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Orlando furioso

Canto 32

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1Soviemmi che cantare io vi dovea(giá lo promisi, e poi m’uscí di mente)d’una sospizïon che fatto aveala bella donna di Ruggier dolente,de l’altra piú spiacevole e piú rea,e di piú acuto e venenoso dente,che, per quel ch’ella udí da Ricciardetto,a devorare il cor l’entrò nel petto.
2Dovea cantarne, et altro incominciai,perché Rinaldo in mezzo sopravenne;e poi Guidon mi diè che fare assai,che tra camino a bada un pezzo il tenne.D’una cosa in un’altra in modo entrai,che mal di Bradamante mi sovenne:sovienmene ora, e vo’ narrarne inantiche di Rinaldo e di Gradasso io canti.
3Ma bisogna anco, prima ch’io ne parli,che d’Agramante io vi ragioni un poco,ch’avea ridutte le reliquie in Arli,che gli restâr del gran notturno fuoco,quando a raccor lo sparso campo e a darlisoccorso e vettovaglie era atto il loco:l’Africa incontra, e la Spagna ha vicina,et è in sul fiume assiso alla marina.
4Per tutto ’l regno fa scriver Marsiliogente a piedi e a cavallo, e trista e buona.Per forza e per amore ogni navilioatto a battaglia s’arma in Barcelona.Agramante ogni dí chiama a concilio:né a spesa né a fatica si perdona.Intanto gravi esazioni e spessetutte hanno le cittá d’Africa oppresse.
5Egli ha fatto offerire a Rodomonte,perché ritorni (et impetrar nol puote),una cugina sua, figlia d’Almonte,e ’l bel regno d’Oran dargli per dote.Non si volse l’altier muover dal ponte,ove tant’arme e tante selle vòtedi quei che son giá capitati al passoha ragunate, che ne cuopre il sasso.
6Giá non volse Marfisa imitar l’attodi Rodomonte: anzi com’ella intesech’Agramante da Carlo era disfatto,sue genti morte, saccheggiate e prese,e che con pochi in Arli era ritratto,senza aspettare invito, il camin prese:venne in aiuto de la sua corona,e l’aver gli proferse e la persona.
7E gli menò Brunello, e gli ne fecelibero dono, il qual non avea offeso:l’avea tenuto dieci giorni e diecenotti sempre in timor d’essere appeso;e poi che né con forza né con preceda nessun vide il patrocinio preso,in sí sprezzato sangue non si volsebruttar l’altiere mani, e lo disciolse.
8Tutte l’antique ingiurie gli remesse,e seco in Arli ad Agramante il trasse.Ben dovete pensar che gaudio avesseil re di lei ch’ad aiutarlo andasse:e del gran conto ch’egli ne facesse,volse che Brunel prova le mostrasse;che quel dí ch’ella gli avea fatto cenno,di volerlo impiccar, fe’ da buon senno.
9Il manigoldo, in loco inculto et ermo,pasto di corvi e d’avoltoi lasciollo.Ruggier ch’un’altra volta gli fu schermo,e che ’l laccio gli avria tolto dal collo,la giustizia di Dio fa ch’ora infermos’è ritrovato, et aiutar non puollo:e quando il seppe, era giá il fatto occorso;sí che restò Brunel senza soccorso.
10Intanto Bradamante iva accusandoche cosí lunghi sian quei venti giorni,li quai finiti, il termine era, quandoa lei Ruggiero et alla fede torni.A chi aspetta di carcere o di bandouscir, non par che ’l tempo piú soggiornia dargli libertade, o de l’amatapatria vista gioconda e disïata.
11In quel duro aspettare ella talvoltapensa ch’Eto e Piròo sia fatto zoppo;o sia la ruota guasta, ch’a dar voltale par che tardi, oltr’all’usato, troppo.Piú lungo di quel giorno a cui, per moltafede, nel cielo il giusto Ebreo fe’ intoppo,piú de la notte ch’Ercole produsse,parea lei ch’ogni notte, ogni dí fusse.
12Oh quante volte da invidiar le dieroe gli orsi e i ghiri e i sonnacchiosi tassi!che quel tempo voluto avrebbe interotutto dormir, che mai non si destassi;né potere altro udir, fin che Ruggierodal pigro sonno lei non richiamassi.Ma non pur questo non può far, ma ancoranon può dormir di tutta notte un’ora.
13Di qua di lá va le noiose piumetutte premendo, e mai non si riposa.Spesso aprir la finestra ha per costume,per veder s’anco di Titon la sposasparge dinanzi al matutino lumeil bianco giglio e la vermiglia rosa:non meno ancor, poi che nasciuto è ’l giorno,brama vedere il ciel di stelle adorno.
14Poi che fu quattro o cinque giorni appressoil termine a finir, piena di spenestava aspettando d’ora in ora il messoche le apportasse: — Ecco Ruggier che viene. —Montava sopra un’alta torre spesso,ch’i folti boschi e le campagne amenescopria d’intorno, e parte de la viaonde di Francia a Montalban si gía.
15Se di lontano o splendor d’arme vede,o cosa tal ch’a cavallier simiglia,che sia il suo disiato Ruggier crede,e rasserena i begli occhi e le ciglia;se disarmato o vïandante a piede,che sia messo di lui speranza piglia:e se ben poi fallace la ritrova,pigliar non cessa una et un’altra nuova.
16Credendolo incontrar, talora armossi,scese dal monte e giú calò nel piano;né lo trovando, si sperò che fossiper altra strada giunto a Montalbano:e col disir con ch’avea i piedi mossifuor del castel, ritornò dentro invano.Né qua né lá trovollo; e passò intantoil termine aspettato da lei tanto.
17Il termine passò d’uno, di dui,di tre giorni, di sei, d’otto e di venti;né vedendo il suo sposo, né di luisentendo nuova, incominciò lamentich’avrian mosso a pietá nei regni buiquelle Furie crinite di serpenti;e fece oltraggio a’ begli occhi divini,al bianco petto, all’aurei crespi crini.
18— Dunque fia ver (dicea) che mi convegnacercare un che mi fugge e mi s’asconde?Dunque debbo prezzare un che mi sdegna?Debbo pregar chi mai non mi risponde?Patirò che chi m’odia, il cor mi tegna?un che sí stima sue virtú profonde,che bisogno sará che dal ciel scendaimmortal dea che ’l cor d’amor gli accenda?
19Sa questo altier ch’io l’amo e ch’io l’adoro,né mi vuol per amante né per serva.Il crudel sa che per lui spasmo e moro,e dopo morte a darmi aiuto serva.E perché io non gli narri il mio martoroatto a piegar la sua voglia proterva,da me s’asconde, come aspide suole,che, per star empio, il canto udir non vuole.
20Deh ferma, Amor, costui che cosí scioltodinanzi al lento mio correr s’affretta;o tornami nel grado onde m’hai toltoquando né a te né ad altri era suggetta!Deh, come è il mio sperar fallace e stolto,ch’in te con prieghi mai pietá si metta;che ti diletti, anzi ti pasci e vividi trar dagli occhi lacrimosi rivi!
21Ma di che debbo lamentarmi, ahi lassafuor che del mio desire irrazionale?ch’alto mi leva, e sí ne l’aria passa,ch’arriva in parte ove s’abbrucia l’ale;poi non potendo sostener, mi lassadal ciel cader: né qui finisce il male;che le rimette, e di nuovo arde: ond’ionon ho mai fine al precipizio mio.
22Anzi via piú che del disir, mi deggiodi me doler, che sí gli apersi il seno;onde cacciata ha la ragion di seggio,et ogni mio poter può di lui meno.Quel mi trasporta ognior di male in peggio,né lo posso frenar, che non ha freno:e mi fa certa che mi mena a morte,perch’aspettando il mal noccia piú forte.
23Deh perché voglio anco di me dolermi?Ch’error, se non d’amarti, unqua commessi?Che maraviglia, se fragili e infermifeminil sensi fur subito oppressi?Perché dovev’io usar ripari e schermiche la somma beltá non mi piacessi,gli alti sembianti e le saggie parole?Misero è ben chi veder schiva il sole!
24Et oltre al mio destino, io ci fui spintada le parole altrui degne di fede:somma felicitá mi fu dipinta,ch’esser dovea di questo amor mercede.Se la persuasione, ohimè! fu finta,se fu inganno il consiglio che mi diedeMerlin, posso di lui ben lamentarmi,ma non d’amar Ruggier posso ritrarmi.
25Di Merlin posso e di Melissa insiemedolermi, e mi dorrò d’essi in eterno,che dimostrare i frutti del mio sememi fêro dagli spirti de lo ’nferno,per pormi sol con questa falsa spemein servitú; né la cagion discerno,se non ch’erano forse invidïosidei miei dolci, sicuri, almi riposi. —
26Sí l’occupa il dolor, che non avanzaloco ove in lei conforto abbia ricetto;ma, mal grado di quel, vien la speranzae vi vuole alloggiare in mezzo il petto,rifrescandole pur la rimembranzadi quel ch’al suo partir l’ha Ruggier detto:e vuol, contra il parer degli altri affetti,che d’ora in ora il suo ritorno aspetti.
27Questa speranza dunque la sostenne,finito i venti giorni, un mese appresso;sí che il dolor sí forte non le tenne,come tenuto avria, l’animo oppresso.Un dí che per la strada se ne venne,che per trovar Ruggier solea far spesso,novella udí la misera, ch’insiemefe’ dietro all’altro ben fuggir la speme.
28Venne a incontrare un cavallier guasconeche dal campo african venía diritto,ove era stato da quel dí prigione,che fu inanzi a Parigi il gran conflitto.Da lei fu molto posto per ragione,fin che si venne al termine prescritto.Domandò di Ruggiero, e in lui fermosse;né fuor di questo segno piú si mosse.
29Il cavallier buon conto ne rendette,che ben conoscea tutta quella corte:e narrò di Ruggier, che contrastetteda solo a solo a Mandricardo forte;e come egli l’uccise, e poi ne stetteferito piú d’un mese presso a morte:e s’era la sua istoria qui conclusa,fatto avria di Ruggier la vera escusa.
30Ma come poi soggiunse, una donzellaesser nel campo, nomata Marfisa,che men non era che gagliarda, bella,né meno esperta d’arme in ogni guisa;che lei Ruggiero amava e Ruggiero ella,ch’egli da lei, ch’ella da lui divisasi vedea raro, e ch’ivi ognuno credeche s’abbiano tra lor data la fede;
31e che come Ruggier si faccia sano,il matrimonio publicar si deve;e ch’ogni re, ogni principe paganogran piacere e letizia ne riceve,che de l’uno e de l’altro sopraumanoconoscendo il valor, sperano in brevefar una razza d’uomini da guerrala piú gagliarda che mai fosse in terra;
32(credea il Guascon quel che dicea, non senzacagion; che ne l’esercito de’ Moriopenïone e universal credenza,e publico parlar n’era di fuori.I molti segni di benivolenzastati tra lor facean questi romori;che tosto o buona o ria che la fama escefuor d’una bocca, in infinito cresce.
33L’esser venuta a’ Mori ella in aitacon lui, né senza lui comparir mai,avea questa credenza stabilita;ma poi l’avea accresciuta pur assai,ch’essendosi del campo giá partitaportandone Brunel (come io contai),senza esservi d’alcuno richiamata,sol per veder Ruggier v’era tornata.
34Sol per lui visitar, che gravementelanguia ferito, in campo venuta era,non una sola volta, ma sovente;vi stava il giorno e si partia la sera:e molto piú da dir dava alla gente,ch’essendo conosciuta cosí altiera,che tutto ’l mondo a sé le parea vile,solo a Ruggier fosse benigna e umíle);
35come il Guascon questo affermò per vero,fu Bradamante da cotanta pena,da cordoglio assalita cosí fiero,che di quivi cader si tenne a pena.Voltò, senza far motto, il suo destriero,di gelosia, d’ira e di rabbia piena:e da sé discacciata ogni speranza,ritornò furibonda alla sua stanza.
36E senza disarmarsi, sopra il letto,col viso volta in giú, tutta si stese,ove per non gridar, sí che sospettodi sé facesse, i panni in bocca prese;e ripetendo quel che l’avea dettoil cavalliero, in tal dolor discese,che piú non lo potendo sofferire,fu forza a disfogarlo, e cosí a dire:
37— Misera! a chi mai piú creder debb’io?Vo’ dir ch’ognuno è perfido e crudele,se perfido e crudel sei, Ruggier mio,che sí pietoso tenni e sí fedele.Qual crudeltá, qual tradimento riounqua s’udí per tragiche querele,che non trovi minor, se pensar maial mio merto e al tuo debito vorai?
38Perché, Ruggier, come di te non vivecavallier di piú ardir, di piú bellezza,né che a gran pezzo al tuo valore arrive,né a’ tuoi costumi, né a tua gentilezza;perché non fai che fra tue illustri e divevirtú, si dica ancor ch’abbi fermezza?si dica ch’abbi invïolabil fede?a chi ogn’altra virtú s’inchina e cede.
39Non sai che non compar, se non v’è quella,alcun valore, alcun nobil costume?come né cosa (e sia quanto vuol bella)si può vedere ove non splenda lume.Facil ti fu ingannare una donzelladi cui tu signore eri, idolo e nume,a cui potevi far con tue parolecreder che fosse oscuro e freddo il sole.
40Crudel, di che peccato a doler t’hai,se d’uccider chi t’ama non ti penti?Se ’l mancar di tua fé sí leggier fai,di ch’altro peso il cor gravar ti senti?Come tratti il nimico, se tu daia me, che t’amo sí, questi tormenti?Ben dirò che giustizia in ciel non sia,s’a veder tardo la vendetta mia.
41Se d’ogn’altro peccato assai piú quellode l’empia ingratitudine l’uom grava,e per questo dal ciel l’angel piú bellofu relegato in parte oscura e cava;e se gran fallo aspetta gran flagelloquando debita emenda il cor non lava;guarda ch’aspro flagello in te non scenda,che mi se’ ingrato e non vuoi farne emenda.
42Di furto ancora, oltre ogni vizio rio,di te, crudele, ho da dolermi molto.Che tu mi tenga il cor, non ti dico io;di questo io vo’ che tu ne vada assolto:dico di te, che t’eri fatto mio,e poi contra ragion mi ti sei tolto.Renditi, iniquo, a me: che tu sai beneche non si può salvar chi l’altrui tiene.
43Tu m’hai, Ruggier, lasciata: io te non voglio,né lasciarti volendo anco potrei;ma per uscir d’affanno e di cordoglio,posso e voglio finire i giorni miei.Di non morirti in grazia sol mi doglio;che se concesso m’avessero i dèich’io fossi morta quando t’era grata,morte non fu giamai tanto beata. —
44Cosí dicendo, di morir disposta,salta del letto, e di rabbia infiammatasi pon la spada alla sinistra costa;ma si ravvede poi che tutta è armata.Il miglior spirto in questo le s’accosta,e nel cor le ragiona: — O donna natadi tant’alto lignaggio, adunque vuoifinir con sí gran biasmo i giorni tuoi?
45Non è meglio ch’al campo tu ne vada,ove morir si può con laude ognora?Quivi, s’avvien ch’inanzi a Ruggier cada,del morir tuo si dorrá forse ancora:ma s’a morir t’avvien per la sua spada,chi sará mai che piú contenta muora?Ragione è ben che di vita ti privi,poi ch’è cagion ch’in tanta pena vivi.
46Verrá forse anco che prima che muorifarai vendetta di quella Marfisache t’ha con fraudi e disonesti amori,da te Ruggiero alïenando, uccisa. —Questi pensieri parveno migliorialla donzella; e tosto una divisasi fe’ su l’arme, che volea inferiredisperazione e voglia di morire.
47Era la sopraveste del colorein che riman la foglia che s’imbiancaquando del ramo è tolta, o che l’umoreche facea vivo l’arbore le manca.Ricamata a tronconi era, di fuore,di cipresso che mai non si rinfranca,poi c’ha sentita la dura bipenne:l’abito al suo dolor molto convenne.
48Tolse il destrier ch’Astolfo aver solea,e quella lancia d’or, che, sol toccando,cader di sella i cavallier facea.Perché la le diè Astolfo, e dove e quando,e da chi prima avuta egli l’avea,non credo che bisogni ir replicando.Ella la tolse, non però sapendoche fosse del valor ch’era, stupendo.
49Senza scudiero e senza compagniascese dal monte, e si pose in caminoverso Parigi alla piú dritta via,ove era dianzi il campo saracino;che la novella ancora non s’udia,che l’avesse Rinaldo paladino,aiutandolo Carlo e Malagigi,fatto tor da l’assedio di Parigi.
50Lasciati avea i Cadurci e la cittadedi Caorse alle spalle, e tutto ’l monteove nasce Dordona, e le contradescopria di Monferrante e di Clarmonte,quando venir per le medesme stradevide una donna di benigna fronte,ch’uno scudo all’arcione avea attaccato;e le venian tre cavallieri a lato.
51Altre donne e scudier venivano anco,qual dietro e qual dinanzi, in lunga schiera.Domandò ad un che le passò da fianco,la figliola d’Amon, chi la donna era;e quel le disse: — Al re del popul francoquesta donna, mandata messaggierafin di lá dal polo artico, è venutaper lungo mar da l’Isola Perduta.
52Altri Perduta, altri ha nomata Islandal’isola, donde la regina d’essa,di beltá sopra ogni beltá miranda,dal ciel non mai, se non a lei, concessa,lo scudo che vedete, a Carlo manda;ma ben con patto e condizione espressa,ch’al miglior cavallier lo dia, secondoil suo parer, ch’oggi si trovi al mondo.
53Ella, come si stima, e come in veroè la piú bella donna che mai fosse,cosí vorria trovare un cavallieroche sopra ogn’altro avesse ardire e posse:perché fondato e fisso è il suo pensiero,da non cader per centomila scosse,che sol chi terrá in arme il primo onore,abbia d’esser suo amante e suo signore.
54Spera ch’in Francia, alla famosa cortedi Carlo Magno, il cavallier si trove,che d’esser piú d’ogn’altro ardito e forteabbia fatto veder con mille prove.I tre che son con lei come sue scorte,re sono tutti, e dirovvi anco dove:uno in Svezia, uno in Gozia, in Norveggia uno,che pochi pari in arme hanno o nessuno.
55Questi tre, la cui terra non vicina,ma men lontana è all’Isola Perduta(detta cosí, perché quella marinada pochi naviganti è conosciuta),erano amanti, e son, de la regina,e a gara per moglier l’hanno voluta;e per aggradir lei, cose fatt’hanno,che, fin che giri il ciel, dette saranno.
56Ma né questi ella, né alcun altro vuole,ch’al mondo in arme esser non creda il primo.— Ch’abbiate fatto prove (lor dir suole)in questi luoghi appresso, poco istimo;e s’un di voi, qual fra le stelle il sole,fra gli altri duo sará, ben lo sublimo:ma non però che tenga il vanto parmedel miglior cavallier ch’oggi port’arme.
57A Carlo Magno, il quale io stimo e onoropel piú savio signor ch’al mondo sia,son per mandare un ricco scudo d’oro,con patto e condizion ch’esso lo diaal cavalliero il quale abbia fra loroil vanto e il primo onor di gagliardia.Sia il cavalliero o suo vasallo o d’altri,il parer di quel re vo’ che mi scaltri.
58Se, poi che Carlo avrá lo scudo avuto,e l’avrá dato a quel sí ardito e forte,che d’ogn’altro migliore abbia creduto,che ’n sua si trovi o in alcun’altra corte,uno di voi sará, che con l’aiutodi sua virtú lo scudo mi riporte;porrò in quello ogni amore, ogni disio,e quel sará il marito e ’l signor mio. —
59Queste parole han qui fatto venirequesti tre re dal mar tanto discosto,che riportarne lo scudo, o morireper man di chi l’avrá, s’hanno proposto. —Ste’ molto attenta Bradamante a udirequanto le fu da lo scudier risposto;il qual poi l’entrò inanzi, e cosí punseil suo cavallo, che i compagni giunse.
60Dietro non gli galoppa né gli correella; ch’adagio il suo camin dispensa,e molte cose tuttavia discorre,che son per accadere: e in somma pensache questo scudo in Francia sia per porrediscordia e rissa e nimicizia immensafra paladini et altri, se vuol Carlochiarir chi sia il miglior, e a colui darlo.
61Le preme il cor questo pensier; ma moltopiú le lo preme e strugge in peggior guisaquel ch’ebbe prima, di Ruggier, che toltoil suo amor le abbia e datolo a Marfisa.Ogni suo senso in questo è sí sepolto,che non mira la strada, né divisaove arrivar, né se troverá inanzicommodo albergo ove la notte stanzi.
62Come nave, che vento da la rivao qualch’altro accidente abbia disciolta,va di nochiero e di governo privaove la porti o meni il fiume in volta;cosí l’amante giovane veniva,tutta a pensare al suo Ruggier rivolta,ove vuol Rabican; che molte miglialontano è il cor che de’ girar la briglia.
63Leva al fin gli occhi, e vede il sol che ’l tergoavea mostrato alle cittá di Bocco,e poi s’era attuffato, come il mergo,in grembo alla nutrice oltr’a Marocco:e se disegna che la frasca albergole dia ne’ campi, fa pensier di sciocco;che soffia un vento freddo, e l’aria grievepioggia la notte le minaccia o nieve.
64Con maggior fretta fa movere il piedeal suo cavallo; e non fece via molta,che lasciar le campagne a un pastor vede,che s’avea la sua gregge inanzi tolta.La donna lui con molta instanzia chiedeche le ’nsegni ove possa esser raccoltao ben o mal; che mal sí non s’alloggia,che non sia peggio star fuori alla pioggia.
65Disse il pastore: — Io non so loco alcunoch’io vi sappia insegnar, se non lontanopiú di quattro o di sei leghe, for ch’unoche si chiama la ròcca di Tristano.Ma d’alloggiarvi non succede a ognuno;perché bisogna, con la lancia in manoche se l’acquisti e che se la difendail cavallier che d’alloggiarvi intenda.
66Se, quando arriva un cavallier, si trovavòta la stanza, il castellan l’accetta;ma vuol, se sopravien poi gente nuova,ch’uscir fuori alla giostra gli prometta.Se non vien, non accade che si mova:se vien, forza è che l’arme si rimettae con lui giostri, e chi di lor val meno,ceda l’albergo et esca al ciel sereno.
67Se duo, tre, quattro o piú guerrieri a un trattovi giungon prima, in pace albergo v’hanno;e chi di poi vien solo, ha peggior patto,perché seco giostrar quei piú lo fanno.Cosí, se prima un sol si sará fattoquivi alloggiar, con lui giostrar vorannoi duo, tre, quattro o piú che verran dopo;sí che, s’avrá valor, gli fia a grande uopo.
68Non men, se donna capita o donzella,accompagnata o sola a questa ròcca,e poi v’arrivi un’altra, alla piú bellal’albergo, et alla men star di fuor tocca. —Domanda Bradamante ove sia quella;e il buon pastor non pur dice con bocca,ma le dimostra il loco anco con mano,da cinque o da sei miglia indi lontano.
69La donna, ancor che Rabican ben trotte,solecitar però non lo sa tantoper quelle vie tutte fangose e rotteda la stagion ch’era piovosa alquanto,che prima arrivi, che la cieca nottefatt’abbia oscuro il mondo in ogni canto.Trovò chiusa la porta; e a chi n’aveala guardia disse ch’alloggiar volea.
70Rispose quel, ch’era occupato il locoda donne e da guerrier che venner dianzi,e stavano aspettando intorno al fuocoche posta fosse lor la cena inanzi.— Per lor non credo l’avrá fatta il cuoco,s’ella v’è ancor, né l’han mangiata inanzi(disse la donna): or va, che qui gli attendo;che so l’usanza, e di servarla intendo. —
71Parte la guardia, e porta l’imbasciatalá dove i cavallier stanno a grand’agio,la qual non poté lor troppo esser grata,ch’all’aer li fa uscir freddo e malvagio;et era una gran pioggia incomminciata.Si levan pure, e piglian l’arme adagio:restano gli altri; e quei non troppo in frettaescono insieme ove la donna aspetta.
72Eran tre cavallier che valean tanto,che pochi al mondo valean piú di loro;et eran quei che ’l dí medesmo a cantoveduti a quella messaggiera fôro;quei ch’in Islanda s’avean dato vantodi Francia riportar lo scudo d’oro:e perché avean meglio i cavalli punti,prima di Bradamante erano giunti.
73Di loro in arme pochi eran migliori,ma di quei pochi ella sará ben l’una;ch’a nessun patto rimaner di fuoriquella notte intendea molle e digiuna.Quei dentro alle finestre e ai corridorimiran la giostra al lume de la luna,che mal grado de’ nugoli lo spandee fa veder, ben che la pioggia è grande.
74Come s’allegra un bene acceso amantech’ai dolci furti per entrar si trova,quando al fin senta dopo indugie tante,che ’l taciturno chiavistel si muova;cosí volontarosa Bradamantedi far di sé coi cavallieri prova,s’allegrò quando udí le porte aprire,calare il ponte, e fuor li vide uscire.
75Tosto che fuor del ponte i guerrier vedeuscire insieme o con poco intervallo,si volge a pigliar campo, e di poi riedecacciando a tutta briglia il buon cavallo,e la lancia arrestando, che le diedeil suo cugin, che non si corre in fallo,che fuor di sella è forza che trabocchi,se fosse Marte, ogni guerrier che tocchi.
76Il re di Svezia, che primier si mosse,fu primier anco a riversciarsi al piano:con tanta forza l’elmo gli percossel’asta che mai non fu abbassata invano.Poi corse il re di Gozia, e ritrovossecoi piedi in aria al suo destrier lontano.Rimase il terzo sottosopra volto,ne l’acqua e nel pantan mezzo sepolto.
77Tosto ch’ella ai tre colpi tutti gli ebbefatto andar coi piedi alti e i capi bassi,alla ròcca ne va, dove aver debbela notte albergo; ma prima che passi,v’è chi la fa giurar che n’uscirebbe,sempre ch’a giostrar fuori altri chiamassi.Il signor de lá dentro, che ’l valoreben n’ha veduto, le fa grande onore.
78Cosí le fa la donna che venutaera con quegli tre quivi la sera,come io dicea, da l’Isola Perduta,mandata al re di Francia messaggiera.Cortesemente a lei che la saluta,sí come graziosa e affabil era,si leva incontra, e con faccia serenapiglia per mano, e seco al fuoco mena.
79La donna, cominciando a disarmarsi,s’avea lo scudo e dipoi l’elmo tratto;quando una cuffia d’oro, in che celarsisoleano i capei lunghi e star di piatto,uscí con l’elmo; onde caderon sparsigiú per le spalle, e la scopriro a un trattoe la feron conoscer per donzella,non men che fiera in arme, in viso bella.
80Quale al cader de le cortine suoleparer fra mille lampade la scena,d’archi e di piú d’una superba mole,d’oro e di statue e di pitture piena;o come suol fuor de la nube il solescoprir la faccia limpida e serena:cosí, l’elmo levandosi dal viso,mostrò la donna aprisse il paradiso.
81Giá son cresciute e fatte lunghe in modole belle chiome che tagliolle il frate,che dietro al capo ne può fare un nodo,ben che non sian come son prima state.Che Bradamante sia, tien fermo e sodo(che ben l’avea veduta altre fïate)il signor de la ròcca; e piú che primaor l’accarezza e mostra farne stima.
82Siedono al fuoco, e con giocondo e onestoragionamento dan cibo all’orecchia,mentre, per ricreare ancora il restodel corpo, altra vivanda s’apparecchia.La donna all’oste domandò se questomodo d’albergo è nuova usanza o vecchia,e quando ebbe principio, e chi la pose;e ’l cavalliero a lei cosí rispose:
83— Nel tempo che regnava Fieramonte,Clodïone, il figliuolo, ebbe una amicaleggiadra e bella e di maniere contequant’altra fosse a quella etade antica;la quale amava tanto, che la frontenon rivolgea da lei, piú che si dicache facesse da Ione il suo pastore,perch’avea ugual la gelosia all’amore.
84Qui la tenea; che ’l luogo avuto in donoavea dal padre, e raro egli n’uscia;e con lui dieci cavallier ci sono,e dei miglior di Francia tuttavia.Qui stando, venne a capitarci il buonoTristano, et una donna in compagnia,liberata da lui poch’ore inante,che traea presa a forza un fier gigante.
85Tristano ci arrivò che ’l sol giá voltoavea le spalle ai liti di Siviglia;e domandò qui dentro esser raccolto,perché non c’è altra stanza a dieci miglia.Ma Clodïon, che molto amava e moltoera geloso, in somma si consigliache forestier, sia chi si voglia, mentreci stia la bella donna, qui non entre.
86Poi che con lunghe et iterate precinon poté aver qui albergo il cavalliero:— Or quel che far con prieghi io non ti feci,che ’l facci (disse) tuo mal grado, spero. —E sfidò Clodïon con tutti i dieciche tenea appresso, e con un grido altierose gli offerse con lancia e spada in manoprovar che discortese era e villano;
87con patto, che se fa che con lo stuolosuo cada in terra, et ei stia in sella forte,ne la ròcca alloggiar vuole egli solo,e vuol gli altri serrar fuor de le porte.Per non patir quest’onta, va il figliuolodel re di Francia a rischio de la morte;ch’aspramente percosso cade in terra,e cadon gli altri, e Tristan fuor li serra.
88Entrato ne la ròcca, trova quellala qual v’ho detta a Clodïon sí cara,e ch’avea, a par d’ogn’altra, fatto bellaNatura, a dar bellezze cosí avara.Con lei ragiona: intanto arde e martelladi fuor l’amante aspra passione amara;il qual non differisce a mandar prieghial cavallier, che dar non gli la nieghi.
89Tristano, ancor che lei molto non prezze,né prezzar, fuor ch’Isotta, altra potrebbe(ch’altra né ch’ami vuol né ch’accarezzela pozïon che giá incantata bebbe),pur, perché vendicarsi de l’asprezzeche Clodïon gli ha usate si vorebbe:— Di far gran torto mi parria (gli disse)che tal bellezza del suo albergo uscisse.
90E quando a Clodïon dormire increscasolo alla frasca, e compagnia domandi,una giovane ho meco bella e fresca,non però di bellezze cosí grandi.Questa sarò contento che fuor esca,e ch’ubbidisca a tutti i suoi comandi;ma la piú bella mi par dritto e giustoche stia con quel di noi ch’è piú robusto. —
91Escluso Clodïone e malcontento,andò sbuffando tutta notte in volta,come s’a quei che ne l’alloggiamentodormiano ad agio, fêsse egli l’ascolta;e molto piú che del freddo e del vento,si dolea de la donna che gli è tolta.La mattina Tristano a cui ne ’ncrebbe,gli la rendé, donde il dolor fin ebbe:
92perché gli disse, e lo fe’ chiaro e certo,che qual trovolla, tal gli la rendea;e ben che degno era d’ogni onta in mertode la discortesia ch’usata avea,pur contentar d’averlo allo scopertofatto star tutta notte si volea:né l’escusa accettò, che fosse Amorestato cagion di cosí grave errore;
93ch’Amor die’ far gentile un cor villano,e non far d’un gentil contrario effetto.Partito che si fu di qui Tristano,Clodïon non ste’ molto a mutar tetto;ma prima consegnò la ròcca in manoa un cavallier, che molto gli era accetto,con patto ch’egli e chi da lui venisse,quest’uso in albergar sempre seguisse:
94che ’l cavallier ch’abbia maggior possanza,e la donna beltá, sempre ci alloggi;e chi vinto riman, vòti la stanza,dorma sul prato, o altrove scenda e poggi.E finalmente ci fe’ por l’usanzache vedete durar fin al dí d’oggi. —Or, mentre il cavallier questo dicea,lo scalco por la mensa fatto avea.
95Fatto l’avea ne la gran sala porre,di che non era al mondo la piú bella;indi con torchi accesi venne a tôrrele belle donne, e le condusse in quella.Bradamante, all’entrar, con gli occhi scorre,e similmente fa l’altra donzella;e tutte piene le superbe muraveggon di nobilissima pittura.
96Di sí belle figure è adorno il loco,che per mirarle oblian la cena quasi,ancor che ai corpi non bisogni poco,pel travaglio del dí lassi rimasi,e lo scalco si doglia e doglia il coco,che i cibi lascin raffreddar nei vasi.Pur fu chi disse: — Meglio fia che voipasciate prima il ventre, e gli occhi poi. —
97S’erano assisi, e porre alle vivandevoleano man, quando il signor s’avideche l’alloggiar due donne è un error grande:l’una ha da star, l’altra convien che snide.Stia la piú bella, e la men fuor si mande,dove la pioggia bagna e ’l vento stride.Perché non vi son giunte amendue a un’ora,l’una ha a partire, e l’altra a far dimora.
98Chiama duo vecchi, e chiama alcune suedonne di casa, a tal giudizio buone;e le donzelle mira, e di lor duechi la piú bella sia, fa paragone.Finalmente parer di tutti fuech’era piú bella la figlia d’Amone;e non men di beltá l’altra vincea,che di valore i guerrier vinti avea.
99Alla donna d’Islanda, che non sanzamolta sospizïon stava di questo,il signor disse: — Che servián l’usanza,non v’ha, donna, a parer se non onesto.A voi convien procacciar d’altra stanza,quando a noi tutti è chiaro e manifestoche costei di bellezze e di sembianti,ancor ch’inculta sia, vi passa inanti. —
100Come si vede in un momento oscuranube salir d’umida valle al cielo,che la faccia che prima era sí puracuopre del sol con tenebroso velo;cosí la donna alla sentenzia durache fuor la caccia ove è la pioggia e ’l gielo,cangiar si vide, e non parer piú quellache fu pur dianzi sí gioconda e bella.
101S’impallidisce e tutta cangia in viso,che tal sentenza udir poco le aggrada.Ma Bradamante con un saggio aviso,che per pietá non vuol che se ne vada,rispose: — A me non par che ben deciso,né che ben giusto alcun giudicio cada,ove prima non s’oda quanto nieghila parte o affermi, e sue ragioni alleghi.
102Io ch’a difender questa causa toglio,dico, o piú bella o men ch’io sia di lei,non venni come donna qui, né voglioche sian di donna ora i progressi miei.Ma chi dirá, se tutta non mi spoglio,s’io sono o s’io non son quel ch’è costei?E quel che non si sa non si de’ dire,e tanto men, quando altri n’ha a patire.
103Ben son degli altri ancor, c’hanno le chiomelunghe, com’io, né donne son per questo.Se come cavallier la stanza, o comedonna acquistata m’abbia, è manifesto:perché dunque volete darmi nomedi donna, se di maschio è ogni mio gesto?La legge vostra vuol che ne sian spintedonne da donne, e non da guerrier vinte.
104Poniamo ancor, che, come a voi pur pare,io donna sia (che non però il concedo),ma che la mia beltá non fosse parea quella di costei; non però credoche mi vorreste la mercé levaredi mia virtú, se ben di viso io cedo.Perder per men beltá giusto non parmiquel c’ho acquistato per virtú con l’armi.
105E quando ancor fosse l’usanza tale,che chi perde in beltá ne dovesse ire,io ci vorrei restare, o bene o maleche la mia ostinazion dovesse uscire.Per questo, che contesa disegualeè tra me e questa donna, vo’ inferireche, contendendo di beltá, può assaiperdere, e meco guadagnar non mai.
106E se guadagni e perdite non sonoin tutto pari, ingiusto è ogni partito:sí ch’a lei per ragion, sí ancor per donospezial, non sia l’albergo proibito.E s’alcuno di dir che non sia buonoe dritto il mio giudizio sará ardito,sarò per sostenergli a suo piacere,che ’l mio sia vero, e falso il suo parere. —
107La figliuola d’Amon, mossa a pietadeche questa gentil donna debba a tortoesser cacciata ove la pioggia cade,ove né tetto, ove né pure è un sporto,al signor de l’albergo persuadecon ragion molte e con parlare accorto,ma molto piú con quel ch’al fin concluse,che resti cheto e accetti le sue scuse.
108Qual sotto il piú cocente ardore estivo,quando di ber piú desïosa è l’erba,il fior ch’era vicino a restar privodi tutto quell’umor ch’in vita il serba,sente l’amata pioggia e si fa vivo;cosí, poi che difesa sí superbasi vide apparecchiar la messaggiera,lieta e bella tornò come prim’era.
109La cena, stata lor buon pezzo avante,né ancor pur tocca, al fin godêrsi in festa,senza che piú di cavalliero errantenuova venuta fosse lor molesta.La godêr gli altri, ma non Bradamante,pure all’usanza addolorata e mesta;che quel timor, che quel sospetto ingiustoche sempre avea nel cor, le tollea il gusto.
110Finita ch’ella fu (che saria forsestata piú lunga, se ’l desir non eradi cibar gli occhi), Bradamante sorse,e sorse appresso a lei la messaggiera.Accennò quel signore ad un che corsee prestamente allumò molta cera,che splender fe’ la sala in ogni canto.Quel che seguí dirò ne l’altro canto.

Glossario

navilio
nave; anche flotta.
manigoldo
boia, carnefice.
unqua
mai; dopo se, vale qualche volta.
speme
speranza.
aita
aiuto.
destriero
cavallo da battaglia.
sopraveste
veste portata sopra l’armatura, spesso con i colori e l’insegna del cavaliere.
arcione
la parte rialzata della sella, davanti e dietro al cavaliere; la sella stessa.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .