1Or, se mi mostra la mia carta il vero,non è lontano a discoprirsi il porto;sí che nel lito i voti scioglier speroa chi nel mar per tanta via m’ha scorto;ove, o di non tornar col legno intero,o d’errar sempre, ebbi giá il viso smorto.Ma mi par di veder, ma veggo certo,veggo la terra, e veggo il lito aperto.
2Sento venir per allegrezza un tuonoche fremer l’aria e rimbombar fa l’onde:odo di squille, odo di trombe un suonoche l’alto popular grido confonde.Or comincio a discernere chi sonoquesti che empion del porto ambe le sponde.Par che tutti s’allegrino ch’io siavenuto a fin di cosí lunga via.
3Oh di che belle e saggie donne veggio,oh di che cavallieri il lito adorno!Oh di ch’amici, a chi in eterno deggioper la letizia c’han del mio ritorno!Mamma e Ginevra e l’altre da Correggioveggo del molo in su l’estremo corno:Veronica da Gambera è con loro,sí grata a Febo e al santo aonio coro.
4Veggo un’altra Genevra, pur uscitadel medesimo sangue, e Iulia seco;veggo Ippolita Sforza, e la notritadamigella Trivulzia al sacro speco:veggo te, Emilia Pia, te, Margherita,ch’Angela Borgia e Grazïosa hai teco.Con Ricciarda da Este ecco le belleBianca e Diana, e l’altre lor sorelle.
5Ecco la bella, ma piú saggia e onesta,Barbara Turca, e la compagna è Laura:non vede il sol di piú bontá di questacoppia da l’Indo all’estrema onda maura.Ecco Genevra che la Malatestacasa col suo valor si ingemma e inaura,che mai palagi imperïali o reginon ebbon piú onorati e degni fregi.
6S’a quella etade ella in Arimino era,quando superbo de la Gallia domaCesar fu in dubbio, s’oltre alla rivieradovea passando inimicarsi Roma;crederò che piegata ogni bandiera,e scarca di trofei la ricca soma,tolto avria leggi e patti a voglia d’essa,né forse mai la libertade oppressa.
7Del mio signor di Bozolo la moglie,la madre, le sirocchie e le cugine,e le Torelle con le Bentivoglie,e le Visconte e le Palavigine;ecco chi a quante oggi ne sono, toglie,e a quante o greche o barbere o latinene furon mai, di quai la fama s’oda,di grazia e di beltá la prima loda,
8Iulia Gonzaga, che dovunque il piedevolge, e dovunque i sereni occhi gira,non pur ogn’altra di beltá le cede,ma, come scesa dal ciel dea, l’ammira.La cognata è con lei, che di sua fedenon mosse mai, perché l’avesse in iraFortuna che le fe’ lungo contrasto.Ecco Anna d’Aragon, luce del Vasto;
9Anna, bella, gentil, cortese e saggia,di castitá, di fede e d’amor tempio.La sorella è con lei, ch’ove ne irraggial’alta beltá, ne pate ogn’altra scempio.Ecco chi tolto ha da la scura spiaggiadi Stige, e fa con non piú visto esempio,mal grado de le Parche e de la Morte,splender nel ciel l’invitto suo consorte.
10Le Ferrarese mie qui sono, e quellede la corte d’Urbino; e riconoscoquelle di Mantua, e quante donne belleha Lombardia, quante il paese tósco.Il cavallier che tra lor viene, e ch’elleonoran sí, s’io non ho l’occhio losco,da la luce offuscato de’ bei volti,è ’l gran lume aretin, l’Unico Accolti.
11Benedetto, il nipote, ecco lá veggio,c’ha purpureo il capel, purpureo il manto,col Cardinal di Mantua e col Campeggio,gloria e splendor del consistorio santo:e ciascun d’essi noto (o ch’io vaneggio)al viso e ai gesti rallegrarsi tantodel mio ritorno, che non facil parmich’io possa mai di tanto obligo trarmi.
12Con lor Lattanzio e Claudio Tolomei,e Paulo Pansa e ’l Dresino e LatinoIuvenal parmi, e i Capilupi miei,e ’l Sasso e ’l Molza e Florïan Montino;e quel che per guidarci ai rivi ascreimostra piano e piú breve altro camino,Iulio Camillo; e par ch’anco io ci scernaMarco Antonio Flaminio, il Sanga, il Berna.
13Ecco Alessandro, il mio signor, Farnese:oh dotta compagnia che seco mena!Fedro, Capella, Porzio, il bologneseFilippo, il Volterano, il Madalena,Blosio, Pïerio, il Vida cremonese,d’alta facondia inessicabil vena,e Lascari e Mussuro e Navagero,e Andrea Marone e ’l monaco Severo.
14Ecco altri duo Alessandri in quel drappello,dagli Orologi l’un, l’altro il Guarino.Ecco Mario d’Olvito, ecco il flagellode’ principi, il divin Pietro Aretino.Duo Ieronimi veggo, l’uno è quellodi Veritade, e l’altro il Cittadino.Veggo il Mainardo, veggo il Leoniceno,il Pannizzato, e Celio e il Teocreno.
15Lá Bernardo Capel, lá veggo PietroBembo, che ’l puro e dolce idioma nostro,levato fuor del volgare uso tetro,quale esser dee, ci ha col suo esempio mostro.Guasparro Obizi è quel che gli vien dietro,ch’ammira e osserva il sí ben speso inchiostro.Io veggo il Fracastorio, il Bevazano,Trifon Gabriele, e il Tasso piú lontano.
16Veggo Nicolò Tiepoli, e con essoNicolò Amanio in me affissar le ciglia;Anton Fulgoso ch’a vedermi appressoal lito mostra gaudio e maraviglia.Il mio Valerio è quel che lá s’è messofuor de le donne; e forse si consigliacol Barignan c’ha seco, come offesosempre da lor, non ne sia sempre acceso.
17Veggo sublimi e soprumani ingegnidi sangue e d’amor giunti, il Pico e il Pio.Colui che con lor viene, e da’ piú degniha tanto onor, mai piú non conobbi io;ma, se me ne fur dati veri segni,è l’uom che di veder tanto desio,Iacobo Sanazar, ch’alle Camenelasciar fa i monti et abitar l’arene.
18Ecco il dotto, il fedele, il diligentesecretario Pistofilo, ch’insiemecon gli Acciaiuoli e con l’Angiar mio sentepiacer, che piú del mar per me non teme.Annibal Malaguzzo, il mio parente,veggo con l’Adoardo, che gran spememi dá, ch’ancor del mio nativo nidoudir fará da Calpe agli Indi il grido.
19Fa Vittor Fausto, fa il Tancredi festadi rivedermi, e la fanno altri cento.Veggo le donne e gli uomini di questamia ritornata ognun parer contento.Dunque a finir la breve via che resta,non sia piú indugio, or c’ho propizio il ventoe torniamo a Melissa, e con che aitasalvò, diciamo, al buon Ruggier la vita.
20Questa Melissa, come so che dettov’ho molte volte, avea sommo desireche Bradamante con Ruggier di strettonodo s’avesse in matrimonio a unire;e d’ambi il bene e il male avea sí a petto,che d’ora in ora ne volea sentire.Per questo spirti avea sempre per via,che, quando andava l’un, l’altro venía.
21In preda del dolor tenace e forteRuggier tra le scure ombre vide posto,il qual di non gustar d’alcuna sortemai piú vivanda fermo era e dispostoe col digiun si volea dar la morte:ma fu l’aiuto di Melissa tosto;che, del suo albergo uscita, la via tenneove in Leone ad incontrar si venne:
22il qual mandato, l’uno a l’altro appresso,sua gente avea per tutti i luoghi intorno;e poscia era in persona andato anch’essoper trovare il guerrier dal lïocorno.La saggia incantatrice, la qual messofreno e sella a uno spirto avea quel giorno,e l’avea sotto in forma di ronzino,trovò questo figliuol di Costantino.
23— Se de l’animo è tal la nobiltate,qual fuor, signor (diss’ella), il viso mostra;se la cortesia dentro e la bontateben corrisponde alla presenzia vostra,qualche conforto, qualche aiuto dateal miglior cavallier de l’etá nostra;che s’aiuto non ha tosto e conforto,non è molto lontano a restar morto.
24Il miglior cavallier, che spada a latoe scudo in braccio mai portassi o porti;il piú bello e gentil ch’al mondo statomai sia di quanti ne son vivi o morti,sol per un’alta cortesia c’ha usato,sta per morir, se non ha chi ’l conforti.Per Dio, signor, venite, e fate provas’allo suo scampo alcun consiglio giova. —
25Ne l’animo a Leon subito cadeche ’l cavallier di chi costei ragiona,sia quel che per trovar fa le contradecercare intorno, e cerca egli in persona;sí ch’a lei dietro, che gli persuadesí pietosa opra, in molta fretta sprona:la qual lo trasse (e non fêr gran camino)ove alla morte era Ruggier vicino.
26Lo ritrovâr che senza cibo statoera tre giorni, e in modo lasso e vinto,ch’in piè a fatica si saria levato,per ricader, se ben non fosse spinto.Giacea disteso in terra tutto armato,con l’elmo in testa, e de la spada cinto;e guancial de lo scudo s’avea fatto,in che ’l bianco liocorno era ritratto.
27Quivi pensando quanta ingiuria egli abbiafatto alla donna, e quanto ingrato e quantoisconoscente le sia stato, arrabbia,non pur si duole; e se n’affligge tanto,che si morde le man, morde le labbia,sparge le guancie di continuo pianto;e per la fantasia che v’ha sí fissa,né Leon venir sente né Melissa;
28né per questo interrompe il suo lamento,né cessano i sospir, né il pianto cessa.Leon si ferma, e sta ad udire intento;poi smonta del cavallo, e se gli appressa.Amore esser cagion di quel tormentoconosce ben; ma la persona espressanon gli è, per cui sostien tanto martíre;ch’anco Ruggier non glie l’ha fatto udire.
29Piú inanzi, e poi piú inanzi i passi muta,tanto che se gli accosta a faccia a faccia;e con fraterno affetto lo saluta,e se gli china a lato, e al collo abbraccia.Io non so quanto ben questa venutadi Leone improvisa a Ruggier piaccia;che teme che lo turbi e gli dia noia,e se gli voglia oppor, perché non muoia.
30Leon con le piú dolci e piú soaviparole che sa dir, con quel piú amoreche può mostrar, gli dice: — Non ti gravid’aprirmi la cagion del tuo dolore;che pochi mali al mondo son sí pravi,che l’uomo trar non se ne possa fuore,se la cagion si sa; né debbe privodi speranza esser mai, fin che sia vivo.
31Ben mi duol che celar t’abbi volutoda me, che sai s’io ti son vero amico,non sol dipoi ch’io ti son sí tenuto,che mai dal nodo tuo non mi districo,ma fin allora ch’avrei causa avutod’esserti sempre capital nimico;e déi sperar ch’io sia per darti aitacon l’aver, con gli amici e con la vita.
32Di meco conferir non ti rincrescail tuo dolore, e lasciami far prova,se forza, se lusinga, acciò tu n’esca,se gran tesor, s’arte, s’astuzia giova.Poi, quando l’opra mia non ti riesca,la morte sia ch’al fin te ne rimuova:ma non voler venir prima a quest’atto,che ciò che si può far, non abbi fatto. —
53E seguitò con sí efficaci prieghi,e con parlar sí umano e sí benigno,che non può far Ruggier che non si pieghi;che né di ferro ha il cor né di macigno,e vede, quando la risposta nieghi,che fará discortese atto e maligno.Risponde; ma due volte o tre s’incoccaprima il parlar, ch’uscir voglia di bocca.
34— Signor mio (disse al fin), quando sapraicolui ch’io son (che son per dirtel ora),mi rendo certo che di me sarainon men contento, e forse piú, ch’io muora.Sappi ch’io son colui che sí in odio hai:io son Ruggier ch’ebbi te in odio ancora;e che con intenzïon di porti a morte,giá son piú giorni, usci’ di questa corte;
35acciò per te non mi vedessi toltaBradamante, sentendo esser d’Amonela voluntade a tuo favor rivolta.Ma perché ordina l’uomo, e Dio dispone,venne il bisogno ove mi fe’ la moltatua cortesia mutar d’opinïone;e non pur l’odio ch’io t’avea, deposi,ma fe’ ch’esser tuo sempre io mi disposi.
36Tu mi pregasti, non sapendo ch’iofossi Ruggier, ch’io ti facessi averela donna; ch’altretanto saria il miocor fuor del corpo, o l’anima volere.Se sodisfar piú tosto al tuo disio,ch’al mio, ho voluto, t’ho fatto vedere.Tua fatta è Bradamante; abbila in pace:molto piú che ’l mio bene, il tuo mi piace.
37Piaccia a te ancora, se privo di leimi son, ch’insieme io sia di vita privo;che piú tosto senz’anima potrei,che senza Bradamante restar vivo.Appresso, per averla tu non seimai legitimamente, fin ch’io vivo;che tra noi sponsalizio è giá contratto,né duo mariti ella può avere a un tratto. —
38Riman Leon sí pien di maraviglia,quando Ruggiero esser costui gli è noto,che senza muover bocca o batter cigliao mutar piè, come una statua, è immoto:a statua, piú ch’ad uomo, s’assimiglia,che ne le chiese alcun metta per voto.Ben sí gran cortesia questa gli pare,che non ha avuto e non avrá mai pare.
39E conosciutol per Ruggier, non solonon scema il ben che gli voleva pria;ma si l’accresce, che non men del duolodi Ruggiero egli, che Ruggier, patia.Per questo, e per mostrarsi che figliuolod’imperator meritamente sia,non vuol, se ben nel resto a Ruggier cede,ch’in cortesia gli metta inanzi il piede.
40E dice: — Se quel dí, Ruggier, ch’offesofu il campo mio dal valor tuo stupendo,ancor ch’io t’avea in odio, avessi intesoche tu fossi Ruggier, come ora intendo;cosí la tua virtú m’avrebbe preso,come fece anco allor, non lo sapendo;e cosí spinto dal cor l’odio, e tostoquesto amor ch’io ti porto, v’avria posto.
41Che prima il nome di Ruggiero odiassi,ch’io sapessi che tu fosse Ruggiero,non negherò; ma ch’or piú inanzi passil’odio ch’io t’ebbi, t’esca del pensiero.E se, quando di carcere io ti trassi,n’avesse, come or n’ho, saputo il vero;il medesimo avrei fatto anco allora,ch’a benefizio tuo son per far ora.
42E s’allor volentier fatto l’avrei,ch’io non t’era, come or sono, obligato;quant’or piú farlo debbo, che sarei,non lo facendo, il piú d’ogn’altro ingrato;poi che negando il tuo voler, ti seiprivo d’ogni tuo bene, e a me l’hai dato.Ma te lo rendo, e piú contento sonorenderlo a te, ch’aver io avuto il dono.
43Molto piú a te, ch’a me, costei conviensi,la qual, ben ch’io per li suoi merit’ami,non è però, s’altri l’avrá, ch’io pensi,come tu, al viver mio romper li stami.Non vo’ che la tua morte mi dispensi,che possi, sciolto ch’ella avrá i legamiche son del matrimonio ora fra voi,per legitima moglie averla io poi.
44Non che di lei, ma restar privo vogliodi ciò c’ho al mondo, e de la vita appresso,prima che s’oda mai ch’abbia cordoglioper mia cagion tal cavalliero oppresso.De la tua difidenzia ben mi doglio;che tu che puoi, non men che di te stesso,di me dispor, piú tosto abbi volutomorir di duol, che da me avere aiuto. —
45Queste parole et altre soggiungendo,che tutte saria lungo riferire,e sempre le ragion redarguendo,ch’in contrario Ruggier gli potea dire;fe’ tanto, ch’al fin disse: — Io mi ti rendo,e contento sarò di non morire.Ma quando ti sciorrò l’obligo mai,che due volte la vita dato m’hai? —
46Cibo soave e precïoso vinoMelissa ivi portar fece in un tratto;e confortò Ruggier, ch’era vicino,non s’aiutando, a rimaner disfatto.Sentito in questo tempo avea Frontinocavalli quivi, e v’era accorso ratto.Leon pigliar da li scudieri suoilo fe’ e sellare, et a Ruggier dar poi;
47il qual con gran fatica, ancor ch’aiutoavesse da Leon, sopra vi salse:cosí quel vigor manco era venuto,che pochi giorni inanzi in modo valse,che vincer tutto un campo avea potuto,e far quel che fe’ poi con l’arme false.Quindi partiti, giunser, che piú vianon fêr di mezza lega, a una badia:
48ove posaro il resto di quel giorno,e l’altro appresso, e l’altro tutto intero,tanto che ’l cavallier dal lïocornotornato fu nel suo vigor primiero.Poi con Melissa e con Leon ritornoalla cittá real fece Ruggiero,e vi trovò che la passata seral’imbasciata de’ Bulgari giunt’era.
49Che quella nazïon, la qual s’aveaRuggiero eletto re, quivi a chiamarlomandava questi suoi, che si credead’averlo in Francia appresso al magno Carlo:perché giurargli fedeltá volea,e dar di sé dominio, e coronarlo.Lo scudier di Ruggier, che si ritrovacon questa gente, ha di lui dato nuova.
50De la battaglia ha detto, ch’in favorede’ Bulgari a Belgrado egli avea fatta,ove Leon col padre imperatorevinto, e sua gente avea morta e disfatta;e per questo l’avean fatto signore,messo da parte ogni uomo di sua schiatta:e come a Novengrado era poi statopreso da Ungiardo, e a Teodora dato:
51e che venuta era la nuova certa,che ’l suo guardian s’era trovato ucciso,e lui fuggito, e la prigione aperta:che poi ne fosse, non v’era altro avviso.Entrò Ruggier per via molto copertane la cittá, né fu veduto in viso.La seguente mattina egli e ’l compagnoLeone appresentossi a Carlo Magno.
52S’appresentò Ruggier con l’augel d’oroche nel campo vermiglio avea due teste,e come disegnato era fra loro,con le medesme insegne e sopravesteche, come dianzi ne la pugna fôro,eran tagliate ancor, forate e peste;sí che tosto per quel fu conosciuto,ch’avea con Bradamante combattuto.
53Con ricche vesti e regalmente ornatoLeon senz’arme a par con lui venía;e dinanzi e di dietro e d’ogni latoavea onorata e degna compagnia.A Carlo s’inchinò, che giá levatose gli era incontra; e avendo tuttaviaRuggier per man, nel qual intente e fisseognuno avea le luci, cosí disse:
54— Questo è il buon cavalliero il qual difesos’è dal nascer del giorno al giorno estinto;e poi che Bradamante o morto o presoo fuor non l’ha de lo steccato spinto,magnanimo signor, se bene intesoha il vostro bando, è certo d’aver vinto,e d’aver lei per moglie guadagnata;e cosí viene, acciò che gli sia data.
55Oltre che di ragion, per lo tenoredel bando, non v’ha altr’uom da far disegno:se s’ha da meritarla per valore,qual cavallier piú di costui n’è degno?s’aver la dee chi piú le porta amore,non è chi ’l passi o ch’arrivi al suo segno.Et è qui presto contra a chi s’oppone,per difender con l’arme sua ragione. —
56Carlo e tutta la corte stupefatta,questo udendo, restò; ch’avea credutoche Leon la battaglia avesse fatta,non questo cavallier non conosciuto.Marfisa, che con gli altri quivi trattas’era ad udire, e ch’a pena potutoavea tacer fin che Leon finisseil suo parlar, si fece inanzi e disse:
57— Poi che non c’è Ruggier, che la contesade la moglier fra sé e costui discioglia;acciò per mancamento di difesacosí senza rumor non se gli toglia,io che gli son sorella, questa impresapiglio contra a ciascun, sia chi si voglia,che dica aver ragione in Bradamante,o di merto a Ruggiero andare inante. —
58E con tant’ira e tanto sdegno espressequesto parlar, che molti ebber sospetto,che senza attender Carlo che le dessecampo, ella avesse a far quivi l’effetto.Or non parve a Leon che piú dovesseRuggier celarsi, e gli cavò l’elmetto;e rivolto a Marfisa: — Ecco lui prontoa rendervi di sé (disse) buon conto. —
59Quale il canuto Egeo rimase, quandosi fu alla mensa scelerata accorto,che quello era il suo figlio, al quale, instandol’iniqua moglie, avea il veneno pòrto;e poco piú che fosse ito indugiandodi conoscer la spada, l’avria morto:tal fu Marfisa, quando il cavallieroch’odiato avea, conobbe esser Ruggiero.
60E corse senza indugio ad abbracciarlo,né dispiccar se gli sapea dal collo.Rinaldo, Orlando, e di lor prima Carlodi qua e di lá con grand’amor baciollo.Né Dudon né Olivier d’accarezzarlo,né ’l re Sobrin si può veder satollo.Dei paladini e dei baron nessunodi far festa a Ruggier restò digiuno.
61Leone, il qual sapea molto ben dire,finiti che si fur gli abbracciamenti,cominciò inanzi a Carlo a riferire,udendo tutti quei ch’eran presenti,come la gagliardia, come l’ardire(ancor che con gran danno di sue genti)di Ruggier, ch’a Belgrado avea veduto,piú d’ogni offesa avea di sé potuto;
62sí ch’essendo dipoi preso e conduttoa colei ch’ogni strazio n’avria fatto,di prigione egli, mal grado di tuttoil parentado suo, l’aveva tratto;e come il buon Ruggier, per render fruttoe mercede a Leon del suo riscatto,fe’ l’alta cortesia che sempre a quantene furo o saran mai, passará inante.
63E seguendo narrò di punto in puntociò che per lui fatto Ruggiero avea;e come poi da gran dolor compunto,che di lasciar la moglie gli premea,s’era disposto di morire; e giuntov’era vicin, se non si soccorrea.E con sí dolci affetti il tutto espresse,che quivi occhio non fu ch’asciutto stesse.
64Rivolse poi con sí efficaci preghile sue parole all’ostinato Amone,che non sol che lo muova, che lo pieghi,che lo faccia mutar d’opinïone;ma fa ch’egli in persona andar non nieghia supplicar Ruggier che gli perdone,e per padre e per suocero l’accette;e cosí Bradamante gli promette.
65A cui lá dove, de la vita in forse,piangea i suoi casi in camera segreta,con lieti gridi in molta fretta corseper piú d’un messo la novella lieta:onde il sangue ch’al cor, quando lo morseprima il dolor, fu tratto da la pieta,a questo annunzio il lasciò solo in guisa,che quasi il gaudio ha la donzella uccisa.
66Ella riman d’ogni vigor sí vòta,che di tenersi in piè non ha balía;ben che di quella forza ch’esser notavi debbe, e di quel grande animo sia.Non piú di lei, chi a ceppo, a laccio, a ruotasia condannato o ad altra morte ria,e che giá agli occhi abbia la benda negra,gridar sentendo grazia, si rallegra.
67Si rallegra Mongrana e Chiaramonte,di nuovo nodo i dui raggiunti rami:altretanto si duol Gano col conteAnselmo, e con Falcon Gini e Ginami;ma pur coprendo sotto un’altra frontevan lor pensieri invidïosi e grami;e occasïone attendon di vendetta,come la volpe al varco il lepre aspetta.
68Oltre che giá Rinaldo e Orlando uccisomolti in piú volte avean di quei malvagi;ben che l’ingiurie fur con saggio avvisodal re acchetate, et i commun disagi;avea di nuovo lor levato il risol’ucciso Pinabello e Bertolagi:ma pur la fellonia tenean coperta,dissimulando aver la cosa certa.
69Gli imbasciatori bulgari che in cortedi Carlo eran venuti, come ho detto,con speme di trovare il guerrier fortedel lïocorno, al regno loro eletto;sentendol quivi, chiamâr buona sortela lor, che dato avea alla speme effetto;e riverenti ai piè se gli gittaro,e che tornassi in Bulgheria il pregaro;
70ove in Adrïanopoli servatogli era lo scettro e la real corona:ma venga egli a difendersi lo stato;ch’a danni lor di nuovo si ragionache piú numer di gente apparecchiatoha Costantino, e torna anco in persona:et essi, se ’l suo re ponno aver seco,speran di tôrre a lui l’imperio greco.
71Ruggiero accettò il regno, e non conteseai preghi loro, e in Bulgheria promessedi ritrovarsi dopo il terzo mese,quando Fortuna altro di lui non fêsse.Leone Augusto che la cosa intese,disse a Ruggier, ch’alla sua fede stesse,che, poi ch’egli de’ Bulgari ha il domino,la pace è tra lor fatta e Costantino:
72né da partir di Francia s’avrá in fretta,per esser capitan de le sue squadre;che d’ogni terra ch’abbiano suggetta,far la rinunzia gli fará dal padre.Non è virtú che di Ruggier sia detta,ch’a muover sí l’ambizïosa madredi Bradamante, e far che ’l genero ami,vaglia, come ora udir, che re si chiami.
73Fansi le nozze splendide e reali,convenïenti a chi cura ne piglia:Carlo ne piglia cura, e le fa qualifarebbe, maritando una sua figlia.I merti de la donna erano tali,oltre a quelli di tutta sua famiglia,ch’a quel signor non parria uscir del segno,se spendesse per lei mezzo il suo regno.
74Libera corte fa bandire intorno,ove sicuro ognun possa venire;e campo franco sin al nono giornoconcede a chi contese ha da partire.Fe’ alla campagna l’apparato adornodi rami intesti e di bei fiori ordire,d’oro e di seta poi, tanto giocondo,che ’l piú bel luogo mai non fu nel mondo.
75Dentro a Parigi non sariano statel’innumerabil genti peregrine,povare e ricche e d’ogni qualitate,che v’eran, greche, barbare e latine.Tanti signori, e imbascierie mandatedi tutto ’l mondo, non aveano fine:erano in padiglion, tende e frascaticon gran commoditá tutti alloggiati.
76Con eccellente e singulare ornatola notte inanzi avea Melissa magail maritale albergo apparecchiato,di ch’era stata giá gran tempo vaga.Giá molto tempo inanzi desïatoquesta copula avea quella presaga:de l’avvenir presaga, sapea quantabontade uscir dovea da la lor pianta.
77Posto avea il genïal letto fecondoin mezzo un padiglione ampio e capace,il piú ricco, il piú ornato, il piú giocondoche giá mai fosse o per guerra o per pace,o prima o dopo, teso in tutto ’l mondo;e tolto ella l’avea dal lito trace:l’avea di sopra a Costantin levato,ch’a diporto sul mar s’era attendato.
78Melissa di consenso di Leone,o piú tosto per dargli maraviglia,e mostrargli de l’arte paragone,ch’al gran vermo infernal mette la briglia,e che di lui, come a lei par, dispone,e de la a Dio nimica empia famiglia;fe’ da Costantinopoli a Parigiportare il padiglion dai messi stigi.
79Di sopra a Costantin ch’avea l’imperodi Grecia, lo levò da mezzo giorno,con le corde e col fusto, e con l’interoguernimento ch’avea dentro e d’intorno:lo fe’ portar per l’aria, e di Ruggieroquivi lo fece alloggiamento adorno.Poi, finite le nozze, anco tornollomiraculosamente onde levollo.
80Eran degli anni appresso che duo miliache fu quel ricco padiglion trapunto.Una donzella de la terra d’Ilia,ch’avea il furor profetico congiunto,con studio di gran tempo e con vigilialo fece di sua man di tutto punto.Cassandra fu nomata, et al fratelloinclito Ettòr fece un bel don di quello.
81Il piú cortese cavallier che maidovea del ceppo uscir del suo germano(ben che sapea, da la radice assaiche quel per molti rami era lontano)ritratto avea nei bei ricami gaid’oro e di varia seta, di sua mano.L’ebbe, mentre che visse, Ettorre in pregioper chi lo fece, e pel lavoro egregio.
82Ma poi ch’a tradimento ebbe la morte,e fu ’l popul troian da’ Greci afflitto;che Sinon falso aperse lor le porte,e peggio seguitò, che non è scritto;Menelao ebbe il padiglione in sorte,col quale a capitar venne in Egitto,ove al re Proteo lo lasciò, se volsela moglie aver, che quel tiran gli tolse.
83Elena nominata era coleiper cui lo padiglione a Proteo diede;che poi successe in man de’ Tolomei,tanto che Cleopatra ne fu erede.Da le genti d’Agrippa tolto a leinel mar Leucadio fu con altre prede:in man d’Augusto e di Tiberio venne,e in Roma sin a Costantin si tenne;
84quel Costantin di cui doler si debbela bella Italia, fin che giri il cielo.Costantin, poi che ’l Tevero gl’increbbe,portò in Bisanzio il prezïoso velo:da un altro Costantin Melissa l’ebbe.Oro le corde, avorio era lo stelo;tutto trapunto con figure belle,piú che mai con pennel facesse Apelle.
85Quivi le Grazie in abito giocondouna regina aiutavano al parto:sí bello infante n’apparia, che ’l mondonon ebbe un tal dal secol primo al quarto.Vedeasi Iove, e Mercurio facondo,Venere e Marte, che l’aveano spartoa man piene e spargean d’eterei fiori,di dolce ambrosia e di celesti odori.
86Ippolito diceva una scritturasopra le fasce in lettere minute.In etá poi piú ferma l’Aventural’avea per mano, e inanzi era Virtute.Mostrava nòve genti la pitturacon veste e chiome lunghe, che venutea domandar da parte di Corvinoerano al padre il tenero bambino.
87Da Ercole partirsi riverentesi vede, e da la madre Leonora;e venir sul Danubio, ove la gentecorre a vederlo, e come un Dio l’adora.Vedesi il re degli Ungari prudente,che ’l maturo sapere ammira e onorain non matura etá tenera e molle,e sopra tutti i suoi baron l’estolle.
88V’è che negli infantili e teneri annilo scettro di Strigonia in man gli pone:sempre il fanciullo se gli vede a’ panni,sia nel palagio, sia nel padiglione:o contra Turchi, o contra gli Alemanniquel re possente faccia espedizione,Ippolito gli è appresso, e fiso attendea’ magnanimi gesti, e virtú apprende.
89Quivi si vede, come il fior dispenside’ suoi primi anni in disciplina et arte.Fusco gli è appresso, che gli occulti sensichiari gli espone de l’antiche carte.— Questo schivar, questo seguir conviensi,se immortal brami e glorioso farte, —par che gli dica: cosí avea ben tintii gesti lor chi giá gli avea dipinti.
90Poi cardinale appar, ma giovinetto,sedere in Vaticano a consistoro,e con facondia aprir l’alto intelletto,e far di sé stupir tutto quel coro.— Qual ha dunque costui d’etá perfetto?(parean con maraviglia dir tra loro).Oh se di Pietro mai gli tocca il manto,che fortunata etá! che secol santo! —
91In altra parte i liberali spassierano e i giuochi del giovene illustre.Or gli orsi affronta sugli alpini sassi,ora i cingiali in valle ima e palustre:or s’un ginnetto par che ’l vento passi,seguendo o caprio o cerva multilustre,che giunta par che bipartita cadain parti uguali a un sol colpo di spada.
92Di filosofi altrove e di poetisi vede in mezzo un’onorata squadra.Quel gli dipinge il corso de’ pianeti,questi la terra, quello il ciel gli squadra:questi meste elegie, quel versi lieti,quel canta eroici, o qualche oda leggiadra.Musici ascolta, e varii suoni altrove;né senza somma grazia un passo muove.
93In questa prima parte era dipintadel sublime garzon la puerizia.Cassandra l’altra avea tutta distintadi gesti di prudenzia, di iustizia,di valor, di modestia, e de la quintache tien con lor strettissima amicizia,dico de la virtú che dona e spende;de le qual tutte illuminato splende.
94In questa parte il giovene si vedecol duca sfortunato degl’Insubri,ch’ora in pace a consiglio con lui siede,or armato con lui spiega i colubri;e sempre par d’una medesma fede,o ne’ felici tempi o nei lugubri:ne la fuga lo segue, lo confortane l’afflizion, gli è nel periglio scorta.
95Si vede altrove a gran pensieri intentoper salute d’Alfonso e di Ferrara;che va cercando per strano argumento,e trova, e fa veder per cosa chiaraal giustissimo frate il tradimentoche gli usa la famiglia sua piú cara:e per questo si fa del nome erede,che Roma a Ciceron libera diede.
96Vedesi altrove in arme relucente,ch’ad aiutar la Chiesa in fretta corre;e con tumultuaria e poca gentea un esercito instrutto si va opporre;e solo il ritrovarsi egli presentetanto agli Ecclesiastici soccorre,che ’l fuoco estingue pria ch’arder comince:sí che può dir, che viene e vede e vince.
97Vedesi altrove da la patria rivapugnar incontra la piú forte armata,che contra Turchi o contra gente argivada’ Veneziani mai fosse mandata:la rompe e vince, et al fratel captivacon la gran preda l’ha tutta donata;né per sé vedi altro serbarsi lui,che l’onor sol, che non può dare altrui.
98Le donne e i cavallier mirano fisi,senza trarne construtto, le figure;perché non hanno appresso che gli avvisiche tutte quelle sien cose future.Prendon piacere a riguardare i visibelli e ben fatti, e legger le scritture.Sol Bradamante da Melissa instruttagode tra sé; che sa l’istoria tutta.
99Ruggiero, ancor ch’a par di Bradamantenon ne sia dotto, pur gli torna a menteche fra i nipoti suoi gli solea Atlantecommendar questo Ippolito sovente.Chi potria in versi a pieno dir le tantecortesie che fa Carlo ad ogni gente?Di varii giochi è sempre festa grande,e la mensa ognor piena di vivande.
100Vedesi quivi chi è buon cavalliero;che vi son mille lancie il giorno rotte:fansi battaglie a piedi et a destriero,altre accoppiate, altre confuse in frotte.Piú degli altri valor mostra Ruggiero,che vince sempre, e giostra il dí e la notte;e cosí in danza, in lotta et in ogni oprasempre con molto onor resta di sopra.
101L’ultimo dí, ne l’ora che ’l solenneconvito era a gran festa incominciato;che Carlo a man sinistra Ruggier tenne,e Bradamante avea dal destro lato;di verso la campagna in fretta vennecontra le mense un cavalliero armato,tutto coperto egli e ’l destrier di nero,di gran persona, e di sembiante altiero.
102Quest’era il re d’Algier, che per lo scornoche gli fe’ sopra il ponte la donzella,giurato avea di non porsi arme intorno,né stringer spada, né montare in sella,fin che non fosse un anno, un mese e un giornostato, come eremita, entro una cella.Cosí a quel tempo solean per se stessipunirsi i cavallier di tali eccessi.
103Se ben di Carlo in questo mezzo intesee del re suo signore ogni successo;per non disdirsi, non piú l’arme prese,che se non pertenesse il fatto ad esso.Ma poi che tutto l’anno e tutto ’l mesevede finito, e tutto ’l giorno appresso,con nuove arme e cavallo e spada e lanciaalla corte or ne vien quivi di Francia.
104Senza smontar, senza chinar la testa,e senza segno alcun di riverenzia,mostra Carlo sprezzar con la sua gesta,e de tanti signor l’alta presenzia.Maraviglioso e attonito ognun resta,che si pigli costui tanta licenzia.Lasciano i cibi e lascian le paroleper ascoltar ciò che ’l guerrier dir vuole.
105Poi che fu a Carlo et a Ruggiero a fronte,con alta voce et orgoglioso grido:— Son (disse) il re di Sarza, Rodomonte,che te, Ruggiero, alla battaglia sfido;e qui ti vo’, prima che ’l sol tramonte,provar ch’al tuo signor sei stato infido;e che non merti, che sei traditore,fra questi cavallieri alcuno onore.
106Ben che tua fellonia si vegga aperta,perché essendo cristian non pòi negarla;pur per farla apparere anco piú certa,in questo campo vengoti a provarla:e se persona hai qui che faccia offertadi combatter per te, voglio accettarla.Se non basta una, e quattro e sei n’accetto;e a tutte manterrò quel ch’io t’ho detto. —
107Ruggiero a quel parlar ritto levosse,e con licenzia rispose di Carlo,che mentiva egli, e qualunqu’altro fosse,che traditor volesse nominarlo;che sempre col suo re cosí portosse,che giustamente alcun non può biasmarlo;e ch’era apparecchiato sostenereche verso lui fe’ sempre il suo dovere:
108e ch’a difender la sua causa era atto,senza tôrre in aiuto suo veruno;e che sperava di mostrargli in fatto,ch’assai n’avrebbe e forse troppo d’uno.Quivi Rinaldo, quivi Orlando tratto,quivi il marchese, e’l figlio bianco e ’l bruno,Dudon, Marfisa, contra il pagan fieros’eran per la difesa di Ruggiero;
109mostrando ch’essendo egli nuovo sposo,non dovea conturbar le proprie nozze.Ruggier rispose lor: — State in riposo;che per me fôran queste scuse sozze. —L’arme che tolse al Tartaro famoso,vennero, e fur tutte le lunghe mozze.Gli sproni il conte Orlando a Ruggier strinse,e Carlo al fianco la spada gli cinse.
110Bradamante e Marfisa la corazzaposta gli aveano, e tutto l’altro arnese.Tenne Astolfo il destrier di buona razza,tenne la staffa il figlio del Danese.Feron d’intorno far subito piazzaRinaldo, Namo et Olivier marchese:cacciaro in fretta ognun de lo steccatoa tal bisogni sempre apparecchiato.
111Donne e donzelle con pallida facciatimide a guisa di columbe stanno,che da’ granosi paschi ai nidi cacciarabbia de’ venti che fremendo vannocon tuoni e lampi, e ’l nero aer minacciagrandine e pioggia, e a’ campi strage e danno:timide stanno per Ruggier; che malea quel fiero pagan lor parea uguale.
112Cosí a tutta la plebe e alla piú partedei cavallieri e dei baron parea;che di memoria ancor lor non si partequel ch’in Parigi il pagan fatto avea;che, solo, a ferro e a fuoco una gran parten’avea distrutta, e ancor vi rimanea,e rimarrá per molti giorni il segno:né maggior danno altronde ebbe quel regno.
113Tremava, piú ch’a tutti gli altri, il corea Bradamante; non ch’ella credesseche ’l Saracin di forza, e del valoreche vien dal cor, piú di Ruggier potesse;né che ragion, che spesso dá l’onorea chi l’ha seco, Rodomonte avesse:pur stare ella non può senza sospetto;che di temere, amando, ha degno effetto.
114Oh quanto volentier sopra sé toltal’impresa avria di quella pugna incerta,ancor che rimaner di vita scioltaper quella fosse stata piú che certa!Avria eletto a morir piú d’una volta,se può piú d’una morte esser sofferta,piú tosto che patir che ’l suo consortesi ponesse a pericol de la morte.
115Ma non sa ritrovar priego che vaglia,perché Ruggiero a lei l’impresa lassi.A riguardare adunque la battagliacon mesto viso e cor trepido stassi.Quinci Ruggier, quindi il pagan si scaglia,e vengonsi a trovar coi ferri bassi.Le lancie all’incontrar parver di gielo;i tronchi, augelli a salir verso il cielo.
116La lancia del pagan, che venne a côrrelo scudo a mezzo, fe’ debole effetto:tanto l’acciar, che pel famoso Ettorretemprato avea Vulcano, era perfetto.Ruggier la lancia parimente a porregli andò allo scudo, e gliele passò netto;tutto che fosse appresso un palmo grosso,dentro e di fuor d’acciaro, e in mezzo d’osso.
117E se non che la lancia non sostenneil grave scontro, e mancò al primo assalto,e rotta in scheggie e in tronchi aver le penneparve per l’aria, tanto volò in alto;l’osbergo apria (sí furïosa venne),se fosse stato adamantino smalto,e finia la battaglia; ma si roppe:posero in terra ambi i destrier le groppe.
118Con briglia e sproni i cavallieri instando,risalir feron subito i destrieri;e donde gittâr l’aste, preso il brando,si tornaro a ferir crudeli e fieri:di qua di lá con maestria girandogli animosi cavalli atti e leggiericon le pungenti spade incominciaroa tentar dove il ferro era piú raro.
119Non si trovò lo scoglio del serpente,che fu sí duro, al petto Rodomonte,né di Nembrotte la spada tagliente,né ’l solito elmo ebbe quel dí alla fronte;che l’usate arme, quando fu perdentecontra la donna di Dordona al ponte,lasciato avea sospese ai sacri marmi,come di sopra avervi detto parmi.
120Egli avea un’altra assai buona armatura,non come era la prima giá perfetta:ma né questa né quella né piú duraa Balisarda si sarebbe retta;a cui non osta incanto né fatura,né finezza d’acciar né tempra eletta.Ruggier di qua di lá sí ben lavora,ch’al pagan l’arme in piú d’un loco fora.
121Quando si vide in tante parti rosseil pagan l’arme, e non poter schivareche la piú parte di quelle percossenon gli andasse la carne a ritrovare;a maggior rabbia, a piú furor si mosse,ch’a mezzo il verno il tempestoso mare:getta lo scudo, e a tutto suo poteresu l’elmo di Ruggiero a due man fere.
122Con quella estrema forza che percuotela machina ch’in Po sta su due navi,e levata con uomini e con ruotecader si lascia su le aguzze travi;fere il pagan Ruggier, quanto piú puote,con ambe man sopra ogni peso gravi:giova l’elmo incantato; che senza esso,lui col cavallo avria in un colpo fesso.
123Ruggiero andò due volte a capo chino,e per cadere e braccia e gambe aperse.Raddoppia il fiero colpo il Saracino,che quel non abbia tempo a riaverse:poi vien col terzo ancor; ma il brando finosí lungo martellar piú non sofferse;che volò in pezzi, et al crudel paganodisarmata lasciò di sé la mano.
124Rodomonte per questo non s’arresta,ma s’aventa a Ruggier che nulla sente;in tal modo intronata avea la testa,in tal modo offuscata avea la mente.Ma ben dal sonno il Saracin lo desta:gli cinge il collo col braccio possente;e con tal nodo e tanta forza afferra,che de l’arcion lo svelle, e caccia in terra.
125Non fu in terra sí tosto, che risorse,via piú che d’ira, di vergogna pieno;però che a Bradamante gli occhi torse,e turbar vide il bel viso sereno.Ella al cader di lui rimase in forse,e fu la vita sua per venir meno.Ruggiero ad emendar presto quell’onta,stringe la spada, e col pagan s’affronta.
126Quel gli urta il destrier contra, ma Ruggierolo cansa accortamente, e si ritira,e nel passare, al fren piglia il destrierocon la man manca, e intorno lo raggira;e con la destra intanto al cavallieroferire il fianco o il ventre o il petto mira;e di due punte fe’ sentirgli angoscia,l’una nel fianco, e l’altra ne la coscia.
127Rodomonte, ch’in mano ancor teneail pome e l’elsa de la spada rotta,Ruggier su l’elmo in guisa percotea,che lo potea stordire all’altra botta.Ma Ruggier ch’a ragion vincer dovea,gli prese il braccio, e tirò tanto allotta,aggiungendo alla destra l’altra mano,che fuor di sella al fin trasse il pagano.
128Sua forza o sua destrezza vuol che cadail pagan sí, ch’a Ruggier resti al paro:vo’ dir che cadde in piè; che per la spadaRuggiero averne il meglio giudicaro.Ruggier cerca il pagan tenere a badalungi da sé, né di accostarsi ha caro:per lui non fa lasciar venirsi adossoun corpo cosí grande e cosí grosso.
129E insanguinargli pur tuttavia il fiancovede e la coscia e l’altre sue ferite.Spera che venga a poco a poco manco,sí che al fin gli abbia a dar vinta la lite.L’elsa e ’l pome avea in mano il pagan anco,e con tutte le forze insieme uniteda sé scagliolli, e sí Ruggier percosse,che stordito ne fu piú che mai fosse.
130Ne la guancia de l’elmo, e ne la spallafu Ruggier colto, e sí quel colpo sente,che tutto ne vacilla e ne traballa,e ritto se sostien difficilmente.Il pagan vuole entrar, ma il piè gli falla,che per la coscia offesa era impotente:e ’l volersi affrettar piú del potere,con un ginocchio in terra il fa cadere.
131Ruggier non perde il tempo, e di grande urtolo percuote nel petto e ne la faccia;e sopra gli martella, e tien sí curto,che con la mano in terra anco lo caccia.Ma tanto fa il pagan che gli è risurto;si stringe con Ruggier sí, che l’abbraccia:l’uno e l’altro s’aggira, e scuote e preme,arte aggiungendo alle sue forze estreme.
132Di forza a Rodomonte una gran partela coscia e ’l fianco aperto aveano tolto.Ruggiero avea destrezza, avea grande arte,era alla lotta esercitato molto:sente il vantaggio suo, né se ne parte;e donde il sangue uscir vede piú sciolto,e dove piú ferito il pagan vede,puon braccia e petto, e l’uno e l’altro piede.
133Rodomonte pien d’ira e di dispettoRuggier nel collo e ne le spalle prende:or lo tira, or lo spinge, or sopra il pettosollevato da terra lo sospende,quinci e quindi lo ruota, e lo tien stretto,e per farlo cader molto contende.Ruggier sta in sé raccolto, e mette in oprasenno e valor, per rimaner di sopra.
134Tanto le prese andò mutando il francoe buon Ruggier, che Rodomonte cinse:calcògli il petto sul sinistro fianco,e con tutta sua forza ivi lo strinse.La gamba destra a un tempo inanzi al mancoginocchio e all’altro attraversògli e spinse;e da la terra in alto sollevollo,e con la testa in giú steso tornollo.
135Del capo e de le schene Rodomontela terra impresse; e tal fu la percossa,che da le piaghe sue, come da fonte,lungi andò il sangue a far la terra rossa.Ruggier, c’ha la Fortuna per la fronte,perché levarsi il Saracin non possa,l’una man col pugnal gli ha sopra gli occhi,l’altra alla gola, al ventre gli ha i ginocchi.
136Come talvolta, ove si cava l’orolá tra’ Pannoni o ne le mine ibere,se improvisa ruina su coloroche vi condusse empia avarizia, fere,ne restano sí oppressi, che può il lorospirto a pena, onde uscire, adito avere:cosí fu il Saracin non meno oppressodal vincitor, tosto ch’in terra messo.
137Alla vista de l’elmo gli appresentala punta del pugnal ch’avea giá tratto;e che si renda, minacciando, tenta,e di lasciarlo vivo gli fa patto.Ma quel, che di morir manco paventa,che di mostrar viltade a un minimo atto,si torce e scuote, e per por lui di sottomette ogni suo vigor, né gli fa motto.
138Come mastin sotto il feroce alanoche fissi i denti ne la gola gli abbia,molto s’affanna e si dibatte invanocon occhi ardenti e con spumose labbia,e non può uscire al predator di mano,che vince di vigor, non giá di rabbia:cosí falla al pagano ogni pensierod’uscir di sotto al vincitor Ruggiero.
139Pur si torce e dibatte sí, che vienead espedirsi col braccio migliore;e con la destra man che ’l pugnal tiene,che trasse anch’egli in quel contrasto fuore,tenta ferir Ruggier sotto le rene:ma il giovene s’accorse de l’errorein che potea cader, per differiredi far quel empio Saracin morire.
140E due e tre volte ne l’orribil fronte,alzando, piú ch’alzar si possa, il braccio,il ferro del pugnale a Rodomontetutto nascose, e si levò d’impaccio.Alle squalide ripe d’Acheronte,sciolta dal corpo piú freddo che giaccio,bestemmiando fuggí l’alma sdegnosa,che fu sí altiera al mondo e sí orgogliosa.
finis.
pro bono malum.