Libri di dominio pubblico

Orlando furioso

Canto 34

736 versicirca 46 minuti

1Oh famelice, inique e fiere arpiech’all’accecata Italia e d’error piena,per punir forse antique colpe rie,in ogni mensa alto giudicio mena!Innocenti fanciulli e madri piecascan di fame, e veggon ch’una cenadi questi mostri rei tutto divoraciò che del viver lor sostegno fôra.
2Troppo fallò chi le spelonche aperse,che giá molt’anni erano state chiuse;onde il fetore e l’ingordigia emerse,ch’ad ammorbare Italia si diffuse.Il bel vivere allora si summerse;e la quïete in tal modo s’escluse,ch’in guerre, in povertá sempre e in affanniè dopo stata, et è per star molt’anni:
3fin ch’ella un giorno ai neghitosi figliscuota la chioma, e cacci fuor di Lete,gridando lor: — Non fia chi rassimiglialla virtú di Calai e di Zete?che le mense dal puzzo e dagli artigliliberi, e torni a lor mondizia liete,come essi giá quelle di Fineo, e dopofe’ il paladin quelle del re etïopo. —
4Il paladin col suono orribil vennele brutte arpie cacciando in fuga e in rotta,tanto ch’a piè d’un monte si ritenne,ove esse erano entrate in una grotta.L’orecchie attente allo spiraglio tenne,e l’aria ne sentí percossa e rottada pianti e d’urli e da lamento eterno:segno evidente quivi esser lo ’nferno.
5Astolfo si pensò d’entrarvi dentro,e veder quei c’hanno perduto il giorno,e penetrar la terra fin al centro,e le bolgie infernal cercare intorno.— Di che debbo temer (dicea) s’io v’entro,che mi posso aiutar sempre col corno?Farò fuggir Plutone e Satanasso,e ’l can trifauce leverò dal passo. —
6De l’alato destrier presto discese,e lo lasciò legato a un arbuscello:poi si calò ne l’antro, e prima preseil corno, avendo ogni sua speme in quello.Non andò molto inanzi, che gli offeseil naso e gli occhi un fumo oscuro e fello,piú che di pece grave e che di zolfo:non sta d’andar per questo inanzi Astolfo.
7Ma quanto va piú inanzi, piú s’ingrossail fumo e la caligine, e gli parech’andare inanzi piú troppo non possa;che sará forza a dietro ritornare.Ecco, non sa che sia, vede far mossada la volta di sopra, come fareil cadavero appeso al vento suole,che molti dí sia stato all’acqua e al sole.
8Sí poco, e quasi nulla era di lucein quella affumicata e nera strada,che non comprende e non discerne il ducechi questo sia che sí per l’aria vada;e per notizia averne si conducea dargli uno o duo colpi de la spada.Stima poi ch’uno spirto esser quel debbia;che gli par di ferir sopra la nebbia.
9Allor sentí parlar con voce mesta:— Deh, senza fare altrui danno, giú cala!Pur troppo il negro fumo mi molesta,che dal fuoco infernal qui tutto esala. —Il duca stupefatto allor s’arresta,e dice all’ombra: — Se Dio tronchi ogni alaal fumo, sí ch’a te piú non ascenda,non ti dispiaccia che ’l tuo stato intenda.
10E se vuoi che di te porti novellanel mondo su, per satisfarti sono. —L’ombra rispose: — Alla luce alma e bellatornar per fama ancor sí mi par buono,che le parole è forza che mi svellail gran desir c’ho d’aver poi tal dono,e che ’l mio nome e l’esser mio ti dica,ben che ’l parlar mi sia noia e fatica. —
11E cominciò: — Signor, Lidia sono io,del re di Lidia in grande altezza nata,qui dal giudicio altissimo di Dioal fumo eternamente condannata,per esser stata al fido amante mio,mentre io vissi, spiacevole et ingrata.D’altre infinite è questa grotta piena,poste per simil fallo in simil pena.
12Sta la cruda Anassarete piú al basso,ove è maggiore il fumo e piú martíre.Restò converso al mondo il corpo in sasso,e l’anima qua giú venne a patire,poi che veder per lei l’afflitto e lassosuo amante appeso poté sofferire.Qui presso è Dafne, ch’or s’avvede quantoerrasse a fare Apollo correr tanto.
13Lungo saria se gl’infelici spirtide le femine ingrate, che qui stanno,volesse ad uno ad uno riferirti;che tanti son, ch’in infinito vanno.Piú lungo ancor saria gli uomini dirti,a’ quai l’essere ingrato ha fatto danno,e che puniti sono in peggior loco,ove il fumo gli accieca, e cuoce il fuoco.
14Perchè le donne piú facili e pronea creder son, di piú supplicio è degnochi lor fa inganno. Il sa Teseo e Iasonee chi turbò a Latin l’antiquo regno;sallo ch’incontra sé il frate Absaloneper Tamar trasse a sanguinoso sdegno;et aitri et altre: che sono infiniti,che lasciato han chi moglie e chi mariti.
15Ma per narrar di me piú che d’altrui,e palesar l’error che qui mi trasse,bella, ma altiera piú, sí in vita fui,che non so s’altra mai mi s’aguagliasse:né ti saprei ben dir, di questi dui,s’in me l’orgoglio o la beltá avanzasse;quantunque il fasto e l’alterezza nacqueda la beltá ch’a tutti gli occhi piacque.
16Era in quel tempo in Tracia un cavallieroestimato il miglior del mondo in arme,il qual da piú d’un testimonio verodi singular beltá sentí lodarme;tal che spontaneamente fe’ pensierodi volere il suo amor tutto donarme,stimando meritar per suo valore,che caro aver di lui dovessi il core.
17In Lidia venne; e d’un laccio piú fortevinto restò, poi che veduta m’ebbe.Con gli altri cavallier si messe in cortedel padre mio, dove in gran fama crebbe.L’alto valore e le piú d’una sorteprodezze che mostrò, lungo sarebbea raccontarti, e il suo merto infinito,quando egli avesse a piú grato uom servito.
18Panfilia e Caria e il regno de’ Ciliciper opra di costui mio padre vinse;che l’esercito mai contra i nimici,se non quanto volea costui, non spinse.Costui, poi che gli parve i beneficisuoi meritarlo, un dí col re si strinsea domandargli in premio de le spoglietante arrecate, ch’io fossi sua moglie.
19Fu repulso dal re, ch’in grande statomaritar disegnava la figliuola,non a costui che cavallier privatoaltro non tien che la virtude sola:e ’l padre mio troppo al guadagno dato,e all’avarizia, d’ogni vizio scuola,tanto apprezza costumi, o virtú ammira,quanto l’asino fa il suon de la lira.
20Alceste, il cavallier di ch’io ti parlo(che cosí nome avea), poi che si vederepulso da chi piú gratificarloera piú debitor, commiato chiede;e lo minaccia, nel partir, di farlopentir che la figliuola non gli diede.Se n’andò al re d’Armenia, emulo anticodel re di Lidia e capital nimico;
21e tanto stimulò, che lo disposea pigliar l’arme e far guerra a mio padre.Esso per l’opre sue chiare e famosefu fatto capitan di quelle squadre.Pel re d’Armenia tutte l’altre cosedisse ch’acquisteria: sol le leggiadree belle membra mie volea per fruttode l’opra sua, vinto ch’avesse il tutto.
22Io non ti potre’ esprimere il gran dannoch’Alceste al padre mio fa in quella guerra.Quattro eserciti rompe, e in men d’un annolo mena a tal, che non gli lascia terra,fuor ch’un castel ch’alte pendici fannofortissimo; e lá dentro il re si serracon la famiglia che piú gli era accetta,e col tesor che trar vi puote in fretta.
23Quivi assedionne Alceste; et in non moltotermine a tal disperazion ne trasse,che per buon patto avria mio padre toltoche moglie e serva ancor me gli lasciassecon la metá del regno, s’indi assoltorestar d’ogni altro danno si sperasse.Vedersi in breve de l’avanzo privoera ben certo, e poi morir captivo.
24Tentar, prima ch’accada, si disponeogni rimedio che possibil sia;e me, che d’ogni male era cagione,fuor de la ròcca, ov’era Alceste invia.Io vo ad Alceste con intenzïonedi dargli in preda la persona mia,e pregar che la parte che vuol tolgadel regno nostro, e l’ira in pace volga.
25Come ode Alceste ch’io vo a ritrovarlo,mi viene incontra pallido e tremante:di vinto e di prigione, a riguardarlo,piú che di vincitore, have sembiante.Io che conosco ch’arde, non gli parlosí come avea giá disegnato inante:vista l’occasïon, fo pensier nuovoconvenïente al grado in ch’io lo trovo.
26A maledir comincio l’amor d’esso,e di sua crudeltá troppo a dolermi,ch’iniquamente abbia mio padre oppresso,e che per forza abbia cercato avermi;che con piú grazia gli saria successoindi a non molti dí, se tener fermisaputo avesse i modi cominciati,ch’al re et a tutti noi sí furon grati.
27E se ben da principio il padre miogli avea negata la domanda onesta(però che di natura è un poco rio,né mai si piega alla prima richiesta),farsi per ciò di ben servir restionon doveva egli, e aver l’ira sí presta;anzi, ognor meglio oprando, tener certovenire in breve al desïato merto.
28E quando anco mio padre a lui ritrosostato fosse, io l’avrei tanto pregato,ch’avria l’amante mio fatto mio sposo.Pur, se veduto io l’avessi ostinato,avrei fatto tal opra di nascoso,che di me Alceste si saria lodato.Ma poi ch’a lui tentar parve altro modo,io di mai non l’amar fisso avea il chiodo.
29E se ben era a lui venuta, mossada la pietá ch’al mio padre portava,sia certo che non molto fruir possail piacer ch’al dispetto mio gli dava;ch’era per far di me la terra rossa,tosto ch’io avessi alla sua voglia pravacon questa mia persona satisfattodi quel che tutto a forza saria fatto.
30Queste parole e simili altre usai,poi che potere in lui mi vidi tanto;e ’l piú pentito lo rendei, che maisi trovasse ne l’eremo alcun santo.Mi cadde a’ piedi, e supplicommi assai,che col coltel che si levò da canto(e volea in ogni modo ch’io ’l pigliassi)di tanto fallo suo mi vendicassi.
31Poi ch’io lo trovo tale, io fo disegnola gran vittoria insin al fin seguire:gli do speranza di farlo anco degnoche la persona mia potrá fruire,s’emendando il suo error, l’antiquo regnoal padre mio fará restituire;e nel tempo a venir vorrá acquistarmeservendo, amando, e non mai piú per arme.
32Cosí far mi promesse, e ne la ròccaintatta mi mandò, come a lui venni,né di baciarmi pur s’ardí la bocca:vedi s’al collo il giogo ben gli tenni;vedi se bene Amor per me lo tocca,se convien che per lui piú strali impenni.Al re d’Armenia andò, di cui doveaesser per patto ciò che si prendea:
33e con quel miglior modo ch’usar puote,lo priega ch’al mio padre il regno lassi,del qual le terre ha depredate e vòte,et a goder l’antiqua Armenia passi.Quel re, d’ira infiammando ambe le gote,disse ad Alceste che non vi pensassi;che non si volea tor da quella guerra,fin che mio padre avea palmo di terra.
34E s’Alceste è mutato alle paroled’una vil feminella, abbiasi il danno.Giá a’ prieghi esso di lui perder non vuolequel ch’a fatica ha preso in tutto un anno.Di nuovo Alceste il priega, e poi si duoleche seco effetto i prieghi suoi non fanno.All’ultimo s’adira, e lo minacciache vuol, per forza o per amor lo faccia.
35L’ira multiplicò sí, che li spinseda le male parole ai peggior fatti.Alceste contra il re la spada strinsefra mille ch’in suo aiuto s’eran tratti,e mal grado lor tutti, ivi l’estinse;e quel dí ancor gli Armeni ebbe disfatti,con l’aiuto de’ Cilici e de’ Traciche pagava egli, e d’altri suoi seguaci.
36Seguitò la vittoria, et a sue spese,senza dispendio alcun del padre mio,ne rendé tutto il regno in men d’un mese.Poi per ricompensarne il danno rio,oltr’alle spoglie che ne diede, presein parte, e gravò in parte di gran fioArmenia e Capadocia che confina,e scórse Ircania fin su la marina.
37In luogo di trionfo, al suo ritorno,facemmo noi pensier dargli la morte.Restammo poi, per non ricever scorno;che lo veggián troppo d’amici forte.Fingo d’amarlo, e piú di giorno in giornogli do speranza d’essergli consorte;ma prima contra altri nimici nostridico voler che sua virtú dimostri.
38E quando sol, quando con poca gentelo mando a strane imprese e perigliose,da farne morir mille agevolmente:ma lui successer ben tutte le cose;che tornò con vittoria, e fu soventecon orribil persone e monstruose,con Giganti a battaglia e Lestrigoni,ch’erano infesti a nostre regïoni.
39Non fu da Euristeo mai, non fu mai tantoda la matrigna esercitato Alcidein Lerna, in Nemea, in Tracia, in Erimanto,alle valli d’Etolia, alle Numide,sul Tevre, su l’Ibero e altrove; quantocon prieghi finti e con voglie omicideesercitato fu da me il mio amante,cercando io pur di torlomi davante.
40Né potendo venire al primo intento,vengone ad un di non minore effetto:gli fo quei tutti ingiurïar, ch’io sentoche per lui sono, e a tutti in odio il metto.Egli che non sentia maggior contentoche d’ubbidirmi, senza alcun rispettole mani ai cenni miei sempre avea pronte,senza guardare un piú d’un altro in fronte.
41Poi che mi fu, per questo mezzo, avisospento aver del mio padre ogni nimico,e per lui stesso Alceste aver conquiso,che non si avea, per noi, lasciato amico;quel ch’io gli avea con simulato visocelato fin allor, chiaro gli esplico:che grave e capitale odio gli porto,e pur tuttavia cerco che sia morto.
42Considerando poi, s’io lo facessi,ch’in publica ignominia ne verrei(sapeasi troppo quanto io gli dovessi,e crudel detta sempre ne sarei),mi parve fare assai ch’io gli togliessidi mai venir piú inanzi agli occhi miei.Né veder né parlar mai piú gli volsi,né messo udi’, né lettera ne tolsi.
43Questa mia ingratitudine gli diedetanto martír, ch’al fin dal dolor vinto,e dopo un lungo domandar mercede,infermo cadde, e ne rimase estinto.Per pena ch’al fallir mio si richiede,or gli occhi ho lacrimosi, e il viso tintodel negro fumo: e cosí avrò in eterno;che nulla redenzione è ne l’inferno. —
44Poi che non parla piú Lidia infelice,va il duca per saper s’altri vi stanzi:ma la caligine alta ch’era ultricede l’opre ingrate, sí gl’ingrossa inanzi,ch’andare un palmo sol piú non gli lice;anzi a forza tornar gli conviene, anzi,perché la vita non gli sia intercettadal fumo, i passi accelerar con fretta.
45Il mutar spesso de le piante ha vistadi corso, e non di chi passeggia o trotta.Tanto, salendo inverso l’erta, acquista,che vede dove aperta era la grotta;e l’aria, giá caliginosa e trista,dal lume cominciava ad esser rotta.Al fin con molto affanno e grave ambasciaesce de l’antro, e dietro il fumo lascia.
46E perché del tornar la via sia troncaa quelle bestie c’han sí ingorde l’epe,raguna sassi, e molti arbori tronca,che v’eran qual d’amomo e qual di pepe;e come può, dinanzi alla speloncafabrica di sua man quasi una siepe:e gli succede cosí ben quell’opra,che piú l’arpie non torneran di sopra.
47Il negro fumo de la scura pece,mentre egli fu ne la caverna tetra,non macchiò sol quel ch’apparia, et infece,ma sotto i panni ancora entra e penètra;sí che per trovare acqua andar lo fececercando un pezzo; e al fin fuor d’una pietravide una fonte uscir ne la foresta,ne la qual si lavò dal piè alla testa.
48Poi monta il volatore, e in aria s’alzaper giunger di quel monte in su la cima,che non lontan con la superna balzadal cerchio de la luna esser si stima.Tanto è il desir che di veder lo ’ncalza,ch’al cielo aspira, e la terra non stima.De l’aria piú e piú sempre guadagna,tanto ch’al giogo va de la montagna.
49Zafir, rubini, oro, topazi e perle,e diamanti e crisoliti e iacintipotriano i fiori assimigliar, che per leliete piaggie v’avea l’aura dipinti:sí verdi l’erbe, che possendo averlequa giú, ne fôran gli smeraldi vinti;né men belle degli arbori le frondi,e di frutti e di fior sempre fecondi.
50Cantan fra i rami gli augelletti vaghiazzurri e bianchi e verdi e rossi e gialli.Murmuranti ruscelli e cheti laghidi limpidezza vincono i cristalli.Una dolce aura che ti par che vaghia un modo sempre e dal suo stil non falli,facea sí l’aria tremolar d’intorno,che non potea noiar calor del giorno:
51e quella ai fiori, ai pomi e alla verzuragli odor diversi depredando giva,e di tutti faceva una misturache di soavitá l’alma notriva.Surgea un palazzo in mezzo alla pianura,ch’acceso esser parea di fiamma viva:tanto splendore intorno e tanto lumeraggiava, fuor d’ogni mortal costume.
52Astolfo il suo destrier verso il palagioche piú di trenta miglia intorno aggira,a passo lento fa muovere ad agio,e quinci e quindi il bel paese ammira;e giudica, appo quel, brutto e malvagio,e che sia al cielo et a natura in iraquesto ch’abitian noi fetido mondo:tanto è soave quel, chiaro e giocondo.
53Come egli è presso al luminoso tetto,attonito riman di maraviglia;che tutto d’una gemma è ’l muro schietto,piú che carbonchio lucida e vermiglia.O stupenda opra, o dedalo architetto!Qual fabrica tra noi le rassimiglia?Taccia qualunque le mirabil settemoli del mondo in tanta gloria mette.
54Nel lucente vestibulo di quellafelice casa un vecchio al duca occorre,che ’l manto ha rosso, e bianca la gonnella,che l’un può al latte, e l’altro al minio opporre.I crini ha bianchi, e bianca la mascelladi folta barba ch’al petto discorre;et è sí venerabile nel viso,ch’un degli eletti par del paradiso.
55Costui con lieta faccia al paladino,che riverente era d’arcion disceso,disse: — O baron, che per voler divinosei nel terrestre paradiso asceso;come che né la causa del camino,né il fin del tuo desir da te sia inteso;pur credi che non senza alto misteriovenuto sei da l’artico emisperio.
56Per imparar come soccorrer déiCarlo, e la santa fé tor di periglio,venuto meco a consigliar ti seiper cosí lunga via, senza consiglio.Né a tuo saper, né a tua virtú vorreich’esser qui giunto attribuissi, o figlio;che né il tuo corno, né il cavallo alatoti valea, se da Dio non t’era dato.
57Ragionerem piú ad agio insieme poi,e ti dirò come a procedere hai:ma prima vienti a ricrear con noi;che ’l digiun lungo de’ noiarti ormai. —Continuando il vecchio i detti suoi,fece maravigliare il duca assai,quando, scoprendo il nome suo, gli disseesser colui che l’evangelio scrisse:
58quel tanto al Redentor caro Giovanni,per cui il sermone tra i fratelli uscío,che non dovea per morte finir gli anni;sí che fu causa che ’l figliuol di Dioa Pietro disse: — Perché pur t’affanni,s’io vo’ che cosí aspetti il venir mio? —Ben che non disse: egli non de’ morire,si vede pur che cosí volse dire.
59Quivi fu assunto, e trovò compagnia,che prima Enoch, il patriarca, v’era;eravi insieme il gran profeta Elia,che non han vista ancor l’ultima sera;e fuor de l’aria pestilente e riasi goderan l’eterna primavera,fin che dian segno l’angeliche tube,che torni Cristo in su la bianca nube.
60Con accoglienza grata il cavallierofu dai santi alloggiato in una stanza;fu provisto in un’altra al suo destrierodi buona biada, che gli fu a bastanza.De’ frutti a lui del paradiso diero,di tal sapor, ch’a suo giudicio, sanzascusa non sono i duo primi parenti,se per quei fur sí poco ubbidïenti.
61Poi ch’a natura il duca aventurososatisfece di quel che se le debbe,come col cibo, cosí col riposo,che tutti e tutti i commodi quivi ebbe;lasciando giá l’Aurora il vecchio sposo,ch’ancor per lunga etá mai non l’increbbe,si vide incontra ne l’uscir del lettoil discipul da Dio tanto diletto;
62che lo prese per mano, e seco scórsedi molte cose di silenzio degne:e poi disse: — Figliuol, tu non sai forseche in Francia accada, ancor che tu ne vegne.Sappi che ’l vostro Orlando, perché torsedal camin dritto le commesse insegne,è punito da Dio, che piú s’accendecontra chi egli ama piú, quando s’offende.
63Il vostro Orlando, a cui nascendo diedesomma possanza Dio con sommo ardire,e fuor de l’uman uso gli concedeche ferro alcun non lo può mai ferire;perché a difesa di sua santa fedecosí voluto l’ha constituire,come Sansone incontra a’ Filisteiconstituí a difesa degli Ebrei:
64renduto ha il vostro Orlando al suo Signoredi tanti benefici iniquo merto;che quanto aver piú lo dovea in favore,n’è stato il fedel popul piú deserto.Sí accecato l’avea l’incesto amored’una pagana, ch’avea giá soffertodue volte e piú venire empio e crudele,per dar la morte al suo cugin fedele.
65E Dio per questo fa ch’egli va folle,e mostra nudo il ventre, il petto e il fianco;e l’intelletto sí gli offusca e tolle,che non può altrui conoscere, e sé manco.A questa guisa si legge che volleNabuccodonosor Dio punir anco,che sette anni il mandò di furor pieno,sí che, qual bue, pasceva l’erba e il fieno.
66Ma perch’assai minor del paladino,che di Nabucco, è stato pur l’eccesso,sol di tre mesi dal voler divinoa purgar questo error termine è messo.Né ad altro effetto per tanto caminosalir qua su t’ha il Redentor concesso,se non perché da noi modo tu apprenda,come ad Orlando il suo senno si renda.
67Gli è ver che ti bisogna altro vïaggiofar meco, e tutta abbandonar la terra.Nel cerchio de la luna a menar t’aggio,che dei pianeti a noi piú prossima erra,perché la medicina che può saggiorendere Orlando, lá dentro si serra.Come la luna questa notte siasopra noi giunta, ci porremo in via. —
68Di questo e d’altre cose fu diffusoil parlar de l’apostolo quel giorno.Ma poi che ’l sol s’ebbe nel mar rinchiuso,e sopra lor levò la luna il corno,un carro apparecchiòsi, ch’era ad usod’andar scorrendo per quei cieli intorno:quel giá ne le montagne di Giudeada’ mortali occhi Elia levato avea.
69Quattro destrier via piú che fiamma rossial giogo il santo evangelista aggiunse;e poi che con Astolfo rassettossi,e prese il freno, inverso il ciel li punse.Ruotando il carro, per l’aria levossi,e tosto in mezzo il fuoco eterno giunse;che ’l vecchio fe’ miracolosamente,che, mentre lo passâr, non era ardente.
70Tutta la sfera varcano del fuoco,et indi vanno al regno de la luna.Veggon per la piú parte esser quel lococome un acciar che non ha macchia alcuna;e lo trovano uguale, o minor pocodi ciò ch’in questo globo si raguna,in questo ultimo globo de la terra,mettendo il mar che la circonda e serra.
71Quivi ebbe Astolfo doppia maraviglia:che quel paese appresso era sí grande,il quale a un picciol tondo rassimigliaa noi che lo miriam da queste bande;e ch’aguzzar conviengli ambe le ciglia,s’indi la terra e ’l mar ch’intorno spande,discerner vuol; che non avendo luce,l’imagin lor poco alta si conduce.
72Altri fiumi, altri laghi, altre campagnesono lá su, che non son qui tra noi;altri piani, altre valli, altre montagne,c’han le cittadi, hanno i castelli suoi,con case de le quai mai le piú magnenon vide il paladin prima né poi:e vi sono ampie e solitarie selve,ove le ninfe ognor cacciano belve.
73Non stette il duca a ricercare il tutto;che lá non era asceso a quello effetto.Da l’apostolo santo fu conduttoin un vallon fra due montagne istretto,ove mirabilmente era riduttociò che si perde o per nostro diffetto,o per colpa di tempo o di Fortuna:ciò che si perde qui, lá si raguna.
74Non pur di regni o di ricchezze parlo,in che la ruota instabile lavora;ma di quel ch’in poter di tor, di darlonon ha Fortuna, intender voglio ancora.Molta fama è lá su, che, come tarlo,il tempo al lungo andar qua giú divora:lá su infiniti prieghi e voti stanno,che da noi peccatori a Dio si fanno.
75Le lacrime e i sospiri degli amanti,l’inutil tempo che si perde a giuoco,e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,vani disegni che non han mai loco,i vani desidèri sono tanti,che la piú parte ingombran di quel loco:ciò che in somma qua giú perdesti mai,lá su salendo ritrovar potrai.
76Passando il paladin per quelle biche,or di questo or di quel chiede alla guida.Vide un monte di tumide vesiche,che dentro parea aver tumulti e grida;e seppe ch’eran le corone antichee degli Assirii e de la terra lida,e de’ Persi e de’ Greci, che giá furoincliti, et or n’è quasi il nome oscuro.
77Ami d’oro e d’argento appresso vedein una massa, ch’erano quei doniche si fan con speranza di mercedeai re, agli avari principi, ai patroni.Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede,et ode che son tutte adulazioni.Di cicale scoppiate imagine hannoversi ch’in laude dei signor si fanno.
78Di nodi d’oro e di gemmati ceppivede c’han forma i mal seguiti amori.V’eran d’aquile artigli; e che fur, seppi,l’autoritá ch’ai suoi danno i signori.I mantici ch’intorno han pieni i greppi,sono i fumi dei principi e i favoriche danno un tempo ai ganimedi suoi,che se ne van col fior degli anni poi.
79Ruine di cittadi e di castellastavan con gran tesor quivi sozzopra.Domanda, e sa che son trattati, e quellacongiura che sí mal par che si cuopra.Vide serpi con faccia di donzella,di monetieri e di ladroni l’opra:poi vide boccie rotte di piú sorti,ch’era il servir de le misere corti.
80Di versate minestre una gran massavede, e domanda al suo dottor ch’importe.— L’elemosina è (dice) che si lassaalcun, che fatta sia dopo la morte. —Di varii fiori ad un gran monte passa,ch’ebbe giá buono odore, or putia forte.Questo era il dono (se però dir lece)che Constantino al buon Silvestro fece.
81Vide gran copia di panie con visco,ch’erano, o donne, le bellezze vostre.Lungo sará, se tutte in verso ordiscole cose che gli fur quivi dimostre;che dopo mille e mille io non finisco,e vi son tutte l’occurrenzie nostre:sol la pazzia non v’è poca né assai;che sta qua giú, né se ne parte mai.
82Quivi ad alcuni giorni e fatti sui,ch’egli giá avea perduti, si converse;che se non era interprete con lui,non discernea le forme lor diverse.Poi giunse a quel che par sí averlo a nui,che mai per esso a Dio voti non fêrse;io dico il senno: e n’era quivi un monte,solo assai piú che l’altre cose conte.
83Era come un liquor suttile e molle,atto a esalar, se non si tien ben chiuso;e si vedea raccolto in varie ampolle,qual piú, qual men capace, atte a quell’uso.Quella è maggior di tutte, in che del follesignor d’Anglante era il gran senno infuso;e fu da l’altre conosciuta, quandoavea scritto di fuor: Senno d’Orlando.
84E cosí tutte l’altre avean scritto ancoil nome di color di chi fu il senno.Del suo gran parte vide il duca franco;ma molto piú maravigliar lo fennomolti ch’egli credea che dramma manconon dovessero averne, e quivi dénnochiara notizia che ne tenean poco;che molta quantitá n’era in quel loco.
85Altri in amar lo perde, altri in onori,altri in cercar, scorrendo il mar, richezze;altri ne le speranze de’ signori,altri dietro alle magiche sciocchezze;altri in gemme, altri in opre di pittori,et altri in altro che piú d’altro aprezze.Di sofisti e d’astrologhi raccolto,e di poeti ancor ve n’era molto.
86Astolfo tolse il suo; che gliel concesselo scrittor de l’oscura Apocalisse.L’ampolla in ch’era al naso sol si messe,e par che quello al luogo suo ne gisse:e che Turpin da indi in qua confessech’Astolfo lungo tempo saggio visse;ma ch’uno error che fece poi, fu quelloch’un’altra volta gli levò il cervello.
87La piú capace e piena ampolla, ov’eraIl senno che solea far savio il conte,Astolfo tolle; e non è sí leggiera,come stimò, con l’altre essendo a monte.Prima che ’l paladin da quella sferapiena di luce alle piú basse smonte,menato fu da l’apostolo santoin un palagio ov’era un fiume a canto;
88ch’ogni sua stanza avea piena di vellidi lin, di seta, di coton, di lana,tinti in varii colori e brutti e belli.Nel primo chiostro una femina canafila a un aspo traea da tutti quelli,come veggián l’estate la villanatraer dai bachi le bagnate spoglie,quando la nuova seta si raccoglie.
89V’è chi, finito un vello, rimettendone viene un altro, e chi ne porta altronde:un’altra de le filze va scegliendoil bel dal brutto che quella confonde.— Che lavor si fa qui, ch’io non l’intendo? —dice a Giovanni Astolfo; e quel risponde:— Le vecchie son le Parche, che con talistami filano vite a voi mortali.
90Quanto dura un de’ velli, tanto dural’umana vita, e non di piú un momento.Qui tien l’occhio e la Morte e la Natura,per saper l’ora ch’un debba esser spento.Sceglier le belle fila ha l’altra cura,perché si tesson poi per ornamentodel paradiso; e dei piú brutti stamisi fan per li dannati aspri legami. —
91Di tutti i velli ch’erano giá messiin aspo, e scelti a farne altro lavoro,erano in brevi piastre i nomi impressi,altri di ferro, altri d’argento o d’oro:e poi fatti n’avean cumuli spessi,de’ quali, senza mai farvi ristoro,portarne via non si vedea mai stancoun vecchio, e ritornar sempre per anco.
92Era quel vecchio sí espedito e snello,che per correr parea che fosse nato;e da quel monte il lembo del mantelloportava pien del nome altrui segnato.Ove n’andava, e perché facea quello,ne l’altro canto vi sará narrato,se d’averne piacer segno faretecon quella grata udienza che solete.

Glossario

destriero
cavallo da battaglia.
speme
speranza.
fello
malvagio, crudele; come nome, il traditore, lo scellerato.
scorno
vergogna, umiliazione.
arcione
la parte rialzata della sella, davanti e dietro al cavaliere; la sella stessa.
stami
i fili della vita che, secondo il mito, le Parche filano e tagliano.
piastra
lastra di ferro dell’armatura.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .