi il petto.
82De’ corpi nostri ho ancor non poca speme,che me’ morti che vivi abbiati ventura.Qui forse alcun capiterá, ch’insieme,mosso a pietá, dará lor sepoltura. —Cosí dicendo, le reliquie estremede lo spirto vital che morte fura,va ricogliendo con le labra meste,fin ch’una minima aura ve ne reste.
83Zerbin la debol voce riforzando,disse: — Io vi priego e supplico, mia diva,per quello amor che mi mostraste, quandoper me lasciaste la paterna riva:e se commandar posso, io vel commando,che fin che piaccia a Dio, restiate viva;né mai per caso pogniate in oblioche quanto amar si può, v’abbia amato io.
84Dio vi provederá d’aiuto forse,per liberarvi d’ogni atto villano,come fe’ quando alla spelonca torse,per indi trarvi, il senator romano.Cosí (la sua mercé) giá vi soccorsenel mare e contra il Biscaglin profano:e se pure avverrá che poi si deggiamorire, allora il minor mal s’elleggia. —
85Non credo che quest’ultime parolepotesse esprimer sí, che fosse inteso;e finí come il debol lume suole,cui cera manchi od altro in che sia acceso.Chi potrá dire a pien come si duole,poi che si vede pallido e disteso,la giovinetta, e freddo come ghiaccioil suo caro Zerbin restare in braccio?
86Sopra il sanguigno corpo s’abbandona,e di copiose lacrime lo bagna,e stride sí, ch’intorno ne risuonaa molte miglia il bosco e la campagna.Né alle guancie né al petto si perdona,che l’uno e l’altro non percuota e fragna;e straccia a torto l’auree crespe chiome,chiamando sempre invan l’amato nome.
87In tanta rabbia, in tal furor sommersal’avea la doglia sua, che facilmenteavria la spada in se stessa conversa,poco al suo amante in questo ubidïente;s’uno eremita ch’alla fresca e tersafonte avea usanza di tornar soventeda la sua quindi non lontana cella,non s’opponea, venendo, al voler d’ella.
88Il venerabile uom, ch’alta bontadeavea congiunta a natural prudenzia,et era tutto pien di caritade,di buoni esempi ornato e d’eloquenzia,alla giovan dolente persuadecon ragioni efficaci pazïenzia;et inanzi le puon, come uno specchio,donne del Testamento e nuovo e vecchio.
89Poi le fece veder, come non fussealcun, se non in Dio, vero contento,e ch’eran l’altre transitorie e flussesperanze umane, e di poco momento;e tanto seppe dir, che la ridusseda quel crudele et ostinato intento,che la vita sequente ebbe disiotutta al servigio dedicar di Dio.
90Non che lasciar del suo signor voglia unquené ’l grand’amor, né le reliquie morte:convien che l’abbia ovunque stia et ovunquevada, e che seco e notte e dí le porte.Quindi aiutando l’eremita dunque,ch’era de la sua etá valido e forte,sul mesto suo destrier Zerbin posaro,e molti dí per quelle selve andaro.
91Non volse il cauto vecchio ridur seco,sola con solo, la giovane bellalá dove ascosa in un selvaggio speconon lungi avea la solitaria cella;fra sé dicendo: Con periglio arrecoin una man la paglia e la facella.Né si fida in sua etá né in sua prudenzia,che di sé faccia tanta esperïenzia.
92Di condurla in Provenza ebbe pensiero,non lontano a Marsilia in un castello,dove di sante donne un monasteroricchissimo era, e di edificio bello:e per portarne il morto cavalliero,composto in una cassa aveano quello,che ’n un castel ch’era tra via, si fecelunga e capace, e ben chiusa di pece.
93Piú e piú giorni gran spazio di terracercaro, e sempre per lochi piú inculti;che pieno essendo ogni cosa di guerra,voleano gir piú che poteano occulti.Al fine un cavallier la via lor serra,che lor fe’ oltraggi e disonesti insulti;di cui dirò quando il suo loco fia;ma ritorno ora al re di Tartaria.
94Avuto ch’ebbe la battaglia il fineche giá v’ho detto, il giovin si raccolsealle fresche ombre e all’onde cristalline;et al destrier la sella e ’l freno tolse,e lo lasciò per l’erbe tenerinedel prato andar pascendo ove egli volse:ma non ste’ molto, che vide lontanocalar dal monte un cavalliero al piano.
95Conobbel, come prima alzò la fronte,Doralice, e mostrollo a Mandricardo,dicendo: — Ecco il superbo Rodomonte,se non m’inganna di lontan lo sguardo.Per far teco battaglia cala il monte:or ti potrá giovar l’esser gagliardo.Perduta avermi a grande ingiuria tiene,ch’era sua sposa, e a vendicar si viene. —
96Qual buono astor che l’anitra o l’acceggia,starna o colombo o simil altro augellovenirsi incontra di lontano veggia,leva la testa e si fa lieto e bello;tal Mandricardo, come certo deggiadi Rodomonte far strage e macello,con letizia e baldanza il destrier piglia,le staffe ai piedi, e dá alla man la briglia.
97Quando vicini fur sí, ch’udir chiaretra lor poteansi le parole altiere,con le mani e col capo a minacciareincominciò gridando il re d’Algiere,ch’a penitenza gli faria tornare,che per un temerario suo piacerenon avesse rispetto a provocarsilui ch’altamente era per vendicarsi.
98Rispose Mandricardo: — Indarno tentachi mi vuol impaurir per minacciarme:cosí fanciulli o femine spaventa,o altri che non sappia che sieno arme;me non, cui la battaglia piú talentad’ogni riposo; e son per adoprarmea piè, a cavallo, armato e disarmato,sia alla campagna, o sia ne lo steccato. —
99Ecco sono agli oltraggi, al grido, all’ire,al trar de’ brandi, al crudel suon de’ ferri;come vento che prima a pena spire,poi cominci a crollar frassini e cerri,et indi oscura polve in cielo aggire,indi gli arbori svella e case atterri,sommerga in mare, e porti ria tempestache ’l gregge sparso uccida alla foresta.
100De’ duo pagani, senza pari in terra,gli audacissimi cor, le forze estremeparturiscono colpi, et una guerraconvenïente a sí feroce seme.Del grande e orribil suon triema la terra,quando le spade son percosse insieme:gettano l’arme insin al ciel scintille,anzi lampadi accese a mille a mille.
101Senza mai riposarsi o pigliar fiatodura fra quei duo re l’aspra battaglia,tentando ora da questo, or da quel latoaprir le piastre e penetrar la maglia.Né perde l’un, né l’altro acquista il prato,ma come intorno sian fosse o muraglia,o troppo costi ogn’oncia di quel loco,non si parton d’un cerchio angusto e poco.
102Fra mille colpi il Tartaro una voltacolse a duo mani in fronte il re d’Algiere;che gli fece veder girare in voltaquante mai furon fiacole e lumiere.Come ogni forza all’African sia tolta,le groppe del destrier col capo fere:perde la staffa, et è, presente quellache cotant’ama, per uscir di sella.
103Ma come ben composto e valido arcodi fino acciaio in buona somma greve,quanto si china piú, quanto è piú carco,e piú lo sforzan martinelli e lieve;con tanto piú furor, quanto è poi scarco,ritorna, e fa piú mal che non riceve:cosí quello African tosto risorge,e doppio il colpo all’inimico porge.
104Rodomonte a quel segno ove fu colto,colse a punto il figliol del re Agricane.Per questo non poté nuocergli al volto,ch’in difesa trovò l’arme troiane;ma stordí in modo il Tartaro, che moltonon sapea s’era vespero o dimane.L’irato Rodomonte non s’arresta,che mena l’altro, e pur segna alla testa.
105Il cavallo del Tartaro, ch’aborrela spada che fischiando cala d’alto,al suo signor con suo gran mal soccorre,perché s’arretra, per fuggir, d’un salto:il brando in mezzo il capo gli trascorre,ch’al signor, non a lui, movea l’assalto.Il miser non avea l’elmo di Troia,come il patrone; onde convien che muoia.
106Quel cade, e Mandricardo in piedi guizza,non piú stordito, e Durindana aggira.Veder morto il cavallo entro gli adizza,e fuor divampa un grave incendio d’ira.L’African, per urtarlo, il destrier drizza;ma non piú Mandricardo si ritira,che scoglio far soglia da l’onde: e avvenneche ’l destrier cadde, et egli in piè si tenne.
107L’African che mancarsi il destrier sente,lascia le staffe e sugli arcion si ponta,e resta in piedi e sciolto agevolmente:cosí l’un l’altro poi di pari affronta.La pugna piú che mai ribolle ardente,e l’odio e l’ira e la superbia monta:et era per seguir; ma quivi giunsein fretta un messaggier che gli disgiunse.
108Vi giunse un messaggier del popul Moro,di molti che per Francia eran mandatia richiamare agli stendardi loroi capitani e i cavallier privati;perché l’imperator dai gigli d’orogli avea gli alloggiamenti giá assediati;e se non è il soccorso a venir presto,l’eccidio suo conosce manifesto.
109Riconobbe il messaggio i cavallieri,oltre all’insegne, oltre alle sopraveste,al girar de le spade, e ai colpi fierich’altre man non farebbeno che queste.Tra lor però non osa entrar, che speriche fra tant’ira sicurtá gli prestel’esser messo del re; né si confortaper dir ch’imbasciator pena non porta.
110Ma viene a Doralice, et a lei narrach’Agramante, Marsilio e Stordilano,con pochi dentro a mal sicura sbarrasono assediati dal popul cristiano.Narrato il caso, con prieghi ne inarrache faccia il tutto ai duo guerrieri piano,e che gli accordi insieme, e per lo scampodel popul saracin li meni in campo.
111Tra i cavallier la donna di gran coresi mette, e dice loro: — Io vi comando,per quanto so che mi portate amore,che riserbiate a miglior uso il brando,e ne vegnate subito in favoredel nostro campo saracino, quandosi trova ora assediato ne le tende,e presto aiuto, o gran ruina attende. —
112Indi il messo soggiunse il gran perigliodei Saracini, e narrò il fatto a pieno;e diede insieme lettere del figliodel re Troiano al figlio d’Ulïeno.Si piglia finalmente per consiglioche i duo guerrier, deposto ogni veneno,facciano insieme triegua fin al giornoche sia tolto l’assedio ai Mori intorno;
113e senza piú dimora, come prialiberato d’assedio abbian lor gente,non s’intendano aver piú compagnia,ma crudel guerra e inimicizia ardente,fin che con l’arme diffinito siachi la donna aver de’ meritamente.Quella, ne le cui man giurato fue,fece la sicurtá per amendue.
114Quivi era la Discordia impazïente,inimica di pace e d’ogni triegua;e la Superbia v’è, che non consentené vuol patir che tale accordo segua.Ma piú di lor può Amor quivi presente,di cui l’alto valor nessuno adegua;e fe’ ch’indietro, a colpi di saette,e la Discordia e la Superbia stette.
115Fu conclusa la triegua fra costoro,sí come piacque a chi di lor potea.Vi mancava uno dei cavalli loro,che morto quel del Tartaro giacea:però vi venne a tempo Brigliadoro,che le fresche erbe lungo il rio pascea.Ma al fin del canto io mi trovo esser giunto;sí ch’io farò, con vostra grazia, punto.

Glossario

brando
spada.
frombe
fionde.
austro
vento del sud; anche il sud.
destriero
cavallo da battaglia.
ronzino
cavallo da poco, di scarso valore.
allotta
allora.
palischermo
scialuppa, piccola barca di servizio di una nave.
navilio
nave; anche flotta.
fello
malvagio, crudele; come nome, il traditore, lo scellerato.
palafreno
cavallo da viaggio o da parata, più tranquillo del destriero.
arcione
la parte rialzata della sella, davanti e dietro al cavaliere; la sella stessa.
sopraveste
veste portata sopra l’armatura, spesso con i colori e l’insegna del cavaliere.
ostello
dimora, casa o palazzo.
negromante
mago che pratica le arti magiche.
pagan
non cristiano; nel poema, il saraceno, il musulmano.
damma
daina, cerva.
osbergo
corazza, armatura del busto.
piastra
lastra di ferro dell’armatura.
arnese
armatura; più in generale, equipaggiamento.
speme
speranza.
unqua
mai; dopo se, vale qualche volta.
speco
grotta, caverna.
astor
astore, uccello rapace simile allo sparviero.
steccato
recinto di legno in cui si combattono duelli e giostre.
cerri
querce.
maglia
armatura fatta di anellini di ferro intrecciati.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .