Libri di dominio pubblico

Orlando furioso

Canto 37

976 versicirca 62 minuti

1Se, come in acquistar qualch’altro donoche senza industria non può dar Natura,affaticate notte e dí si sonocon somma diligenzia e lunga curale valorose donne, e se con buonosuccesso n’è uscit’opra non oscura;cosí si fosson poste a quelli studich’immortal fanno le mortal virtudi;
2e che per sé medesime potutoavesson dar memoria alle sue lode,non mendicar dagli scrittori aiuto,ai quali astio et invidia il cor si rode,che ’l ben che ne puon dir, spesso è taciuto,e ’l mal, quanto ne san, per tutto s’ode;tanto il lor nome sorgeria, che forseviril fama a tal grado unqua non sorse.
3Non basta a molti di prestarsi l’oprain far l’un l’altro glorïoso al mondo,ch’anco studian di far che si discuopraciò che le donne hanno fra lor d’immondo.Non le vorrian lasciar venir di sopra,e quanto puon, fan per cacciarle al fondo:dico gli antiqui; quasi l’onor debbiad’esse il lor oscurar, come il sol nebbia.
4Ma non ebbe e non ha mano né lingua,formando in voce o discrivendo in carte(quantunque il mal, quanto può, accresce e impingua,e minuendo il ben va con ogni arte),poter però, che de le donne estinguala gloria sí, che non ne resti parte;ma non giá tal, che presso al segno giunga,né ch’anco se gli accosti di gran lunga:
5ch’Arpalice non fu, non fu Tomiri,non fu chi Turno, non chi Ettor soccorse;non chi seguita da Sidonii e Tiriandò per lungo mare in Libia a porse;non Zenobia, non quella che gli Assiri,i Persi e gl’Indi con vittoria scórse:non fur queste e poch’altre degne sole,di cui per arme eterna fama vole.
6E di fedeli e caste e saggie e fortistato ne son, non pur in Grecia e in Roma,ma in ogni parte ove fra gl’Indi e gli Ortide le Esperide il Sol spiega la chioma:de le quai sono i pregi agli onor morti,sí ch’a pena di mille una si noma;e questo, perché avuto hanno ai lor tempigli scrittori bugiardi, invidi et empi.
7Non restate però, donne, a cui giovail bene oprar, di seguir vostra via;né da vostra alta impresa vi rimuovatema che degno onor non vi si dia:che, come cosa buona non si trovache duri sempre, cosí ancor né ria.Se le carte sin qui state e gl’inchiostriper voi non sono, or sono a’ tempi nostri.
8Dianzi Marullo et il Pontan per vuisono, e duo Strozzi il padre, e ’l figlio, stati:c’è il Bembo, c’è il Capel, c’è chi, qual luivediamo, ha tali i cortigian formati:c’è un Luigi Alaman: ce ne son dui,di par da Marte e da le Muse amati,ambi del sangue che regge la terrache ’l Menzo fende e d’alti stagni serra.
9Di questi l’uno, oltre che ’l proprio instintoad onorarvi e a riverirvi inchina,e far Parnasso risonare e Cintodi vostra laude, e porla al ciel vicina;l’amor, la fede, il saldo e non mai vintoper minacciar di strazii e di ruina,animo ch’Issabella gli ha dimostro,lo fa, assai piú che di se stesso, vostro:
10sí che non è per mai trovarsi stancodi farvi onor nei suoi vivaci carmi:e s’altri vi dá biasmo, non è ch’ancosia piú pronto di lui per pigliar l’armi:e non ha il mondo cavallier che mancola vita sua per la virtú rispiarmi.Dá insieme egli materia ond’altri scriva,e fa la gloria altrui, scrivendo, viva.
11Et è ben degno che sí ricca donna,ricca di tutto quel valor che possaesser fra quante al mondo portin gonna,mai non si sia di sua constanzia mossa;e sia stata per lui vera colonna,sprezzando di Fortuna ogni percossa:di lei degno egli, e degna ella di lui;né meglio s’accoppiaro unque altri dui.
12Nuovi trofei pon su la riva d’Oglio;ch’in mezzo a ferri, a fuochi, a navi, a ruoteha sparso alcun tanto ben scritto foglio,che ’l vicin fiume invidia aver gli puote.Appresso a questo un Ercol Bentivogliofa chiaro il vostro onor con chiare note,e Renato Trivulcio, e ’l mio Guidetto,e ’l Molza, a dir di voi da Febo eletto.
13C’è ’l duca de’ Carnuti Ercol, figliuolodel duca mio, che spiega l’ali comecanoro cigno, e va cantando a volo,e fin al cielo udir fa il vostro nome.C’è il mio signor del Vasto, a cui non solodi dare a mille Atene e a mille Romedi sé materia basta, ch’anco accennavolervi eterne far con la sua penna.
14Et oltre a questi et altri ch’oggi avete,che v’hanno dato gloria e ve la danno,voi per voi stesse dar ve la potete;poi che molte, lasciando l’ago e ’l panno,son con le Muse a spegnersi la seteal fonte d’Aganippe andate, e vanno;e ne ritornan tai, che l’opra vostraè piú bisogno a noi, ch’a voi la nostra.
15Se chi sian queste, e di ciascuna vogliorender buon conto, e degno pregio darle,bisognerá ch’io verghi piú d’un foglio,e ch’oggi il canto mio d’altro non parle:e s’a lodarne cinque o sei ne toglio,io potrei l’altre offendere e sdegnarle.Che farò dunque? Ho da tacer d’ognuna,o pur fra tante sceglierne sol una?
16Sceglieronne una; e sceglierolla tale,che superato avrá l’invidia in modo,che nessun’altra potrá avere a male,se l’altre taccio, e se lei sola lodo.Quest’una ha non pur sé fatta immortalecol dolce stil di che il meglior non odo;ma può qualunque di cui parli o scriva,trar del sepolcro, e far ch’eterno viva.
17Come Febo la candida sorellafa piú di luce adorna, e piú la mira,che Venere o che Maia o ch’altra stellache va col cielo o che da sé si gira:cosí facundia, piú ch’all’altre, a quelladi ch’io vi parlo, e piú dolcezza spira;e dá tal forza all’alte sue parole,ch’orna a’ dí nostri il ciel d’un altro sole.
18Vittoria è ’l nome; e ben conviensi a natafra le vittorie, et a chi, o vada o stanzi,di trofei sempre e di trionfi ornata,la vittoria abbia seco, o dietro o inanzi.Questa è un’altra Artemisia, che lodatafu di pietá verso il suo Mausolo; anzitanto maggior, quanto è piú assai bell’opra,che por sotterra un uom, trarlo di sopra.
19Se Laodamía, se la moglier di Bruto,s’Arria, s’Argia, s’Evadne, e s’altre moltemeritâr laude per aver voluto,morti i mariti, esser con lor sepolte;quanto onore a Vittoria è piú dovuto,che di Lete e del rio che nove voltel’ombre circonda, ha tratto il suo consorte,mal grado de le Parche e de la Morte!
20S’al fiero Achille invidia de la chiarameonia tromba il Macedonico ebbe,quanto, invitto Francesco di Pescara,maggiore a te, se vivesse or, l’avrebbe!che sí casta mogliere e a te sí caracanti l’eterno onor che ti si debbe,e che per lei sí ’l nome tuo rimbombe,che da bramar non hai piú chiare trombe.
21Se quanto dir se ne potrebbe, o quantoio n’ho desir, volessi porre in carte,ne direi lungamente; ma non tanto,ch’a dir non ne restasse anco gran parte:e di Marfisa e dei compagni intantola bella istoria rimarria da parte,la quale io vi promisi di seguire,s’in questo canto mi verreste a udire.
22Ora essendo voi qui per ascoltarmi,et io per non mancar de la promessa,serberò a maggior ozio di provarmich’ogni laude di lei sia da me espressa;non perch’io creda bisognar miei carmia chi se ne fa copia da se stessa;ma sol per satisfare a questo mio,c’ho d’onoraria e di lodar, disio.
23Donne, io conchiudo in somma, ch’ogni etatemolte ha di voi degne d’istoria avute;ma per invidia di scrittori statenon sète dopo morte conosciute:il che piú non sará, poi che voi fateper voi stesse immortal vostra virtute.Se far le due cognate sapean questo,si sapria meglio ogni lor degno gesto.
24Di Bradamante e di Marfisa dico,le cui vittorïose inclite provedi ritornare in luce m’affatico;ma de le diece mancanmi le nove.Queste ch’io so, ben volentieri esplico;sí perché ogni bell’opra si de’, doveocculta sia, scoprir, sí perché bramoa voi, donne, aggradir, ch’onoro et amo.
25Stava Ruggier, com’io vi dissi, in attodi partirsi, et avea commiato preso,e dall’arbore il brando giá ritratto,che, come dianzi, non gli fu conteso;quando un gran pianto, che non lungo trattoera lontan, lo fe’ restar sospeso;e con le donne a quella via si mosse,per aiutar, dove bisogno fosse.
26Spingonsi inanzi, e via piú chiaro il suon neviene, e via piú son le parole intese.Giunti ne la vallea, trovan tre donneche fan quel duolo, assai strane in arnese;che fin all’ombilico ha lor le gonnescorciate non so chi poco cortese:e per non saper meglio elle celarsi,sedeano in terra, e non ardian levarsi.
27Come quel figlio di Vulcan, che vennefuor de la polve senza madre in vita,e Pallade nutrir fe’ con solennecura d’Aglauro, al veder troppo ardita,sedendo, ascosi i brutti piedi tennesu la quadriga da lui prima ordita;cosí quelle tre giovani le cosesecrete lor tenean, sedendo, ascose.
28Lo spettacolo enorme e disonestol’una e l’altra magnanima guerrierafe’ del color che nei giardin di Pestoesser la rosa suol da primavera.Riguardò Bradamante, e manifestotosto le fu ch’Ullania una d’esse era,Ullania che da l’Isola Perdutain Francia messaggiera era venuta:
29e riconobbe non men l’altre due;che dove vide lei, vide esse ancora.Ma se n’andaron le parole suea quella de le tre ch’ella piú onora;e le domanda chi sí iniquo fue,e sí di legge e di costumi fuora,che quei segreti agli occhi altrui riveli,che, quanto può, par che Natura celi.
30Ullania che conosce Bradamante,non meno ch’alle insegne, alla favella,esser colei che pochi giorni inanteavea gittati i tre guerrier di sella,narra che ad un castel poco distanteuna ria gente e di pietá ribella,oltre all’ingiuria di scorciarle i panni,l’avea battuta e fattol’altri danni.
31Né le sa dir che de lo scudo sia,né dei tre re che per tanti paesifatto le avean sí lunga compagnia:non sa se morti, o sian restati presi;e dice c’ha pigliata questa via,ancor ch’andare a piè molto le pesi,per richiamarsi de l’oltraggio a Carlo,sperando che non sia per tolerarlo.
32Alle guerriere et a Ruggier, che menonon han pietosi i cor, ch’audaci e forti,de’ bei visi turbò l’aer serenol’udire, e piú il veder sí gravi torti:et oblïando ogn’altro affar che avieno,e senza che li prieghi o che gli esortila donna afflitta a far la sua vendetta,piglian la via verso quel luogo in fretta.
33Di commune parer le sopraveste,mosse da gran bontá, s’aveano tratte,ch’a ricoprir le parti meno onestedi quelle sventurate assai furo atte.Bradamante non vuol ch’Ullania pestele strade a piè, ch’avea a piede anco fatte,e se la leva in groppa del destriero;l’altra Marfisa, l’altra il buon Ruggiero.
34Ullania a Bradamante che la porta,mostra la via che va al castel piú dritta:Bradamante all’incontro lei conforta,che la vendicherá di chi l’ha afflitta.Lascian la valle, e per via lunga e tortasagliono un colle or a man manca or ritta;e prima il sol fu dentro il mare ascoso,che volesser tra via prender riposo.
35Trovaro una villetta che la schenad’un erto colle, aspro a salir, tenea;ove ebbon buono albergo e buona cena,quale avere in quel loco si potea.Si mirano d’intorno, e quivi pienaogni parte di donne si vedea,quai giovani, quai vecchie; e in tanto stuolofaccia non v’apparia d’un uomo solo.
36Non piú a Iason di maraviglia denno,né agli Argonauti che venian con lui,le donne che i mariti morir fennoe i figli e i padri coi fratelli sui,sí che per tutta l’isola di Lennodi viril faccia non si vider dui;che Ruggier quivi, e chi con Ruggier eramaraviglia ebbe all’alloggiar la sera.
37Fêro ad Ullania et alle damigelleche venivan con lei, le due guerrierela sera proveder di tre gonnelle,se non cosí polite, almeno intere.A sé chiama Ruggiero una di quelledonne ch’abitan quivi, e vuol sapereove gli uomini sian, ch’un non ne vede;et ella a lui questa risposta diede:
38— Questa che forse è maraviglia a voi,che tante donne senza uomini siamo,è grave e intolerabil pena a noi,che qui bandite misere viviamo.E perché il duro esilio piú ci annoi,padri, figli e mariti, che sí amiamo,aspro e lungo divorzio da noi fanno,come piace al crudel nostro tiranno.
39Da le sue terre, le quai son vicinea noi due leghe, e dove noi sián nate,qui ci ha mandato il barbaro in confine,prima di mille scorni ingiurïate;et ha gli uomini nostri e noi meschinedi morte e d’ogni strazio minacciate,se quelli a noi verranno, o gli fia dettoche noi dián lor, venendoci, ricetto.
40Nimico è sí costui del nostro nome,che non ci vuol, piú ch’io vi dico, appresso,né ch’a noi venga alcun de’ nostri, comel’odor l’ammorbi del femineo sesso.Giá due volte l’onor de le lor chiomes’hanno spogliato gli alberi e rimesso,da indi in qua che ’l rio signor vaneggiain furor tanto: e non è chi ’l correggia;
41che ’l populo ha di lui quella paurache maggior aver può l’uom de la morte;ch’aggiunto al mal voler gli ha la naturauna possanza fuor d’umana sorte.Il corpo suo di gigantea staturaè piú, che di cent’altri insieme, forte.Né pur a noi sue suddite è molesto,ma fa alle strane ancor peggio di questo.
42Se l’onor vostro, e questre tre vi sonopunto care, ch’avete in compagnia,piú vi sará sicuro, utile e buononon gir piú inanzi, e trovar altra via.Questa al castel de l’uom di ch’io ragiono,a provar mena la costuma riache v’ha posta il crudel con scorno e dannodi donne e di guerrier che di lá vanno.
43Marganor il fellon (cosí si chiamail signore, il tiran di quel castello),del qual Nerone, o s’altri è ch’abbia famadi crudeltá, non fu piú iniquo e fello,il sangue uman, ma ’l feminil piú brama,che ’l lupo non lo brama de l’agnello.Fa con onta scacciar le donne tutteda lor ria sorte a quel castel condutte. —
44Perché quell’empio in tal furor venisse,volson le donne intendere e Ruggiero:pregar colei, ch’in cortesia seguisse,anzi che cominciasse il conto intero.— Fu il signor del castel (la donna disse)sempre crudel, sempre inumano e fiero;ma tenne un tempo il cor maligno ascosto,né si lasciò conoscer cosí tosto:
45che mentre duo suoi figli erano vivi,molto diversi dai paterni stili,ch’amavan forestieri, et eran schividi crudeltade e degli altri atti vili;quivi le cortesie fiorivan, quivii bei costumi e l’opere gentili:che ’l padre mai, quantunque avaro fosse,da quel che lor piacea non li rimosse.
46Le donne e i cavallier che questa viafacean talor, venian sí ben raccolti,che si partian de l’alta cortesiadei duo germani inamorati molti.Amendui questi di cavalleriaparimente i santi ordini avean tolti:Cilandro l’un, l’altro Tanacro detto,gagliardi, arditi e di reale aspetto.
47Et eran veramente, e sarian statisempre di laude degni e d’ogni onore,s’in preda non si fossino sí datia quel desir che nominiamo amore;per cui dal buon sentier fur travïatial labirinto et al camin d’errore;e ciò che mai di buono aveano fatto,restò contaminato e brutto a un tratto.
48Capitò quivi un cavallier di cortedel greco imperator, che seco aveauna sua donna di maniere accorte,bella quanto bramar piú si potea.Cilandro in lei s’inamorò sí forte,che morir, non l’avendo, gli parea:gli parea che dovesse, alla partitadi lei, partire insieme la sua vita.
49E perché i prieghi non v’avriano loco,di volerla per forza si dispose.Armossi, e dal castel lontano un poco,ove passar dovean, cheto s’ascose.L’usata audacia e l’amoroso fuoconon gli lasciò pensar troppo le cose:sí che vedendo il cavallier venire,l’andò lancia per lancia ad assalire.
50Al primo incontro credea porlo in terra,portar la donna e la vittoria indietro;ma ’l cavallier, che mastro era di guerra,l’osbergo gli spezzò come di vetro.Venne la nuova al padre ne la terra,che lo fe’ riportar sopra un ferètro;e ritrovandol morto, con gran piantogli diè sepulcro agli antiqui avi a canto.
51Né piú però né manco si contesel’albergo e l’accoglienza a questo e a quello,perché non men Tanacro era cortese,né meno era gentil di suo fratello.L’anno medesmo di lontan paesecon la moglie un baron venne al castello,a maraviglia egli gagliardo, et ella,quanto si possa dir, leggiadra e bella;
52né men che bella, onesta e valorosa,e degna veramente d’ogni loda:il cavallier, di stirpe generosa,di tanto ardir, quanto piú d’altri s’oda.E ben conviensi a tal valor, che cosadi tanto prezzo e sí eccellente goda.Olindro il cavallier da Lungavilla,la donna nominata era Drusilla.
53Non men di questa il giovene Tanacroarse, che ’l suo fratel di quella ardesse,che gli fe’ gustar fine acerbo et acrodel desiderio ingiusto ch’in lei messe.Non men di lui di vïolar del sacroe santo ospizio ogni ragione ellesse,piú tosto che patir che ’l duro e fortenuovo desir lo conducesse a morte.
54Ma perch’avea dinanzi agli occhi il temadel suo fratel che n’era stato morto,pensa di torla in guisa, che non temach’Olindro s’abbia a vendicar del torto.Tosto s’estingue in lui, non pur si scemaquella virtú su che solea star sorto;che non lo sommergean dei vizii l’acque,de le quai sempre al fondo il padre giacque.
55Con gran silenzio fece quella notteseco raccor da vent’uomini armati;e lontan dal castel, fra certe grotteche si trovan tra via, messe gli aguati.Quivi ad Olindro il dí le strade rotte,e chiusi i passi fur da tutti i lati;e ben che fe’ lunga difesa e molta,pur la moglie e la vita gli fu tolta.
56Ucciso Olindro, ne menò captivala bella donna, addolorata in guisa,ch’a patto alcun restar non volea viva,e di grazia chiedea d’essere uccisa.Per morir si gittò giú d’una rivache vi trovò sopra un vallone assisa;e non poté morir, ma con la testarotta rimase, e tutta fiacca e pesta.
57Altrimente Tanacro riportarlaa casa non poté che s’una bara.Fece con diligenzia medicarla;che perder non volea preda sí cara.E mentre che s’indugia a risanarla,di celebrar le nozze si prepara:ch’aver sí bella donna e sí pudicadebbe nome di moglie, e non d’amica.
58Non pensa altro Tanacro, altro non brama,d’altro non cura, e d’altro mai non parla.Si vede averla offesa, e se ne chiamain colpa, e ciò che può, fa d’emendarla.Ma tutto è invano: quanto egli piú l’ama,quanto piú s’affatica di placarla,tant’ella odia piú lui, tanto è piú forte,tanto è piú ferma in voler porlo a morte.
59Ma non però quest’odio cosí ammorzala conoscenza in lei, che non comprendache, se vuol far quanto disegna, è forzache simuli, et occulte insidie tenda;e che ’l desir sotto contraria scorza(il quale è sol come Tanacro offenda)veder gli faccia; e che si mostri toltadal primo amore, e tutto a lui rivolta.
60Simula il viso pace; ma vendettachiama il cor dentro, e ad altro non attende.Molte cose rivolge, alcune accetta,altre ne lascia, et altre in dubbio appende.Le par che quando essa a morir si metta,avrá il suo intento; e quivi al fin s’apprende.E dove meglio può morire, o quando,che ’l suo caro marito vendicando?
61Ella si mostra tutta lieta, e fingedi queste nozze aver sommo disio;e ciò che può indugiarle, a dietro spinge,non ch’ella mostri averne il cor restio.Piú de l’altre s’adorna e si dipinge:Olindro al tutto par messo in oblio.Ma che sian fatte queste nozze vuole,come ne la sua patria far si suole.
62Non era però ver che questa usanzache dir volea, ne la sua patria fosse:ma, perché in lei pensier mai non avanza,che spender possa altrove, imaginosseuna bugia, la qual le diè speranzadi far morir chi ’l suo signor percosse:e disse di voler le nozze a guisade la sua patria, e ’l modo gli devisa.
63— La vedovella che marito prende,deve, prima (dicea) ch’a lui s’appresse,placar l’alma del morto ch’ella offende,facendo celebrargli offici e messe,in remission de le passate mende,nel tempio ove di quel son l’ossa messe;e dato fin ch’al sacrificio sia,alla sposa l’annel lo sposo dia:
64ma ch’abbia in questo mezzo il sacerdotesul vino ivi portato a tale effettoapproprïate orazïon devote,sempre il liquor benedicendo, detto;indi che ’l fiasco in una coppa vòte,e dia alli sposi il vino benedetto:ma portare alla sposa il vino tocca,et esser prima a porvi su la bocca. —
65Tanacro, che non mira quanto importech’ella le nozze alla sua usanza faccia,le dice: — Pur che ’l termine si scorted’essere insieme, in questo si compiaccia. —Né s’avede il meschin ch’essa la morted’Olindro vendicar cosí procaccia,e sí la voglia ha in uno oggetto intensa,che sol di quello, e mai d’altro non pensa.
66Avea seco Drusilla una sua vecchia,che seco presa, seco era rimasa.A sé chiamolla, e le disse all’orecchia,sí che non poté udire uomo di casa:— Un subitano tòsco m’apparecchia,qual so che sai comporre, e me lo invasa;c’ho trovato la via di vita tôrreil traditor figliuol di Marganorre.
67E me so come, e te salvar non meno:ma diferisco a dirtelo piú ad agio. —Andò la vecchia, e apparecchiò il veneno,et acconciollo, e ritornò al palagio.Di vin dolce di Candia un fiasco pienotrovò da por con quel succo malvagio,e lo serbò pel giorno de le nozze;ch’omai tutte l’indugie erano mozze.
68Lo statuito giorno al tempio venne,di gemme ornata e di leggiadre gonne,ove d’Olindro, come gli convenne,fatto avea l’arca alzar su due colonne.Quivi l’officio si cantò solenne:trasseno a udirlo tutti, uomini e donne;e lieto Marganor piú de l’usato,venne col figlio e con gli amici a lato.
69Tosto ch’al fin le sante esequie fôro,e fu col tòsco il vino benedetto,il sacerdote in una coppa d’orolo versò, come avea Drusilla detto.Ella ne bebbe quanto al suo decorosi conveniva, e potea far l’effetto:poi diè allo sposo con viso giocondoil nappo; e quel gli fe’ apparire il fondo.
70Renduto il nappo al sacerdote, lietoper abbracciar Drusilla apre le braccia.Or quivi il dolce stile e mansuetoin lei si cangia e quella gran bonaccia.Lo spinge a dietro, e gli ne fa divieto,e par ch’arda negli occhi e ne la faccia;e con voce terribile e incompostagli grida: — Traditor, da me ti scosta!
71Tu dunque avrai da me solazzo e gioia,io lagrime da te, martíri e guai?Io vo’ per le mie man ch’ora tu muoia:questo è stato venen, se tu nol sai.Ben mi duol c’hai troppo onorato boia,che troppo lieve e facil morte fai;che mani e pene io non so sí nefande,che fosson pari al tuo peccato grande.
72Mi duol di non vedere in questa morteil sacrificio mio tutto perfetto:che s’io ’l poteva far di quella sortech’era il disio, non avria alcun difetto.Di ciò mi scusi il dolce mio consorte:riguardi al buon volere, e l’abbia accetto;che non potendo come avrei voluto,io t’ho fatto morir come ho potuto.
73E la punizïon che qui, secondoil desiderio mio, non posso darti,spero l’anima tua ne l’altro mondoveder patire; et io starò a mirarti. —Poi disse, alzando con viso giocondoi turbidi occhi alle superne parti:— Questa vittima, Olindro, in tua vendettacol buon voler de la tua moglie accetta;
74et impetra per me dal Signor nostrograzia, ch’in paradiso oggi io sia teco.Se ti dirá che senza merto al vostroregno anima non vien, di’ ch’io l’ho meco;che di questo empio e scelerato mostrole spoglie opime al santo tempio arreco.E che merti esser puon maggior di questi,spenger sí brutte e abominose pesti? —
75Finí il parlare insieme con la vita;e morta anco parea lieta nel voltod’aver la crudeltá cosí punitadi chi il caro marito le avea tolto.Non so se prevenuta, o se seguitafu da lo spirto di Tanacro sciolto:fu prevenuta, credo; ch’effetto ebbeprima il veneno in lui, perché piú bebbe.
76Marganor che cader vede il figliuolo,e poi restar ne le sue braccia estinto,fu per morir con lui, dal grave duoloch’alla sprovista lo trafisse, vinto.Duo n’ebbe un tempo, or si ritrova solo:due femine a quel termine l’han spinto.La morte a l’un da l’una fu causata;e l’altra all’altro di sua man l’ha data.
77Amor, pietá, sdegno, dolore et ira,disio di morte e di vendetta insiemequell’infelice et orbo padre aggira,che, come il mar che turbi il vento, freme.Per vendicarsi va a Drusilla, e mirache di sua vita ha chiuse l’ore estreme;e come il punge e sferza l’odio ardente,cerca offendere il corpo che non sente.
78Qual serpe che ne l’asta ch’alla sabbiala tenga fissa, indarno i denti metta;o qual mastin ch’al ciottolo che gli abbiagittato il vïandante, corra in fretta,e morda invano con stizza e con rabbia,né se ne voglia andar senza vendetta:tal Marganor d’ogni mastin, d’ogni anguevia piú crudel, fa contra il corpo esangue.
79E poi che per stracciarlo e farne scempionon si sfoga il fellon né disacerba,vien fra le donne di che è pieno il tempio,né piú l’una de l’altra ci riserba;ma di noi fa col brando crudo et empioquel che fa con la falce il villan d’erba.Non vi fu alcun ripar, ch’in un momentotrenta n’uccise, e ne ferí ben cento.
80Egli da la sua gente è sí temuto,ch’uomo non fu ch’ardisse alzar la testa.Fuggon le donne col popul minutofuor de la chiesa, e chi può uscir, non resta.Quel pazzo impeto al fin fu ritenutodagli amici con prieghi e forza onesta,e lasciando ogni cosa in pianto al basso,fatto entrar ne la ròcca in cima al sasso.
81E tuttavia la colera durando,di cacciar tutte per partito prese;poi che gli amici e ’l populo pregando,che non ci uccise a fatto, gli contese:e quel medesmo dí fe’ andare un bando,che tutte gli sgombrassimo il paese;e darci qui gli piacque le confine.Misera chi al castel piú s’avvicine!
82Da le mogli cosí furo i mariti,da le madri cosí i figli divisi.S’alcuni sono a noi venire arditi,nol sappia giá chi Marganor n’avisi;che di multe gravissime punitin’ha molti, e molti crudelmente uccisi.Al suo castello ha poi fatto una legge,di cui peggior non s’ode né si legge.
83Ogni donna che trovin ne la valle,la legge vuol (ch’alcuna pur vi cade)che percuotan con vimini alle spalle,e la faccian sgombrar queste contrade:ma scorciar prima i panni, e mostrar fállequel che Natura asconde et Onestade;e s’alcuna vi va, ch’armata scortaabbia di cavallier, vi resta morta.
84Quelle c’hanno per scorta cavallieri,son da questo nimico di pietate,come vittime, tratte ai cimiteridei morti figli, e di sua man scannate.Leva con ignominia arme e destrieri,e poi caccia in prigion chi l’ha guidate:e lo può far; che sempre notte e giornosi trova piú di mille uomini intorno.
84E dir di piú vi voglio ancora, ch’esso,s’alcun ne lascia, vuol che prima giurisu l’ostia sacra, che ’l femineo sessoin odio avrá fin che la vita duri.Se perder queste donne e voi appressodunque vi pare, ite a veder quei muriove alberga il fellone, e fate provas’in lui piú forza o crudeltá si trova. —
86Cosí dicendo, le guerriere mosseprima a pietade, e poscia a tanto sdegno,che se, come era notte, giorno fosse,sarian corse al castel senza ritegno.La bella compagnia quivi pososse;e tosto che l’Aurora fece segnoche dar dovesse al Sol loco ogni stella,ripigliò l’arme e si rimesse in sella.
87Giá sendo in atto di partir, s’udirole strade risonar dietro le spalled’un lungo calpestio, che gli occhi in girofece a tutti voltar giú ne la valle.E lungi quanto esser potrebbe un tirodi mano, andar per uno istretto callevider da forse venti armati in schiera,di che parte in arcion, parte a pied’era;
88e che traean con lor sopra un cavallodonna ch’al viso aver parea molt’anni,a guisa che si mena un che per falloa fuoco o a ceppo o a laccio si condanni:la qual fu, non ostante l’intervallo,tosto riconosciuta al viso e ai panni.La riconobber queste de la villaesser la cameriera di Drusilla:
89la cameriera che con lei fu presadal rapace Tanacro, come ho detto,et a chi fu dipoi data l’impresadi quel venen che fe’ ’l crudele effetto.Non era entrata ella con l’altre in chiesa;che di quel che seguí stava in sospetto:anzi in quel tempo, de la villa uscita,ove esser sperò salva, era fugita.
90Avuto Marganor poi di lei spia,la qual s’era ridotta in Ostericche,non ha cessato mai di cercar viacome in man l’abbia, acciò l’abruci o impicche:e finalmente l’Avarizia ria,mossa da doni e da proferte ricche,ha fatto ch’un baron, ch’assicuratal’avea in sua terra, a Marganor l’ha data:
91e mandata glie l’ha fin a Costanzasopra un somier, come la merce s’usa,legata e stretta, e toltole possanzadi far parole, e in una cassa chiusa:onde poi questa gente l’ha ad instanzade l’uom ch’ogni pietade ha da sé esclusa,quivi condotta con disegno ch’abbial’empio a sfogar sopra di lei sua rabbia.
92Come il gran fiume che di Vesulo esce,quanto piú inanzi e verso il mar discende,e che con lui Lambra e Ticin si mesce,et Ada e gli altri onde tributo prende,tanto piú altiero e impetuoso cresce;cosí Ruggier, quante piú colpe intendedi Marganor, cosí le due guerrierese gli fan contra piú sdegnose e fiere.
93Elle fur d’odio, elle fur d’ira tantacontra il crudel, per tante colpe, accese,che di punirlo, mal grado di quantagente egli avea, conclusïon si prese.Ma dargli presta morte troppo santapena lor parve e indegna a tante offese;et era meglio fargliela sentire,fra strazio prolungandola e martíre.
94Ma prima liberar la donna è onesto,che sia condotta da quei birri a morte.Lentar di briglia col calcagno prestofece a’ presti destrier far le vie corte.Non ebbon gli assaliti mai di questouno incontro piú acerbo né piú forte;sí che han di grazia di lasciar gli scudie la donna e l’arnese, e fuggir nudi:
95sí come il lupo che di preda vadacarco alla tana, e quando piú si creded’esser sicur, dal cacciator la stradae da’ suoi cani attraversar si vede,getta la soma, e dove appar men radala scura macchia inanzi, affretta il piede.Giá men presti non fur quelli a fuggire,che li fusson quest’altri ad assalire.
96Non pur la donna e l’arme vi lasciaro,ma de’ cavalli ancor lasciaron molti,e da rive e da grotte si lanciaro,parendo lor cosí d’esser piú sciolti.Il che alle donne et a Ruggier fu caro;che tre di quei cavalli ebbono toltiper portar quelle tre che ’l giorno d’ieriferon sudar le groppe ai tre destrieri.
97Quindi espediti segueno la stradaverso l’infame e dispietata villa.Voglion che seco quella vecchia vada,per veder la vendetta di Drusilla.Ella che teme che non ben le accada,lo niega indarno, e piange e grida e strilla;ma per forza Ruggier la leva in groppadel buon Frontino, e via con lei galoppa.
98Giunseno in somma onde vedeano al bassodi molte case un ricco borgo e grosso,che non serrava d’alcun lato il passo,perché né muro intorno avea né fosso.Avea nel mezzo un rilevato sassoch’un’alta ròcca sostenea sul dosso.A quella si drizzâr con gran baldanza,ch’esser sapean di Marganor la stanza.
99Tosto che son nel borgo, alcuni fantiche v’erano alla guardia de l’entrata,dietro chiudon la sbarra, e giá davantiveggion che l’altra uscita era serrata:et ecco Marganorre, e seco alquantia piè e a cavallo, e tutta gente armata;che con brevi parole, ma orgogliose,la ria costuma di sua terra espose.
100Marfisa, la qual prima avea compostacon Bradamante e con Ruggier la cosa,gli spronò incontro in cambio di risposta;e com’era possente e valorosa,senza ch’abbassi lancia, o che sia postain opra quella spada sí famosa,col pugno in guisa l’elmo gli martella,che lo fa tramortir sopra la sella.
101Con Marfisa la giovane di Franciaspinge a un tempo il destrier, né Ruggier resta,ma con tanto valor corre la lancia,che sei, senza levarsela di resta,n’uccide, uno ferito ne la pancia,duo nel petto, un nel collo, un ne la testa:nel sesto che fuggia l’asta si roppe,ch’entrò alle schene e riuscí alle poppe.
102La figliuola d’Amon quanti ne toccacon la sua lancia d’or, tanti n’atterra:fulmine par, che ’l cielo ardendo scocca,che ciò ch’incontra, spezza e getta a terra.Il popul sgombra, chi verso la ròcca,chi verso il piano; altri si chiude e serra,chi ne le chiese e chi ne le sue case;né, fuor che morti, in piazza uomo rimase.
103Marfisa Marganorre avea legatointanto con le man dietro alle rene,et alla vecchia di Drusilla dato,ch’appagata e contenta se ne tiene.D’arder quel borgo poi fu ragionato,s’a penitenzia del suo error non viene:levi la legge ria di Marganorre,e questa accetti, ch’essa vi vuol porre.
104Non fu giá d’ottener questo fatica;che quella gente, oltre al timor ch’aveache piú faccia Marfisa che non dica,ch’uccider tutti et abbruciar volea,di Marganorre affatto era nimicae de la legge sua crudele e rea.Ma ’l populo facea come i piú fanno,ch’ubbidiscon piú a quei che piú in odio hanno.
105Però che l’un de l’altro non si fida,e non ardisce conferir sua voglia,lo lascian ch’un bandisca, un altro uccida,a quel l’avere, a questo l’onor toglia.Ma il cor che tace qui, su nel ciel grida,fin che Dio e santi alla vendetta invoglia;la qual, se ben tarda a venir, compensal’indugio poi con punizione immensa.
106Or quella turba d’ira e d’odio pregnacon fatti e con mal dir cerca vendetta:com’è in proverbio, ognun corre a far legnaall’arbore che ’l vento in terra getta.Sia Marganorre essempio di chi regna;che chi mal opra, male al fine aspetta.Di vederlo punir de’ suoi nefandipeccati, avean piacer piccioli e grandi.
107Molti a chi fur le mogli o le sorelleo le figlie o le madri da lui morte,non piú celando l’animo ribelle,correan per dargli di lor man la morte:e con fatica lo difeser quellemagnanime guerriere e Ruggier forte;che disegnato avean farlo morired’affanno, di disagio e di martíre.
108A quella vecchia che l’odiava quantofemina odiare alcun nimico possa,nudo in mano lo dier, legato tanto,che non si scioglierá per una scossa;et ella, per vendetta del suo pianto,gli andò facendo la persona rossacon un stimulo aguzzo ch’un villano,che quivi si trovò, le pose in mano.
109La messaggiera e le sue giovani anco,che quell’onta non son mai per scordarsi,non s’hanno piú a tener le mani al fianco,né meno che la vecchia, a vendicarsi;ma sí è il desir d’offenderlo, che mancoviene il potere, e pur vorrian sfogarsi:chi con sassi il percuote, chi con l’unge;altra lo morde, altra cogli aghi il punge.
110Come torrente che superbo faccialunga pioggia talvolta o nievi sciolte,va ruinoso, e giú da’ monti cacciagli arbori e i sassi e i campi e le ricolte;vien tempo poi, che l’orgogliosa facciagli cade, e sí le forze gli son tolte,ch’un fanciullo, una femina per tuttopassar lo puote, e spesso a piede asciutto:
111cosí giá fu che Marganorre intornofece tremar, dovunque udiasi il nome;or venuto è chi gli ha spezzato il cornodi tanto orgoglio, e sí le forze dome,che gli puon far sin a’ bambini scorno,chi pelargli la barba e chi le chiome.Quindi Ruggiero e le donzelle il passoalla ròcca voltâr, ch’era sul sasso.
112La diè senza contrasto in poter lorochi v’era dentro, e cosí i ricchi arnesi,ch’in parte messi a sacco, in parte fôrodati ad Ullania et a’ compagni offesi.Ricovrato vi fu lo scudo d’oro,e quei tre re ch’avea il tiranno presi,li quai venendo quivi, come parmid’avervi detto, erano a piè senz’armi;
113perché dal dí che fur tolti di sellada Bradamante, a piè sempre eran itisenz’arme, in compagnia de la donzellala qual venía da sí lontani liti.Non so se meglio o peggio fu di quella,che di lor armi non fusson guerniti.Era ben meglio esser da lor difesa;ma peggio assai, se ne perdean l’impresa:
114perché stata saria, com’eran tuttequelle ch’armate avean seco le scorte,al cimitero misere conduttedei duo fratelli, e in sacrificio morte.Gli è pur men che morir, mostrar le bruttee disoneste parti, duro e forte;e sempre questo e ogn’altro obbrobrio amorzail poter dir che le sia fatto a forza.
115Prima ch’indi si partan le guerriere,fan venir gli abitanti a giuramento,che daranno i mariti alle moglierede la terra e del tutto il reggimento;e castigato con pene severesará chi contrastare abbia ardimento.In somma quel ch’altrove è del marito,che sia qui de la moglie è statuito.
116Poi si feccion promettere ch’a quantimai verrian quivi, non darian ricetto,o fosson cavallieri, o fosson fanti,né ’ntrar li lascerian pur sotto un tetto,se per Dio non giurassino e per santi,o s’altro giuramento v’è piú stretto,che sarian sempre de le donne amici,e dei nimici lor sempre nimici;
117e s’avranno in quel tempo, e se saranno,tardi o piú tosto, mai per aver moglie,che sempre a quelle sudditi saranno,e ubbidïenti a tutte le lor voglie.Tornar Marfisa, prima ch’esca l’anno,disse, e che perdan gli arbori le foglie;e se la legge in uso non trovasse,fuoco e ruina il borgo s’aspetasse.
118Né quindi si partîr, che de l’immondoluogo dov’era, fêr Drusilla tôrre,e col marito in uno avel, secondoch’ivi potean piú riccamente porre.La vecchia facea intanto rubicondocon lo stimulo il dosso a Marganorre:sol si dolea di non aver tal lena,che potesse non dar triegua alla pena.
119L’animose guerriere a lato un tempiovideno quivi una colonna in piazza,ne la qual fatt’avea quel tiranno empioscriver la legge sua crudele e pazza.Elle, imitando d’un trofeo l’esempio,lo scudo v’attaccaro e la corazzadi Marganorre e l’elmo; e scriver fennola legge appresso, ch’esse al loco denno.
120Quivi s’indugiâr tanto, che Marfisafe’ por la legge sua ne la colonna,contraria a quella che giá v’era incisaa morte et ignominia d’ogni donna.Da questa compagnia restò divisaquella d’Islanda, per rifar la gonna;che comparire in corte obbrobrio stima,se non si veste et orna come prima.
121Quivi rimase Ullania; e Marganorredi lei restò in potere: et essa poi,perché non s’abbia in qualche modo a sciorre,e le donzelle un’altra volta annoi,lo fe’ un giorno saltar giú d’una torre,che non fe’ il maggior salto a’ giorni suoi.Non piú di lei, né piú dei suoi si parli,ma de la compagnia che va verso Arli.
122Tutto quel giorno, e l’altro fin appressol’ora di terza andaro; e poi che furogiunti dove in due strade è il camin fesso(l’una va al campo, e l’altra d’Arli al muro),tornâr gli amanti ad abbracciarsi, e spessoa tor commiato, e sempre acerbo e duro.Al fin le donne in campo, e in Arli è gitoRuggiero; et io il mio canto ho qui finito.

Glossario

unqua
mai; dopo se, vale qualche volta.
brando
spada.
arnese
armatura; più in generale, equipaggiamento.
sopraveste
veste portata sopra l’armatura, spesso con i colori e l’insegna del cavaliere.
destriero
cavallo da battaglia.
scorno
vergogna, umiliazione.
fello
malvagio, crudele; come nome, il traditore, lo scellerato.
osbergo
corazza, armatura del busto.
tòsco
veleno.
arcione
la parte rialzata della sella, davanti e dietro al cavaliere; la sella stessa.
somier
bestia da soma.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .