Libri di dominio pubblico

Orlando furioso

Canto 38

720 versicirca 45 minuti

1Cortesi donne, che benigna udienzadate a’ miei versi, io vi veggo al sembiante,che quest’altra sí subita partenzache fa Ruggier da la sua fida amante,vi dá gran noia, e avete displicenzapoco minor ch’avesse Bradamante;e fate anco argumento ch’esser pocoin lui dovesse l’amoroso fuoco.
2Per ogni altra cagion ch’allontanatocontra la voglia d’essa se ne fusse,ancor ch’avesse piú tesor speratoche Creso o Crasso insieme non ridusse,io crederia con voi, che penetratonon fosse al cor lo stral che lo percusse;ch’un almo gaudio, un cosí gran contentonon potrebbe comprare oro né argento.
3Pur, per salvar l’onor, non solamented’escusa, ma di laude è degno ancora;per salvar, dico, in caso ch’altrimentefacendo, biasmo et ignominia fôra:e se la donna fosse renitenteet ostinata in fargli far dimora,darebbe di sé indizio e chiaro segnoo d’amar poco o d’aver poco ingegno.
4Che se l’amante de l’amato devela vita amar piú de la propria, o tanto(io parlo d’uno amante a cui non lievecolpo d’Amor passò piú lá del manto);al piacer tanto piú, ch’esso riceve,l’onor di quello antepor deve, quantol’onore è di piú pregio che la vita,ch’a tutti altri piaceri è preferita.
5Fece Ruggiero il debito a seguireil suo signor, che non se ne potea,se non con ignominia, dipartire;che ragion di lasciarlo non avea.E s’Almonte gli fe’ il padre morire,tal colpa in Agramante non cadea;ch’in molti effetti avea con Ruggier poiemendato ogni error dei maggior suoi.
6Fará Ruggiero il debito a tornareal suo signore; et ella ancor lo fece,che sforzar non lo volse di restare,come potea, con iterata prece.Ruggier potrá alla donna satisfarea un altro tempo, s’or non satisfece:ma all’onor, chi gli manca d’un momento,non può in cento anni satisfar né in cento.
6Torna Ruggiero in Arli, ove ha ritrattaAgramante la gente che gli avanza.Bradamante e Marfisa, che contrattacol parentado avean grande amistanza,andaro insieme ove re Carlo fattala maggior prova avea di sua possanza,sperando, o per battaglia o per assedio,levar di Francia cosí lungo tedio.
8Di Bradamante, poi che conosciutain campo fu, si fe’ letizia e festa:ogniun la riverisce e la saluta;et ella a questo e a quel china la testa.Rinaldo, come udí la sua venuta,le venne incontra; né Ricciardo restané Ricciardetto od altri di sua gente,e la raccoglion tutti allegramente.
9Come s’intese poi che la compagnaera Marfisa, in arme sí famosa,che dal Cataio ai termini di Spagnadi mille chiare palme iva pomposa;non è povero o ricco che rimagnanel padiglion: la turba disïosavien quinci e quindi, e s’urta, storpia e premesol per veder sí bella coppia insieme.
10A Carlo riverenti appresentârsi.Questo fu il primo dí (scrive Turpino)che fu vista Marfisa inginocchiarsi;che sol le parve il figlio di Pipinodegno, a cui tanto onor dovesse farsi,tra quanti, o mai nel popul saracinoo nel cristiano, imperatori e regiper virtú vide o per ricchezza egregi.
11Carlo benignamente la raccolse,e le uscí incontra fuor dei padiglioni;e che sedesse a lato suo poi volsesopra tutti re, principi e baroni.Si diè licenzia a chi non se la tolse;sí che tosto restaro in pochi e buoni:restaro i paladini e i gran signori;la vilipesa plebe andò di fuori.
12Marfisa cominciò con grata voce:— Eccelso, invitto e glorïoso Augusto,che dal mar Indo alla Tirinzia foce,dal bianco Scita all’Etïope adustoriverir fai la tua candida croce,né di te regna il piú saggio o ’l piú giusto;tua fama, ch’alcun termine non serra,qui tratto m’ha fin da l’estrema terra.
13E, per narrarti il ver, sola mi mosseinvidia, e sol per farti guerra io venni,acciò che sí possente un re non fosse,che non tenesse la legge ch’io tenni.Per questo ho fatto le campagne rossedel cristian sangue; et altri fieri cenniera per farti da crudel nimica,se non cadea chi mi t’ha fatto amica.
14Quando nuocer pensai piú alle tue squadre,io trovo (e come sia dirò piú ad agio)che ’l bon Ruggier di Risa fu mio padre,tradito a torto dal fratel malvagio.Portommi in corpo mia misera madredi lá dal mare, e nacqui in gran disagio.Nutrimmi un mago infin al settimo anno,a cui gli Arabi poi rubata m’hanno.
15E mi vendero in Persia per ischiavaa un re che poi cresciuta io posi a morte;che mia virginitá tor mi cercava.Uccisi lui con tutta la sua corte;tutta cacciai la sua progenie prava,e presi il regno; e tal fu la mia sorte,che diciotto anni d’uno o di duo mesiio non passai, che sette regni presi.
16E di tua fama invidïosa, comeio t’ho giá detto, avea fermo nel corela grande altezza abbatter del tuo nome:forse il faceva, o forse era in errore.Ma ora avvien che questa voglia dome,e faccia cader l’ale al mio furore,l’aver inteso, poi che qui son giunta,come io ti son d’affinitá congiunta.
17E come il padre mio parente e servoti fu, ti son parente e serva anch’io:e quella invidia e quell’odio protervoil qual io t’ebbi un tempo, or tutto oblio;anzi contra Agramante io lo riservo,e contra ogn’altro che sia al padre o al ziodi lui stato parente, che fur reidi porre a morte i genitori miei. —
18E seguitò, voler cristiana farsi,e dopo ch’avrá estinto il re Agramante,voler, piacendo a Carlo, ritornarsia battezzare il suo regno in Levante;et indi contra tutto il mondo armarsi,ove Macon s’adori e Trivigante;e con promissïon, ch’ogni suo acquistosia de l’Imperio e de la fé di Cristo.
19L’imperator, che non meno eloquenteera, che fosse valoroso e saggio,molto esaltando la donna eccellente,e molto il padre e molto il suo lignaggio,rispose ad ogni parte umanamente,e mostrò in fronte aperto il suo coraggio;e conchiuse ne l’ultima parola,per parente accettarla e per figliuola.
20E qui si leva, e di nuovo l’abbraccia,e, come figlia, bacia ne la fronte.Vengono tutti con allegra facciaquei di Mongrana e quei di Chiaramonte.Lungo a dir fôra, quanto onor le facciaRinaldo, che di lei le prove contevedute avea piú volte al paragone,quando Albracca assediâr col suo girone.
21Lungo a dir fôra, quanto il giovinettoGuidon s’allegri di veder costei,Aquilante e Grifone e Sansonettoch’alla cittá crudel furon con lei;Malagigi e Viviano e Ricciardetto,ch’all’occision de’ Maganzesi reie di quei venditori empii di Spagnal’aveano avuta sí fedel compagna.
22Apparecchiâr per lo seguente giorno,et ebbe cura Carlo egli medesmo,che fosse un luogo riccamente adorno,ove prendesse Marfisa battesmo.I vescovi e gran chierici d’intorno,che le leggi sapean del cristianesmo,fece raccorre, acciò da loro in tuttala santa fé fosse Marfisa instrutta.
23Venne in pontificale abito sacrol’arcivesco Turpino, e battizzolla:Carlo dal salutifero lavacrocon cerimonie debite levolla.Ma tempo è ormai ch’al capo vòto e macrodi senno si soccorra con l’ampolla,con che dal ciel piú basso ne veníail duca Astolfo sul carro d’Elia.
24Sceso era Astolfo dal giro lucentealla maggiore altezza de la terra,con la felice ampolla che la mentedovea sanare al gran mastro di guerra.Un’erba quivi di virtú eccellentemostra Giovanni al duca d’Inghilterra:con essa vuol ch’al suo ritorno tocchial re di Nubia e gli risani gli occhi;
25acciò per questi e per li primi mertigente gli dia con che Biserta assaglia.E come poi quei populi inespertiarmi et acconci ad uso di battaglia,e senza danno passi pei desertiove l’arena gli uomini abbarbaglia,a punto a punto l’ordine che tegna,tutto il vecchio santissimo gl’insegna.
26Poi lo fe’ rimontar su quello alatoche di Ruggiero, e fu prima d’Atlante.Il paladin lasciò, licenzïatoda San Giovanni, le contrade sante;e secondando il Nilo a lato a lato,tosto i Nubi apparir si vide inante;e ne la terra che del regno è caposcese da l’aria, e ritrovò il Senapo.
27Molto fu il gaudio e molta fu la gioiache portò a quel signor nel suo ritorno;che ben si raccordava de la noiache gli avea tolta, de l’arpie, d’intorno.Ma poi che la grossezza gli discuoiadi quello umor che giá gli tolse il giorno,e che gli rende la vista di prima,l’adora e cole, e come un Dio sublima:
28sí che non pur la gente che gli chiedeper muover guerra al regno di Biserta,ma centomila sopra gli ne diede,e gli fe’ ancor di sua persona offerta.La gente a pena, ch’era tutta a piede,potea capir ne la campagna aperta;che di cavalli ha quel paese inopia,ma d’elefanti e de camelli copia.
29La notte inanzi il dí che a suo caminol’esercito di Nubia dovea porse,montò su l’ippogrifo il paladino,e verso mezzodí con fretta corse,tanto che giunse al monte che l’austrinovento produce, e spira contra l’Orse.Trovò la cava, onde per stretta bocca,quando si desta, il furïoso scocca.
30E come raccordògli il suo maestro,avea seco arrecato un utre vòto,il qual, mentre ne l’antro oscuro alpestro,affaticato dorme il fiero Noto,allo spiraglio pon tacito e destro:et è l’aguato in modo al vento ignoto,che, credendosi uscir fuor la dimane,preso e legato in quello utre rimane.
31Di tanta preda il paladino allegro,ritorna in Nubia, e la medesma lucesi pone a caminar col popul negro,e vettovaglia dietro si conduce.A salvamento con lo stuolo integroverso l’Atlante il glorïoso ducepel mezzo vien de la minuta sabbia,senza temer che ’l vento a nuocer gli abbia.
32E giunto poi di qua dal giogo, in parteonde il pian si discuopre e la marina,Astolfo elegge la piú nobil partedel campo, e la meglio atta a disciplina;e qua e lá per ordine la partea piè d’un colle, ove nel pian confina.Quivi la lascia, e su la cima ascendein vista d’uom ch’a gran pensieri intende.
33Poi che, inchinando le ginocchia, feceal santo suo maestro orazïone,sicuro che sia udita la sua prece,copia di sassi a far cader si pone.Oh quanto a chi ben crede in Cristo, lece!I sassi, fuor di natural ragionecrescendo, si vedean venire in giuso,e formar ventre e gambe e collo e muso:
34e con chiari anitrir giú per quei callivenian saltando, e giunti poi nel pianoscuotean le groppe, e fatti eran cavalli,chi baio e chi leardo e chi rovano.La turba ch’aspettando ne le vallistava alla posta, lor dava di mano:sí che in poche ore fur tutti montati;che con sella e con freno erano nati.
35Ottantamila cento e dua in un giornofe’, di pedoni, Astolfo cavallieri.Con questi tutta scórse Africa intorno,facendo prede, incendi e prigionieri.Posto Agramante avea fin al ritornoil re di Fersa e ’l re degli Algazeri,col re Branzardo a guardia del paese:e questi si fêr contra al duca inglese;
36prima avendo spacciato un suttil legnoch’a vele e a remi andò battendo l’ali,ad Agramante aviso, come il regnopatia dal re de’ Nubi oltraggi e mali.Giorno e notte andò quel senza ritegno,tanto che giunse ai liti provenzali;e trovò in Arli il suo re mezzo oppresso,che ’l campo avea di Carlo un miglio appresso.
37Sentendo il re Agramante a che periglio,per guadagnare il regno di Pipino,lasciava il suo, chiamar fece a consiglioprincipi e re del popul saracino.E poi ch’una o due volte girò il ciglioquinci a Marsilio e quindi al re Sobrino,i quai d’ogni altro fur, che vi venisse,i duo piú antiqui e saggi, cosí disse:
38— Quantunque io sappia come mal convegnaa un capitano dir: non mel pensai,pur lo dirò; che quando un danno vegnada ogni discorso uman lontano assai,a quel fallir par che sia escusa degna:e qui si versa il caso mio; ch’erraia lasciar d’arme l’Africa sfornita,se da li Nubi esser dovea assalita.
39Ma chi pensato avria, fuor che Dio solo,a cui non è cosa futura ignota,che dovesse venir con sí gran stuoloa farne danno gente sí remota?tra i quali e noi giace l’instabil suolodi quella arena ognior da’ venti mota.Pur è venuta ad assediar Biserta,et ha in gran parte l’Africa deserta.
40Or sopra ciò vostro consiglio chieggio:se partirmi di qui senza far frutto,o pur seguir tanto l’impresa deggio,che prigion Carlo meco abbi condutto;o come insieme io salvi il nostro seggio,e questo imperïal lasci distrutto.S’alcun di voi sa dir, priego nol taccia,acciò si trovi il meglio, e quel si faccia. —
41Cosí disse Agramante; e volse gli occhial re di Spagna, che gli sedea appresso,come mostrando di voler che tocchidi quel c’ha detto, la risposta ad esso.E quel, poi che surgendo ebbe i ginocchiper riverenzia, e cosí il capo flesso,nel suo onorato seggio si raccolse;indi la lingua a tai parole sciolse:
42— O bene o mal che la Fama ci apporti,signor, di sempre accrescere ha in usanza.Perciò non sará mai ch’io mi sconforti,o mai piú del dover pigli baldanzaper casi o buoni o rei, che sieno sorti:ma sempre avrò di par tema e speranzach’esser debban minori, e non del modoch’a noi per tante lingue venir odo.
43E tanto men prestar gli debbo fede,quanto piú al verisimile s’oppone.Or se gli è verisimile si vede,ch’abbia con tanto numer di personeposto ne la pugnace Africa il piedeun re di sí lontana regïone,traversando l’arene a cui Cambisecon male augurio il popul suo commise.
44Crederò ben, che sian gli Arabi scesida le montagne, et abbian dato il guasto,e saccheggiato, e morti uomini e presi,ove trovato avran poco contrasto;e che Branzardo che di quei paesiluogotenente e viceré è rimasto,per le decine scriva le migliaia,acciò la scusa sua piú degna paia.
45Vo’ concedergli ancor che sieno i Nubiper miracol dal ciel forse piovuti:o forse ascosi venner ne le nubi;poi che non fur mai per camin veduti.Temi tu che tal gente Africa rubi,se ben di piú soccorso non l’aiuti?Il tuo presidio avria ben trista pelle,quando temesse un populo sí imbelle.
46Ma se tu mandi ancor che poche navi,pur che si veggan gli stendardi tuoi,non scioglieran di qua sí tosto i cavi,che fuggiranno nei confini suoiquesti, o sien Nubi o sieno Arabi ignavi,ai quali il ritrovarti qui con noi,separato pel mar da la tua terra,ha dato ardir di romperti la guerra.
47Or piglia il tempo che, per esser senzail suo nipote Carlo, hai di vendetta:poi ch’Orlando non c’è, far resistenzanon ti può alcun de la nimica setta.Se per non veder lasci, o negligenza,l’onorata vittoria che t’aspetta,volterá il calvo, ove ora il crin ne mostra,con molto danno e lunga infamia nostra. —
48Con questo et altri detti accortamentel’Ispano persuader vuol nel concilioche non esca di Francia questa gente,fin che Carlo non sia spinto in esilio.Ma il re Sobrin, che vide apertamenteil camino a che andava il re Marsilio,che piú per l’util proprio queste cose,che pel commun dicea, cosí rispose:
49— Quando io ti confortava a stare in pace,fosse io stato, signor, falso indovino;o tu, se io dovea pure esser verace,creduto avessi al tuo fedel Sobrino,e non piú tosto a Rodomonte audace,a Marbalusto, a Alzirdo e a Martasino,li quali ora vorrei qui avere a fronte:ma vorrei piú degli altri Rodomonte,
50per rinfacciargli che volea di Franciafar quel che si faria d’un fragil vetro,e in cielo e ne lo ’nferno la tua lanciaseguire, anzi lasciarsela di dietro;poi nel bisogno si gratta la panciane l’ozio immerso abominoso e tetro:et io, che per predirti il vero alloracodardo detto fui, son teco ancora;
51e sarò sempremai, fin ch’io finiscaquesta vita ch’ancor che d’anni grave,porsi incontra ogni dí per te s’arriscaa qualunque di Francia piú nome have.Né sará alcun, sia chi si vuol, ch’ardiscadi dir che l’opre mie mai fosser prave:e non han piú di me fatto, né tanto,molti che si donâr di me piú vanto.
52Dico cosí, per dimostrar che quelloch’io dissi allora, e che ti voglio or dire,né da viltade vien né da cor fello,ma d’amor vero e da fedel servire.Io ti conforto ch’al paterno ostello,piú tosto che tu pòi, vogli redire;che poco saggio si può dir coluiche perde il suo per acquistar l’altrui.
53S’acquisto c’è, tu ’l sai. Trentadui fummore tuoi vassalli a uscir teco del porto:or, se di nuovo il conto ne rassummo,c’è a pena il terzo, e tutto ’l resto è morto.Che non ne cadan piú, piaccia a Dio summo:ma se tu vuoi seguir, temo di corto,che non ne rimarrá quarto né quinto;e ’l miser popul tuo fia tutto estinto.
54Ch’Orlando non ci sia, ne aiuta; ch’ovesián pochi, forse alcun non ci saria.Ma per questo il periglio non rimuove,se ben prolunga nostra sorte ria.Ecci Rinaldo, che per molte provemostra che non minor d’Orlando sia:c’è il suo lignaggio e tutti i paladini,timore eterno a’ nostri Saracini.
55Et hanno appresso quel secondo Marte(ben che i nimici al mio dispetto lodo),io dico il valoroso Brandimarte,non men d’Orlando ad ogni prova sodo;del qual provata ho la virtude in parte,parte ne veggo all’altrui spese et odo.Poi son piú dí che non c’è Orlando stato;e piú perduto abbián che guadagnato.
56Se per adietro abbián perduto, io temoche da qui inanzi perderen piú in grosso.Del nostro campo Mandricardo è scemo:Gradasso il suo soccorso n’ha rimosso:Marfisa n’ha lasciata al punto estremo,e cosí il re d’Algier, di cui dir possoche, se fosse fedel come gagliardo,poco uopo era Gradasso o Mandricardo.
57Ove sono a noi tolti questi aiuti,e tante mila son dei nostri morti;e quei ch’a venir han, son giá venuti,né s’aspetta altro legno che n’apporti:quattro son giunti a Carlo, non tenutimanco d’Orlando o di Rinaldo forti;e con ragion; che da qui sino a Battropotresti mal trovar tali altri quattro.
58Non so se sai chi sia Guidon Selvaggioe Sansonetto e i figli d’Oliviero.Di questi fo piú stima e piú tema aggio,che d’ogni altro lor duca e cavallieroche di Lamagna o d’altro stran linguaggiosia contra noi per aiutar l’Impero:ben ch’importa anco assai la gente nuovach’a’ nostri danni in campo si ritrova.
59Quante volte uscirai alla campagna,tanto avrai la peggiore, o sarai rotto.Se spesso perdé il campo Africa e Spagna,quando sián stati sedici per otto,che sará poi ch’Italia e che Lamagnacon Francia è unita, e ’l populo anglo e scotto,e che sei contra dodici saranno?Ch’altro si può sperar, che biasmo e danno?
60La gente qui, lá perdi a un tempo il regno,s’in questa impresa piú duri ostinato;ove, s’al ritornar muti disegno,l’avanzo di noi servi con lo stato.Lasciar Marsilio è di te caso indegno,ch’ognun te ne terrebbe molto ingrato;ma c’è rimedio, far con Carlo pace;ch’a lui deve piacer, se a te pur piace.
61Pur se ti par che non ci sia il tuo onore,se tu, che prima offeso sei, la chiedi;e la battaglia piú ti sta nel core,che, come sia fin qui successa, vedi;studia almen di restarne vincitore;il che forse averrá, se tu mi credi;se d’ogni tua querela a un cavallierodarai l’assunto, e se quel fia Ruggiero.
62Io ’l so, e tu ’l sai che Ruggier nostro è tale,che giá da solo a sol con l’arme in manonon men d’Orlando o di Rinaldo vale,né d’alcun altro cavallier cristiano.Ma se tu vuoi far guerra universale,ancor che ’l valor suo sia sopraumano,egli però non sará piú ch’un solo,et avrá di par suoi contra uno stuolo.
63A me par, s’a te par, ch’a dir si mandial re cristian, che per finir le liti,e perché cessi il sangue che tu spandiognior de’ suoi, egli de’ tuo’ infiniti;che contra un tuo guerrier tu gli domandiche metta in campo uno dei suoi piú arditi;e faccian questi duo tutta la guerra,fin che l’un vinca, e l’altro resti in terra:
64con patto, che qual d’essi perde, facciache ’l suo re all’altro re tributo dia.Questa condizïon non credo spiacciaa Carlo, ancor che sul vantaggio sia.Mi fido sí ne le robuste bracciapoi di Ruggier, che vincitor ne fia;e ragion tanta è da la nostra parte,che vincerá, s’avesse incontra Marte. —
65Con questi et altri piú efficaci dettifece Sobrin sí che ’l partito ottenne;e gl’interpreti fur quel giorno eletti,e quel dí a Carlo l’imbasciata venne.Carlo ch’avea tanti guerrier perfetti,vinta per sé quella battaglia tenne,di cui l’impresa al buon Rinaldo diede,in ch’avea, dopo Orlando, maggior fede.
66Di questo accordo lieto parimentel’uno esercito e l’altro si godea;che ’l travaglio del corpo e de la mentetutti avea stanchi e a tutti rincrescea.Ognun di riposare il rimanentede la sua vita disegnato avea;ogniun maledicea l’ire e i furorich’a risse e a gare avean lor desti i cori.
67Rinaldo che esaltar molto si vede,che Carlo in lui di quel che tanto pesa,via piú ch’in tutti gli altri, ha avuto fede,lieto si mette all’onorata impresa.Ruggier non stima; e veramente credeche contra sé non potrá far difesa:che suo pari esser possa non gli è aviso,se ben in campo ha Mandricardo ucciso.
68Ruggier da l’altra parte, ancor che moltoonor gli sia che ’l suo re l’abbia eletto,e pel miglior di tutti i buoni tolto,a cui commetta un sí importante effetto;pur mostra affanno e gran mestizia in volto,non per paura che gli turbi il petto;che non ch’un sol Rinaldo, ma non temese fosse con Rinaldo Orlando insieme:
69ma perché vede esser di lui sorellala sua cara e fidissima consortech’ognior scrivendo stimula e martella,come colei ch’è ingiurïata forte.Or s’alle vecchie offese aggiunge quellad’entrare in campo a porle il frate a morte,se la fará, d’amante, cosí odiosa,ch’a placarla mai piú fia dura cosa.
70Se tacito Ruggier s’affligge et angede la battaglia che mal grado prende,la sua cara moglier lacrima e piange,come la nuova indi a poche ore intende.Batte il bel petto, e l’auree chiome frange,e le guancie innocenti irriga e offende;e chiama con ramarichi e quereleRuggiero ingrato, e il suo destin crudele.
71D’ogni fin che sortisca la contesa,a lei non può venirne altro che doglia.Ch’abbia a morir Ruggiero in questa impresa,pensar non vuol; che par che ’l cor le toglia.Quando anco, per punir piú d’una offesa,la ruina di Francia Cristo voglia,oltre che sará morto il suo fratello,seguirá un danno a lei piú acerbo e fello:
72che non potrá, se non con biasmo e scorno,e nimicizia di tutta sua gente,fare al marito suo mai piú ritorno,sí che lo sappia ognun publicamente,come s’avea, pensando notte e giorno,piú volte disegnato ne la mente:e tra lor era la promessa tale,che ’l ritrarsi e il pentir piú poco vale.
73Ma quella usata ne le cose avversedi non mancarle di soccorsi fidi,dico Melissa maga, non sofferseudirne il pianto e i dolorosi gridi;e venne a consolarla, e le proferse,quando ne fosse il tempo, alti sussidi,e disturbar quella pugna futuradi ch’ella piange e si pon tanta cura.
74Rinaldo intanto e l’inclito Ruggieroapparechiavan l’arme alla tenzone,di cui dovea l’eletta al cavallieroche del romano Imperio era campione:e come quel, che poi che ’l buon destrieroperdé Baiardo, andò sempre pedone,si elesse a piè, coperto a piastra e a maglia,con l’azza e col pugnal far la battaglia.
75O fosse caso, o fosse pur ricordodi Malagigi suo provido e saggio,che sapea quanto Balisarda ingordoil taglio avea di fare all’arme oltraggio;combatter senza spada fur d’accordol’uno e l’altro guerrier, come detto aggio.Del luogo s’accordâr presso alle murade l’antiquo Arli, in una gran pianura.
76A pena avea la vigilante Aurorada l’ostel di Titon fuor messo il capo,per dare al giorno terminato, e all’orach’era prefissa alla battaglia, capo;quando di qua e di lá vennero fuorai deputati; e questi in ciascun capodegli steccati i padiglion tiraro,appresso ai quali ambi un altar fermaro.
77Non molto dopo, instrutto a schiera a schiera,si vide uscir l’esercito pagano.In mezzo armato e suntuoso v’eradi barbarica pompa il re africano;e s’un baio corsier di chioma nera,di fronte bianca, e di duo piè balzano,a par a par con lui venía Ruggiero,a cui servir non è Marsilio altiero.
78L’elmo, che dianzi con travaglio tantotrasse di testa al re di Tartaria,l’elmo, che celebrato in maggior cantoportò il troiano Ettòr mill’anni pria,gli porta il re Marsilio a canto a canto:altri principi et altra baronias’hanno partite l’altr’arme fra loro,ricche di gioie e ben fregiate d’oro.
79Da l’altra parte fuor dei gran riparire Carlo usci con la sua gente d’arme,con gli ordini medesmi e modi pariche terria se venisse al fatto d’arme.Cingonlo intorno i suoi famosi pari;e Rinaldo è con lui con tutte l’arme,fuor che l’elmo che fu del re Mambrino,che porta Ugier Danese paladino.
80E di due azze ha il duca Namo l’una,e l’altra Salamon re di Bretagna.Carlo da un lato i suoi tutti raguna;da l’altro son quei d’Africa e di Spagna.Nel mezzo non appar persona alcuna:vòto riman gran spazio di campagna,che per bando commune a chi vi sale,eccetto ai duo guerrieri, è capitale.
81Poi che de l’arme la seconda elettasi diè al campion del populo pagano,duo sacerdoti, l’un de l’una setta,l’altro de l’altra, uscîr coi libri in mano.In quel del nostro è la vita perfettascritta di Cristo; e l’altro è l’Alcorano.Con quel de l’Evangelio si fe’ inantel’imperator, con l’altro il re Agramante.
82Giunto Carlo all’altar che statuitoi suoi gli aveano, al ciel levò le palme,e disse: — O Dio, c’hai di morir patitoper redimer da morte le nostr’alme;o Donna, il cui valor fu sí gradito,che Dio prese da te l’umane salme,e nove mesi fu nel tuo santo alvo,sempre serbando il fior virgineo salvo:
83siatemi testimoni, ch’io promettoper me e per ogni mia successïoneal re Agramante, et a chi dopo elettosará al governo di sua regione,dar venti some ogni anno d’oro schietto,s’oggi qui riman vinto il mio campione;e ch’io prometto subito la trieguaincominciar, che poi perpetua segua:
84e se ’n ciò manco, subito s’accendala formidabil ira d’ambidui,la qual me solo e i miei figliuoli offenda,non alcun altro che sia qui con nui;sí che in brevissima ora si comprendache sia il mancar de la promessa a vui. —Cosí dicendo, Carlo sul Vangelotenea la mano, e gli occhi fissi al cielo.
85Si levan quindi, e poi vanno all’altareche riccamente avean pagani adorno;ove giurò Agramante, ch’oltre al marecon l’esercito suo faria ritorno,et a Carlo daria tributo pare,se restasse Ruggier vinto quel giorno;e perpetua tra lor triegua saria,coi patti ch’avea Carlo detti pria.
86E similmente con parlar non basso,chiamando in testimonio il gran Maumette,sul libro ch’in man tiene il suo papasso,ciò che detto ha, tutto osservar promette.Poi del campo si partono a gran passo,e tra i suoi l’uno e l’altro si rimette:poi quel par di campioni a giurar venne;e ’l giuramento lor questo contenne:
87Ruggier promette, se de la tenzoneil suo re viene o manda a disturbarlo,che né suo guerrier piú, né suo baroneesser mai vuol, ma darsi tutto a Carlo.Giura Rinaldo ancor, che se cagionesará del suo signor quindi levarlo,fin che non resti vinto egli o Ruggiero,si fará d’Agramante cavalliero.
88Poi che le cerimonie finite hanno,si ritorna ciascun da la sua parte;né v’indugiano molto, che lor dannole chiare trombe segno al fiero marte.Or gli animosi a ritrovar si vanno,con senno i passi dispensando et arte.Ecco si vede incominciar l’assalto,sonar il ferro, or girar basso, or alto.
89Or inanzi col calce, or col martelloaccennan quando al capo e quando al piede,con tal destrezza e con modo sí snello,ch’ogni credenza il raccontarlo eccede.Ruggier che combattea contra il fratellodi chi la misera alma gli possiede,a ferir lo venía con tal riguardo,che stimato ne fu manco gagliardo.
90Era a parar, piú ch’a ferire, intento,e non sapea egli stesso il suo desire:spegner Rinaldo saria malcontento,né vorria volentieri egli morire.Ma ecco giunto al termine mi sento,ove convien l’istoria diferire.Ne l’altro canto il resto intenderete,s’udir ne l’altro canto mi vorrete.

Glossario

strale
freccia.
padiglion
tenda da campo.
ippogrifo
animale fantastico, nato da un grifone e da una cavalla, con ali e testa d’uccello e corpo di cavallo.
vettovaglia
viveri, provviste.
sempremai
sempre, in ogni momento.
fello
malvagio, crudele; come nome, il traditore, lo scellerato.
ostello
dimora, casa o palazzo.
scorno
vergogna, umiliazione.
destriero
cavallo da battaglia.
piastra
lastra di ferro dell’armatura.
maglia
armatura fatta di anellini di ferro intrecciati.
azza
ascia da guerra.
pagan
non cristiano; nel poema, il saraceno, il musulmano.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .