Libri di dominio pubblico

Orlando furioso

Canto 31

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1Che dolce piú, che piú giocondo statosaria di quel d’un amoroso core?che viver piú felice e piú beato,che ritrovarsi in servitú d’Amore?se non fosse l’uom sempre stimulatoda quel sospetto rio, da quel timore,da quel martír, da quella frenesia,da quella rabbia detta gelosia.
2Però ch’ogni altro amaro che si ponetra questa soavissima dolcezza,è un augumento, una perfezïone,et è un condurre amore a piú finezza.L’acque parer fa saporite e buonela sete, e il cibo pel digiun s’apprezza:non conosce la pace e non l’estimachi provato non ha la guerra prima.
3Se ben non veggon gli occhi ciò che vedeognora il core, in pace si sopporta.Lo star lontano, poi quando si riede,quanto piú lungo fu, piú riconforta.Lo stare in servitú senza mercede(pur che non resti la speranza morta)patir si può: che premio al ben servirepur viene al fin, se ben tarda a venire.
4Gli sdegni, le repulse, e finalmentetutti i martír d’amor, tutte le pene,fan per lor rimembranza, che si sentecon miglior gusto un piacer quando viene.Ma se l’infernal peste una egra menteavvien ch’infetti, ammorbi et avelene;se ben segue poi festa et allegrezza,non la cura l’amante e non l’apprezza.
5Questa è la cruda e avelenata piagaa cui non val liquor, non vale impiastro,né murmure, né imagine di saga,né val lungo osservar di benigno astro,né quanta esperïenzia d’arte magafece mai l’inventor suo Zoroastro:piaga crudel che sopra ogni doloreconduce l’uom, che disperato muore.
6Oh incurabil piaga che nel pettod’un amator sí facile s’imprime,non men per falso che per ver sospetto!piaga che l’uom sí crudelmente opprime,che la ragion gli offusca e l’intelletto,e lo tra’ fuor de le sembianze prime!Oh iniqua gelosia, che cosí a tortolevasti a Bradamante ogni conforto!
7Non di questo ch’Ippalca e che ’l fratellole avea nel core amaramente impresso,ma dico d’uno annunzio crudo e felloche le fu dato pochi giorni appresso.Questo era nulla a paragon di quelloch’io vi dirò, ma dopo alcun digresso.Di Rinaldo ho da dir primieramente,che vêr Parigi vien con la sua gente.
8Scontraro il dí seguente invêr la seraun cavallier ch’avea una donna al fianco,con scudo e sopravesta tutta nera,se non che per traverso ha un fregio bianco.Sfidò alla giostra Ricciardetto, ch’eradinanzi, e vista avea di guerrier franco:e quel, che mai nessun ricusar volse,girò la briglia e spazio a correr tolse.
9Senza dir altro, o piú notizia darside l’esser lor, si vengono all’incontro.Rinaldo e gli altri cavallier fermârsiper veder come seguiria lo scontro.— Tosto costui per terra ha da versarsi,se in luogo fermo a mio modo lo incontro —dicea tra sé medesmo Ricciardetto;ma contrario al pensier seguí l’effetto:
10però che lui sotto la vista offesedi tanto colpo il cavalliero istrano,che lo levò di sella, e lo distesepiú di due lance al suo destrier lontano.Di vendicarlo incontinente presel’assunto Alardo, e ritrovossi al pianostordito e male acconcio: sí fu crudolo scontro fier, che gli spezzò lo scudo.
11Guicciardo pone incontinente in restal’asta, che vede i duo germani in terra,ben che Rinaldo gridi: — Resta, resta;che mia convien che sia la terza guerra: —ma l’elmo ancor non ha allacciato in testa,sí che Guicciardo al corso si disserra;né piú degli altri si seppe tenere,e ritrovossi subito a giacere.
12Vuol Ricciardo, Viviano e Malagigi,e l’un prima de l’altro essere in giostra:ma Rinaldo pon fine ai lor litigi;ch’inanzi a tutti armato si dimostra,dicendo loro: — È tempo ire a Parigi;e saria troppo la tardanza nostra,s’io volesse aspettar fin che ciascunodi voi fosse abbattuto ad uno ad uno. —
13Dissel tra sé, ma non che fosse inteso,che saria stato agli altri ingiuria e scorno.L’uno e l’altro del campo avea giá preso,e si faceano incontra aspro ritorno.Non fu Rinaldo per terra disteso,che valea tutti gli altri ch’avea intorno;le lance si fiaccâr, come di vetro,né i cavallier si piegâr oncia a dietro.
14L’uno e l’altro cavallo in guisa urtosse,che gli fu forza in terra a por le groppe.Baiardo immantinente ridrizzosse,tanto ch’a pena il correre interroppe.Sinistramente sí l’altro percosse,che la spalla e la schena insieme roppe.Il cavallier che ’l destrier morto vede,lascia le staffe et è subito in piede.
15Et al figlio d’Amon, che giá rivoltotornava a lui con la man vòta, disse:— Signore, il buon destrier che tu m’hai tolto,perché caro mi fu mentre che visse,mi faria uscir del mio debito molto,se cosí invendicato si morisse:sí che vientene, e fa ciò che tu puoi,perché battaglia esser convien tra noi. —
16Disse Rinaldo a lui: — Se ’l destrier morto,e non altro ci de’ porre a battaglia,un de’ miei ti darò, piglia conforto,che men del tuo non crederò che vaglia. —Colui soggiunse: — Tu sei malaccorto,se creder vuoi che d’un destrier mi caglia.Ma poi che non comprendi ciò ch’io voglio,ti spiegherò piú chiaramente il foglio.
17Vo’ dir che mi parria commetter fallo,se con la spada non ti provassi anco,e non sapessi s’in quest’altro ballotu mi sia pari, o se piú vali o manco.Come ti piace, o scendi, o sta a cavallo:pur che le man tu non ti tegna al fianco,io son contento ogni vantaggio darti:tanto alla spada bramo di provarti. —
18Rinaldo molto non lo tenne in lunga,e disse: — La battaglia ti prometto;e perché tu sia ardito, e non ti pungadi questi c’ho d’intorno alcun sospetto,andranno inanzi fin ch’io gli raggiunga;né meco resterá fuor ch’un vallettoche mi tenga il cavallo: — e cosí dissealla sua compagnia che se ne gisse.
19La cortesia del paladin gagliardocommendò molto il cavalliero estrano.Smontò Rinaldo, e del destrier Baiardodiede al valletto le redine in mano:e poi che piú non vede il suo stendardo,il qual di lungo spazio è giá lontano,lo scudo imbraccia e stringe il brando fiero,e sfida alla battaglia il cavalliero.
20E quivi s’incomincia una battagliadi ch’altra mai non fu piú fiera in vista.Non crede l’un che tanto l’altro vaglia,che troppo lungamente gli resista.Ma poi che ’l paragon ben gli ragguaglia,né l’un de l’altro piú s’allegra o attrista,pongon l’orgoglio et il furor da parte,et al vantaggio loro usano ogn’arte.
21S’odon lor colpi dispietati e crudiintorno rimbombar con suono orrendo,ora i canti levando a’ grossi scudi,schiodando or piastre, e quando maglie aprendo.Né qui bisogna tanto che si studia ben ferir, quanto a parar, volendostar l’uno a l’altro par; ch’eterno dannolor può causar il primo error che fanno.
22Durò l’assalto un’ora e piú che ’l mezzod’un’altra; et era il sol giá sotto l’onde,et era sparso il tenebroso rezzode l’orizzon fin all’estreme sponde;né riposato o fatto altro intermezzoaveano alle percosse furibondequesti guerrier, che non ira o rancore,ma tratto all’arme avea disio d’onore.
23Rivolve tuttavia tra sé Rinaldochi sia l’estrano cavallier sí forte,che non pur gli sta contra ardito e saldo,ma spesso il mena a risco de la morte;e giá tanto travaglio e tanto caldogli ha posto, che del fin dubita forte:e volentier, se con suo onor potesse,vorria che quella pugna rimanesse.
24Da l’altra parte il cavallier estrano,che similmente non avea notiziache quel fosse il signor di Montalbano,quel sí famoso in tutta la milizia,che gli avea incontra con la spada in manocondotto cosí poca nimicizia,era certo che d’uom di piú eccellenzanon potesson dar l’arme esperïenza.
25Vorrebbe de l’impresa esser digiuno,ch’avea di vendicare il suo cavallo;e se potesse senza biasmo alcuno,si trarria fuor del periglioso ballo.Il mondo era giá tanto oscuro e bruno,che tutti i colpi quasi ivano in fallo.Poco ferire e men parar sapeano,ch’a pena in man le spade si vedeano.
26Fu quel da Montalbano il primo a direche far battaglia non denno allo scuro,ma quella indugiar tanto e differire,ch’avesse dato volta il pigro Arturo;e che può intanto al padiglion venire,ove di sé non sará men sicuro,ma servito, onorato e ben veduto,quanto in loco ove mai fosse venuto.
27Non bisognò a Rinaldo pregar molto,che ’l cortese baron tenne lo ’nvito.Ne vanno insieme ove il drappel raccoltodi Montalbano era in sicuro sito.Rinaldo al suo scudiero avea giá toltoun bel cavallo e molto ben guernito,a spada e a lancia e ad ogni prova buono,et a quel cavallier fattone dono.
28Il guerrier peregrin conobbe quelloesser Rinaldo, che venía con esso;che prima che giungessero all’ostello,venuto a caso era a nomar se stesso:e perché l’un de l’altro era fratello,si sentîr dentro di dolcezza oppresso,e di pietoso affetto tocco il core;e lacrimar per gaudio e per amore.
29Questo guerriero era Guidon Selvaggio,che dianzi con Marfisa e Sansonettoe’ figli d’Olivier molto vïaggioavea fatto per mar, come v’ho detto.Di non veder piú tosto il suo lignaggioil fellon Pinabel gli avea interdetto,avendol preso e a bada poi tenutoalla difesa del suo rio statuto.
30Guidon, che questo esser Rinaldo udio,famoso sopra ogni famoso duce,ch’avuto avea piú di veder disio,che non ha il cieco la perduta luce,con molto gaudio disse: — O signor mio,qual fortuna a combatter mi conducecon voi, che lungamente ho amato et amo,e sopra tutto il mondo onorar bramo?
31Mi partorí Costanza ne le estremeripe del mar Eusino: io son Guidone,concetto de lo illustre inclito seme,come ancor voi, del generoso Amone.Di voi vedere e gli altri nostri insiemeil desiderio è del venir cagione;e dove mia intenzion fu d’onorarvi,mi veggo esser venuto a ingiurïarvi.
32Ma scusimi apo voi d’un error tanto,ch’io non ho voi né gli altri conosciuto;e s’emendar si può, ditemi quantofar debbo, ch’in ciò far nulla rifiuto. —Poi che si fu da questo e da quel cantode’ complessi iterati al fin venuto,rispose a lui Rinaldo: — Non vi cagliameco scusarvi piú de la battaglia:
33che per certificarne che voi sètedi nostra antiqua stirpe un vero ramo,dar miglior testimonio non potete,che ’l gran valor ch’in voi chiaro proviamo.Se piú pacifiche erano e quïetevostre maniere, mal vi credevamo;che la damma non genera il leone,né le colombe l’aquila o il falcone. —
34Non, per andar, di ragionar lasciando,non di seguir, per ragionar, lor via,vennero ai padiglioni; ove narrandoil buon Rinaldo alla sua compagniache questo era Guidon, che disïandoveder, tanto aspettato aveano pria,molto gaudio apportò ne le sue squadre;e parve a tutti assimigliarsi al padre.
35Non dirò l’accoglienze che gli fêroAlardo, Ricciardetto e gli altri dui;che gli fece Viviano et Aldigiero,e Malagigi, frati e cugin sui;ch’ogni signor gli fece e cavalliero;ciò ch’egli disse a loro, et essi a lui:ma vi concluderò che finalmentefu ben veduto da tutta la gente.
36Caro Guidone a’ suoi fratelli statocredo sarebbe in ogni tempo assai;ma lor fu al gran bisogno ora piú grato,ch’esser potesse in altro tempo mai.Poscia che ’l nuovo sole incoronatodel mare uscí di luminosi rai,Guidon coi frati e coi parenti in schierase ne tornò sotto la lor bandiera.
37Tanto un giorno et un altro se n’andaro,che di Parigi alle assediate portea men di dieci miglia s’accostaroin ripa a Senna; ove per buona sorteGrifone et Aquilante ritrovaro,i duo guerrier da l’armatura forte:Grifone il bianco et Aquilante il nero,che partorí Gismonda d’Oliviero.
38Con essi ragionava una donzella,non giá di vil condizïone in vista,che di sciamito bianco la gonnellafregiata intorno avea d’aurata lista;molto leggiadra in apparenza e bella,fosse quantunque lacrimosa e trista:e mostrava ne’ gesti e nel sembiantedi cosa ragionar molto importante.
39Conobbe i cavallier, come essi lui,Guidon, che fu con lor pochi dí inanzi;et a Rinaldo disse: — Eccovi duia cui van pochi di valore inanzi;e se per Carlo ne verran con nui,non ne staranno i Saracini inanzi. —Rinaldo di Guidon conferma il detto,che l’uno e l’altro era guerrier perfetto.
40Gli avea riconosciuti egli non manco;però che quelli sempre erano usati,l’un tutto nero, e l’altro tutto biancovestir su l’arme, e molto andare ornati.Da l’altra parte essi conobbero ancoe salutâr Guidon, Rinaldo e i frati;et abbracciâr Rinaldo come amico,messo da parte ogni lor odio antico.
41S’ebbero un tempo in urta e in gran dispettoper Truffaldin, che fôra lungo a dire;ma quivi insieme con fraterno affettos’accarezzâr, tutte oblïando l’ire.Rinaldo poi si volse a Sansonetto,ch’era tardato un poco piú a venire,e lo raccolse col debito onore,a pieno instrutto del suo gran valore.
42Tosto che la donzella piú vicinovide Rinaldo, e conosciuto l’ebbe(ch’avea notizia d’ogni paladino),gli disse una novella che gl’increbbe;e cominciò: — Signore, il tuo cugino,a cui la chiesa e l’alto imperio debbe,quel giá sí saggio et onorato Orlando,è fatto stolto, e va pel mondo errando.
43Onde causato cosí strano e rioaccidente gli sia, non so narrarte.La sua spada e l’altr’arme ho vedute io,che per li campi avea gittate e sparte;e vidi un cavallier cortese e pioche le andò raccogliendo da ogni parte,e poi di tutte quelle un arbuscellofe’, a guisa di trofeo, pomposo e bello.
44Ma la spada ne fu tosto levatadal figliuol d’Agricane il dí medesmo.Tu pòi considerar quanto sia statagran perdita alla gente del battesmol’essere un’altra volta ritornataDurindana in poter del paganesmo.Né Brigliadoro men, ch’errava scioltointorno all’arme, fu dal pagan tolto.
45Son pochi dí ch’Orlando correr vidisenza vergogna e senza senno, ignudo,con urli spaventevoli e con gridi:ch’è fatto pazzo in somma ti conchiudo;e non avrei, fuor ch’a questi occhi fidi,creduto mai sí acerbo caso e crudo. —Poi narrò che lo vide giú dal ponteabbracciato cader con Rodomonte.
46— A qualunque io non creda esser nimicod’Orlando (soggiungea) di ciò favello,acciò ch’alcun di tanti a ch’io lo dico,mosso a pietá del caso strano e fello,cerchi o a Parigi o in altro luogo amicoridurlo, fin che si purghi il cervello.Ben so, se Brandimarte n’avrá nuova,sará per farne ogni possibil prova. —
47Era costei la bella Fiordiligi,piú cara a Brandimarte che se stesso,la qual, per lui trovar, venía a Parigi:e de la spada ella suggiunse appresso,che discordia e contesa e gran litigitra il Sericano e ’l Tartaro avea messo;e ch’avuta l’avea, poi che fu cassodi vita Mandricardo, al fin Gradasso.
48Di cosí strano e misero accidenteRinaldo senza fin si lagna e duole;né il core intenerir men se ne sente,che soglia intenerirsi il ghiaccio al sole:e con disposta et immutabil mente,ovunque Orlando sia, cercar lo vuole,con speme, poi che ritrovato l’abbia,di farlo risanar di quella rabbia.
49Ma giá lo stuolo avendo fatto unire,sia volontá del cielo o sia aventura,vuol fare i Saracin prima fuggire,e liberar le parigine mura.Ma consiglia l’assalto differire,che vi par gran vantaggio, a notte scura,ne la terza vigilia o ne la quarta,ch’avrá l’acqua di Lete il Sonno sparta.
50Tutta la gente alloggiar fece al bosco,e quivi la posò per tutto ’l giorno;ma poi che ’l sol, lasciando il mondo fosco,alla nutrice antiqua fe’ ritorno,et orsi e capre e serpi senza tòscoe l’altre fere ebbeno il cielo adorno,che state erano ascose al maggior lampo,mosse Rinaldo il taciturno campo:
51e venne con Grifon, con Aquilante,con Vivian, con Alardo e con Guidone,con Sansonetto, agli altri un miglio inante,a cheti passi e senza alcun sermone.Trovò dormir l’ascolta d’Agramante:tutta l’uccise, e non ne fe’ un prigione.Indi arrivò tra l’altra gente Mora,che non fu visto né sentito ancora.
52Del campo d’infedeli a prima giuntala ritrovata guardia all’improvisolasciò Rinaldo sí rotta e consunta,ch’un sol non ne restò, se non ucciso.Spezzata che lor fu la prima punta,i Saracin non l’avean piú da riso;che sonnolenti, timidi et inermi,poteano a tai guerrier far pochi schermi.
53Fece Rinaldo per maggior spaventodei Saracini, al mover de l’assalto,a trombe e a corni dar subito vento,e, gridando, il suo nome alzar in alto.Spinse Baiardo, e quel non parve lento;che dentro all’alte sbarre entrò d’un salto,e versò cavallier, pestò pedoni,et atterrò trabacche e padiglioni.
54Non fu sí ardito tra il popul pagano,a cui non s’arricciassero le chiome,quando sentí Rinaldo e Montalbanosonar per l’aria, il formidato nome.Fugge col campo d’Africa l’ispano,né perde tempo a caricar le some;ch’aspettar quella furia piú non vuole,ch’aver provata anco si piagne e duole.
55Guidon lo segue, e non fa men di lui;né men fanno i duo figli d’Oliviero,Alardo e Ricciardetto, e gli altri dui:col brando Sansonetto apre il sentiero:Aldigiero e Vivian provar altruifan quanto in arme l’uno e l’altro è fiero.Cosí fa ognun che segue lo stendardodi Chiaramonte, da guerrier gagliardo.
56Settecento con lui tenea Rinaldoin Montalbano e intorno a quelle ville,usati a portar l’arme al freddo e al caldo,non giá piú rei dei Mirmidon d’Achille.Ciascun d’essi al bisogno era sí saldo,che cento insieme non fuggian per mille;e se ne potean molti sceglier fuori,che d’alcun dei famosi eran migliori.
57E se Rinaldo ben non era moltoricco né di cittá né di tesoro,facea sí con parole e con buon volto,e ciò ch’avea partendo ognor con loro,ch’un di quel numer mai non gli fu toltoper offerire altrui piú somma d’oro.Questi da Montalban mai non rimuove,se non lo stringe un gran bisogno altrove.
58Et or, perch’abbia il Magno Carlo aiuto,lasciò con poca guardia il suo castello.Tra gli African questo drappel venuto,questo drappel del cui valor favello,ne fece quel che del gregge lanutosul falanteo Galeso il lupo fello,o quel che soglia del barbato, appressoil barbaro Cinifio, il leon spesso.
59Carlo, ch’aviso da Rinaldo avutoavea che presso era a Parigi giunto,e che la notte il campo sprovedutovolea assalir, stato era in arme e in punto:e quando bisognò, venne in aiutocoi paladini; e ai paladini aggiuntoavea il figliol del ricco Monodante,di Fiordiligi il fido e saggio amante,
60ch’ella piú giorni per sí lunga viacercato avea per tutta Francia invano.Quivi all’insegne che portar solia,fu da lei conosciuto di lontano.Come lei Brandimarte vide pria,lasciò la guerra, e tornò tutto umano,e corse ad abbracciarla; e d’amor pieno,mille volte baciolla o poco meno.
61De le lor donne e de le lor donzellesi fidâr molto a quella antica etade.Senz’altra scorta andar lasciano quelleper piani e monti e per strane contrade;et al ritorno l’han per buone e belle,né mai tra lor suspizïone accade.Fiordiligi narrò quivi al suo amante,che fatto stolto era il signor d’Anglante.
62Brandimarte sí strana e ria novellacredere ad altri a pena avria potuto;ma lo credette a Fiordiligi bella,a cui giá maggior cose avea creduto.Non pur d’averlo udito gli dice ella,ma che con gli occhi proprii l’ha veduto(c’ha conoscenza e pratica d’Orlando,quanto alcun altro), e dice dove e quando.
63E gli narra del ponte periglioso,che Rodomonte ai cavallier difende,ove un sepolcro adorna e fa pomposodi sopraveste e d’arme di chi prende.Narra c’ha visto Orlando furïosofar cose quivi orribili e stupende;che nel fiume il pagan mandò riverso,con gran periglio di restar summerso.
64Brandimarte, che ’l conte amava quantosi può compagno amar, fratello o figlio,disposto di cercarlo, e di far tanto,non ricusando affanno né periglio,che per opra di medico o d’incantosi ponga a quel furor qualche consiglio,cosí come trovossi armato in sella,si mise in via con la sua donna bella.
65Verso la parte ove la donna il conteavea veduto, il lor camin drizzaro,di giornata in giornata, fin ch’al ponteche guarda il re d’Algier, si ritrovaro.La guardia ne fe’ segno a Rodomonte;e gli scudieri a un tempo gli arrecarol’arme e il cavallo: e quel si trovò in punto,quando fu Brandimarte al passo giunto.
66Con voce qual conviene al suo furoreil Saracino a Brandimarte grida:— Qualunque tu ti sia, che, per erroredi via o di mente, qui tua sorte guida,scendi e spogliati l’arme, e fanne onoreal gran sepolcro, inanzi ch’io t’uccida,e che vittima all’ombre tu sia offerto:ch’io ’l farò poi, né te n’avrò alcun merto. —
67Non volse Brandimarte a quell’altieroaltra risposta dar, che de la lancia.Sprona Batoldo, il suo gentil destriero,e inverso quel con tanto ardir si lancia,che mostra che può star d’animo fierocon qual si voglia al mondo alla bilancia:e Rodomonte, con la lancia in resta,lo stretto ponte a tutta briglia pesta.
68Il suo destrier ch’avea continuo usod’andarvi sopra, e far di quel soventequando uno e quando un altro cader giuso,alla giostra correa sicuramente;l’altro, del corso insolito confuso,venía dubbioso, timido e tremente.Trema anco il ponte, e par cader ne l’onda,oltre che stretto e che sia senza sponda.
69I cavallier, di giostra ambi maestri,che le lance avean grosse come travi,tali qual fur nei lor ceppi silvestri,si dieron colpi non troppo soavi.Ai lor cavalli esser possenti e destrinon giovò molto agli aspri colpi e gravi;che si versâr di pari ambi sul ponte,e seco i signor lor tutti in un monte.
70Nel volersi levar con quella frettache lo spronar de’ fianchi insta e richiede,l’asse del ponticel lor fu sí stretta,che non trovaro ove fermare il piede;sí che una sorte uguale ambi li gettane l’acqua; e gran rimbombo al ciel ne riede,simile a quel ch’uscí del nostro fiume,quando ci cadde il mal rettor del lume.
71I duo cavalli andâr con tutto ’l pondodei cavallier, che steron fermi in sella,a cercar la rivera insin al fondo,se v’era ascosa alcuna ninfa bella.Non è giá il primo salto né ’l secondo,che giú del ponte abbia il pagano in quellaonda spiccato col destrero audace;però sa ben come quel fondo giace:
72sa dove è saldo e sa dove è piú molle,sa dove è l’acqua bassa e dove è l’alta.Dal fiume il capo e il petto e i fianchi estolle,e Brandimarte a gran vantaggio assalta.Brandimarte il corrente in giro tolle:ne la sabbia il destrier, che ’l fondo smalta,tutto si ficca, e non può rïaversi,con rischio di restarvi ambi sommersi.
73L’onda si leva e li fa andar sozzopra,e dove è piú profonda li trasporta:va Brandimarte sotto, e ’l destrier sopra.Fiordiligi dal ponte afflitta e smortae le lacrime e i voti e i prieghi adopra:— Ah Rodomonte, per colei che mortatu riverisci, non esser sí fiero,ch’affogar lasci un tanto cavalliero!
74Deh, cortese signor, s’unque tu amasti,di me, ch’amo costui, pietá ti vegna.Di farlo tuo prigion, per Dio, ti basti;che, s’orni il sasso tuo di quella insegna,di quante spoglie mai tu gli arrecasti,questa fia la piú bella e la piú degna. —E seppe sí ben dir, ch’ancor che fossesí crudo il re pagan, pur lo commosse;
75e fe’ che ’l suo amator ratto soccorse,che sotto acqua il destrier tenea sepolto,e de la vita era venuto in forse,e senza sete avea bevuto molto.Ma aiuto non però prima gli porse,che gli ebbe il brando e dipoi l’elmo tolto.De l’acqua mezzo morto il trasse, e porrecon molti altri lo fe’ ne la sua torre.
76Fu ne la donna ogni allegrezza spenta,quando prigion vide il suo amante gire;ma di questo pur meglio si contenta,che di vederlo nel fiume perire.Di se stessa, e non d’altri, si lamenta,che fu cagion di farlo ivi venire,per averli narrato ch’avea il contericonosciuto al periglioso ponte.
77Quindi si parte, avendo giá concettodi menarvi Rinaldo paladino,o il Selvaggio Guidone, o Sansonetto,o altri de la corte di Pipino,in acqua e in terra cavallier perfettoda poter contrastar col Saracino;se non piú forte, almen piú fortunatoche Brandimarte suo non era stato.
78Va molti giorni, prima che s’abbattain alcun cavallier ch’abbia sembianted’esser come lo vuol, perché combattacol Saracino e liberi il suo amante.Dopo molto cercar di persona attaal suo bisogno, un le vien pur avante,che sopravesta avea ricca et ornata,a tronchi di cipressi ricamata.
79Chi costui fosse, altrove ho da narrarvi;che prima ritornar voglio a Parigi,e de la gran sconfitta seguitarvi,ch’a’ Mori diè Rinaldo e Malagigi.Quei che fuggiro io non saprei contarvi,né quei che fur cacciati ai fiumi stigi.Levò a Turpino il conto l’aria oscura,che di contarli s’avea preso cura.
80Nel primo sonno dentro al padiglionedormia Agramante; e un cavallier lo desta,dicendogli che fia fatto prigione,se la fuga non è via piú che presta.Guarda il re intorno, e la confusïonevede dei suoi, che van senza far testachi qua chi lá fuggendo inermi e nudi,che non han tempo di pur tor gli scudi.
81Tutto confuso e privo di consigliosi facea porre indosso la corazza,quando con Falsiron vi giunse il figlioGrandonio e Balugante e quella razza;e al re Agramante mostrano il perigliodi restar morto o preso in quella piazza:e che può dir, se salva la persona,che Fortuna gli sia propizia e buona.
82Cosí Marsilio e cosí il buon Sobrino,e cosí dicon gli altri ad una voce,ch’a sua distruzïon tanto è vicino,quanto a Rinaldo il qual ne vien veloce;che s’aspetta che giunga il paladinocon tanta gente, e un uom tanto feroce,render certo si può ch’egli e i suo’ amicirimarran morti, o in man degli nimici.
83Ma ridur si può in Arli o sia in Narbonacon quella poca gente c’ha d’intorno;che l’una e l’altra terra è forte e buonada mantener la guerra piú d’un giorno:e quando salva sia la sua persona,si potrá vendicar di questo scorno,rifacendo l’esercito in un tratto,onde al fin Carlo ne sará disfatto.
84Il re Agramante al parer lor s’attenne,ben che ’l partito fosse acerbo e duro.Andò verso Arli, e parve aver le penne,per quel camin che piú trovò sicuro.Oltre alle guide, in gran favor gli venneche la partita fu per l’aer scuro.Ventimila tra d’Africa e di Spagnafur, ch’a Rinaldo uscîr fuor de la ragna.
85Quei ch’egli uccise e quei che i suoi fratelli,quei che i duo figli del signor di Vienna,quei che provaro empi nimici e fellii settecento a cui Rinaldo accenna,e quei che spense Sansonetto, e quelliche ne la fuga s’affogaro in Senna,chi potesse contar, conteria ancoraciò che sparge d’april Favonio e Flora.
86Istima alcun che Malagigi partene la vittoria avesse de la notte;non che di sangue le campagne spartefosser per lui, né per lui teste rotte:ma che gl’infernali angeli per artefacesse uscir da le tartaree grotte,e con tante bandiere e tante lance,ch’insieme piú non ne porrian due France;
87e che facesse udir tanti metalli,tanti tamburi e tanti varii suoni,tanti anitriri in voce di cavalli,tanti gridi e tumulti di pedoni,che risonare e piani e monti e vallidovean de le longinque regïoni:et ai Mori con questo un timor diede,che li fece voltare in fuga il piede.
88Non si scordò il re d’Africa Ruggiero,ch’era ferito e stava ancora grave.Quanto poté piú acconcio s’un destrierolo fece por, ch’avea l’andar soave;e poi che l’ebbe tratto ove il sentierofu piú sicuro, il fe’ posar in nave,e verso Arli portar commodamente,dove s’avea a raccor tutta la gente.
89Quei ch’a Rinaldo e a Carlo dier le spalle(fur, credo, centomila o poco manco),per campagne, per boschi e monte e vallecercaro uscir di man del popul franco;ma la piú parte trovò chiuso il calle,e fece rosso ov’era verde e bianco.Cosí non fece il re di Sericana,ch’avea da lor la tenda piú lontana:
90anzi, come egli sente che ’l signoredi Montalbano è questo che gli assalta,gioisce di tal iubilo nel core,che qua e lá per allegrezza salta.Loda e ringrazia il suo sommo Fattore,che quella notte gli occorra tant’altae sí rara aventura d’acquistareBaiardo, quel destrier che non ha pare.
91Avea quel re gran tempo desïato(credo ch’altrove voi l’abbiate letto)d’aver la buona Durindana a lato,e cavalcar quel corridor perfetto.E giá con piú di centomila armatoera venuto in Francia a questo effetto;e con Rinaldo giá sfidato s’eraper quel cavallo alla battaglia fiera;
92e sul lito del mar s’era conduttoove dovea la pugna diffinire:ma Malagigi a turbar venne il tutto,che fe’ il cugin, mal grado suo, partire,avendol sopra un legno in mar ridutto.Lungo saria tutta l’istoria dire.Da indi in qua stimò timido e vilesempre Gradasso il paladin gentile.
93Or che Gradasso esser Rinaldo intendecostui ch’assale il campo, se n’allegra.Si veste l’arme, e la sua alfana prende,e cercando lo va per l’aria negra:e quanti ne riscontra, a terra stende;et in confuso lascia afflitta et egrala gente, o sia di Libia o sia di Francia:tutti li mena a un par la buona lancia.
94Lo va di qua di lá tanto cercando,chiamando spesso e quanto può piú forte,e sempre a quella parte declinando,ove piú folte son le genti morte,ch’al fin s’incontra in lui brando per brando,poi che le lancie loro ad una sorteeran salite in mille scheggie rottesin al carro stellato de la Notte.
95Quando Gradasso il paladin gagliardoconosce, e non perché ne vegga insegna,ma per gli orrendi colpi e per Baiardo,che par che sol tutto quel campo tegna;non è, gridando, a improverargli tardola prova che di sé fece non degna:ch’al dato campo il giorno non comparse,che tra lor la battaglia dovea farse.
96Suggiunse poi: — Tu forse avevi speme,se potevi nasconderti quel punto,che non mai piú per raccozzarci insiemefossimo al mondo: or vedi ch’io t’ho giunto.Sie certo, se tu andassi ne l’estremefosse di Stigie, o fossi in cielo assunto,ti seguirò, quando abbi il destrier teco,ne l’alta luce e giú nel mondo cieco.
97Se d’aver meco a far non ti dá il core,e vedi giá che non puoi starmi a paro,e piú stimi la vita che l’onore,senza periglio ci puoi far riparo,quando mi lasci in pace il corridore;e viver puoi, se sí t’è il viver caro:ma vivi a piè, che non merti cavallo,s’alla cavalleria fai sí gran fallo. —
98A quel parlar si ritrovò presentecon Ricciardetto il cavallier Selvaggio;e le spade ambi trassero ugualmente,per far parere il Serican mal saggio.Ma Rinaldo s’oppose immantinente,e non patí che se gli fêsse oltraggio,dicendo: — Senza voi dunque non sonoa chi m’oltraggia per risponder buono? —
99Poi se ne ritornò verso il pagano,e disse: — Odi, Gradasso; io voglio farte,se tu m’ascolti, manifesto e pianoch’io venni alla marina a ritrovarte:e poi ti sosterrò con l’arme in mano,che t’avrò detto il vero in ogni parte;e sempre che tu dica mentirai,ch’alla cavalleria mancass’io mai.
100Ma ben ti priego che prima che siapugna tra noi, che pianamente intendala giustissima e vera scusa mia,acciò ch’a torto piú non mi riprenda;e poi Baiardo al termine di priatra noi vorrò ch’a piedi si contendada solo a solo in solitario lato,sí come a punto fu da te ordinato. —
101Era cortese il re di Sericana,come ogni cor magnanimo esser suole;et è contento udir la cosa piana,e come il paladin scusar si vuole.Con lui ne viene in ripa alla fiumana,ove Rinaldo in semplici parolealla sua vera istoria trasse il velo,e chiamò in testimonio tutto ’l cielo:
102e poi chiamar fece il figliuol di Buovo,l’uom che di questo era informato a pieno,ch’a parte a parte replicò di nuovol’incanto suo, né disse piú né meno.Soggiunse poi Rinaldo: — Ciò ch’io provocol testimonio, io vo’ che l’arme sieno,che ora e in ogni tempo che ti piace,te n’abbiano a far prova piú verace. —
103Il re Gradasso, che lasciar non volleper la seconda la querela prima,le scuse di Rinaldo in pace tolle,ma se son vere o false in dubbio stima.Non tolgon campo piú sul lito molledi Barcelona, ove lo tolser prima;ma s’accordaro per l’altra matinatrovarsi a una fontana indi vicina:
104ove Rinaldo seco abbia il cavallo,che posto sia communemente in mezzo:se ’l re uccide Rinaldo o il fa vassallo,se ne pigli il destrier senz’altro mezzo;ma se Gradasso è quel che faccia fallo,che sia condotto all’ultimo ribrezzo,o, per piú non poter, che gli si renda,da lui Rinaldo Durindana prenda.
105Con maraviglia molta e piú dolore(come v’ho detto) avea Rinaldo uditoda Fiordiligi bella, ch’era fuorede l’intelletto il suo cugino uscito.Avea de l’arme inteso anco il tenore,e del litigio che n’era seguito;e ch’in somma Gradasso avea quel brandoch’ornò di mille e mille palme Orlando.
106Poi che furon d’accordo, ritornosseil re Gradasso ai servitori sui;ben che dal paladin pregato fosseche ne venisse ad alloggiar con lui.Come fu giorno, il re pagano armosse;cosí Rinaldo: e giunsero ambeduiove dovea non lungi alla fontanacombattersi Baiardo e Durindana.
107De la battaglia che Rinaldo averecon Gradasso dovea da solo a solo,parean gli amici suoi tutti temere,e inanzi il caso ne faceano il duolo.Molto ardir, molta forza, alto sapereavea Gradasso; et or che del figliuolodel gran Milone avea la spada al fianco,di timor per Rinaldo era ognun bianco.
108E piú degli altri il frate di Vivianostava di questa pugna in dubbio e in tema,et anco volentier vi porria manoper farla rimaner d’effetto scema:ma non vorria che quel da Montalbanoseco venisse a inimicizia estrema;ch’anco avea di quell’altra seco sdegno,che gli turbò, quando il levò sul legno.
109Ma stiano gli altri in dubbio, in tema, in doglia:Rinaldo se ne va lieto e sicuro,sperando ch’ora il biasmo se gli toglia,ch’avere a torto gli parea pur duro;sí che quei da Pontieri e d’Altafogliafaccia cheti restar, come mai furo.Va con baldanza e sicurtá di coredi riportarne il trionfale onore.
110Poi che l’un quinci e l’altro quindi giuntofu quasi a un tempo in su la chiara fonte,s’accarezzaro, e fêro a punto a puntocosí serena et amichevol fronte,come di sangue e d’amistá congiuntofosse Gradasso a quel di Chiaramonte.Ma come poi s’andassero a ferire,vi voglio a un’altra volta differire.

Glossario

fello
malvagio, crudele; come nome, il traditore, lo scellerato.
sopraveste
veste portata sopra l’armatura, spesso con i colori e l’insegna del cavaliere.
destriero
cavallo da battaglia.
in resta
detto della lancia, appoggiata al sostegno fissato alla corazza e pronta a colpire.
scorno
vergogna, umiliazione.
valletto
giovane servitore.
brando
spada.
piastra
lastra di ferro dell’armatura.
padiglion
tenda da campo.
ostello
dimora, casa o palazzo.
damma
daina, cerva.
pagan
non cristiano; nel poema, il saraceno, il musulmano.
speme
speranza.
tòsco
veleno.
pondo
peso.
unqua
mai; dopo se, vale qualche volta.
stigi
dello Stige, cioè dell’inferno.
alfana
cavalla robusta, adatta alla guerra.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .