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Temi: I promessi sposi

La Provvidenza

La fede nella Provvidenza, cioè nell’azione nascosta di Dio nelle vicende umane, regge l’intero romanzo. Renzo la sente viva nei momenti più difficili: fuggendo verso l’Adda, affamato e ricercato, esclama «La c’è la Provvidenza!» e subito dona i pochi soldi che gli restano a tre mendicanti (capitolo XVII). La conversione dell’innominato, la liberazione di Lucia e la fine della peste sono episodi in cui il bene nasce proprio da ciò che sembrava soltanto male.

La Provvidenza di Manzoni, però, non garantisce una vita senza dolore. La conclusione che Renzo e Lucia traggono dalle loro avventure è che «i guai vengono bensì spesso, perchè ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani», e che la fiducia in Dio li rende sopportabili (capitolo XXXVIII). Il narratore la presenta, con un sorriso, come «il sugo di tutta la storia».

Potenti e umili

Il romanzo racconta la storia di chi subisce il potere. Don Rodrigo impedisce un matrimonio per capriccio, i bravi minacciano, e la legge non protegge i deboli: l’avvocato Azzecca-garbugli spiega con cinismo che «a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente» (capitolo III), e caccia Renzo appena sente il nome del signorotto.

Anche chi dovrebbe difendere i deboli spesso li abbandona. Don Abbondio non celebra le nozze per paura e, rimproverato dal cardinale, si giustifica con una frase rimasta proverbiale: «Il coraggio, uno non se lo può dare» (capitolo XXV). Al contrario fra Cristoforo affronta don Rodrigo nel suo palazzo e gli lancia un avvertimento, «Verrà un giorno» (capitolo VI), che il signorotto non riesce a togliersi dalla mente.

La conversione

Nel romanzo nessuno è condannato per sempre. Fra Cristoforo, che da giovane si chiamava Lodovico, uccise un nobile in uno scontro per strada e dedicò poi la vita a riparare quella colpa. L’innominato, il signore più temuto della regione, è scosso dalle suppliche di Lucia prigioniera: «Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!» (capitolo XXI). Dopo una notte di disperazione incontra il cardinale Federigo Borromeo e cambia vita, mettendo il suo castello al servizio di chi fugge dalla guerra.

La conversione si compie nel perdono. Nel lazzaretto fra Cristoforo conduce Renzo, che per gran parte del romanzo ha coltivato pensieri di vendetta, davanti a don Rodrigo morente e gli chiede di perdonarlo e di pregare per lui. Renzo accetta, e solo dopo questo gesto ritrova Lucia: il lieto fine arriva a chi ha rinunciato all’odio.

La folla

Manzoni osserva con attenzione i comportamenti collettivi. Nei tumulti di San Martino la folla affamata assalta i forni e la casa del vicario di provvisione, passando in poco tempo dalla rabbia alla pietà, e Renzo, trascinato dall’entusiasmo, finisce per esserne considerato un capo. Durante la peste la paura scatena la caccia agli untori, e perfino chi dubita non osa parlare: «il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune» (capitolo XXXII).

Il narratore non disprezza la folla, ma ne mostra la fragilità: basta una voce o una falsa notizia per trasformare una comunità in una massa cieca. Lo stesso Renzo, all’inizio, si illude che la rabbia possa bastare a ottenere giustizia, «A questo mondo c’è giustizia finalmente» (capitolo III), e le sue avventure milanesi gli insegnano quanto sia pericoloso lasciarsi guidare dall’impulso.

La peste

La peste del 1630 occupa gli ultimi capitoli ed è insieme un evento storico e una prova morale. Manzoni ne ricostruisce l’arrivo e la diffusione sulla base delle fonti, denunciando i ritardi delle autorità, la superstizione e la ricerca di capri espiatori, e chiede al lettore di immaginare l’orrore del lazzaretto, «il recinto del lazzeretto, popolato di sedici mila appestati» (capitolo XXXV).

La malattia colpisce potenti e umili senza distinzione e diventa lo strumento con cui la storia si scioglie: muore don Rodrigo, abbandonato dai suoi bravi, muore fra Cristoforo, che ha scelto di assistere i malati, sopravvivono Renzo e Lucia. La pioggia che cade quando Renzo lascia il lazzaretto sembra lavare la città e annuncia la fine del contagio.

La libertà negata

Nella storia di Gertrude, la monaca di Monza, Manzoni mostra come una volontà possa essere piegata fin dall’infanzia. Destinata al convento dal padre, un principe che vuole lasciare tutta l’eredità al primogenito, Gertrude viene cresciuta con l’idea del chiostro, isolata e spinta con ricatti e lusinghe a pronunciare un sì che non desidera. Divenuta monaca senza vocazione, cede alle attenzioni di Egidio: «La sventurata rispose» (capitolo X).

Il suo caso è il rovescio di quello di Lucia. Anche Lucia si trova sola, prigioniera e minacciata, ma resta libera interiormente e si affida a Dio con il voto pronunciato nel castello: «fo voto a voi di rimaner vergine» (capitolo XXI). Gertrude, invece, abituata a mentire a se stessa, si lascia trascinare dal male e diventa complice del rapimento della ragazza che avrebbe dovuto proteggere.