Libri di dominio pubblico

Orlando furioso

Canto 30

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1Quando vincer da l’impeto e da l’irasi lascia la ragion, né si difende,e che ’l cieco furor sí inanzi tirao mano o lingua, che gli amici offende;se ben dipoi si piange e si sospira,non è per questo che l’error s’emende.Lasso! io mi doglio e affligo invan di quantodissi per ira al fin de l’altro canto.
2Ma simile son fatto ad uno infermo,che dopo molta pazïenzia e molta,quando contra il dolor non ha piú schermo,cede alla rabbia e a bestemmiar si volta.Manca il dolor, né l’impeto sta fermo,che la lingua al dir mal facea sí sciolta;e si ravvede e pente e n’ha dispetto:ma quel c’ha detto, non può far non detto.
3Ben spero, donne, in vostra cortesiaaver da voi perdon, poi ch’io vel chieggio.Voi scusarete, che per frenesia,vinto da l’aspra passion, vaneggio.Date la colpa alla nimica mia,che mi fa star, ch’io non potrei star peggio,e mi fa dir quel di ch’io son poi gramo:sallo Idio, s’ella ha il torto; essa, s’io l’amo.
4Non men son fuor di me, che fosse Orlando;e non son men di lui di scusa degno,ch’or per li monti, or per le piagge errando,scórse in gran parte di Marsilio il regno,molti dí la cavalla strascinandomorta, come era, senza alcun ritegno;ma giunto ove un gran fiume entra nel mare,gli fu forza il cadavero lasciare.
5E perché sa nuotar come una lontra,entra nel fiume, e surge all’altra riva.Ecco un pastor sopra un cavallo incontra,che per abeverarlo al fiume arriva.Colui, ben che gli vada Orlando incontra,perché egli è solo e nudo, non lo schiva.— Vorrei del tuo ronzin (gli disse il matto)con la giumenta mia far un baratto.
6Io te la mostrerò di qui, se vuoi;che morta lá su l’altra ripa giace:la potrai far tu medicar dipoi;altro diffetto in lei non mi dispiace.Con qualche aggiunta il ronzin dar mi puoi:smontane in cortesia, perché mi piace. —Il pastor ride, e senz’altra rispostava verso il guado, e dal pazzo si scosta.
6— Io voglio il tuo cavallo: olá non odi? —suggiunse Orlando, e con furor si mosse.Avea un baston con nodi spessi e sodiquel pastor seco, e il paladin percosse.La rabbia e l’ira passò tutti i modidel conte; e parve fier piú che mai fosse.Sul capo del pastore un pugno serra,che spezza l’osso, e morto il caccia in terra.
8Salta a cavallo, e per diversa stradava discorrendo, e molti pone a sacco.Non gusta il ronzin mai fieno né biada,tanto ch’in pochi dí ne riman fiacco:ma non però ch’Orlando a piedi vada,che di vetture vuol vivere a macco;e quante ne trovò, tante ne misein uso, poi che i lor patroni uccise.
9Capitò al fin a Malega, e piú dannovi fece, ch’egli avesse altrove fatto:che oltre che ponesse a saccomannoil popul sí, che ne restò disfatto,né si potè rifar quel né l’altr’anno;tanti n’uccise il periglioso matto,vi spianò tante case e tante accese,che disfe’ piú che ’l terzo del paese.
10Quindi partito, venne ad una terra,Zizera detta, che siede allo strettodi Zibeltarro, o vuoi di Zibelterra,che l’uno e l’altro nome le vien detto;ove una barca che sciogliea da terravide piena di gente da diletto,che solazzando all’aura matutina,gía per la tranquilissima marina.
11Cominciò il pazzo a gridar forte: — Aspetta! —che gli venne disio d’andare in barca.Ma bene invano e i gridi e gli urli getta;che volentier tal merce non si carca.Per l’acqua il legno va con quella frettache va per l’aria irondine che varca.Orlando urta il cavallo e batte e stringe,e con un mazzafrusto all’acqua spinge.
12Forza è ch’al fin nell’acqua il cavallo entre,ch’invan contrasta, e spende invano ogni opra:bagna i genocchi, e poi la groppa e ’l ventre,indi la testa, e a pena appar di sopra.Tornare a dietro non si speri, mentrela verga tra l’orecchie se gli adopra.Misero! o si convien tra via affogare,o nel lito african passare il mare.
13Non vede Orlando piú poppe né spondeche tratto in mar l’avean dal lito asciutto;che son troppo lontane, e le nascondeagli occhi bassi l’alto e mobil flutto:e tuttavia il destrier caccia tra l’onde,ch’andar di lá dal mar dispone in tutto.Il destrier, d’acqua pieno e d’alma vòto,finalmente finí la vita e il nuoto.
14Andò nel fondo, e vi traea la salma,se non si tenea Orlando in su le braccia.Mena le gambe e l’una e l’altra palma,e soffia, e l’onda spinge da la faccia.Era l’aria soave e il mare in calma:e ben vi bisognò piú che bonaccia;ch’ogni poco che ’l mar fosse piú sorto,restava il paladin ne l’acqua morto.
15Ma la Fortuna, che dei pazzi ha cura,del mar lo trasse nel lito di Setta,in una spiaggia, lungi da le muraquanto sarian duo tratti di saetta.Lungo il mar molti giorni alla venturaverso levante andò correndo in fretta;fin che trovò, dove tendea sul lito,di nera gente esercito infinito.
16Lasciamo il paladin ch’errando vada:ben di parlar di lui tornerá tempo.Quanto, Signore, ad Angelica accadadopo ch’uscí di man del pazzo a tempo;e come a ritornare in sua contradatrovasse e buon navilio e miglior tempo,e de l’India a Medor desse lo scettro,forse altri canterá con miglior plettro.
17Io sono a dir tante altre cose intento,che di seguir piú questa non mi cale.Volger conviemmi il bel ragionamentoal Tartaro, che spinto il suo rivale,quella bellezza si godea contento,a cui non resta in tutta Europa uguale,poscia che se n’è Angelica partita,e la casta Issabella al ciel salita.
18De la sentenzia Mandricardo altiero,ch’in suo favor la bella donna diede,non può fruir tutto il diletto intero;che contra lui son altre liti in piede.L’una gli muove il giovene Ruggiero,perché l’aquila bianca non gli cede;l’altra il famoso re di Sericana,che da lui vuol la spada Durindana.
19S’affatica Agramante, né disciorre,né Marsilio con lui, sa questo intrico:né solamente non li può disporreche voglia l’un de l’altro essere amico;ma che Ruggiero a Mandricardo tôrrelasci lo scudo del Troiano antico,o Gradasso la spada non gli vieti,tanto che questa o quella lite accheti.
20Ruggier non vuol ch’in altra pugna vadacon lo suo scudo; né Gradasso vuoleche, fuor che contra sé, porti la spadache ’l glorïoso Orlando portar suole.— Al fin veggiamo in cui la sorte cada(disse Agramante), e non sian piú parole;veggián quel che Fortuna ne disponga,e sia preposto quel ch’ella preponga.
21E se compiacer meglio mi volete,onde d’aver ve n’abbia obligo ognora,chi de’ di voi combatter, sortirete;ma con patto, ch’al primo ch’esca fuora,amendue le querele in man porrete:sí che, per sé vincendo, vinca ancorapel compagno; e perdendo l’un di vui,cosí perduto abbia per ambidui.
22Tra Gradasso e Ruggier credo che siadi valor nulla o poca differenza;e di lor qual si vuol venga fuor pria,so ch’in arme fará per eccellenza.Poi la vittoria da quel canto stia,che vorrá la divina providenza.Il cavallier non avrá colpa alcuna,ma il tutto imputerassi alla Fortuna. —
23Steron taciti al detto d’Agramantee Ruggiero e Gradasso; et accordârsiche qualunque di loro uscirá inante,e l’una briga e l’altra abbia a pigliarsi.Cosí in duo brevi, ch’avean simiglianteet ugual forma, i nomi lor notârsi;e dentro un’urna quelli hanno rinchiusi,versati molto, e sozzopra confusi.
24Un semplice fanciul nell’urna messela mano, e prese un breve; e venne a casoch’in questo il nome di Ruggier si lesse,essendo quel del Serican rimaso.Non si può dir quanta allegrezza avesse,quando Ruggier si sentí trar del vaso,e d’altra parte il Sericano doglia;ma quel che manda il ciel, forza è che toglia.
25Ogni suo studio il Sericano, ogni opraa favorire, ad aiutar converteperché Ruggiero abbia a restar di sopra:e le cose in suo pro, ch’avea giá esperte,come or di spada, or di scudo si cuopra,qual sien botte fallaci e qual sien certe,quando tentar, quando schivar fortunasi dee, gli torna a mente ad una ad una.
26Il resto di quel dí, che da l’accordoe dal trar de le sorti sopravanza,è speso dagli amici in dar ricordo,chi a l’un guerrier chi all’altro, come è usanza.Il popul, di veder la pugna ingordo,s’affretta a gara d’occupar la stanza:né basta a molti inanzi giorno andarvi,che voglion tutta notte anco veggiarvi.
27La sciocca turba disïosa attendech’i duo buon cavallier vengano in prova;che non mira piú lungi né comprendedi quel ch’inanzi agli occhi si ritrova.Ma Sobrino e Marsilio, e chi piú intendee vede ciò che nuoce e ciò che giova,biasma questa battaglia, et Agramante,che voglia comportar che vada inante.
28Né cessan raccordargli il grave dannoche n’ha d’avere il popul saracino,muora Ruggiero o il tartaro tiranno,quel che prefisso è dal suo fier destino:d’un sol di lor via piú bisogno avrannoper contrastare al figlio di Pipino,che di dieci altri mila che ci sono,tra’ quai fatica è ritrovare un buono.
29Conosce il re Agramante che gli è vero,ma non può piú negar ciò c’ha promesso.Ben prega Mandricardo e il buon Ruggiero,che gli ridonin quel c’ha lor concesso;e tanto piú che ’l lor litigio è un zero,né degno in prova d’arme esser rimesso:e s’in ciò pur nol vogliono ubbidire,voglino almen la pugna differire.
30Cinque o sei mesi il singular certame,o meno o piú, si differisca, tantoche cacciato abbin Carlo del reame,tolto lo scettro, la corona e il manto.Ma l’un e l’altro, ancor che voglia e brameil re ubbidir, pur sta duro da canto;che tale accordo obbrobrïoso stimaa chi ’l consenso suo vi dará prima.
31Ma piú del re, ma piú d’ognun ch’invanospenda a placare il Tartaro parole,la bella figlia del re Stordilanosupplice il priega, e si lamenta e duole:lo prega che consenta al re africanoe voglia quel che tutto il campo vuole;si lamenta e si duol che per lui siatimida sempre e piena d’angonia.
32— Lassa! (dicea) che ritrovar poss’iorimedio mai ch’a riposar mi vaglia,s’or contra questo, or quel, nuovo disiovi trarrá sempre a vestir piastra e maglia?C’ha potuto giovare al petto mioil gaudio che sia spenta la battagliaper me da voi contra quell’altro presa,se un’altra non minor se n’è giá accesa?
33Ohimè! ch’invano i’ me n’andava altierach’un re sí degno, un cavallier sí forteper me volesse in perigliosa e fierabattaglia porsi al risco de la morte;ch’or veggo per cagion tanto leggieranon meno esporvi alla medesma sorte.Fu natural ferocitá di corech’a quella v’instigò, piú che ’l mio amore.
34Ma se gli è ver che ’l vostro amor sia quelloche vi sforzate di mostrarmi ognora,per lui vi prego, e per quel gran flagelloche mi percuote l’alma e che m’accora,che non vi caglia se ’l candido augelloha ne lo scudo quel Ruggiero ancora.Utile o danno a voi non so ch’importi,che lasci quella insegna o che la porti.
35Poco guadagno, e perdita uscir moltade la battaglia può, che per far sète:quando abbiate a Ruggier l’aquila tolta,poca mercé d’un gran travaglio avrete;ma se Fortuna le spalle vi volta(che non però nel crin presa tenete),causate un danno, ch’a pensarvi solomi sento il petto giá sparrar di duolo.
36Quando la vita a voi per voi non siacara, e piú amate un’aquila dipinta,vi sia almen cara per la vita mia:non sará l’una senza l’altra estinta.Non giá morir con voi grave mi fia:son di seguirvi in vita e in morte accinta;ma non vorrei morir sí malcontentacome io morrò, se dopo voi son spenta. —
37Con tai parole e simili altre assai,che lacrime accompagnano e sospiri,pregar non cessa tutta notte maiperch’alla pace il suo amator ritiri;e quel, suggendo dagli umidi raiquel dolce pianto, e quei dolci martirida le vermiglie labra piú che rose,lacrimando egli ancor, cosí rispose:
38— Deh, vita mia, non vi mettete affanno,deh non, per Dio, di cosí lieve cosa;che se Carlo e ’l re d’Africa, e ciò c’hannoqui di gente moresca e di franciosa,spiegasson le bandiere in mio sol danno,voi pur non ne dovreste esser pensosa.Ben mi mostrate in poco conto avere,se per me un Ruggier sol vi fa temere.
39E vi dovria pur ramentar che, solo(e spada io non avea né scimitarra),con un troncon di lancia a un grosso stuolod’armati cavallier tolsi la sbarra.Gradasso, ancor che con vergogna e duololo dica, pure, a chi ’l domanda, narrache fu in Soria a un castel mio prigionero;et è pur d’altra fama che Ruggiero.
40Non niega similmente il re Gradasso,e sallo Isolier vostro e Sacripante,io dico Sacripante, il re circasso,e ’l famoso Grifone et Aquilante,cent’altri e piú, che pure a questo passostati eran presi alcuni giorni inante,macometani e gente di battesmo,che tutti liberai quel dí medesmo.
41Non cessa ancor la maraviglia lorode la gran prova ch’io feci quel giorno,maggior, che se l’esercito del Moroe del Franco inimici avessi intorno.Et or potrá Ruggier, giovine soro,farmi da solo a solo o danno o scorno?Et or c’ho Durindana e l’armaturad’Ettòr, vi de’ Ruggier metter paura?
42Deh, perché dianzi in prova non venni io,se far di voi con l’arme io potea acquisto?So che v’avrei sí aperto il valor mio,ch’avresti il fin giá di Ruggier previsto.Asciugate le lacrime, e, per Dio,non mi fate uno augurio cosí tristo;e siate certa che ’l mio onor m’ha spinto,non ne lo scudo il bianco augel dipinto. —
43Cosí disse egli; e molto ben rispostogli fu da la mestissima sua donna,che non pur lui mutato di proposto,ma di luogo avria mossa una colonna.Ella era per dover vincer lui tosto,ancor ch’armato, e ch’ella fosse in gonna;e l’avea indutto a dir, se ’l re gli parlad’accordo piú, che volea contentarla.
44E lo facea; se non, tosto ch’al Solela vaga Aurora fe’ l’usata scorta,l’animoso Ruggier, che mostrar vuoleche con ragion la bella aquila porta,per non udir piú d’atti e di paroledilazïon, ma far la lite corta,dove circonda il popul lo steccato,sonando il corno s’appresenta armato.
45Tosto che sente il Tartaro superbo,ch’alla battaglia il suono altier lo sfida,non vuol piú de l’accordo intender verbo,ma si lancia del letto, et arme grida;e si dimostra sí nel viso acerbo,che Doralice istessa non si fidadi dirgli piú di pace né di triegua:e forza è infin che la battaglia segua.
46Subito s’arma, et a fatica aspettada’ suoi scudieri i debiti servigi;poi monta sopra il buon cavallo in fretta,che del gran difensor fu di Parigi;e vien correndo invêr la piazza elettaa terminar con l’arme i gran litigi.Vi giunse il re e la corte allora allora;sí ch’all’assalto fu poca dimora.
47Posti lor furo et allacciati in testai lucidi elmi, e date lor le lance.Siegue la tromba a dare il segno presta,che fece a mille impallidir le guance.Posero l’aste i cavallieri in resta,e i corridori punsero alle pance;e venner con tale impeto a ferirsi,che parve il ciel cader, la terra aprirsi.
48Quinci e quindi venir si vede il biancoaugel che Giove per l’aria sostenne;come ne la Tessalia si vide ancovenir piú volte, ma con altre penne.Guanto sia l’uno e l’altro ardito e franco,mostra il portar de le massiccie antenne;e molto piú, ch’a quello incontro duro,quai torri ai venti, o scogli all’onde furo.
49I tronchi fin al ciel ne sono ascesi:scrive Turpin, verace in questo loco,che dui o tre giú ne tornaro accesi,ch’eran saliti alla sfera del fuoco.I cavallieri i brandi aveano presi:e come quei che si temeano poco,si ritornaro incontra; e a prima giuntaambi alla vista si ferir di punta.
50Ferîrsi alla visiera al primo tratto;e non miraron, per mettersi in terra,dare ai cavalli morte, ch’è mal atto,perch’essi non han colpa de la guerra.Chi pensa che tra lor fosse tal patto,non sa l’usanza antiqua, e di molto erra:senz’altro patto, era vergogna e falloe biasmo eterno a chi feria il cavallo.
51Ferirsi alla visiera, ch’era doppia,et a pena anco a tanta furia resse.L’un colpo appresso all’altro si raddoppia:le botte piú che grandine son spesse,che spezza fronde e rami e grano e stoppia,e uscir invan fa la sperata messe.Se Durindana e Balisarda taglia,sapete, e quanto in queste mani vaglia.
52Ma degno di sé colpo ancor non fanno,sí l’uno e l’altro ben sta su l’aviso.Uscí da Mandricardo il primo danno,per cui fu quasi il buon Ruggiero ucciso:d’uno di quei gran colpi che far sanno,gli fu lo scudo pel mezzo diviso,e la corazza apertagli di sotto;e fin sul vivo il crudel brando ha rotto.
53L’aspra percossa agghiacciò il cor nel petto,per dubbio di Ruggiero, ai circonstanti,nel cui favor si conoscea lo affettodei piú inchinar, se non di tutti quanti.E se Fortuna ponesse ad effettoquel che la maggior parte vorria inanti,giá Mandricardo saria morto o preso:sí che ’l suo colpo ha tutto il campo offeso.
54Io credo che qualche agnol s’interposeper salvar da quel colpo il cavalliero.Ma ben senza piú indugio gli rispose,terribil piú che mai fosse, Ruggiero.La spada in capo a Mandricardo pose;ma sí lo sdegno fu subito e fiero,e tal fretta gli fe’, ch’io men l’incolpose non mandò a ferir di taglio il colpo.
55Se Balisarda lo giungea pel dritto,l’elmo d’Ettòre era incantato invano.Fu sí del colpo Mandricardo afflitto,che si lasciò la briglia uscir di mano.D’andar tre volte accenna a capo fitto,mentre scorrendo va d’intorno il pianoquel Brigliador che conoscete al nome,dolente ancor de le mutate some.
56Calcata serpe mai tanto non ebbe,né ferito leon, sdegno e furore,quanto il Tartaro, poi che si rïebbedal colpo che di sé lo trasse fuore.E quanto l’ira e la superbia crebbe,tanto e piú crebbe in lui forza e valore:fece spiccare a Brigliadoro un saltoverso Ruggiero, e alzò la spada in alto.
57Levossi in su le staffe, et all’elmettosegnolli; e si credette veramentepartirlo a quella volta fin al petto:ma fu di lui Ruggier piú diligente;che, pria che ’l braccio scenda al duro effetto,gli caccia sotto la spada pungente,e gli fa ne la maglia ampla finestra,che sotto difendea l’ascella destra.
58E Balisarda al suo ritorno trassedi fuori il sangue tiepido e vermiglio,e vietò a Durindana che calasseimpetuosa con tanto periglio;ben che fin su la groppa si piegasseRuggiero, e per dolor strignesse il ciglio:e s’elmo in capo avea di peggior tempre,gli era quel colpo memorabil sempre.
59Ruggier non cessa, e spinge il suo cavallo,e Mandricardo al destro fianco trova.Quivi scelta finezza di metalloe ben condutta tempra poco giovacontra la spada che non scende in fallo,che fu incantata non per altra prova,che per far ch’a’ suoi colpi nulla vagliapiastra incantata et incantata maglia.
60Taglionne quanto ella ne prese, e insiemelasciò ferito il Tartaro nel fianco,che ’l ciel bestemmia, e di tant’ira freme,che ’l tempestoso mare è orribil manco.Or s’apparecchia a por le forze estreme:lo scudo ove in azzurro è l’augel bianco,vinto da sdegno, si gittò lontano,e messe al brando e l’una e l’altra mano.
61— Ah (disse a lui Ruggier), senza piú bastia mostrar che non merti quella insegna,ch’or tu la getti, e dianzi la tagliasti;né potrai dir mai piú che ti convegna. —Cosí dicendo, forza è che gli attasticon quanta furia Durindana vegna;che sí gli grava e sí gli pesa in fronte,che piú leggier potea cadervi un monte.
62E per mezzo gli fende la visiera;buon per lui che dal viso si discosta:poi calò su l’arcion che ferrato era,né lo difese averne doppia crosta:giunse al fin su l’arnese, e come ceral’aperse con la falda sopraposta;e ferí gravemente ne la cosciaRuggier, sí ch’assai stette a guarir poscia.
63De l’un, come de l’altro, fatte rosseil sangue l’arme avea con doppia riga;tal che diverso era il parer, chi fossedi lor, ch’avesse il meglio in quella briga.Ma quel dubbio Ruggier tosto rimossecon la spada che tanti ne castiga:mena di punta, e drizza il colpo crudoonde gittato avea colui lo scudo.
64Fora de la corazza il lato manco,e di venire al cor trova la strada,che gli entra piú d’un palmo sopra il fianco:sí che convien che Mandricardo cadad’ogni ragion che può ne l’augel bianco,o che può aver ne la famosa spada;e da la cara vita cada insieme,che, piú che spada e scudo, assai gli preme.
65Non morí quel meschin senza vendetta;ch’a quel medesmo tempo che fu colto,la spada, poco sua, menò di fretta;et a Ruggier avria partito il volto,se giá Ruggier non gli avesse intercettaprima la forza, e assai del vigor tolto:di forza e di vigor troppo gli tolsedianzi, che sotto il destro braccio il colse.
66Da Mandricardo fu Ruggier percossonel punto ch’egli a lui tolse la vita;tal ch’un cerchio di ferro, anco che grosso,e una cuffia d’acciar ne fu partita.Durindana tagliò cotenna et osso,e nel capo a Ruggiero entrò dua dita.Ruggier stordito in terra si riversa,e di sangue un ruscel dal capo versa.
67Il primo fu Ruggier, ch’andò per terra;e dipoi stette l’altro a cader tanto,che quasi crede ognun che de la guerrariporti Mandricardo il pregio e il vanto:e Doralice sua, che con gli altri erra,e che quel dí piú volte ha riso e pianto,Dio ringraziò con mani al ciel supine,ch’avesse avuta la pugna tal fine.
68Ma poi ch’appare a manifesti segnivivo chi vive, e senza vita il morto,nei petti dei fautor mutano regni:di lá mestizia, e di qua vien conforto.I re, i signori, i cavallier piú degni,con Ruggier ch’a fatica era risorto,a rallegrarsi et abbracciarsi vanno,e gloria senza fine e onor gli danno.
69Ognun s’allegra con Ruggiero, e senteil medesmo nel cor, c’ha nella bocca.Sol Gradasso il pensiero ha differentetutto da quel che fuor la lingua scocca:mostra gaudio nel viso, e occultamentedel glorïoso acquisto invidia il tocca;e maledice o sia destino o caso,il qual trasse Ruggier prima del vaso.
70Che dirò del favor, che de le tantecarezze e tante, affettuose e vere,che fece a quel Ruggiero il re Agramante,senza il qual dare al vento le bandiere,né volse muover d’Africa le piante,né senza lui si fidò in tante schiere?Or che del re Agricane ha spento il seme,prezza piú lui, che tutto il mondo insieme.
71Né di tal volontá gli uomini solieran verso Ruggier, ma le donne anco,che d’Africa e di Spagna fra gli stuolieran venute al tenitorio franco.E Doralice istessa, che con duolipiangea l’amante suo pallido e bianco,forse con l’altre ita sarebbe in schiera,se di vergogna un duro fren non era.
72Io dico forse, non ch’io ve l’accerti,ma potrebbe esser stato di leggiero:tal la bellezza e tali erano i merti,i costumi e i sembianti di Ruggiero.Ella, per quel che giá ne siamo esperti,sí facile era a varïar pensiero,che per non si veder priva d’amore,avria potuto in Ruggier porre il core.
73Per lei buono era vivo Mandricardo:ma che ne volea far dopo la morte?Proveder le convien d’un che gagliardosia notte e dí ne’ suoi bisogni, e forte.Non era stato intanto a venir tardoil piú perito medico di corte,che di Ruggier veduta ogni ferita,giá l’avea assicurato de la vita.
74Con molta diligenzia il re Agramantefece colcar Ruggier ne le sue tende;che notte e dí veder sel vuole inante:sí l’ama, sí di lui cura si prende.Lo scudo al letto e l’arme tutte quante,che fur di Mandricardo, il re gli appende;tutte le appende, eccetto Durindana,che fu lasciata al re di Sericana.
75Con l’arme l’altre spoglie a Ruggier sonodate di Mandricardo, e insieme datogli è Brigliador, quel destrier bello e buono,che per furore Orlando avea lasciato.Poi quello al re diede Ruggiero in dono,che s’avide ch’assai gli saria grato.Non piú di questo; che tornar bisognaa chi Ruggiero invan sospira e agogna.
76Gli amorosi tormenti che sostenneBradamante aspettando, io v’ho da dire.A Montalbano Ippalca a lei rivenne,e nuova le arrecò del suo desire.Prima, di quanto di Frontin le avennecon Rodomonte, l’ebbe a riferire;poi di Ruggier, che ritrovò alla fontecon Ricciardetto e’ frati d’Agrismonte:
77e che con esso lei s’era partitocon speme di trovare il Saracino,e punirlo di quanto avea fallitod’aver tolto a una donna il suo Frontino;e che ’l disegno poi non gli era uscito,perché diverso avea fatto il camino.La cagione anco, perché non venissea Montalban Ruggier, tutta le disse;
78e riferille le parole a pieno,ch’in sua scusa Ruggier le avea commesse.Poi si trasse la lettera di seno,ch’egli le diè, perch’ella a lei la desse.Con viso piú turbato che serenoprese la carta Bradamante, e lesse;che, se non fosse la credenza statagiá di veder Ruggier, fôra piú grata.
79L’aver Ruggiero ella aspettato, e invecedi lui, vedersi ora appagar d’un scritto,del bel viso turbar l’aria le fecedi timor, di cordoglio e di despitto.Baciò la carta diece volte e diece,avendo a chi la scrisse il cor diritto.Le lacrime vietâr, che su vi sparse,che con sospiri ardenti ella non l’arse.
80Lesse la carta quattro volte e sei,e volse ch’altretante l’imbasciatareplicata le fosse da coleiche l’una e l’altra avea quivi arrecata,pur tuttavia piangendo: e credereiche mai non si saria piú racchetata,se non avesse avuto pur confortodi rivedere il suo Ruggier di corto.
81Termine a ritornar quindici o ventigiorni avea Ruggier tolto, et affermatol’avea ad Ippalca poi con giuramentida non temer che mai fosse mancato.— Chi m’assicura, ohimè! degli accidenti(ella dicea), c’han forza in ogni lato,ma ne le guerre piú, che non distornialcun tanto Ruggier, che piú non torni?
82Ohimè! Ruggiero, ohimè! chi aría credutoch’avendoti amato io piú di me stessa,tu piú di me, non ch’altri, ma potutoabbi amar gente tua inimica espressa?A chi opprimer dovresti, doni aiuto:chi tu dovresti aitare, è da te oppressa.Non so se biasmo o laude esser ti credi,ch’al premiar e al punir sí poco vedi.
83Fu morto da Troian (non so se ’l sai)il padre tuo; ma fin ai sassi il sanno:e tu del figlio di Troian cura haiche non riceva alcun disnor né danno.È questa la vendetta che ne fai,Ruggiero? e a quei che vendicato l’hanno,rendi tal premio, che del sangue lorome fai morir di strazio e di martoro? —
84Dicea la donna al suo Ruggiero absentequeste parole et altre, lacrimando,non una sola volta, ma sovente.Ippalca la venía pur confortando,che Ruggier servarebbe interamentesua fede, e ch’ella l’aspetasse, quandoaltro far non potea, fin a quel giornoch’avea Ruggier prescritto al suo ritorno.
85I conforti d’Ippalca, e la speranzache degli amanti suole esser compagna,alla tema e al dolor tolgon possanzadi far che Bradamante ognora piagna;in Montalban senza mutar mai stanzavoglion che fin al termine rimagna,fin al promesso termine e giurato,che poi fu da Ruggier male osservato.
86Ma ch’egli alla promessa sua mancasse,non però debbe aver la colpa affatto;ch’una causa et un’altra sí lo trasse,che gli fu forza preterire il patto.Convenne che nel letto si colcasse,e piú d’un mese si stesse di piattoin dubbio di morir, sí il dolor crebbedopo la pugna che col Tartaro ebbe.
87L’inamorata giovane l’attesetutto quel giorno e desïollo invano,né mai ne seppe, fuor quanto ne ’nteseora da Ippalca, e poi dal suo germano,che le narrò che Ruggier lui difese,e Malagigi liberò e Viviano.Questa novella, ancor ch’avesse grata,pur di qualche amarezza era turbata:
88che di Marfisa in quel discorso uditol’alto valore e le bellezze avea:udí come Ruggier s’era partitocon esso lei, e che d’andar dicealá dove con disagio in debol sitomalsicuro Agramante si tenea.Sí degna compagnia la donna lauda,ma non che se n’allegri, o che l’applauda.
89Né picciolo è il sospetto che la preme;che se Marfisa è bella, come ha fama,e che fin a quel dí sien giti insieme,è maraviglia se Ruggier non l’ama.Pur non vuol creder anco, e spera e teme;e ’l giorno che la può far lieta e grama,misera aspetta; e sospirando stassi,da Montalban mai non movendo i passi.
90Stando ella quivi, il principe, il signoredel bel castello, il primo de’ suoi frati(io non dico d’etade, ma d’onore,che di lui prima dui n’erano nati),Rinaldo, che di gloria e di splendoregli ha, come il sol le stelle, illuminati,giunse al castello un giorno in su la nona;né, fuor ch’un paggio, era con lui persona.
91Cagion del suo venir fu, che da Bravaritornandosi un dí verso Parigi(come v’ho detto che sovente andavaper ritrovar d’Angelica vestigi),avea sentita la novella pravadel suo Viviano e del suo Malagigi,ch’eran per esser dati al Maganzese;e perciò ad Agrismonte la via prese.
92Dove intendendo poi ch’eran salvati,e gli aversarii lor morti e distrutti,e Marfisa e Ruggiero erano stati,che gli aveano a quei termini ridutti;e suoi fratelli e suoi cugin tornatia Montalbano insieme erano tutti;gli parve un’ora un anno di trovarsicon esso lor lá dentro ad abbracciarsi.
93Venne Rinaldo a Montalbano, e quivimadre, moglie abbracciò, figli e fratelli,e i cugini che dianzi eran captivi;e parve, quando egli arrivò tra quelli,dopo gran fame irondine ch’arrivicol cibo in bocca ai pargoletti augelli.E poi ch’un giorno vi fu stato o dui,partissi, e fe’ partire altri con lui.
94Ricciardo, Alardo, Ricciardetto, e d’essifigli d’Amone, il piú vecchio Guicciardo,Malagigi e Vivian, si furon messiin arme dietro al paladin gagliardo.Bradamante aspettando che s’appressiil tempo ch’al disio suo ne vien tardo,inferma disse agli fratelli ch’era,e non volse con lor venire in schiera.
95E ben lor disse il ver, ch’ella era inferma,ma non per febbre o corporal dolore:era il disio che l’alma dentro inferma,e le fa alterazion patir d’amore.Rinaldo in Montalban piú non si ferma,e seco mena di sua gente il fiore.Come a Parigi appropinquosse, e quantoCarlo aiutò, vi dirá l’altro canto.

Glossario

ronzino
cavallo da poco, di scarso valore.
destriero
cavallo da battaglia.
navilio
nave; anche flotta.
certame
combattimento, duello.
piastra
lastra di ferro dell’armatura.
maglia
armatura fatta di anellini di ferro intrecciati.
scorno
vergogna, umiliazione.
steccato
recinto di legno in cui si combattono duelli e giostre.
in resta
detto della lancia, appoggiata al sostegno fissato alla corazza e pronta a colpire.
brando
spada.
arcione
la parte rialzata della sella, davanti e dietro al cavaliere; la sella stessa.
arnese
armatura; più in generale, equipaggiamento.
speme
speranza.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .