1Donne, e voi che le donne avete in pregio,per Dio, non date a questa istoria orecchia,a questa che l’ostier dire in dispregioe in vostra infamia e biasmo s’apparecchia;ben che né macchia vi può dar né fregiolingua sí vile, e sia l’usanza vecchiache ’l volgare ignorante ognun riprenda,e parli piú di quel che meno intenda.
2Lasciate questo canto, che senza essopuò star l’istoria, e non sará men chiara.Mettendolo Turpino, anch’io l’ho messo,non per malivolenzia né per gara.Ch’io v’ami, oltre mia lingua che l’ha espresso,che mai non fu di celebrarvi avara,n’ho fatto mille prove; e v’ho dimostroch’io son, né potrei esser se non vostro.
3Passi, chi vuol, tre carte o quattro, senzaleggerne verso, e chi pur legger vuole,gli dia quella medesima credenzache si suol dare a finzïoni e a fole.Ma tornando al dir nostro, poi ch’udienzaapparecchiata vide a sue parole,e darsi luogo incontra al cavalliero,cosí l’istoria incominciò l’ostiero.
4— Astolfo, re de’ Longobardi, quelloa cui lasciò il fratel monaco il regno,fu ne la giovinezza sua sí bello,che mai poch’altri giunsero a quel segno.N’avria a fatica un tal fatto a penelloApelle, o Zeusi, o se v’è alcun piú degno.Bello era, et a ciascun cosí parea:ma di molto egli ancor piú si tenea.
5Non stimava egli tanto per l’altezzadel grado suo, d’avere ognun minore;né tanto, che di genti e di ricchezza,di tutti i re vicini era il maggiore;quanto che di presenzia e di bellezzaavea per tutto ’l mondo il primo onore.Godea di questo, udendosi dar loda,quanto di cosa volentier piú s’oda.
6Tra gli altri di sua corte avea assai gratoFausto Latini, un cavallier romano:con cui sovente essendosi lodatoor del bel viso or de la bella mano,et avendolo un giorno domandatose mai veduto avea, presso o lontano,altro uom di forma cosí ben composto;contra quel che credea, gli fu risposto.
7— Dico (rispose Fausto) che secondoch’io veggo e che parlarne odo a ciascuno,ne la bellezza hai pochi pari al mondo;e questi pochi io li restringo in uno.Quest’uno è un fratel mio, detto Iocondo.Eccetto lui, ben crederò ch’ognunodi beltá molto a dietro tu ti lassi;ma questo sol credo t’adegui e passi. —
8Al re parve impossibil cosa udire,che sua la palma infin allora tenne;e d’aver conoscenza alto desiredi sí lodato giovene gli venne.Fe’ sí con Fausto, che di far venirequivi il fratel prometter gli convenne;ben ch’a poterlo indur che ci venisse,saria fatica, e la cagion gli disse:
9che ’l suo fratello era uom che mosso il piedemai non avea di Roma alla sua vita,che del ben che Fortuna gli concede,tranquilla e senza affanni avea notrita:la roba di che ’l padre il lasciò erede,né mai cresciuta avea né minuita;e che parrebbe a lui Pavia lontanapiú che non parria a un altro ire alla Tana.
10E la difficultá saria maggiorea poterlo spiccar da la mogliere,con cui legato era di tanto amore,che non volendo lei, non può volere.Pur per ubbidir lui che gli è signore,disse d’andare e fare oltre il potere.Giunse il re a’ prieghi tali offerte e doni,che di negar non gli lasciò ragioni.
11Partisse, e in pochi giorni ritrovossedentro di Roma alle paterne case.Quivi tanto pregò, che ’l fratel mossesí ch’a venire al re gli persuase;e fece ancor (ben che diffidi fosse)che la cognata tacita rimase,proponendole il ben che n’usciria,oltre ch’obligo sempre egli l’avria.
12Fisse Iocondo alla partita il giorno:trovò cavalli e servitori intanto;vesti fe’ far per comparire adorno,che talor cresce una beltá un bel manto.La notte a lato, e ’l dí la moglie intorno,con gli occhi ad or ad or pregni di pianto,gli dice che non sa come patirepotrá tal lontananza e non morire;
13che pensandovi sol, da la radicesveller si sente il cor nel lato manco.— Deh, vita mia, non piagnere (le diceIocondo, e seco piagne egli non manco);cosí mi sia questo camin felice,come tornar vo’ fra duo mesi almanco:né mi faria passar d’un giorno il segno,se mi donasse il re mezzo il suo regno. —
14Né la donna perciò si riconforta:dice che troppo termine si piglia;e s’al ritorno non la trova morta,esser non può se non gran maraviglia.Non lascia il duol che giorni e notte porta,che gustar cibo, e chiuder possa ciglia;tal che per la pietá Iocondo spessosi pente ch’al fratello abbia promesso.
15Dal collo un suo monile ella si sciolse,ch’una crocetta avea ricca di gemme,e di sante reliquie che raccolsein molti luoghi un peregrin boemme;et il padre di lei, ch’in casa il tolsetornando infermo di Ierusalemme,venendo a morte poi ne lasciò erede:questa levossi et al marito diede.
16E che la porti per suo amore al collolo prega, sí che ognor gli ne sovenga.Piacque il dono al marito, et accettollo;non perché dar ricordo gli convenga:che né tempo né absenzia mai dar crollo,né buona o ria fortuna che gli avenga,potrá a quella memoria salda e fortec’ha di lei sempre, e avrá dopo la morte.
17La notte ch’andò inanzi a quella aurorache fu il termine estremo alla partenza,al suo Iocondo par ch’in braccio muorala moglie, che n’ha tosto da star senza.Mai non si dorme; e inanzi al giorno un’oraviene il marito all’ultima licenza.Montò a cavallo e si partí in effetto:e la moglier si ricorcò nel letto.
18Iocondo ancor duo miglia ito non era,che gli venne la croce raccordata,ch’avea sotto il guancial messo la sera,poi per oblivïon l’avea lasciata.— Lasso! (dicea tra sé) di che manieratroverò scusa che mi sia accettata,che mia moglie non creda che graditopoco da me sia l’amor suo infinito? —
19Pensa la scusa, e poi gli cade in menteche non sará accettabile né buona,mandi famigli, mandivi altra gente,s’egli medesmo non vi va in persona.Si ferma, e al fratel dice: — Or pianamentefin a Baccano al primo albergo sprona;che dentro a Roma è forza ch’io rivada:e credo anco di giugnerti per strada.
20Non potria fare altri il bisogno mio:né dubitar, ch’io sarò tosto teco. —Voltò il ronzin di trotto, e disse a Dio;né de’ famigli suoi volse alcun seco.Giá cominciava, quando passò il rio,dinanzi al sole a fuggir l’aer cieco.Smonta in casa, va al letto, e la consortequivi ritrova addormentata forte.
21La cortina levò senza far motto,e vide quel che men veder credea:che la sua casta e fedel moglie, sottola coltre, in braccio a un giovene giacea.Riconobbe l’adultero di botto,per la pratica lunga che n’avea;ch’era de la famiglia sua un garzone,allevato da lui, d’umil nazione.
22S’attonito restasse e malcontento,meglio è pensarlo e farne fede altrui,ch’esserne mai per far l’esperimentoche con suo gran dolor ne fe’ costui.Da lo sdegno assalito, ebbe talentodi trar la spada e uccidergli ambedui:ma da l’amor che porta, al suo dispetto,all’ingrata moglier, gli fu interdetto.
23Né lo lasciò questo ribaldo Amore(vedi se sí l’avea fatto vasallo)destarla pur, per non le dar doloreche fosse da lui colta in sí gran fallo.Quanto poté piú tacito uscí fuore,scese le scale, e rimontò a cavallo;e punto egli d’amor, cosí lo punse,ch’all’albergo non fu, che ’l fratel giunse.
24Cambiato a tutti parve esser nel volto;vider tutti che ’l cor non avea lieto:ma non v’è chi s’apponga giá di molto,e possa penetrar nel suo secreto.Credeano che da lor si fosse toltoper gire a Roma, e gito era a Corneto.Ch’amor sia del mal causa ognun s’avisa;ma non è giá chi dir sappia in che guisa.
25Estimasi il fratel, che dolor abbiad’aver la moglie sua sola lasciata;e pel contrario duolsi egli et arrabbiache rimasa era troppo accompagnata.Con fronte crespa e con gonfiate labbiasta l’infelice, e sol la terra guata.Fausto ch’a confortarlo usa ogni prova,perché non sa la causa, poca giova.
26Di contrario liquor la piaga gli unge,e dove tor dovria, gli accresce doglie;dove dovria saldar, piú l’apre e punge:questo gli fa col ricordar la moglie.Né posa dí né notte: il sonno lungefogge col gusto, e mai non si raccoglie:e la faccia, che dianzi era sí bella,si cangia sí, che piú non sembra quella.
27Par che gli occhi se ascondin ne la testa;cresciuto il naso par nel viso scarno:de la beltá sí poca gli ne resta,che ne potrá far paragone indarno.Col duol venne una febbre sí molesta,che lo fe’ soggiornar all’Arbia e all’Arno:e se di bello avea serbata cosa,tosto restò come al sol colta rosa.
28Oltre ch’a Fausto incresca del fratelloche veggia a simil termine condutto,via piú gl’incresce che bugiardo a quelloprincipe, a chi lodollo, parrá in tutto:mostrar di tutti gli uomini il piú bellogli avea promesso, e mostrerá il piú brutto.Ma pur continuando la sua via,seco lo trasse al fin dentro a Pavia.
29Giá non vuol che lo vegga il re improviso,per non mostrarsi di giudicio privo:ma per lettere inanzi gli dá avisoche ’l suo fratel ne viene a pena vivo;e ch’era stato all’aria del bel visoun affanno di cor tanto nocivo,accompagnato da una febbre ria,che piú non parea quel ch’esser solia.
30Grata ebbe la venuta di Iocondoquanto potesse il re d’amico avere:che non avea desiderato al mondocosa altretanto, che di lui vedere.Né gli spiace vederselo secondo,e di bellezza dietro rimanere;ben che conosca, se non fosse il male,che gli saria superïore o uguale.
31Giunto, lo fa alloggiar nel suo palagio,lo visita ogni giorno, ogni ora n’ode;fa gran provisïon che stia con agio,e d’onorario assai si studia e gode.Langue Iocondo, che ’l pensier malvagioc’ha de la ria moglier, sempre lo rode:né ’l veder giochi, né musici udire,dramma del suo dolor può minuire.
32Le stanze sue, che sono appresso al tettol’ultime, inanzi hanno una sala antica.Quivi solingo (perché ogni diletto,perch’ogni compagnia prova nimica)si ritraea, sempre aggiungendo al pettodi piú gravi pensier nuova fatica:e trovò quivi (or chi lo crederia?)chi lo sanò de la sua piaga ria.
33In capo de la sala, ove è piú scuro(che non vi s’usa le finestre aprire),vede che ’l palco mal si giunge al muro,e fa d’aria piú chiara un raggio uscire.Pon l’occhio quindi, e vede quel che duroa creder fôra a chi l’udisse dire:non l’ode egli d’altrui, ma se lo vede;et anco agli occhi suoi proprii non crede.
34Quindi scopria de la regina tuttala piú secreta stanza e la piú bella,ove persona non verria introdutta,se per molto fedel non l’avesse ella.Quindi mirando vide in strana luttach’un nano aviticchiato era con quella:et era quel piccin stato sí dotto,che la regina avea messa di sotto.
35Attonito Iocondo e stupefatto,e credendo sognarsi, un pezzo stette:e quando vide pur che gli era in fattoe non in sogno, a se stesso credette.— A uno sgrignuto mostro e contrafattodunque (disse) costei si sottomette,che ’l maggior re del mondo ha per marito,piú bello e piú cortese? oh che appetito! —
36E de la moglie sua, che cosí spessopiú d’ogn’altra biasmava, ricordosse,perché ’l ragazzo s’avea tolto appresso:et or gli parve che escusabil fosse.Non era colpa sua piú che del sesso,che d’un solo uomo mai non contentosse:e s’han tutte una macchia d’uno inchiostro,almen la sua non s’avea tolto un mostro.
37Il dí seguente, alla medesima ora,al medesimo loco fa ritorno;e la regina e il nano vede ancora,che fanno al re pur il medesmo scorno.Trova l’altro dí ancor che si lavora,e l’altro; e al fin non si fa festa giorno:e la regina (che gli par piú strano)sempre si duol che poco l’ami il nano.
38Stette fra gli altri un giorno a veder, ch’ellaera turbata e in gran malenconia,che due volte chiamar per la donzellail nano fatto avea, n’ancor venía.Mandò la terza volta, et udí quella,che: — Madonna, egli giuoca (riferia);e per non stare in perdita d’un soldo,a voi niega venire il manigoldo. —
39A sí strano spettacolo Iocondoraserena la fronte e gli occhi e il viso;e quale in nome, diventò giocondod’effetto ancora, e tornò il pianto in riso.Allegro torna e grasso e rubicondo,che sembra un cherubin del paradiso;che ’l re, il fratello e tutta la famigliadi tal mutazïon si maraviglia.
40Se da Iocondo il re bramava udireonde venisse il subito conforto,non men Iocondo lo bramava dire,e fare il re di tanta ingiuria accorto;ma non vorria che piú di sé, punirevolesse il re la moglie di quel torto;sí che per dirlo e non far danno a lei,il re fece giurar su l’agnusdei.
41Giurar lo fe’ che né per cosa detta,né che gli sia mostrata che gli spiaccia,ancor ch’egli conosca che diretta-mente a sua Maestá danno si faccia,tardi o per tempo mai fará vendetta;e di piú vuole ancor che se ne taccia,sí che né il malfattor giamai comprendain fatto o in detto, che ’l re il caso intenda.
42Il re, ch’ogn’altra cosa, se non questa,creder potria, gli giurò largamente.Iocondo la cagion gli manifesta,ond’era molti dí stato dolente:perché trovata avea la disonestasua moglie in braccio d’un suo vil sergente;e che tal pena al fin l’avrebbe morto,se tardato a venir fosse il conforto.
43Ma in casa di sua Altezza avea vedutocosa che molto gli scemava il duolo;che se bene in obbrobrio era caduto,era almen certo di non v’esser solo.Cosí dicendo, e al bucolin venuto,gli dimostrò il bruttissimo omiciuoloche la giumenta altrui sotto si tiene,tocca di sproni e fa giuocar di schene.
44Se parve al re vituperoso l’atto,lo crederete ben, senza ch’io ’l giuri.Ne fu per arrabbiar, per venir matto;ne fu per dar del capo in tutti i muri;fu per gridar, fu per non stare al patto:ma forza è che la bocca al fin si turi,e che l’ira trangugi amara et acra,poi che giurato avea su l’ostia sacra.
45— Che debbo far, che mi consigli, frate(disse a Iocondo), poi che tu mi tolliche con degna vendetta e crudeltatequesta giustissima ira io non satolli? —— Lascián (disse Iocondo) queste ingrate,e proviam se son l’altre cosí molli;faccián de le lor femine ad altruiquel ch’altri de le nostre han fatto a nui.
46Ambi gioveni siamo, e di bellezza,che facilmente non troviamo pari.Qual femina sará che n’usi asprezza,se contra i brutti ancor non han ripari?Se beltá non varrá né giovinezza,varranne almen l’aver con noi danari.Non vo’ che torni, che non abbi primadi mille moglie altrui la spoglia opima.
47La lunga absenzia, il veder vari luoghi,praticare altre femine di fuore,par che sovente disacerbi e sfoghide l’amorose passïoni il core. —Lauda il parer, né vuol che si proròghiil re l’andata; e fra pochissime ore,con duo scudieri, oltre alla compagniadel cavallier roman, si mette in via.
48Travestiti cercaro Italia, Francia,le terre de’ Fiaminghi e de l’Inglesi;e quante ne vedean di bella guancia,trovavan tutte ai prieghi lor cortesi.Davano, e dato loro era la mancia;e spesso rimetteano i danar spesi.Da lor pregate fôro molte, e fôroanch’altretante che pregaron loro.
49In questa terra un mese, in quella duisoggiornando, accertârsi a vera provache non men ne le lor, che ne l’altruifemine, fede e castitá si trova.Dopo alcun tempo increbbe ad ambeduidi sempre procacciar di cosa nuova;che mal poteano entrar ne l’altrui porte,senza mettersi a rischio de la morte.
50Gli è meglio una trovarne che di facciae di costumi ad ambi grata sia;che lor communemente sodisfaccia,e non n’abbin d’aver mai gelosia.— E perché (dicea il re) vo’ che mi spiacciaaver piú te ch’un altro in compagnia?So ben ch’in tutto il gran femineo stuolouna non è che stia contenta a un solo.
51Una, senza sforzar nostro potere,ma quando il natural bisogno inviti,in festa goderemoci e in piacere,che mai contese non avren né liti.Né credo che si debba ella dolere:che s’anco ogn’altra avesse duo mariti,piú ch’ad un solo, a duo saria fedele;né forse s’udirian tante querele. —
52Di quel che disse il re, molto contentorimaner parve il giovine romano.Dunque fermati in tal proponimento,cercâr molte montagne e molto piano:trovaro al fin, secondo il loro intento,una figliuola d’uno ostiero ispano,che tenea albergo al porto di Valenza,bella di modi e bella di presenza.
53Era ancor sul fiorir di primaverasua tenerella e quasi acerba etade.Di molti figli il padre aggravat’era,e nimico mortal di povertade;sí ch’a disporlo fu cosa leggiera,che desse lor la figlia in potestade;ch’ove piacesse lor potesson trarla,poi che promesso avean di ben trattarla.
54Pigliano la fanciulla, e piacer n’hannoor l’un or l’altro in caritade e in pace,come a vicenda i mantici che danno,or l’uno or l’altro, fiato alla fornace.Per veder tutta Spagna indi ne vanno,e passar poi nel regno di Siface;e ’l dí che da Valenza si partiro,ad albergare a Zattiva veniro.
55I patroni a veder strade e palazzine vanno, e lochi publici e divini;ch’usanza han di pigliar simil solazziin ogni terra ove entran peregrini;e la fanciulla resta coi ragazzi.Altri i letti, altri acconciano i ronzini,altri hanno cura che sia alla tornatadei signor lor la cena apparecchiata.
56Ne l’albergo un garzon stava per fante,ch’in casa de la giovene giá stettea’ servigi del padre, e d’essa amantefu da’ primi anni, e del suo amor godette.Ben s’adocchiâr, ma non ne fêr sembiante,ch’esser notato ognun di lor temette:ma tosto ch’i patroni e la famiglialor dieron luogo, alzâr tra lor le ciglia.
57Il fante domandò dove ella gisse,e qual dei duo signor l’avesse seco.A punto la Fiammetta il fatto disse(cosí avea nome, e quel garzone il Greco).— Quando sperai che ’l tempo, ohimè! venisse(il Greco le dicea) di viver teco,Fiammetta, anima mia, tu te ne vai,e non so piú di rivederti mai.
58Fannosi i dolci miei disegni amari,poi che sei d’altri, e tanto mi ti scosti.Io disegnava, avendo alcun danaricon gran fatica e gran sudor riposti,ch’avanzato m’avea de’ miei salarie de le bene andate di molti osti,di tornare a Valenza, e domandartial padre tuo per moglie, e di sposarti. —
59La fanciulla negli omeri si stringe,e risponde che fu tardo a venire.Piange il Greco e sospira, e parte finge:— Vuommi (dice) lasciar cosí morire?Con le tuo braccia i fianchi almen mi cinge,lasciami disfogar tanto desire:ch’inanzi che tu parta, ogni momentoche teco io stia mi fa morir contento. —
60La pietosa fanciulla rispondendo:— Credi (dicea) che men di te nol bramo;ma né luogo né tempo ci comprendoqui, dove in mezzo di tanti occhi siamo. —Il Greco soggiungea: — Certo mi rendo,che s’un terzo ami me di quel ch’io t’amo,in questa notte almen troverai locoche ci potren godere insieme un poco. —
61— Come potrò (diceagli la fanciulla),che sempre in mezzo a duo la notte giaccio?e meco or l’uno or l’altro si trastulla,e sempre a l’un di lor mi trovo in braccio? —— Questo ti fia (suggiunse il Greco) nulla;che ben ti saprai tor di questo impaccio,e uscir di mezzo lor, pur che tu voglia:e déi voler, quando di me ti doglia. —
62Pensa ella alquanto, e poi dice che vegnaquando creder potrá ch’ognuno dorma;e pianamente come far convegna,e de l’andare e del tornar l’informa.Il Greco, sí come ella gli disegna,quando sente dormir tutta la torma,viene all’uscio e lo spinge, e quel gli cede:entra pian piano, e va a tenton col piede.
63Fa lunghi i passi, e sempre in quel di dietrotutto si ferma, e l’altro par che muovaa guisa che di dar tema nel vetro,non che ’l terreno abbia a calcar, ma l’uova;e tien la mano inanzi simil metro,va brancolando infin che ’l letto trova:e di lá dove gli altri avean le piante,tacito si cacciò col capo inante.
64Fra l’una e l’altra gamba di Fiammetta,che supina giacea, diritto venne;e quando le fu a par, l’abbracciò stretta,e sopra lei sin presso al dí si tenne.Cavalcò forte, e non andò a staffetta;che mai bestia mutar non gli convenne:che questa pare a lui che sí ben trotte,che scender non ne vuol per tutta notte.
65Avea Iocondo et avea il re sentitoil calpestio che sempre il letto scosse;e l’uno e l’altro, d’uno error schernito,s’avea creduto che ’l compagno fosse.Poi ch’ebbe il Greco il suo camin fornito,sí come era venuto, anco tornosse.Saettò il sol da l’orizzonte i raggi;sorse Fiammetta, e fece entrare i paggi.
66Il re disse al compagno mottegiando:— Frate, molto camin fatto aver déi;e tempo è ben che ti riposi, quandostato a cavallo tutta notte sei. —Iocondo a lui rispose di rimando,e disse: — Tu di’ quel ch’io a dire avrei.A te tocca posare, e pro ti faccia,che tutta notte hai cavalcato a caccia. —
67— Anch’io (suggiunse il re) senza alcun fallolasciato avria il mio can correre un tratto,se m’avessi prestato un po’ il cavallo,tanto che ’l mio bisogno avessi fatto. —Iocondo replicò: — Son tuo vasallo,e puoi far meco e rompere ogni patto:sí che non convenia tal cenni usare;ben mi potevi dir: lasciala stare. —
68Tanto replica l’un, tanto soggiungel’altro, che sono a grave lite insieme.Vengon da’ motti ad un parlar che punge,ch’ad amenduo l’esser beffato preme.Chiaman Fiammetta (che non era lunge,e de la fraude esser scoperta teme)per fare in viso l’uno all’altro direquel che negando ambi parean mentire.
69— Dimmi (le disse il re con fiero sguardo),e non temer di me né di costui;chi tutta notte fu quel sí gagliardo,che ti godé senza far parte altrui? —Credendo l’un provar l’altro bugiardo,la risposta aspettavano ambedui.Fiammetta a’ piedi lor si gittò, incertadi viver piú, vedendosi scoperta.
70Domandò lor perdono, che d’amorech’a un giovinetto avea portato, spinta,e da pietá d’un tormentato coreche molto avea per lei patito, vinta,caduta era la notte in quello errore;e seguitò, senza dir cosa finta,come tra lor con speme si condusse,ch’ambi credesson che ’l compagno fusse.
71Il re e Iocondo si guardaro in viso,di maraviglia e di stupor confusi;né d’aver anco udito lor fu aviso,ch’altri duo fusson mai cosí delusi.Poi scoppiaro ugualmente in tanto riso,che con la bocca aperta e gli occhi chiusi,potendo a pena il fiato aver del petto,a dietro si lasciâr cader sul letto.
72Poi ch’ebbon tanto riso, che dolerese ne sentiano il petto, e pianger gli occhi,disson tra lor: — Come potremo avereguardia, che la moglier non ne l’accocchi,se non giova tra duo questa tenere,e stretta sí, che l’uno e l’altro tocchi?Se piú che crini avesse occhi il marito,non potria far che non fosse tradito.
73Provate mille abbiamo, e tutte belle;né di tante una è ancor che ne contraste.Se provian l’altre, fian simili anch’elle;ma per ultima prova costei baste.Dunque possiamo creder che piú fellenon sien le nostre, o men de l’altre caste:e se son come tutte l’altre sono,che torniamo a godercile fia buono. —
74Conchiuso ch’ebbon questo, chiamar fêroper Fiammetta medesima il suo amante;e in presenzia di molti gli la dieroper moglie, e dote che gli fu bastante.Poi montaro a cavallo, e il lor sentieroch’era a ponente, volsero a levante;et alle mogli lor se ne tornaro,di ch’affanno mai piú non si pigliaro. —
75L’ostier qui fine alla sua istoria pose,che fu con molta attenzïone udita.Udilla il Saracin, né gli risposeparola mai, fin che non fu finita.Poi disse: — Io credo ben che de l’ascosefeminil frode sia copia infinita;né si potria de la millesma partetener memoria con tutte le carte. —
76Quivi era un uom d’etá, ch’avea piú rettaopinïon degli altri, e ingegno e ardire;e non potendo ormai, che sí neglettaogni femina fosse, piú patire,si volse a quel ch’avea l’istoria detta,e gli disse: — Assai cose udimo dire,che veritade in sé non hanno alcuna:e ben di queste è la tua favola una.
77A chi te la narrò non do credenza,s’evangelista ben fosse nel resto;ch’opinïone, piú ch’esperïenzach’abbia di donne, lo facea dir questo.L’avere ad una o due malivolenza,fa ch’odia e biasma l’altre oltre all’onesto;ma se gli passa l’ira, io vo’ tu l’oda,piú ch’ora biasmo, anco dar lor gran loda.
78E se vorrá lodarne, avrá maggioreil campo assai, ch’a dirne mal non ebbe:di cento potrá dir degne d’onoreverso una trista che biasmar si debbe.Non biasmar tutte, ma serbarne fuorela bontá d’infinite si dovrebbe;e se ’l Valerio tuo disse altrimente,disse per ira, e non per quel che sente.
79Ditemi un poco: è di voi forse alcunoch’abbia servato alla sua moglie fede?che nieghi andar, quando gli sia oportuno,all’altrui donna, e darle ancor mercede?credete in tutto ’l mondo trovarne uno?chi ’l dice, mente; e folle è ben chi ’l crede.Trovatene vo’ alcuna che vi chiami?(non parlo de le publiche et infami).
80Conoscete alcun voi, che non lasciassela moglie sola, ancor che fosse bella,per seguire altra donna, se sperassein breve e facilmente ottener quella?Che farebbe egli, quando lo pregasseo desse premio a lui donna o donzella?Credo, per compiacere or queste or quelle,che tutti lasciaremmovi la pelle.
81Quelle che i lor mariti hanno lasciati,le piú volte cagione avuta n’hanno.Del suo di casa li veggon svogliati,e che fuor, de l’altrui bramosi, vanno.Dovriano amar, volendo essere amati,e tor con la misura ch’a-llor danno.Io farei (se a me stesse il darla e tôrre)tal legge, ch’uom non vi potrebbe opporre.
82Saria la legge, ch’ogni donna coltain adulterio, fosse messa a morte,se provar non potesse ch’una voltaavesse adulterato il suo consorte:se provar lo potesse, andrebbe asciolta,né temeria il marito né la corte.Cristo ha lasciato nei precetti suoi:non far altrui quel che patir non vuoi.
83La incontinenza è quanto mal si puoteimputar lor, non giá a tutto lo stuolo.Ma in questo chi ha di noi piú brutte note?che continente non si trova un solo.E molto piú n’ha ad arrossir le gote,quando bestemmia, ladroneccio, dolo,usura et omicidio, e se v’è peggio,raro, se non dagli uomini, far veggio. —
84Appresso alle ragioni avea il sinceroe giusto vecchio in pronto alcuno esempiodi donne, che né in fatto né in pensieromai di lor castitá patiron scempio.Ma il Saracin, che fuggia udire il vero,lo minacciò con viso crudo et empio,sí che lo fece per timor tacere;ma giá non lo mutò di suo parere.
85Posto ch’ebbe alle liti e alle contesetermine il re pagan, lasciò la mensa;indi nel letto per dormir si stesefin al partir de l’aria scura e densa:ma de la notte, a sospirar l’offesepiú de la donna ch’a dormir, dispensa.Quindi parte all’uscir del nuovo raggio,e far disegna in nave il suo vïaggio.
86Però ch’avendo tutto quel rispettoch’a buon cavallo dee buon cavalliero,a quel suo bello e buono, ch’a dispettotenea di Sacripante e di Ruggiero;vedendo per duo giorni averlo strettopiú che non si dovria sí buon destriero,lo pon, per riposarlo, e lo rassettain una barca, e per andar piú in fretta.
87Senza indugio al nocchier varar la barca,e dar fa i remi all’acqua da la sponda.Quella, non molto grande e poco carca,se ne va per la Sonna giú a seconda.Non fugge il suo pensier né se ne scarcaRodomonte per terra né per onda:lo trova in su la proda e in su la poppa;e se cavalca, il porta dietro in groppa.
88Anzi nel capo, o sia nel cor gli siede,e di fuor caccia ogni conforto e serra.Di ripararsi il misero non vede,da poi che gli nimici ha ne la terra.Non sa da chi sperar possa mercede,se gli fanno i domestici suoi guerra:la notte e ’l giorno e sempre è combattutoda quel crudel che dovria dargli aiuto.
89Naviga il giorno e la notte seguenteRodomonte col cor d’affanni grave;e non si può l’ingiuria tor di mente,che da la donna e dal suo re avuto have;e la pena e il dolor medesmo sente,che sentiva a cavallo, ancora in nave:né spegner può, per star ne l’acqua, il fuoco,né può stato mutar, per mutar loco.
90Come l’infermo, che dirotto e stancodi febbre ardente, va cangiando lato;o sia su l’uno o sia su l’altro fiancospera aver, se si volge, miglior stato;né sul destro riposa né sul manco,e per tutto ugualmente è travagliato:cosí il pagano al male ond’era infermomal trova in terra e male in acqua schermo.
91Non puote in nave aver piú pazïenza,e si fa porre in terra Rodomonte.Lion passa e Vïenna, indi Valenza,e vede in Avignone il ricco ponte;che queste terre et altre ubidïenza,che son tra il fiume e ’l celtibero monte,rendean al re Agramante e al re di Spagnadal dí che fur signor de la campagna.
92Verso Acquamorta a man dritta si tennecon animo in Algier passare in fretta;e sopra un fiume ad una villa vennee da Bacco e da Cerere diletta,che per le spesse ingiurie, che sostennedai soldati, a votarsi fu constretta.Quinci il gran mare, e quindi ne l’aprichevalli vede ondeggiar le bionde spiche.
93Quivi ritrova una piccola chiesadi nuovo sopra un monticel murata,che poi ch’intorno era la guerra accesa,i sacerdoti vòta avean lasciata.Per stanza fu da Rodomonte presa;che pel sito, e perch’era sequestratadai campi, onde avea in odio udir novella,gli piacque sí, che mutò Algieri in quella.
94Mutò d’andare in Africa pensiero,sí commodo gli parve il luogo e bello.Famigli e carrïaggi e il suo destrieroseco alloggiar fe’ nel medesmo ostello.Vicino a poche leghe a Mompolieroe ad alcun altro ricco e buon castellosiede il villaggio allato alla riviera;sí che d’avervi ogn’agio il modo v’era.
95Standovi un giorno il Saracin pensoso(come pur era il piú del tempo usato),vide venir per mezzo un prato erboso,che d’un piccol sentiero era segnato,una donzella di viso amorosoin compagnia d’un monaco barbato;e si traeano dietro un gran destrierosotto una soma coperta di nero.
96Chi la donzella, chi ’l monaco sia,chi portin seco, vi debbe esser chiaro.Conoscere Issabella si dovria,che ’l corpo avea del suo Zerbino caro.Lasciai che vêr Provenza ne veníasotto la scorta del vecchio preclaro,che le avea persuaso tutto il restodicare a Dio del suo vivere onesto.
97Come ch’in viso pallida e smarritasia la donzella et abbia i crini inconti;e facciano i sospir continua uscitadel petto acceso, e gli occhi sien duo fonti;et altri testimoni d’una vitamisera e grave in lei si veggan pronti;tanto però di bello anco le avanza,che con le Grazie Amor vi può aver stanza.
98Tosto che ’l Saracin vide la belladonna apparir, messe il pensiero al fondo,ch’avea di biasmar sempre e d’odiar quellaschiera gentil che pur adorna il mondo.E ben gli par dignissima Issabella,in cui locar debba il suo amor secondo,e spenger totalmente il primo, a modoche da l’asse si trae chiodo con chiodo.
99Incontra se le fece, e col piú molleparlar che seppe, e col miglior sembiante,di sua condïzione domandolle:et ella ogni pensier gli spiegò inante;come era per lasciare il mondo folle,e farsi amica a Dio con opre sante.Ride il pagano altier ch’in Dio non crede,d’ogni legge nimico e d’ogni fede.
100E chiama intenzïone erronea e lieve,e dice che per certo ella troppo erra;né men biasmar che l’avaro si deve,che ’l suo ricco tesor metta sotterra:alcuno util per sé non ne riceve,e da l’uso degli altri uomini il serra.Chiuder leon si denno, orsi e serpenti,e non le cose belle et innocenti.
101Il monaco, ch’a questo avea l’orecchia,e per soccorrer la giovane incauta,che ritratta non sia per la via vecchia,sedea al governo qual pratico nauta,quivi di spiritual cibo apparecchiatosto una mensa sontuosa e lauta.Ma il Saracin, che con mal gusto nacque,non pur la saporò, che gli dispiacque:
102e poi ch’invano il monaco interroppe,e non potè mai far sí che tacesse,e che di pazïenza il freno roppe,le mani adosso con furor gli messe.Ma le parole mie parervi troppepotriano omai, se piú se ne dicesse:sí che finirò il canto; e mi fia specchioquel che per troppo dire accade al vecchio.