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Temi: Decameron

La peste e la brigata

Il Decameron nasce da una catastrofe. Nell’introduzione alla prima giornata la peste del 1348 non uccide soltanto i corpi, ma distrugge i legami che tengono insieme la società: la paura era tale «che l’un fratello l’altro abbandonava ed il zio il nepote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito». Leggi, riti funebri e rapporti familiari perdono valore, e molti vivono senza più alcuna regola.

La brigata risponde a questo disordine con una vita ordinata e piacevole. Pampinea propone di lasciare la città per ritrovare la gioia di vivere, ma «senza trapassare in alcuno atto il segno della ragione». Quando i dieci giovani arrivano nella villa, è ancora lei a fissare il tono della compagnia: «festevolmente viver si vuole, né altra cagione dalle tristizie ci ha fatte fuggire». Il re o la regina di ogni giorno, i canti, le danze e i temi delle novelle trasformano la fuga in una piccola comunità civile.

La fortuna

Molte novelle mostrano come la vita umana sia esposta ai capovolgimenti del caso. Il tema della seconda giornata è dedicato proprio a chi passa attraverso sventure di ogni genere per arrivare a un lieto fine inatteso, e la narratrice Lauretta osserva che non c’è effetto della fortuna più grande che «vedere uno d’infima miseria a stato reale elevare». Mercanti derubati, naufraghi, principesse rapite attraversano il Mediterraneo in balia degli eventi.

La fortuna, però, non è cieca del tutto, e l’uomo può in parte opporvisi. Nella seconda novella della sesta giornata, parlando del fornaio Cisti, uomo di animo nobile costretto a un mestiere umile, Pampinea corregge l’idea comune e afferma di sapere «la natura esser discretissima e la fortuna aver mille occhi». Il buon uso dell’intelligenza permette spesso di trasformare la sorte avversa.

L’amore

L’amore è la forza che domina gran parte del libro, a partire dalla dedica alle donne innamorate, che, secondo il Proemio, «dentro a’ dilicati petti, temendo e vergognando, tengono l’amorose fiamme nascose». Le novelle ne mostrano tutti i volti: la passione tragica di Ghismunda e di Lisabetta nella quarta giornata, gli amori coronati dopo molte prove nella quinta, le astuzie e gli inganni delle beffe nella settima e nell’ottava.

Per Boccaccio l’amore è una forza naturale, capace di nobilitare chi lo prova. All’inizio della quinta giornata Panfilo annuncia una novella che dovrà far comprendere «quanto sien sante, quanto poderose e di quanto ben piene le forze d’Amore», e racconta la storia di Cimone, un giovane rozzo che diventa saggio e raffinato innamorandosi. Chi cerca di reprimere l’amore, come Tancredi con la figlia, provoca invece la morte e il dolore.

L’ingegno e la parola

L’intelligenza pratica è la virtù più ammirata del Decameron. Già nella prima giornata Fiammetta dichiara di voler mostrare «quanta sia la forza delle belle e pronte risposte», e l’intera sesta giornata è dedicata ai motti con cui qualcuno si salva da un pericolo o da una vergogna. Una battuta ben detta vale più della forza e dell’autorità: Chichibio evita la punizione, madonna Filippa fa cambiare una legge, frate Cipolla trasforma un imbroglio fallito in un trionfo.

La parola deve però essere misurata. Nella terza novella della sesta giornata Lauretta spiega che i motti devono pungere senza ferire: «come la pecora morde, deono cosí mordere l’uditore, e non come il cane». Anche le beffe della settima e dell’ottava giornata, come quelle di Bruno e Buffalmacco ai danni di Calandrino, celebrano l’astuzia, ma lasciano spesso intravedere la crudeltà verso i più ingenui.

La satira del clero

Il Decameron colpisce spesso l’ipocrisia degli uomini di Chiesa. Nella seconda novella della prima giornata l’ebreo Abraam va a Roma, vede la corruzione dei prelati e, tornato a Parigi, si fa ugualmente cristiano; nella sesta un uomo arguto smaschera con una battuta l’avidità di un frate inquisitore. Nella novella successiva Filostrato lo dichiara apertamente: «La viziosa e lorda vita de’ cherici» offre materia a chiunque voglia criticarla.

La satira passa soprattutto attraverso il riso. Ser Ciappelletto inganna un frate e diventa santo; frate Alberto si finge l’arcangelo Gabriele per sedurre una donna; frate Cipolla spaccia carboni per reliquie. Boccaccio non attacca la fede, ma mostra quanto sia facile sfruttarla per interesse.

La libertà del narratore

L’autore interviene più volte per difendere il proprio libro. Nell’introduzione alla quarta giornata risponde a chi lo accusa di occuparsi troppo delle donne e a chi gli consiglia di dedicarsi a opere più serie, stando «con le Muse in Parnaso» anziché con le sue novelle. Nella Conclusione affronta l’accusa di aver scritto cose poco oneste.

La sua difesa si fonda sulla responsabilità di chi legge: «Ciascuna cosa in se medesima è buona ad alcuna cosa, e male adoperata può essere nociva di molte; e cosí dico delle mie novelle». Le novelle non impongono un modello da seguire: raccontano il mondo com’è, e lasciano al lettore la libertà e il dovere di giudicare.