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Orlando furioso

Canto 35

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1Chi salirá per me, madonna, in cieloa riportarne il mio perduto ingegno?che, poi ch’uscí da’ bei vostri occhi il teloche ’l cor mi fisse, ognior perdendo vegno.Né di tanta iattura mi querelo,pur che non cresca, ma stia a questo segno;ch’io dubito, se piú si va sciemando,di venir tal, qual ho descritto Orlando.
2Per riaver l’ingegno mio m’è avisoche non bisogna che per l’aria io pogginel cerchio de la luna o in paradiso;che ’l mio non credo che tanto alto alloggi.Ne’ bei vostri occhi e nel sereno viso,nel sen d’avorio e alabastrini poggise ne va errando; et io con queste labbialo corrò, se vi par ch’io lo rïabbia.
3Per gli ampli tetti andava il paladinotutte mirando le future vite,poi ch’ebbe visto sul fatal molinovolgersi quelle ch’erano giá ordite:e scorse un vello che piú che d’or finosplender parea; né sarian gemme trite,s’in filo si tirassero con arte,da comparargli alla millesma parte.
4Mirabilmente il bel vello gli piacque,che tra infiniti paragon non ebbe;e di sapere alto disio gli nacque,quando sará tal vita, e a chi si debbe.L’evangelista nulla gliene tacque:che venti anni principio prima avrebbeche col .M. e col .D. fosse notatol’anno corrente dal Verbo incarnato.
5E come di splendore e di beltadequel vello non avea simile o pare,cosí saria la fortunata etadeche dovea uscirne al mondo singulare;perché tutte le grazie inclite e radech’alma Natura, o proprio studio dare,o benigna Fortuna ad uomo puote,avrá in perpetua et infallibil dote.
6— Del re de’ fiumi tra l’altiere cornaor siede umil (diceagli) e piccol borgo:dinanzi il Po, di dietro gli soggiornad’alta palude un nebuloso gorgo;che, volgendosi gli anni, la piú adornadi tutte le cittá d’Italia scorgo,non pur di mura e d’ampli tetti regi,ma di bei studi e di costumi egregi.
7Tanta esaltazione e cosí presta,non fortuita o d’aventura casca;ma l’ha ordinata il ciel, perché sia questadegna in che l’uom di ch’io ti parlo, nasca:che, dove il frutto ha da venir, s’inestae con studio si fa crescer la frasca;e l’artefice l’oro affinar suole,in che legar gemma di pregio vuole.
8Né sí leggiadra né sí bella vesteunque ebbe altr’alma in quel terrestre regno;e raro è sceso e scenderá da questesfere superne un spirito sí degno,come per farne Ippolito da Esten’have l’eterna mente alto disegno.Ippolito da Este sará dettol’uomo a chi Dio sí ricco dono ha eletto.
9Quegli ornamenti che divisi in molti,a molti basterian per tutti ornarli,in suo ornamento avrá tutti raccolticostui, di c’hai voluto ch’io ti parli.Le virtudi per lui, per lui soffoltisaran gli studi; e s’io vorrò narrar lialti suoi merti, al fin son sí lontano,Ch’Orlando il senno aspetterebbe invano. —
10Cosí venía l’imitator di Cristoragionando col duca: e poi che tuttele stanze del gran luogo ebbono visto,onde l’umane vite eran condutte,sul fiume usciro, che d’arena mistocon l’onde discorrea turbide e brutte;e vi trovar quel vecchio in su la riva,che con gl’impressi nomi vi veniva.
11Non so se vi sia a mente, io dico quelloch’al fin de l’altro canto vi lasciai,vecchio di faccia, e sí di membra snello,che d’ogni cervio è piú veloce assai.Degli altrui nomi egli si empia il mantello;scemava il monte, e non finiva mai:et in quel fiume che Lete si noma,scarcava, anzi perdea la ricca soma.
12Dico che, come arriva in su la spondadel fiume, quel prodigo vecchio scuoteil lembo pieno, e ne la turbida ondatutte lascia cader l’impresse note.Un numer senza fin se ne profonda,ch’un minimo uso aver non se ne puote;e di cento migliaia che l’arenasul fondo involve, un se ne serva a pena.
13Lungo e d’intorno quel fiume volandogivano corvi et avidi avoltori,mulacchie e varii augelli, che gridandofacean discordi strepiti e romori;et alla preda correan tutti, quandosparger vedean gli amplissimi tesori:e chi nel becco, e chi ne l’ugna tortane prende; ma lontan poco li porta.
14Come vogliono alzar per l’aria i voli,non han poi forza che ’l peso sostegna;sí che convien che Lete pur involide’ ricchi nomi la memoria degna.Fra tanti augelli son duo cigni soli,bianchi, Signor, come è la vostra insegna,che vengon lieti riportando in boccasicuramente il nome che lor tocca.
15Cosí contra i pensieri empi e malignidel vecchio che donar li vorria al fiume,alcun ne salvan gli augelli benigni:tutto l’avanzo oblivïon consume.Or se ne van notando i sacri cigni,et or per l’aria battendo le piume,fin che presso alla ripa del fiume empiotrovano un colle, e sopra il colle un tempio.
16All’Immortalitade il luogo è sacro,ove una bella ninfa giú del colleviene alla ripa del leteo lavacro,e di bocca dei cigni i nomi tolle;e quelli affige intorno al simulacroch’in mezzo il tempio una colonna estolle:quivi li sacra, e ne fa tal governo,che vi si pôn veder tutti in eterno.
17Chi sia quel vecchio, e perché tutti al riosenza alcun frutto i bei nomi dispensi,e degli augelli, e di quel luogo pioonde la bella ninfa al fiume viensi,aveva Astolfo di saper desioi gran misteri e gl’incogniti sensi;e domandò di tutte queste cosel’uomo di Dio, che cosí gli rispose:
18— Tu déi saper che non si muove frondalá giú, che segno qui non se ne faccia.Ogni effetto convien che corrispondain terra e in ciel, ma con diversa faccia.Quel vecchio, la cui barba il petto inonda,veloce sí che mai nulla l’impaccia,gli effetti pari e la medesima oprache ’l Tempo fa lá giú, fa qui di sopra.
12Volte che son le fila in su la ruota,lá giú la vita umana arriva al fine.La fama lá, qui ne riman la nota;ch’immortali sariano ambe e divine,se non che qui quel da la irsuta gota,e lá giú il Tempo ognior ne fa rapine.Questi le getta, come vedi, al rio;e quel l’immerge ne l’eterno oblio.
20E come qua su i corvi e gli avoltorie le mulacchie e gli altri varii augellis’affaticano tutti per trar fuoride l’acqua i nomi che veggion piú belli:cosí lá giú ruffiani, adulatori,buffon, cinedi, accusatori, e quelliche viveno alle corti e che vi sonopiú grati assai che ’l virtuoso e ’l buono,
21e son chiamati cortigian gentili,perché sanno imitar l’asino e ’l ciacco;de’ lor signor, tratto che n’abbia i filila giusta Parca, anzi Venere e Bacco,questi di ch’io ti dico, inerti e vili,nati solo ad empir di cibo il sacco,portano in bocca qualche giorno il nome;poi ne l’oblio lascian cader le some.
22Ma come i cigni che cantando lietirendeno salve le medaglie al tempio,cosí gli uomini degni da’ poetison tolti da l’oblio, piú che morte empio.Oh bene accorti principi e discreti,che seguite di Cesare l’esempio,e gli scrittor vi fate amici, dondenon avete a temer di Lete l’onde!
23Son, come i cigni, anco i poeti rari,poeti che non sian del nome indegni;sí perché il ciel degli uomini preclarinon pate mai che troppa copia regni,sí per gran colpa dei signori avariche lascian mendicare i sacri ingegni;che le virtú premendo, et esaltandoi vizii, caccian le buone arti in bando.
24Credi che Dio questi ignoranti ha privide lo ’ntelletto, e loro offusca i lumi;che de la poesia gli ha fatto schivi,acciò che morte il tutto ne consumi.Oltre che del sepolcro uscirian vivi,ancor ch’avesser tutti i rei costumi,pur che sapesson farsi amica Cirra,piú grato odore avrian che nardo o mirra.
25Non sí pietoso Enea, né forte Achillefu, come è fama, né sí fiero Ettorre;e ne son stati e mille e mille e milleche lor si puon con veritá anteporre:ma i donati palazzi e le gran villedai descendenti lor, gli ha fatto porrein questi senza fin sublimi onorida l’onorate man degli scrittori.
26Non fu sí santo né benigno Augustocome la tuba di Virgilio suona.L’aver avuto in poesia buon gustola proscrizion iniqua gli perdona.Nessun sapria se Neron fosse ingiusto,né sua fama saria forse men buona,avesse avuto e terra e ciel nimici,se gli scrittor sapea tenersi amici.
27Omero Agamennón vittorïoso,e fe’ i Troian parer vili et inerti;e che Penelopea fida al suo sposodai Prochi mille oltraggi avea sofferti.E se tu vuoi che ’l ver non ti sia ascoso,tutta al contrario l’istoria converti:che i Greci rotti, e che Troia vittrice,e che Penelopea fu meretrice.
28Da l’altra parte odi che fama lasciaElissa, ch’ebbe il cor tanto pudico;che riputata viene una bagascia,solo perché Maron non le fu amico.Non ti maravigliar ch’io n’abbia ambascia,e se di ciò diffusamente io dico.Gli scrittori amo, e fo il debito mio;ch’al vostro mondo fui scrittore anch’io.
29E sopra tutti gli altri io feci acquistoche non mi può levar tempo né morte:e ben convenne al mio lodato Cristorendermi guidardon di sí gran sorte.Duolmi di quei che sono al tempo tristo,quando la cortesia chiuso ha le porte;che con pallido viso e macro e asciuttola notte e ’l dí vi picchian senza frutto.
30Sí che continuando il primo detto,sono i poeti e gli studiosi pochi;che dove non han pasco né ricetto,insin le fere abbandonano i lochi. —Cosí dicendo il vecchio benedettogli occhi infiammò, che parveno duo fuochi;poi volto al duca con un saggio risotornò sereno il conturbato viso.
31Resti con lo scrittor de l’evangeloAstolfo ormai, ch’io voglio far un salto,quanto sia in terra a venir fin dal cielo;ch’io non posso piú star su l’ali in alto.Torno alla donna a cui con grave telomosso avea gelosia crudele assalto.Io la lasciai ch’avea con breve guerratre re gittati, un dopo l’altro, in terra;
32e che giunta la sera ad un castelloch’alla via di Parigi si ritrova,d’Agramante, che rotto dal fratellos’era ridotto in Arli, ebbe la nuova.Certa che ’l suo Ruggier fosse con quello,tosto ch’apparve in ciel la luce nuova,verso Provenza, dove ancora inteseche Carlo lo seguia, la strada prese.
33Verso Provenza per la via piú drittaandando, s’incontrò in una donzella,ancor che fosse lacrimosa e afflitta,bella di faccia e di maniere bella.Questa era quella sí d’amor traffittaper lo figliuol di Monodante, quelladonna gentil ch’avea lasciato al pontel’amante suo prigion di Rodomonte.
34Ella venía cercando un cavalliero,ch’a far battaglia usato, come lontra,in acqua e in terra fosse, e cosí fiero,che lo potesse al pagan porre incontra.La sconsolata amica di Ruggiero,come quest’altra sconsolata incontra,cortesemente la saluta, e poile chiede la cagion dei dolor suoi.
35Fiordiligi lei mira, e veder parleun cavallier ch’al suo bisogno fia;e comincia del ponte a ricontarle,ove impedisce il re d’Algier la via;e ch’era stato appresso di levarlel’amante suo: non che piú forte sia;ma sapea darsi il Saracino astutocol ponte stretto e con quel fiume aiuto.
36— Se sei (dicea) sí ardito e sí cortese,come ben mostri l’uno e l’altro in vista,mi vendica, per Dio, di chi mi preseil mio signore, e mi fa gir sí trista;o consigliami almeno in che paesepossa io trovare un ch’a colui resista,e sappia tanto d’arme e di battaglia,che ’l fiume e ’l ponte al pagan poco vaglia.
37Oltre che tu farai quel che conviensiad uom cortese e a cavalliero errante,in beneficio il tuo valor dispensidel piú fedel d’ogni fedele amante.De l’altre sue virtú non appertiensia me narrar; che sono tante e tante,che chi non n’ha notizia, si può direche sia del veder privo e de l’udire. —
38La magnanima donna, a cui fu gratasempre ogni impresa che può farla degnad’esser con laude e gloria nominata,subito al ponte di venir disegna:et ora tanto piú, ch’è disperata,vien volentier, quando anco a morir vegna;che credendosi, misera! esser privadel suo Ruggiero, ha in odio d’esser viva.
39— Per quel ch’io vaglio, giovane amorosa(rispose Bradamante), io m’offeriscodi far l’impresa dura e perigliosa,per altre cause ancor, ch’io preterisco;ma piú, che del tuo amante narri cosache narrar di pochi uomini avvertisco,che sia in amor fedel; ch’a fé ti giuroch’in ciò pensai ch’ognun fosse pergiuro. —
40Con un sospir quest’ultime parolefiní, con un sospir ch’uscí dal core;poi disse: — Andiamo; — e nel seguente solegiunsero al fiume, al passo pien d’orrore.Scoperte da la guardia che vi suolefarne segno col corno al suo signore,il pagan s’arma; e quale è ’l suo costume,sul ponte s’apparecchia in ripa al fiume:
41e come vi compar quella guerriera,di porla a morte subito minaccia,quando de l’arme e del destrier su ch’era,al gran sepolcro oblazïon non faccia.Bradamante che sa l’istoria vera,come per lui morta Issabella giaccia,che Fiordiligi detto le l’avea,al Saracin superbo rispondea:
42— Perché vuoi tu, bestial, che gli innocentifacciano penitenzia del tuo fallo?Del sangue tuo placar costei convienti:tu l’uccidesti, e tutto ’l mondo sallo.Sí che di tutte l’arme e guernimentidi tanti che gittati hai da cavallo,oblazïone e vittima piú accettaavrá, ch’io te l’uccida in sua vendetta.
43E di mia man le fia piú grato il dono,quando, come ella fu, son donna anch’io:né qui venuta ad altro effetto sono,ch’a vendicarla; e questo sol disio.Ma far tra noi prima alcun patto è buono,che ’l tuo valor si compari col mio.S’abbattuta sarò, di me faraiquel che degli altri tuoi prigion fatt’hai:
44ma s’io t’abbatto, come io credo e spero,guadagnar voglio il tuo cavallo e l’armi,e quelle offerir sole al cimitero,e tutte l’altre distaccar da’ marmi;e voglio che tu lasci ogni guerriero. —Rispose Rodomonte: — Giusto parmiche sia come tu di’; ma i prigion dartigiá non potrei, ch’io non gli ho in queste parti.
45Io gli ho al mio regno in Africa mandati:ma ti prometto, e ti do ben la fede,che se m’avvien per casi inopinatiche tu stia in sella e ch’io rimanga a piede,farò che saran tutti liberatiin tanto tempo quanto si richiededi dare a un messo ch’in fretta si mandia far quel che, s’io perdo, mi commandi.
46Ma s’a te tocca star di sotto, comepiú si conviene, e certo so che fia,non vo’ che lasci l’arme, né il tuo nome,come di vinta, sottoscritto sia:al tuo bel viso, a’ begli occhi, alle chiome,che spiran tutti amore e leggiadria,voglio donar la mia vittoria; e bastiche ti disponga amarmi, ove m’odiasti.
47Io son di tal valor, son di tal nerbo,ch’aver non déi d’andar di sotto a sdegno. —Sorrise alquanto, ma d’un riso acerboche fece d’ira, piú che d’altro, segno,la donna, né rispose a quel superbo;ma tornò in capo al ponticel di legno,spronò il cavallo, e con la lancia d’orovenne a trovar quell’orgoglioso Moro.
48Rodomonte alla giostra s’apparecchia:viene a gran corso: et è sí grande il suonoche rende il ponte, ch’intronar l’orecchiapuò forse a molti che lontan ne sono.La lancia d’oro fe’ l’usanza vecchia;che quel pagan, sí dianzi in giostra buono,levò di sella, e in aria lo sospese,indi sul ponte a capo in giú lo stese.
49Nel trapassar ritrovò a pena locoove entrar col destrier quella guerriera;e fu a gran risco, e ben vi mancò poco,ch’ella non traboccò ne la riviera:ma Rabicano, il quale il vento e ’l fuococoncetto avean, sí destro et agil era,che nel margine estremo trovò strada;e sarebbe ito anco su ’n fil di spada.
50Ella si volta, e contra l’abbattutopagan ritorna; e con leggiadro motto:— Or puoi (disse) veder chi abbia perduto,e a chi di noi tocchi di star di sotto. —Di maraviglia il pagan resta muto,ch’una donna a cader l’abbia condotto;e far risposta non poté o non volle,e fu come uom pien di stupore e folle.
51Di terra si levò tacito e mesto;e poi ch’andato fu quattro o sei passi,lo scudo e l’elmo, e de l’altre arme il restotutto si trasse, e gittò contra i sassi;e solo e a piè fu a dileguarsi presto:non che commissïon prima non lassia un suo scudier, che vada a far l’effettodei prigion suoi, secondo che fu detto.
52Partissi; e nulla poi piú se n’intese,se non che stava in una grotta scura.Intanto Bradamante avea sospesedi costui l’arme all’alta sepoltura,e fattone levar tutto l’arnese,il qual dei cavallieri, alla scrittura,conobbe de la corte esser di Carlo;non levò il resto, e non lasciò levarlo.
53Oltr’a quel del figliuol di Monodante,v’è quel di Sansonetto e d’Oliviero,che per trovare il principe d’Anglante,quivi condusse il piú dritto sentiero.Quivi fur presi, e furo il giorno inantemandati via dal Saracino altiero.Di questi l’arme fe’ la donna tôrreda l’alta mole, e chiuder ne la torre.
54Tutte l’altre lasciò pender dai sassi,che fur spogliate ai cavallier pagani.V’eran l’arme d’un re, del quale i passiper Frontalatte mal fur spesi e vani:io dico l’arme del re de’ Circassi,che dopo lungo errar per colli e piani,venne quivi a lasciar l’altro destriero;e poi senz’arme andossene leggiero.
55S’era partito disarmato e a piedequel re pagan dal periglioso ponte,sí come gli altri ch’eran di sua fede,partir da sé lasciava Rodomonte.Ma di tornar piú al campo non gli diedeil cor; ch’ivi apparir non avria fronte:che per quel che vantossi, troppo scornogli saria farvi in tal guisa ritorno.
56Di pur cercar nuovo desir lo presecolei che sol avea fissa nel core.Fu l’aventura sua, che tosto intese(io non vi saprei dir chi ne fu autore)ch’ella tornava verso il suo paese:onde esso, come il punge e sprona Amore,dietro alla pésta subito si pone.Ma tornar voglio alla figlia d’Amone.
57Poi che narrato ebbe con altro scrittocome da lei fu liberato il passo;a Fiordiligi ch’avea il core afflitto,e tenea il viso lacrimoso e basso,domandò umanamente ov’ella drittovolea che fosse, indi partendo, il passo.Rispose Fiordiligi: — Il mio caminovo’ che sia in Arli al campo saracino,
58ove navilio e buona compagniaspero trovar da gir ne l’altro lito.Mai non mi fermerò fin ch’io non siavenuta al mio signore e mio marito.Voglio tentar, perché in prigion non stia,piú modi e piú; che se mi vien fallitoquesto che Rodomonte t’ha promesso,ne voglio avere uno et un altro appresso. —
59— Io m’offerisco (disse Bradamante)d’accompagnarti un pezzo de la strada,tanto che tu ti vegga Arli davante,ove per amor mio vo’ che tu vadaa trovar quel Ruggier del re Agramante,che del suo nome ha piena ogni contrada;e che gli rendi questo buon destriero,onde abbattuto ho il Saracino altiero.
60Voglio ch’a punto tu gli dica questo:— Un cavallier che di provar si crede,e fare a tutto ’l mondo manifestoche contra lui sei mancator di fede;acciò ti trovi apparecchiato e presto,questo destrier, perch’io tel dia, mi diede.Dice che trovi tua piastra e tua maglia,e che l’aspetti a far teco battaglia. —
61Digli questo, e non altro; e se quel vuolesaper da te ch’io son, di’ che nol sai. —Quella rispose umana come suole:— Non sarò stanca in tuo servizio mai,spender la vita, non che le parole;che tu ancora per me cosí fatto hai. —Grazie le rende Bradamante, e pigliaFrontino, e le lo porge per la briglia.
62Lungo il fiume le belle e pellegrinegiovani vanno a gran giornate insieme,tanto che veggono Arli, e le vicinerive odon risonar del mar che freme.Bradamante si ferma alle confinequasi de’ borghi et alle sbarre estreme,per dare a Fiordiligi atto intervallo,che condurre a Ruggier possa il cavallo.
63Vien Fiordiligi, et entra nel rastrello,nel ponte e nella porta; e seco prendechi le fa compagnia fin all’ostelloove abita Ruggiero, e quivi scende;e, secondo il mandato, al damigellofa l’imbasciata, e il buon Frontin gli rende:indi va, che risposta non aspetta,ad esequire il suo bisogno in fretta.
64Ruggier riman confuso e in pensier grande,e non sa ritrovar capo né viadi saper chi lo sfide, e chi gli mandea dire oltraggio e a fargli cortesia.Che costui senza fede lo domande,o possa domandar uomo che sia,non sa veder né imaginare; e prima,ch’ogn’altro sia che Bradamante, istima.
65Che fosse Rodomonte, era piú prestoad aver, che fosse altri, opinïone;e perché ancor da lui debba udir questo,pensa, né imaginar può la cagione.Fuor che con lui, non sa di tutto ’l restodel mondo, con chi lite abbia e tenzone.Intanto la donzella di Dordonachiede battaglia, e forte il corno suona.
66Vien la nuova a Marsilio e ad Agramante,ch’un cavallier di fuor chiede battaglia.A caso Serpentin loro era avante,et impetrò di vestir piastra e maglia,e promesse pigliar questo arrogante.Il popul venne sopra la muraglia;né fanciullo restò, né restò veglio,che non fosse a veder chi fêsse meglio.
67Con ricca sopravesta e bello arneseSerpentin da la Stella in giostra venne.Al primo scontro in terra si distese:il destrier aver parve a fuggir penne.Dietro gli corse la donna cortese,e per la briglia al Saracin lo tenne,e disse: — Monta, e fa che ’l tuo signoremi mandi un cavallier di te migliore. —
68Il re african, ch’era con gran famigliasopra le mura alla giostra vicino,del cortese atto assai si maraviglia,ch’usato ha la donzella a Serpentino.— Di ragion può pigliarlo, e non lo piglia, —diceva, udendo il popul saracino.Serpentin giunge, e come ella commanda,un miglior da sua parte al re domanda.
69Grandonio di Volterna furibondo,il piú superbo cavallier di Spagna,pregando fece sí, che fu il secondo,et uscí con minaccie alla campagna.— Tua cortesia nulla ti vaglia al mondo;che, quando da me vinto tu rimagna,al mio signor menar preso ti voglio:ma qui morrai, s’io posso, come soglio. —
70La donna disse lui: — Tua villanianon vo’ che men cortese far mi possa,ch’io non ti dica che tu torni priache sul duro terren ti doglian l’ossa.Ritorna, e di’ al tuo re da parte mia,che per simile a te non mi son mossa;ma per trovar guerrier che ’l pregio vaglia,son qui venuta a domandar battaglia. —
71Il mordace parlare, acre et acerbo,gran fuoco al cor del Saracino attizza;sí che senza poter replicar verbo,volta il destrier con colera e con stizza.Volta la donna, e contra quel superbola lancia d’oro e Rabicano drizza.Come l’asta fatal lo scudo tocca,coi piedi al cielo il Saracin trabocca.
72Il destrier la magnanima guerrieragli prese, e disse: — Pur tel prediss’io,che far la mia imbasciata meglio t’era,che de la giostra aver tanto disio.Di’ al re, ti prego, che fuor de la schieraelegga un cavallier che sia par mio:né voglia con voi altri affaticarme,ch’avete poca esperïenzia d’arme. —
73Quei da le mura, che stimar non sannochi sia il guerriero in su l’arcion sí saldo,quei piú famosi nominando vanno,che tremar li fan spesso al maggior caldo.Che Brandimarte sia, molti detto hanno:la piú parte s’accorda esser Rinaldo:molti su Orlando avrian fatto disegno;ma il suo caso sapean di pietá degno.
74La terza giostra il figlio di Lanfusachiedendo, disse: — Non che vincer speri,ma perché di cader piú degna scusaabbian, cadendo anch’io, questi guerrieri. —E poi di tutto quel ch’in giostra s’usasi messe in punto; e di cento destrieriche tenea in stalla, d’un tolse l’eletta,ch’avea il correre acconcio, e di gran fretta.
75Contra la donna per giostrar si fece;ma prima salutolla, et ella lui.Disse la donna: — Se saper mi lece,ditemi in cortesia che siate vui. —Di questo Ferraú le satisfece,ch’usò di rado di celarsi altrui.Ella soggiunse: — Voi giá non rifiuto,ma avria piú volentieri altri voluto. —
76— E chi? — Ferraú disse. Ella rispose:— Ruggiero; — e a pena il poté proferire,e sparse d’un color come di rosela bellissima faccia in questo dire.Soggiunse al detto poi: — Le cui famoselode a tal prova m’han fatto venire.Altro non bramo, e d’altro non mi cale,che di provar come egli in giostra vale. —
77Semplicemente disse le paroleche forse alcuno ha giá prese a malizia.Rispose Ferraú: — Prima si vuoleprovar tra noi chi sa piú di milizia.Se di me avvien quel che di molti suole,poi verrá ad emendar la mia tristiziaquel gentil cavallier che tu dimostriaver tanto desio che teco giostri. —
78Parlando tuttavolta la donzellateneva la visiera alta dal viso.Mirando Ferraú la faccia bella,si sente rimaner mezzo conquiso,e taciturno dentro a sé favella:— Questo un angel mi par del paradiso;e ancor che con la lancia non mi tocchi,abbattuto son giá da’ suoi begli occhi. —
79Preson del campo; e come agli altri avvenne,Ferraú se n’uscí di sella netto.Bradamante il destrier suo gli ritenne,e disse: — Torna, e serva quel c’hai detto. —Ferraú vergognoso se ne venne,e ritrovò Ruggier ch’era al conspettodel re Agramante; e gli fece saperech’alla battaglia il cavallier lo chere.
80Ruggier non conoscendo ancor chi fossechi a sfidar lo mandava alla battaglia,quasi certo di vincere, allegrosse;e le piastre arrecar fece e la maglia:né l’aver visto alle gravi percosse,che gli altri sian caduti, il cor gli smaglia.Come s’armasse, e come uscisse, e quantopoi ne seguí, lo serbo all’altro canto.

Glossario

labbia
labbra, bocca.
unqua
mai; dopo se, vale qualche volta.
guidardon
ricompensa, premio.
pagan
non cristiano; nel poema, il saraceno, il musulmano.
destriero
cavallo da battaglia.
arnese
armatura; più in generale, equipaggiamento.
scorno
vergogna, umiliazione.
navilio
nave; anche flotta.
piastra
lastra di ferro dell’armatura.
maglia
armatura fatta di anellini di ferro intrecciati.
ostello
dimora, casa o palazzo.
sopraveste
veste portata sopra l’armatura, spesso con i colori e l’insegna del cavaliere.
arcione
la parte rialzata della sella, davanti e dietro al cavaliere; la sella stessa.
tuttavolta
intanto, nel frattempo; continuamente.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .