1Convien ch’ovunque sia, sempre cortesesia un cor gentil, ch’esser non può altrimente;che per natura e per abito presequel che di mutar poi non è possente.Convien ch’ovunque sia, sempre paleseun cor villan si mostri similmente.Natura inchina al male, e viene a farsil’abito poi difficile a mutarsi.
2Di cortesia, di gentilezza esempiifra gli antiqui guerrier si vider molti,e pochi fra i moderni; ma degli empiicostumi avvien ch’assai ne vegga e ascoltiin quella guerra, Ippolito, che i tempiidi segni ornaste agli nimici tolti,e che traeste lor galee captivedi preda carche alle paterne rive.
3Tutti gli atti crudeli et inumanich’usasse mai Tartaro o Turco o Moro,(non giá con volontá de’ Veneziani,che sempre esempio di giustizia fôro),usaron l’empie e scelerate manidi rei soldati, mercenarii loro.Io non dico or di tanti accesi fuochich’arson le ville e i nostri ameni lochi:
4ben che fu quella ancor brutta vendetta,massimamente contra voi, ch’appressoCesare essendo, mentre Padua strettaera d’assedio, ben sapea che spessoper voi piú d’una fiamma fu interdetta,e spento il fuoco ancor, poi che fu messo,da villaggi e da templi, come piacqueall’alta cortesia che con voi nacque.
5Io non parlo di questo né di tantialtri lor discortesi e crudeli atti;ma sol di quel che trar dai sassi i piantidebbe poter, qual volta se ne tratti:quel dí, Signor, che la famiglia inantivostra mandaste lá dove ritrattidai legni lor con importuni auspicis’erano in luogo forte gl’inimici.
6Qual Ettorre et Enea sin dentro ai flutti,per abbruciar le navi greche, andaro;un Ercol vidi e un Alesandro, induttida troppo ardir, partirsi a paro a paro,e spronando i destrier, passarci tutti,e i nemici turbar fin nel riparo,e gir sí inanzi, ch’al secondo moltoaspro fu il ritornare, e al primo tolto.
7Salvossi il Ferruffin, restò il Cantelmo.Che cor, duca di Sora, che consigliofu allora il tuo, che trar vedesti l’elmofra mille spade al generoso figlio,e menar preso a nave, e sopra un schelmotroncargli il capo? Ben mi maraviglioche darti morte lo spettacol solonon poté, quanto il ferro a tuo figliuolo.
8Schiavon crudele, onde hai tu il modo appresode la milizia? In qual Scizia s’intendech’uccider si debba un, poi che gli è preso,che rende l’arme, e piú non si difende?Dunque uccidesti lui, perché ha difesola patria? Il sole a torto oggi risplende,crudel seculo, poi che pieno seidi Tïesti, di Tantali e di Atrei.
9Festi, barbar crudel, del capo scemoil piú ardito garzon che di sua etadefosse da un polo a l’altro, e da l’estremolito degl’indi a quello ove il sol cade.Potea in Antropofágo, in Polifemola beltá e gli anni suoi trovar pietade;ma non in te, piú crudo e piú felloned’ogni Ciclope e d’ogni Lestrigone.
10Simile esempio non credo che siafra gli antiqui guerrier, di quai li studitutti fur gentilezza e cortesia;né dopo la vittoria erano crudi.Bradamante non sol non era riaa quei ch’avea, toccando lor gli scudi,fatto uscir de la sella, ma tenealoro i cavalli, e rimontar facea.
11Di questa donna valorosa e bellaio vi dissi di sopra, che abbattutoaveva Serpentin quel da la Stella,Grandonio di Volterna e Ferrauto,e ciascun d’essi poi rimesso in sella;e dissi ancor che ’l terzo era venuto,da lei mandato a disfidar Ruggiero,lá dove era stimata un cavalliero.
12Ruggier tenne lo ’nvito allegramente,e l’armatura sua fece venire.Or mentre che s’armava al re presente,tornaron quei signor di nuovo a direchi fosse il cavallier tanto eccellente,che di lancia sapea sí ben ferire;e Ferraú, che parlato gli avea,fu domandato se lo conoscea.
13Rispose Ferraú: — Tenete certoche non è alcun di quei ch’avete detto.A me parea, ch’il vidi a viso aperto,il fratel di Rinaldo giovinetto:ma poi ch’io n’ho l’alto valore esperto,e so che non può tanto Ricciardetto,penso che sia la sua sorella, molto(per quel ch’io n’odo) a lui simil di volto.
14Ella ha ben fama d’esser forte a paredel suo Rinaldo e d’ogni paladino;ma, per quanto io ne veggo oggi, mi pareche val piú del fratel, piú del cugino. —Come Ruggier lei sente ricordare,del vermiglio color che ’l matutinosparge per l’aria, si dipinge in faccia,e nel cor triema, e non sa che si faccia.
15A questo annunzio, stimulato e puntoda l’amoroso stral, dentro infiammarse,e per l’ossa sentí tutto in un puntocorrere un giaccio che ’l timor vi sparse,timor ch’un nuovo sdegno abbia consuntoquel grande amor che giá per lui sí l’arse.Di ciò confuso non si risolveva,s’incontra uscirle, o pur restar doveva.
16Or quivi ritrovandosi Marfisa,che d’uscire alla giostra avea gran voglia,et era armata, perché in altra guisaè raro, o notte o dí, che tu la coglia;sentendo che Ruggier s’arma, s’avisache di quella vittoria ella si spogliase lascia che Ruggiero esca fuor prima:pensa ire inanzi, e averne il pregio stima.
17Salta a cavallo, e vien spronando in frettaove nel campo la figlia d’Amonecon palpitante cor Ruggiero aspetta,desiderosa farselo prigione,e pensa solo ove la lancia metta,perché del colpo abbia minor lesione.Marfisa se ne vien fuor de la porta,e sopra l’elmo una fenice porta;
18o sia per sua superbia, dinotandose stessa unica al mondo in esser forte,o pur sua casta intenzïon lodandodi viver sempremai senza consorte.La figliuola d’Amon la mira; e quandole fattezze ch’amava non ha scorte,come si nomi le domanda, et odeesser colei che del suo amor si gode:
19o per dir meglio, esser colei che credeche goda del suo amor, colei che tantoha in odio e in ira, che morir si vede,se sopra lei non vendica il suo pianto.Volta il cavallo, e con gran furia riede,non per desir di porla in terra, quantodi passarle con l’asta in mezzo il petto,e libera restar d’ogni suspetto.
20Forza è a Marfisa ch’a quel colpo vadaa provar se ’l terreno è duro o molle;e cosa tanto insolita le accada,ch’ella n’è per venir di sdegno folle.Fu in terra a pena, che trasse la spada,e vendicar di quel cader si volle.La figliuola d’Amon non meno altieragridò: — Che fai? tu sei mia prigioniera.
21Se bene uso con gli altri cortesia,usar teco, Marfisa, non la voglio,come a colei che d’ogni villaniaodo che sei dotata e d’ogni orgoglio. —Marfisa a quel parlar fremer s’udiacome un vento marino in uno scoglio.Grida, ma sí per rabbia si confonde,che non può esprimer fuor quel che risponde.
22Mena la spada, e piú ferir non miralei, che ’l destrier, nel petto e ne la pancia:ma Bradamante al suo la briglia gira,e quel da parte subito si lancia;e tutto a un tempo con isdegno et irala figliuola d’Amon spinge la lancia,e con quella Marfisa tocca a pena,che la fa riversar sopra l’arena.
23A pena ella fu in terra, che rizzosse.cercando far con la spada mal’opra.Di nuovo l’asta Bradamante mosse,e Marfisa di nuovo andò sozzopra.Ben che possente Bradamante fosse,non però sí a Marfisa era di sopra,che l’avesse ogni colpo riversata;ma tal virtú ne l’asta era incantata.
24Alcuni cavallieri in questo mezzo,alcuni, dico, de la parte nostra,se n’erano venuti dove, in mezzol’un campo e l’altro, si facea la giostra(che non eran lontani un miglio e mezzo),veduta la virtú che ’l suo dimostra;il suo che non conoscono altrimenteche per un cavallier de la lor gente.
25Questi vedendo il generoso figliodi Troiano alle mura approssimarsi,per ogni caso, per ogni periglionon volse sproveduto ritrovarsi;e fe’ che molti all’arme dier di piglio,e che fuor dei ripari appresentârsi.Tra questi fu Ruggiero, a cui la frettadi Marfisa la giostra avea intercetta.
26L’inamorato giovene mirandostava il successo, e gli tremava il core,de la sua cara moglie dubitando;che di Marfisa ben sapea il valore.Dubitò, dico, nel principio, quandosi mosse l’una e l’altra con furore;ma visto poi come successe il fatto,restò maraviglioso e stupefatto:
27e poi che fin la lite lor non ebbe,come avean l’altre avute, al primo incontro,nel cor profundamente gli ne ’ncrebbe,dubbioso pur di qualche strano incontro.De l’una egli e de l’altra il ben vorrebbe;ch’ama amendue: non che da porre incontrosien questi amori: è l’un fiamma e furore,l’altro benivolenza piú ch’amore.
28Partita volentier la pugna avria,se con suo onor potuto avesse farlo.Ma quei ch’egli avea seco in compagnia,perché non vinca la parte di Carlo,che giá lor par che superior ne sia,saltan nel campo, e vogliono turbarlo.Da l’altra parte i cavallier cristianisi fanno inanzi, e son quivi alle mani.
29Di qua di lá gridar si sente all’arme,come usati eran far quasi ogni giorno.Monti chi è a piè, chi non è armato s’arme,alla bandiera ognun faccia ritorno!dicea con chiaro e bellicoso carmepiú d’una tromba che scorrea d’intorno:e come quelle svegliano i cavalli,svegliano i fanti i timpani e i taballi.
30La scaramuccia fiera e sanguinosa,quanto si possa imaginar, si mesce.La donna di Dordona valorosa,a cui mirabilmente aggrava e incresceche quel di ch’era tanto disïosa,di por Marfisa a morte, non riesce;di qua di lá si volge e si raggira,se Ruggier può veder, per cui sospira.
31Lo riconosce all’aquila d’argentoc’ha nello scudo azzurro il giovinetto.Ella con gli occhi e col pensiero intentosi ferma a contemplar le spalle e ’l petto,le leggiadre fattezze, e ’l movimentopieno di grazia; e poi con gran dispetto,imaginando ch’altra ne gioisse,da furore assalita cosí disse:
32— Dunque baciar sí belle e dolce labbiadeve altra, se baciar non le poss’io?Ah non sia vero giá ch’altra mai t’abbia;che d’altra esser non déi, se non sei mio.Piú tosto che morir sola di rabbia,che meco di mia man mori, disio;che se ben qui ti perdo, almen l’infernopoi mi ti renda, e stii meco in eterno.
33Se tu m’occidi, è ben ragion che deggidarmi de la vendetta anco conforto;che voglion tutti gli ordini e le leggi,che chi dá morte altrui debba esser morto.Né par ch’anco il tuo danno il mio pareggi;che tu mori a ragione, io moro a torto.Farò morir chi brama, ohimè! ch’io muora;ma tu, crudel, chi t’ama e chi t’adora.
34Perché non déi tu, mano, essere arditad’aprir col ferro al mio nimico il core?che tante volte a morte m’ha feritasotto la pace in sicurtá d’amore,et or può consentir tormi la vita,né pur aver pietá del mio dolore.Contra questo empio ardisci, animo forte:vendica mille mie con la sua morte. —
35Gli sprona contra in questo dir, ma prima:— Guardati (grida), perfido Ruggiero:tu non andrai, s’io posso, de la opimaspoglia del cor d’una donzella altiero. —Come Ruggiero ode il parlare, estimache sia la moglie sua, com’era in vero,la cui voce in memoria sí bene ebbe,ch’in mille riconoscer la potrebbe.
36Ben pensa quel che le parole dennovolere inferir piú; ch’ella l’accusache la convenzïon ch’insieme fenno,non le osservava: onde per farne iscusa,di volerle parlar le fece cenno:ma quella giú con la visiera chiusavenía dal dolor spinta e da la rabbia,per porlo, e forse ove non era sabbia.
37Quando Ruggier la vede tanto accesa,si ristringe ne l’arme e ne la sella:la lancia arresta; ma la tien sospesa,piegata in parte ove non nuoccia a quella.La donna, ch’a ferirlo e a fargli offesavenía con mente di pietá rubella,non poté sofferir, come fu appresso,di porlo in terra e fargli oltraggio espresso.
38Cosí lor lancie van d’effetto vòtea quello incontro; e basta ben s’Amorecon l’un giostra e con l’altro, e gli percuoted’una amorosa lancia in mezzo il core.Poi che la donna sofferir non puotedi far onta a Ruggier, volge il furoreche l’arde il petto, altrove; e vi fa coseche saran, fin che giri il ciel, famose.
39In poco spazio ne gittò per terratrecento e piú con quella lancia d’oro.Ella sola quel dí vinse la guerra,messe ella sola in fuga il popul Moro.Ruggier di qua di lá s’aggira et erratanto, che se le accosta e dice: — Io moro,s’io non ti parlo: ohimè! che t’ho fatto io,che mi debbi fuggire? Odi, per Dio! —
40Come ai meridional tiepidi venti,che spirano dal mare il fiato caldo,le nievi si disciolveno e i torrenti,e il ghiaccio che pur dianzi era sí saldo;cosí a quei prieghi, a quei brevi lamentiil cor de la sorella di Rinaldosubito ritornò pietoso e molle,che l’ira, piú che marmo, indurar volle.
41Non vuol dargli, o non puote, altra risposta;ma da traverso sprona Rabicano,e quanto può dagli altri si discosta,et a Ruggiero accenna con la mano.Fuor de la moltitudine in repostavalle si trasse, ov’era un piccol pianoch’in mezzo avea un boschetto di cipressiche parean d’una stampa tutti impressi.
42In quel boschetto era di bianchi marmifatta di nuovo un’alta sepoltura.Chi dentro giaccia, era con brevi carminotato a chi saperlo avesse cura.Ma quivi giunta Bradamante, parmiche giá non pose mente alla scrittura.Ruggier dietro il cavallo affretta e pungetanto, ch’al bosco e alla donzella giunge.
43Ma ritorniamo a Marfisa che s’erain questo mezzo in sul destrier rimessa,e venía per trovar quella guerrierache l’avea al primo scontro in terra messa:e la vide partir fuor de la schiera,e partir Ruggier vide e seguir essa;né si pensò che per amor seguisse,ma per finir con l’arme ingiurie e risse.
44Urta il cavallo, e vien dietro alla péstatanto, ch’a un tempo con lor quasi arriva.Quanto sua giunta ad ambi sia molesta,chi vive amando, il sa, senza ch’io ’l scriva.Ma Bradamante offesa piú ne resta,che colei vede, onde il suo mal deriva.Chi le può tor che non creda esser veroche l’amor ve la sproni di Ruggiero?
45E perfido Ruggier di nuovo chiama.— Non ti bastava, perfido (disse ella),che tua perfidia sapessi per fama,se non mi facevi anco veder quella?Di cacciarmi da te veggo c’hai brama:e per sbramar tua voglia iniqua e fella,io vo’ morir; ma sforzerommi ancorache muora meco chi è cagion ch’io mora. —
46Sdegnosa piú che vipera, si spicca,cosí dicendo, e va contra Marfisa;et allo scudo l’asta si le appicca,che la fa a dietro riversare in guisa,che quasi mezzo l’elmo in terra ficca;né si può dir che sia colta improvisa:anzi fa incontra ciò che far si puote;e pure in terra del capo percuote.
47La figliuola d’Amon, che vuol morireo dar morte a Marfisa, è in tanta rabbia,che non ha mente di nuovo a ferirecon l’asta, onde a gittar di nuovo l’abbia;ma le pensa dal busto dipartireil capo mezzo fitto ne la sabbia:getta da sé la lancia d’oro, e prendela spada, e del destrier subito scende.
48Ma tarda è la sua giunta; che si trovaMarfisa incontra, e di tanta ira piena(poi che s’ha vista alla seconda provacader sí facilmente su l’arena),che pregar nulla, e nulla gridar giovaa Ruggier che di questo avea gran pena:sí l’odio e l’ira le guerriere abbaglia,che fan da disperate la battaglia.
49A mezza spada vengono di botto;e per la gran superbia che l’ha accese,van pur inanzi, e si son giá sí sotto,ch’altro non puon che venire alle prese.Le spade, il cui bisogno era interrotto,lascian cadere, e cercan nuove offese.Priega Ruggiero e supplica amendue,ma poco frutto han le parole sue.
50Quando pur vede che ’l pregar non vale,di partirle per forza si dispone:leva di mano ad amendua il pugnale,et al piè d’un cipresso li ripone.Poi che ferro non han piú da far male,con prieghi e con minaccie s’interpone:ma tutto è invan; che la battaglia fannoa pugni e a calci, poi ch’altro non hanno.
51Ruggier non cessa: or l’una or l’altra prendeper le man, per le braccia, e la ritira;e tanto fa, che di Marfisa accendecontra di sé, quanto si può piú, l’ira.Quella che tutto il mondo vilipende,alla amicizia di Ruggier non mira.Poi che da Bradamante si distacca,corre alla spada, e con Ruggier s’attacca.
52— Tu fai da discortese e da villano,Ruggiero, a disturbar la pugna altrui;ma ti farò pentir con questa manoche vo’ che basti a vincervi ambedui. —Cerca Ruggier con parlar molto umanoMarfisa mitigar; ma contra luila trova in modo disdegnosa e fiera,ch’un perder tempo ogni parlar seco era.
53All’ultimo Ruggier la spada trasse,poi che l’ira anco lui fe’ rubicondo.Non credo che spettacolo mirasseAtene o Roma o luogo altro del mondo,che cosí a’ riguardanti dilettasse,come dilettò questo e fu giocondoalla gelosa Bradamante, quandoquesto le pose ogni sospetto in bando.
54La sua spada avea tolta ella di terra,e tratta s’era a riguardar da parte;e le parea veder che ’l dio di guerrafosse Ruggiero alla possanza e all’arte.Una furia infernal quando si sferrasembra Marfisa, se quel sembra Marte.Vero è ch’un pezzo il giovene gagliardodi non far il potere ebbe riguardo.
55Sapea ben la virtú de la sua spada;che tante esperïenze n’ha giá fatto.Ove giunge, convien che se ne vadal’incanto, o nulla giovi, e stia di piatto;sí che ritien che ’l colpo suo non cadadi taglio o punta, ma sempre di piatto.Ebbe a questo Ruggier lunga avvertenza:ma perdé pure un tratto la pazienza;
56perché Marfisa una percossa orrendagli mena per dividergli la testa.Leva lo scudo che ’l capo difendaRuggiero, e ’l colpo in su l’aquila pesta.Vieta lo ’ncanto che lo spezzi o fenda;ma di stordir non però il braccio resta:e s’avea altr’arme che quelle d’Ettorre,gli potea il fiero colpo il braccio tôrre:
57e saria sceso indi alla testa, dovedisegnò di ferir l’aspra donzella.Ruggiero il braccio manco a pena muove,a pena piú sostien l’aquila bella.Per questo ogni pietá da sé rimuove;par che negli occhi avampi una facella:e quanto può cacciar, caccia una punta.Marfisa, mal per te, se n’eri giunta!
58Io non vi so ben dir come si fosse:la spada andò a ferire in un cipresso,e un palmo e piú ne l’arbore cacciosse:in modo era piantato il luogo spesso.In quel momento il monte e il piano scosseun gran tremuoto; e si sentí con esso,da quell’avel ch’in mezzo il bosco siede,gran voce uscir, ch’ogni mortale eccede.
59Grida la voce orribile: — Non sialite tra voi: gli è ingiusto et inumanoch’alla sorella il fratel morte dia,o la sorella uccida il suo germano.Tu, mio Ruggiero, e tu, Marfisa mia,credete al mio parlar che non è vano:in un medesimo utero d’un semefoste concetti, e usciste al mondo insieme.
60Concetti foste da Ruggier secondo:vi fu Galacïella genitrice,i cui fratelli avendole dal mondocacciato il genitor vostro infelice,senza guardar ch’avesse in corpo il pondodi voi, ch’usciste pur di lor radice,la fêr, perché s’avesse ad affogare,s’un debol legno porre in mezzo al mare.
61Ma Fortuna che voi, ben che non nati,avea giá eletti a glorïose imprese,fece che ’l legno ai liti inabitatisopra le Sirti a salvamento scese;ove, poi che nel mondo v’ebbe dati,l’anima eletta al paradiso ascese.Come Dio volse e fu vostro destino,a questo caso io mi trovai vicino.
62Diedi alla madre sepoltura onesta,qual potea darsi in sí deserta arena;e voi teneri avolti ne la vestameco portai sul monte di Carena;e mansueta uscir de la forestafeci e lasciare i figli una leena,de le cui poppe dieci mesi e dieciambi nutrir con molto studio feci.
63Un giorno che d’andar per la contradae da la stanza allontanar m’occorse,vi sopravenne a caso una masnadad’Arabi (e ricordarvene de’ forse),che te, Marfisa, tolser ne la strada;ma non potêr Ruggier, che meglio corse.Restai de la tua perdita dolente,e di Ruggier guardian piú diligente.
64Ruggier, se ti guardò, mentre che visse,il tuo maestro Atlante, tu lo sai.Di te senti’ predir le stelle fisse,che tra’ cristiani a tradigion morrai;e perché il male influsso non seguisse,tenertene lontan m’affaticai:né ostare al fin potendo alla tua voglia,infermo caddi, e mi mori’ di doglia.
65Ma inanzi a morte, qui dove previdiche con Marfisa aver pugna dovevi,feci raccor con infernal sussidia formar questa tomba i sassi grevi;et a Caron dissi con alti gridi:— Dopo morte non vo’ lo spirto levidi questo bosco, fin che non ci giugnaRuggier con la sorella per far pugna. —
66Cosí lo spirto mio per le belle ombreha molti dí aspettato il venir vostro:sí che mai gelosia piú non t’ingombre,o Bradamante, ch’ami Ruggier nostro.Ma tempo è ormai che de la luce io sgombre,e mi conduca al tenebroso chiostro. —Qui si tacque; e a Marfisa et alla figliad’Amon lasciò e a Ruggier gran maraviglia.
67Riconosce Marfisa per sorellaRuggier con molto gaudio, et ella lui;e ad abbracciarsi, senza offender quellache per Ruggiero ardea, vanno ambidui:e ramentando de l’etá novellaalcune cose: i’ feci, io dissi, io fui;vengon trovando con piú certo effetto,tutto esser ver quel c’ha lo spirto detto.
68Ruggiero alla sorella non ascosequanto avea nel cor fissa Bradamante;e narrò con parole affettuosede le obligazïon che le avea tante:e non cessò, ch’in grand amor composele discordie ch’insieme ebbono avante;e fe’, per segno di pacificarsi,ch’umanamente andaro ad abbracciarsi.
69A domandar poi ritornò Marfisachi stato fosse, e di che gente il padre;e chi l’avesse morto, et a che guisa,s’in campo chiuso o fra l’armate squadre;e chi commesso avea che fosse uccisadal mar atroce la misera madre:che se giá l’avea udito da fanciulla,or ne tenea poca memoria o nulla.
70Ruggiero incominciò, che da’ Troianiper la linea d’Ettòre erano scesi;che poi che Astïanatte de le manicampò d’Ulisse e da li aguati tesi,avendo un de’ fanciulli coetaniper lui lasciato, uscí di quei paesi;e dopo un lungo errar per la marina,venne in Sicilia e dominò Messina.
71— I descendenti suoi di qua dal Farosignoreggiâr de la Calabria parte;e dopo piú successioni andaroad abitar ne la cittá di Marte.Piú d’uno imperatore e re preclarofu di quel sangue in Roma e in altra parte,cominciando a Costante e a Costantino,sino a re Carlo figlio de Pipino.
72Fu Ruggier primo e Gianbaron di questi,Buovo, Rambaldo, al fin Ruggier secondo,che fe’, come d’Atlante udir potesti,di nostra madre l’utero fecondo.De la progenie nostra i chiari gestiper l’istorie vedrai celebri al mondo. —Seguí poi, come venne il re Agolantecon Almonte e col padre d’Agramante;
73e come menò seco una donzellach’era sua figlia, tanto valorosa,che molti paladin gittò di sella;e di Ruggiero al fin venne amorosa,e per suo amor del padre fu ribella,e battezzossi, e diventògli sposa.Narrò come Beltramo traditoreper la cognata arse d’incesto amore:
74e che la patria e ’l padre e duo fratellitradí, cosí sperando acquistar lei;aperse Risa agli nimici, e quellifêr di lor tutti i portamenti rei;come Agolante e i figli iniqui e felliposer Galacïella, che di seimesi era grave, in mar senza governo,quando fu tempestoso al maggior verno.
75Stava Marfisa con serena frontefisa al parlar che ’l suo german facea;et esser scesa da la bella fontech’avea sí chiari rivi, si godea.Quinci Mongrana e quindi Chiaramontele due progenie derivar sapea,ch’al mondo fur molti e molt’anni e lustrisplendide, e senza par d’uomini illustri.
76Poi che ’l fratello al fin le venne a direche ’l padre d’Agramante e l’avo e ’l zioRuggiero a tradigion feron morire,e posero la moglie a caso rio;non lo poté piú la sorella udire,che lo ’nterroppe, e disse: — Fratel mio(salva tua grazia), avuto hai troppo tortoa non ti vendicar del padre morto.
77Se in Almonte e in Troian non ti poteviinsanguinar, ch’erano morti inante,dei figli vendicar tu ti dovevi.Perché, vivendo tu, vive Agramante?Questa è una macchia che mai non ti levidal viso; poi che dopo offese tantenon pur posto non hai questo re a morte,ma vivi al soldo suo ne la sua corte.
78Io fo ben voto a Dio (ch’adorar voglioCristo Dio vero, ch’adorò mio padre)che di questa armatura non mi spoglio,fin che Ruggier non vendico e mia madre.E vo’ dolermi, e fin ora mi doglio,di te, se piú ti veggo fra le squadredel re Agramante o d’altro signor Moro,se non col ferro in man per danno loro. —
79Oh come a quel parlar leva la facciala bella Bradamante, e ne gioisce!E conforta Ruggier che cosí facciacome Marfisa sua ben l’ammonisce;e venga a Carlo, e conoscer si faccia,che tanto onora, lauda e riveriscedel suo padre Ruggier la chiara fama,ch’ancor guerrier senza alcun par lo chiama.
80Ruggiero accortamente le risposeche da principio questo far dovea;ma per non bene aver note le cose,come ebbe poi, tardato troppo avea.Ora, essendo Agramante che gli posela spada al fianco, farebbe opra readandogli morte, e saria traditore;che giá tolto l’avea per suo signore.
81Ben, come a Bradamante giá promesse,promettea a lei di tentare ogni via,tanto ch’occasïone, onde potesselevarsi con suo onor, nascer faria.E se giá fatto non l’avea, non dessela colpa a lui, ma ’l re di Tartaria,dal qual ne la battaglia che seco ebbe,lasciato fu, come saper si debbe.
82Et ella ch’ogni dí gli venía al letto,buon testimon, quanto alcun altro, n’era.Fu sopra questo assai risposto e dettoda l’una e da l’altra inclita guerriera.L’ultima conclusion, l’ultimo effettoè che Ruggier ritorni alla bandieradel suo signor, fin che cagion gli accada,che giustamente a Carlo se ne vada.
83— Lascialo pur andar (dicea Marfisaa Bradamante), e non aver timore:fra pochi giorni io farò bene in guisache non gli fia Agramante piú signore. —Cosí dice ella, né però devisaquanto di voler fare abbia nel core.Tolta da lor licenzia, al fin Ruggieroper tornare al suo re volgea il destriero;
84quando un pianto s’udi da le vicinevalli sonar, che li fe’ tutti attenti.A quella voce fan l’orecchie chine,che di femina par che si lamenti.Ma voglio questo canto abbia qui fine,e di quel che voglio io, siate contenti;che miglior cose vi prometto dire,s’all’altro canto mi verrete a udire.