Libri di dominio pubblico

Orlando furioso

Canto 29

592 versicirca 37 minuti

1O degli uomini inferma e instabil mente!come sián presti a varïar disegno!Tutti i pensier mutamo facilmente,piú quei che nascon d’amoroso sdegno.Io vidi dianzi il Saracin sí ardentecontra le donne, e passar tanto il segno,che non che spegner l’odio, ma pensaiche non dovesse intiepidirlo mai.
2Donne gentil, per quel ch’a biasmo vostroparlò contra il dover, sí offeso sono,che sin che col suo mal non gli dimostroquanto abbia fatto error, non gli perdono.Io farò sí con penna e con inchiostro,ch’ognun vedrá che gli era utile e buonoaver taciuto, e mordersi anco poiprima la lingua, che dir mal di voi.
3Ma che parlò come ignorante e sciocco,ve lo dimostra chiara esperïenzia.Incontra tutte trasse fuor lo stoccode l’ira, senza farvi differenzia:poi d’Issabella un sguardo sí l’ha tocco,che subito gli fa mutar sentenzia.Giá in cambio di quell’altra la disia,l’ha vista a pena, e non sa ancor chi sia.
4E come il nuovo amor lo punge e scalda,muove alcune ragion di poco frutto,per romper quella mente intera e saldach’ella avea fissa al Creator del tutto.Ma l’eremita che l’è scudo e falda,perché il casto pensier non sia distrutto,con argumenti piú validi e fermi,quanto piú può, le fa ripari e schermi.
5Poi che l’empio pagan molto ha soffertocon lunga noia quel monaco audace,e che gli ha detto invan ch’al suo desertosenza lei può tornar quando gli piace;e che nuocer si vede a viso aperto,e che seco non vuol triegua né pace:la mano al mento con furor gli stese,e tanto ne pelò, quanto ne prese.
6E sí crebbe la furia, che nel collocon man lo stringe a guisa di tanaglia;e poi ch’una e due volte raggirollo,da sé per l’aria e verso il mar lo scaglia.Che n’avenisse, né dico né sollo:varia fama è di lui, né si raguaglia.Dice alcun che sí rotto a un sasso resta,che ’l piè non si discerne da la testa;
7et altri, ch’a cadere andò nel mare,ch’era piú di tre miglia indi lontano,e che morí per non saper notare,fatti assai prieghi e orazïoni invano:altri, ch’un santo lo venne aiutare,lo trasse al lito con visibil mano.Di queste, qual si vuol, la vera sia:di lui non parla piú l’istoria mia.
8Rodomonte crudel, poi che levatos’ebbe da canto il garrulo eremita,si ritornò con viso men turbatoverso la donna mesta e sbigottita;e col parlar ch’è fra gli amanti usato,dicea ch’era il suo core e la sua vitae ’l suo conforto e la sua cara speme,et altri nomi tai che vanno insieme.
9E si mostrò sí costumato allora,che non le fece alcun segno di forza.Il sembiante gentil che l’innamora,l’usato orgoglio in lui spegne et ammorza:e ben che ’l frutto trar ne possa fuora,passar non però vuole oltre a la scorza;che non gli par che potesse esser buono,quando da lei non lo accettasse in dono.
10E cosí di disporre a poco a pocoa’ suoi piaceri Issabella credea.Ella, che in sí solingo e strano loco,qual topo in piede al gatto si vedea,vorria trovarsi inanzi in mezzo il fuoco;e seco tuttavolta rivolgeas’alcun partito, alcuna via fosse attaa trarla quindi immaculata e intatta.
11Fa ne l’animo suo proponimentodi darsi con sua man prima la morte,che ’l barbaro crudel n’abbia il suo intento,e che le sia cagion d’errar sí fortecontra quel cavallier ch’in braccio spentol’avea crudele e dispietata sorte;a cui fatto have col pensier devotode la sua castitá perpetuo voto.
12Crescer piú sempre l’appetito ciecovede del re pagan, né sa che farsi.Ben sa che vuol venire all’atto bieco,ove i contrasti suoi tutti fien scarsi.Pur discorrendo molte cose seco,il modo trovò al fin di ripararsi,e di salvar la castitá sua, comeio vi dirò, con lungo e chiaro nome.
13Al brutto Saracin, che le veníagiá contra con parole e con effettipriva di tutta quella cortesiache mostrata le avea ne’ primi detti:— Se fate che con voi sicura io siadel mio onor (disse) e ch’io non ne sospetti,cosa all’incontro vi darò, che moltopiú vi varrá, ch’avermi l’onor tolto.
14Per un piacer di sí poco momento,di che n’ha sí abondanza tutto ’l mondo,non disprezzate un perpetuo contento,un vero gaudio a nullo altro secondo.Potrete tuttavia ritrovar centoe mille donne di viso giocondo;ma chi vi possa dar questo mio dono,nessuno al mondo, o pochi altri ci sono.
15Ho notizia d’un’erba, e l’ho vedutavenendo, e so dove trovarne appresso,che bollita con elera e con rutaad un fuoco di legna di cipresso,e fra mano innocenti indi premuta,manda un liquor, che, chi si bagna d’essotre volte il corpo, in tal modo l’indura,che dal ferro e dal fuoco l’assicura.
16Io dico, se tre volte se n’immolla,un mese invulnerabile si trova.Oprar conviensi ogni mese l’ampolla;che sua virtú piú termine non giova.Io so far l’acqua, et oggi ancor farolla,et oggi ancor voi ne vedrete prova:e vi può, s’io non fallo, esser piú grata,che d’aver tutta Europa oggi acquistata.
17Da voi domando in guiderdon di questo,che su la fede vostra mi giuriateche né in detto né in opera molestomai piú sarete alla mia castitate. —Cosí dicendo, Rodomonte onestofe’ ritornar; ch’in tanta voluntatevenne ch’invïolabil si facesse,che piú ch’ella non disse, le promesse:
18e servaralle fin che vegga fattode la mirabil acqua esperïenzia;e sforzerasse intanto a non fare atto,a non far segno alcun di vïolenzia.Ma pensa poi di non tenere il patto,perché non ha timor né riverenziadi Dio o di santi; e nel mancar di fedetutta a lui la bugiarda Africa cede.
19Ad Issabella il re d’Algier scongiuridi non la molestar fe’ piú di mille,pur ch’essa lavorar l’acqua procuri,che far lo può qual fu giá Cigno e Achille.Ella per balze e per valloni oscurida le cittá lontana e da le villericoglie di molte erbe; e il Saracinonon l’abandona, e l’è sempre vicino.
20Poi ch’in piú parti quant’era a bastanzacolson de l’erbe e con radici e senza,tardi si ritornaro alla lor stanza;dove quel paragon di continenzatutta la notte spende, che l’avanza,a bollir erbe con molta avertenza:e a tutta l’opra e a tutti quei misterisi trova ognor presente il re d’Algieri.
21Che producendo quella notte in giuococon quelli pochi servi ch’eran seco,sentia, per lo calor del vicin fuococh’era rinchiuso in quello angusto speco,tal sete, che bevendo or molto or poco,duo barili votâr pieni di greco,ch’aveano tolto uno o duo giorni inantii suoi scudieri a certi vïandanti.
22Non era Rodomonte usato al vino,perché la legge sua lo vieta e danna:e poi che lo gustò, liquor divinogli par, miglior che ’l nettare o la manna;e riprendendo il rito saracino,gran tazze e pieni fiaschi ne tracanna.Fece il buon vino, ch’andò spesso intorno,girare il capo a tutti come un torno.
23La donna in questo mezzo la caldaiadal fuoco tolse, ove quell’erbe cosse;e disse a Rodomonte: — Acciò che paiache mie parole al vento non ho mosse,quella che ’l ver da la bugia dispaia,e che può dotte far le genti grosse,te ne farò l’esperïenzia ancora,non ne l’altrui, ma nel mio corpo or ora.
24Io voglio a far il saggio esser la primadel felice liquor di virtú pieno,acciò tu forse non facessi stimache ci fosse mortifero veneno.Di questo bagnerommi da la cimadel capo giú pel collo e per lo seno:tu poi tua forza in me prova e tua spada,se questo abbia vigor, se quella rada. —
25Bagnossi, come disse, e lieta porseall’incauto pagano il collo ignudo,incauto, e vinto anco dal vino forse,incontra a cui non vale elmo né scudo.Quel uom bestial le prestò fede, e scorsesí con la mano e sí col ferro crudo,che del bel capo, giá d’Amore albergo,fe’ tronco rimanere il petto e il tergo.
26Quel fe’ tre balzi; e funne udita chiaravoce, ch’uscendo nominò Zerbino,per cui seguire ella trovò sí raravia di fuggir di man del Saracino.Alma, ch’avesti piú la fede cara,e ’l nome quasi ignoto e peregrinoal tempo nostro, de la castitade,che la tua vita e la tua verde etade,
27vattene in pace, alma beata e bella!Cosí i miei versi avesson forza, comeben m’affaticherei con tutta quellaarte che tanto il parlar orna e come,perché mille e mill’anni e piú, novellasentisse il mondo del tuo chiaro nome.Vattene in pace alla superna sede,e lascia all’altre esempio di tua fede.
28All’atto incomparabile e stupendo,dal cielo il Creator giú gli occhi volse,e disse: — Piú di quella ti commendo,la cui morte a Tarquinio il regno tolse;e per questo una legge fare intendotra quelle mie, che mai tempo non sciolse,la qual per le inviolabil’acque giuroche non muterá seculo futuro.
29Per l’avvenir vo’ che ciascuna ch’aggiail nome tuo, sia di sublime ingegno,e sia bella, gentil, cortese e saggia,e di vera onestade arrivi al segno:onde materia agli scrittori caggiadi celebrare il nome inclito e degno;tal che Parnasso, Pindo et Eliconesempre Issabella, Issabella risuone. —
30Dio cosí disse, e fe’ serena intornol’aria, e tranquillo il mar piú che mai fusse.Fe’ l’alma casta al terzo ciel ritorno,e in braccio al suo Zerbin si ricondusse.Rimase in terra con vergogna e scornoquel fier senza pietá nuovo Breusse;che poi che ’l troppo vino ebbe digesto,biasmò il suo errore, e ne restò funesto.
31Placare o in parte satisfar pensossea l’anima beata d’Issabella,se, poi ch’a morte il corpo le percosse,desse almen vita alla memoria d’ella.Trovò per mezzo, acciò che cosí fosse,di convertirle quella chiesa, quelladove abitava e dove ella fu uccisa,in un sepolcro; e vi dirò in che guisa.
32Di tutti i lochi intorno fa veniremastri, chi per amore e chi per tema;e fatto ben seimila uomini unire,de’ gravi sassi i vicin monti scema,e ne fa una gran massa stabilire,che da la cima era alla parte estremanovanta braccia; e vi rinchiude dentrola chiesa, che i duo amanti have nel centro.
33Imita quasi la superba moleche fe’ Adriano all’onda tiberina.Presso al sepolcro una torre alta vuole;ch’abitarvi alcun tempo si destina.Un ponte stretto e di due braccia solefece su l’acqua che correa vicina.Lungo il ponte, ma largo era sí poco,che dava a pena a duo cavalli loco;
34a duo cavalli che venuti a paro,o ch’insieme si fossero scontrati:e non avea né sponda né riparo,e si potea cader da tutti i lati.Il passar quindi vuol che costi caroa guerrieri o pagani o battezzati;che de le spoglie lor mille trofeipromette al cimiterio di costei.
35In dieci giorni e in manco fu perfettal’opra del ponticel che passa il fiume;ma non fu giá il sepolcro cosí in fretta,né la torre condutta al suo cacume:pur fu levata sí, ch’alla velettastarvi in cima una guardia avea costume,che d’ogni cavallier che venía al ponte,col corno facea segno a Rodomonte.
36E quel s’armava, e se gli venía a opporreora su l’una, ora su l’altra riva;che se ’l guerrier venía di vêr la torre,su l’altra proda il re d’Algier veniva.Il ponticello è il campo ove si corre;e se ’l destrier poco del segno usciva,cadea nel fiume, ch’alto era e profondo:ugual periglio a quel non avea il mondo.
37Aveasi imaginato il Saracino,che, per gir spesso a rischio di caderedal ponticel nel fiume a capo chino,dove gli converria molt’acqua bere,del fallo a che l’indusse il troppo vino,dovesse netto e mondo rimanere;come l’acqua, non men che ’l vino, estingual’error che fa pel vino o mano o lingua.
38Molti fra pochi dí vi capitaro:alcuni la via dritta vi condusse,ch’a quei che verso Italia o Spagna andaroaltra non era che piú trita fusse;altri l’ardire, e, piú che vita caro,l’onore, a farvi di sé prova indusse.E tutti, ove acquistar credean la palma,lasciavan l’arme, e molti insieme l’alma.
39Di quelli ch’abbattea, s’eran pagani,si contentava d’aver spoglie et armi;e di chi prima furo, i nomi pianivi facea sopra, e sospendeale ai marmi:ma ritenea in prigion tutti i cristiani;e che in Algier poi li mandasse parmi.Finita ancor non era l’opra, quandovi venne a capitare il pazzo Orlando.
40A caso venne il furïoso contea capitar su questa gran riviera,dove, come io vi dico, Rodomontefare in fretta facea, né finito erala torre né il sepolcro, e a pena il ponte:e di tutte arme, fuor che di visiera,a quell’ora il pagan si trovò in punto,ch’Orlando al fiume e al ponte è sopragiunto.
41Orlando (come il suo furor lo caccia)salta la sbarra e sopra il ponte corre.Ma Rodomonte con turbata faccia,a piè, com’era inanzi a la gran torre,gli grida di lontano e gli minaccia,né se gli degna con la spada opporre:— Indiscreto villan, ferma le piante,temerario, importuno et arrogante.
42Sol per signori e cavallieri è fattoil ponte, non per te, bestia balorda. —Orlando, ch’era in gran pensier distratto,vien pur inanzi e fa l’orecchia sorda.— Bisogna ch’io castighi questo matto —disse il pagano; e con la voglia ingordavenía per traboccarlo giú ne l’onda,non pensando trovar chi gli risponda.
43In questo tempo una gentil donzella,per passar sovra il ponte, al fiume arriva,leggiadramente ornata e in viso bella,e nei sembianti accortamente schiva.Era (se vi ricorda, Signor) quellache per ogni altra via cercando givadi Brandimarte, il suo amator, vestigi,fuor che, dove era, dentro da Parigi.
44Ne l’arrivar di Fiordiligi al ponte(che cosí la donzella nomata era),Orlando s’attaccò con Rodomonteche lo volea gittar ne la riviera.La donna, ch’avea pratica del conte,subito n’ebbe conoscenza vera:e restò d’alta maraviglia piena,de la follia che cosí nudo il mena.
45Fermasi a riguardar che fine averedebba il furor dei duo tanti possenti.Per far del ponte l’un l’altro caderea por tutta lor forza sono intenti.— Come è ch’un pazzo debba sí valere? —seco il fiero pagan dice tra’ denti;e qua e lá si volge e si raggira,pieno di sdegno e di superbia e d’ira.
46Con l’una e l’altra man va ricercandofar nuova presa, ove il suo meglio vede;or tra le gambe, or fuor gli pone, quandocon arte il destro, e quando il manco piede.Simiglia Rodomonte intorno a Orlandolo stolido orso che sveller si credel’arbor onde è caduto; e come n’abbiaquello ogni colpa, odio gli porta e rabbia.
47Orlando, che l’ingegno avea sommerso,io non so dove, e sol la forza usava,l’estrema forza a cui per l’universonessuno o raro paragon si dava,cader del ponte si lasciò riversocol pagano abbracciato come stava.Cadon nel fiume e vanno al fondo insieme:ne salta in aria l’onda, e il lito geme.
48L’acqua gli fece distaccare in fretta.Orlando è nudo, e nuota com’un pesce:di qua le braccia, e di lá i piedi getta,e viene a proda; e come di fuor esce,l’orrendo va, né per mirare aspetta,se in biasmo o in loda questo gli riesce.Ma il pagan, che da l’arme era impedito,tornò piú tardo e con piú affanno al lito.
49Sicuramente Fiordiligi intantoavea passato il ponte e la riviera;e guardato il sepolcro in ogni canto,se del suo Brandimarte insegna v’era,poi che né l’arme sue vede né il manto,di ritrovarlo in altra parte spera.Ma ritorniamo a ragionar del conte,che lascia a dietro e torre e fiume e ponte.
50Pazzia sará, se le pazzie d’Orlandoprometto raccontarvi ad una ad una;che tante e tante fur, ch’io non so quandofinir: ma ve n’andrò scegliendo alcunasolenne et atta da narrar cantando,e ch’all’istoria mi parrá oportuna;né quella tacerò miraculosa,che fu nei Pirenei sopra Tolosa.
51Trascorso avea molto paese il conte,come dal grave suo furor fu spinto;et al fin capitò sopra quel monteper cui dal Franco è il Tarracon distinto;tenendo tuttavia volta la fronteverso lá dove il sol ne viene estinto:e quivi giunse in uno angusto calle,che pendea sopra una profonda valle.
52Si vennero a incontrar con esso al varcoduo boscherecci gioveni, ch’inanteavean di legna un loro asino carco;e perché ben s’accorsero al sembiante,ch’avea di cervel sano il capo scarco,gli gridano con voce minacciante,o ch’a dietro o da parte se ne vada,e che si levi di mezzo la strada.
53Orlando non risponde altro a quel detto,se non che con furor tira d’un piede,e giunge a punto l’asino nel pettocon quella forza che tutte altre eccede;et alto il leva sí, ch’uno augellettoche voli in aria, sembra a chi lo vede.Quel va a cadere alla cima d’un colle,ch’un miglio oltre la valle il giogo estolle.
54Indi verso i duo gioveni s’aventa,dei quali un, piú che senno, ebbe aventura,che da la balza, che due volte trentabraccia cadea, si gittò per paura.A mezzo il tratto trovò molle e lentauna macchia di rubi e di verzura,a cui bastò graffiargli un poco il volto:del resto lo mandò libero e sciolto.
55L’altro s’attacca ad un scheggion ch’uscivafuor de la roccia, per salirvi sopra;perché si spera, s’alla cima arriva,di trovar via che dal pazzo lo cuopra.Ma quel nei piedi (che non vuol che viva)lo piglia, mentre di salir s’adopra:e quanto piú sbarrar puote le braccia,le sbarra sí, ch’in duo pezzi lo straccia;
56a quella guisa che veggián talorafarsi d’uno aeron, farsi d’un pollo,quando si vuol de le calde interiorache falcone o ch’astor resti satollo.Quanto è bene accaduto che non muoraquel che fu a risco di fiaccarsi il collo!ch’ad altri poi questo miracol disse,sí che l’udí Turpino, e a noi lo scrisse.
57E queste et altre assai cose stupendefece nel traversar de la montagna.Dopo molto cercare, al fin discendeverso meriggie alla terra di Spagna;e lungo la marina il camin prende,ch’intorno a Taracona il lito bagna:e come vuol la furia che lo mena,pensa farsi uno albergo in quella arena,
58dove dal sole alquanto si ricuopra;e nel sabbion si caccia arrido e trito.Stando cosí, gli venne a caso sopraAngelica la bella e il suo marito,ch’eran (sí come io vi narrai di sopra)scesi dai monti in su l’ispano lito.A men d’un braccio ella gli giunse appresso,perché non s’era accorta ancora d’esso.
59Che fosse Orlando, nulla le soviene:troppo è diverso da quel ch’esser suole.Da indi in qua che quel furor lo tiene,è sempre andato nudo all’ombra e al sole:se fosse nato all’aprica Sïene,o dove Ammone il Garamante cole,o presso ai monti onde il gran Nilo spiccia,non dovrebbe la carne aver piú arsiccia.
60Quasi ascosi avea gli occhi ne la testa,la faccia macra, e come un osso asciutta,la chioma rabuffata, orrida e mesta,la barba folta, spaventosa e brutta.Non piú a vederlo Angelica fu presta,che fosse a ritornar, tremando tutta:tutta tremando, e empiendo il ciel di grida,si volse per aiuto alla sua guida.
61Come di lei s’accorse Orlando stolto,per ritenerla si levò di botto:cosí gli piacque il delicato volto,cosí ne venne immantinente giotto.D’averla amata e riverita moltoogni ricordo era in lui guasto e rotto.Gli corre dietro, e tien quella manierache terria il cane a seguitar la fera.
62Il giovine che ’l pazzo seguir vedela donna sua, gli urta il cavallo adosso,e tutto a un tempo lo percuote e fiede,come lo trova che gli volta il dosso.Spiccar dal busto il capo se gli crede:ma la pelle trovò dura come osso,anzi via piú ch’acciar; ch’Orlando natoimpenetrabile era et affatato.
63Come Orlando sentí battersi dietro,girossi, e nel girare il pugno strinse,e con la forza che passa ogni metro,ferí il destrier che ’l Saracino spinse.Feril sul capo, e come fosse vetro,lo spezzò sí, che quel cavallo estinse:e rivoltosse in un medesmo instantedietro a colei che gli fuggiva inante.
64Caccia Angelica in fretta la giumenta,e con sferza e con spron tocca e ritocca;che le parrebbe a quel bisogno lenta,se ben volasse piú che stral da cocca.De l’annel c’ha nel dito si ramenta,che può salvarla, e se lo getta in bocca:e l’annel, che non perde il suo costume,la fa sparir come ad un soffio il lume.
65O fosse la paura, o che pigliassetanto disconcio nel mutar l’annello,o pur, che la giumenta traboccasse,che non posso affermar questo né quello;nel medesmo momento che si trassel’annello in bocca e celò il viso bello,levò le gambe et uscí de l’arcione,e si trovò riversa in sul sabbione.
66Piú corto che quel salto era dua dita,aviluppata rimanea col matto,che con l’urto le avria tolta la vita;ma gran ventura l’aiutò a quel tratto.Cerchi pur, ch’altro furto le dia aitad’un’altra bestia, come prima ha fatto;che piú non è per riaver mai questach’inanzi al paladin l’arena pesta.
67Non dubitate giá ch’ella non s’abbiaa provedere; e seguitiamo Orlando,in cui non cessa l’impeto e la rabbiaperché si vada Angelica celando.Segue la bestia per la nuda sabbia,e se le vien piú sempre approssimando:giá giá la tocca, et ecco l’ha nel crine,indi nel freno, e la ritiene al fine.
68Con quella festa il paladin la piglia,ch’un altro avrebbe fatto una donzella:le rassetta le redine e la briglia,e spicca un salto et entra ne la sella;e correndo la caccia molte miglia,senza riposo, in questa parte e in quella:mai non le leva né sella né freno,né le lascia gustare erba né fieno.
69Volendosi cacciare oltre una fossa,sozzopra se ne va con la cavalla.Non nocque a lui, né sentí la percossa;ma nel fondo la misera si spalla.Non vede Orlando come trar la possa;e finalmente se l’arreca in spalla,e su ritorna, e va con tutto il carco,quanto in tre volte non trarrebbe un arco.
70Sentendo poi che gli gravava troppo,la pose in terra, e volea trarla a mano.Ella il seguia con passo lento e zoppo;dicea Orlando: — Camina! — e dicea invano.Se l’avesse seguito di galoppo,assai non era al desiderio insano.Al fin dal capo le levò il capestro,e dietro la legò sopra il piè destro;
71e cosí la strascina, e la confortache lo potrá seguir con maggior agio.Qual leva il pelo, e quale il cuoio porta,dei sassi ch’eran nel camin malvagio.La mal condotta bestia restò mortafinalmente di strazio e di disagio.Orlando non le pensa e non la guarda,e via correndo il suo camin non tarda.
72Di trarla, anco che morta, non rimase,continoando il corso ad occidente;e tuttavia saccheggia ville e case,se bisogno di cibo aver si sente;e frutte e carne e pan, pur ch’egli invase,rapisce; et usa forza ad ogni gente:qual lascia morto e qual storpiato lassa;poco si ferma, e sempre inanzi passa.
73Avrebbe cosí fatto, o poco manco,alla sua donna, se non s’ascondea;perché non discernea il nero dal bianco,e di giovar, nocendo, si credea.Deh maledetto sia l’annello et ancoil cavallier che dato le l’avea!che se non era, avrebbe Orlando fattodi sé vendetta e di mill’altri a un tratto.
74Né questa sola, ma fosser pur statein man d’Orlando quante oggi ne sono;ch’ad ogni modo tutte sono ingrate,né si trova tra loro oncia di buono.Ma prima che le corde rallentateal canto disugual rendano il suono,fia meglio differirlo a un’altra volta,acciò men sia noioso a chi l’ascolta.

Glossario

stocco
spada corta e appuntita.
pagan
non cristiano; nel poema, il saraceno, il musulmano.
speme
speranza.
tuttavolta
intanto, nel frattempo; continuamente.
guidardon
ricompensa, premio.
speco
grotta, caverna.
scorno
vergogna, umiliazione.
destriero
cavallo da battaglia.
astor
astore, uccello rapace simile allo sparviero.
strale
freccia.
arcione
la parte rialzata della sella, davanti e dietro al cavaliere; la sella stessa.
aita
aiuto.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .