Cosa succede
Nel Proemio l’autore racconta di aver sofferto a lungo per amore e di aver trovato conforto nei ragionamenti degli amici; per ricambiare, dedica il libro alle donne innamorate, che, costrette in casa dalla volontà dei familiari, hanno meno svaghi degli uomini per alleviare le loro pene. Il libro, annuncia, contiene cento novelle raccontate in dieci giorni da sette donne e tre giovani.
L’introduzione alla prima giornata descrive la peste che colpisce Firenze nel 1348 e la rovina dei legami civili e familiari: la paura è tale che i fratelli si abbandonano l’un l’altro e i genitori evitano i figli. Nella città quasi vuota, un martedì mattina, sette giovani donne tra i diciotto e i ventotto anni si ritrovano nella chiesa di Santa Maria Novella; l’autore dà loro nomi adatti al carattere di ciascuna: Pampinea, Fiammetta, Filomena, Emilia, Lauretta, Neifile ed Elissa. Pampinea, la più grande, propone di lasciare la città e di vivere nelle ville di campagna in allegria, senza però oltrepassare i limiti della ragione. Filomena ed Elissa osservano che servirebbe la guida di qualche uomo, e proprio allora entrano in chiesa tre giovani, Panfilo, Filostrato e Dioneo, che accettano di accompagnarle. Il giorno dopo la brigata si trasferisce con i servitori in un palazzo in collina, a due miglia da Firenze. Pampinea viene eletta regina e fissa le regole della vita comune: ogni giorno un re o una regina, incoronati d’alloro, stabiliranno i divertimenti, e nelle ore calde del pomeriggio ciascuno racconterà una novella.
La prima giornata, sotto Pampinea, ha tema libero. La prima novella racconta di ser Ciappelletto, un uomo malvagio che con una falsa confessione si fa venerare come santo; nella terza l’ebreo Melchisedech sfugge a una trappola del Saladino con la storia dei tre anelli, e molte altre celebrano la forza delle risposte pronte. Alla fine del giorno Dioneo ottiene il privilegio, che conserverà sempre, di parlare per ultimo e senza rispettare il tema. Nella seconda giornata, sotto Filomena, si raccontano le storie di chi, colpito da molte avversità, arriva oltre ogni speranza a un lieto fine, come Andreuccio da Perugia, che a Napoli incorre in tre disavventure in una sola notte e torna a casa con un rubino. Nella terza, dopo due giorni di pausa e il trasferimento in un altro palazzo, la regina Neifile propone il tema di chi ottiene con l’ingegno ciò che desidera o recupera ciò che ha perduto: vi si trova, per esempio, Masetto da Lamporecchio, che si finge muto per entrare come ortolano in un convento.
Nella quarta giornata re Filostrato, che si dice sfortunato in amore, sceglie il tema degli amori finiti tragicamente: Tancredi, principe di Salerno, fa uccidere l’amante della figlia Ghismunda e le manda il cuore in una coppa d’oro; i fratelli di Lisabetta da Messina uccidono l’uomo che lei ama, e la ragazza ne nasconde la testa in un vaso di basilico. L’introduzione a questa giornata è occupata dalla voce dell’autore, che risponde a chi lo accusa di dedicarsi troppo alle donne e di scrivere frivolezze invece di stare «con le Muse in Parnaso», e racconta a sua difesa la storia di Filippo Balducci, che dopo la morte della moglie si ritira con il figlio bambino sul Monte Asinaio, lontano dal mondo. Nella quinta giornata la regina Fiammetta sceglie invece gli amori che, dopo casi dolorosi, finiscono felicemente: Nastagio degli Onesti convince la donna amata mostrandole la visione di una giovane inseguita e sbranata dai cani di un cavaliere, e Federigo degli Alberighi, rimasto povero, serve a tavola alla donna amata il suo ultimo falcone e ne ottiene infine la mano.
Nella sesta giornata, dopo una lite tra i servitori Licisca e Tindaro, la regina Elissa propone il tema dei motti e delle risposte pronte con cui qualcuno evita un danno o una vergogna: il fornaio Cisti corregge con una sola parola un ricco cittadino, il cuoco Chichibio si salva dall’ira del padrone con una battuta, il poeta Guido Cavalcanti si libera con un motto di un gruppo di cavalieri che lo provocano, e frate Cipolla, che aveva promesso ai contadini di Certaldo di mostrare una penna dell’arcangelo Gabriele, trasforma in reliquia i carboni trovati al suo posto. Nella settima giornata, sotto Dioneo e nella Valle delle donne, si raccontano le beffe che le mogli fanno ai mariti; nell’ottava, sotto Lauretta, le beffe di ogni genere, tra cui quella dei pittori Bruno e Buffalmacco, che mandano l’ingenuo Calandrino a cercare lungo il Mugnone l’elitropia, una pietra che renderebbe invisibili. Nella nona giornata la regina Emilia lascia di nuovo libera la scelta del tema.
Nella decima giornata il re Panfilo chiede storie di chi ha agito con liberalità e magnificenza, in amore o in altro: re, cavalieri, il Saladino e infine Griselda, figlia di un contadino, sposata dal marchese di Saluzzo, che la sottopone a prove crudeli e la trova sempre paziente. Alla fine della giornata Panfilo ricorda che sono passati quindici giorni dalla partenza e propone di rientrare; il mattino seguente la brigata torna a Firenze e i giovani lasciano le donne in Santa Maria Novella. Nella Conclusione l’autore risponde alle ultime critiche: le novelle, come ogni cosa, possono essere usate bene o male, e non corrompono chi le legge con mente sana.
Perché è importante
La forza del Decameron sta prima di tutto nella sua architettura. La cornice racconta la fuga dalla peste e la vita ordinata della brigata, con le sue regole, i canti, le danze e le ballate che chiudono ogni giornata; dentro la cornice le cento novelle sono distribuite per temi, e ogni narratore collega la propria storia a quella precedente. L’ordine della brigata si contrappone al disordine della città malata: raccontare diventa un modo per ricostruire una comunità civile e per ritrovare il piacere di vivere senza perdere l’onestà.
Nelle novelle compare tutta la società del tempo, dai re ai mercanti, dai frati ai contadini, dalle nobildonne ai servi, rappresentata con un realismo nuovo. Le vicende sono guidate da tre grandi forze, la fortuna, l’amore e l’ingegno umano, e il giudizio del narratore premia spesso l’intelligenza pratica, la prontezza di parola, la generosità, mentre colpisce l’ipocrisia, soprattutto quella del clero. L’amore e il desiderio sono presentati come forze naturali, che non si possono reprimere senza conseguenze dolorose.
Scritto tra il 1349 e il 1353, il Decameron fondò la novella come genere letterario e divenne presto un modello europeo. La sua prosa unisce periodi ampi e costruiti sul modello latino a dialoghi vivaci, capaci di imitare la parlata di personaggi diversi. Nel Cinquecento Pietro Bembo indicò Boccaccio come modello della prosa italiana, e per secoli il libro ha influenzato la lingua letteraria e l’arte del racconto.
Passi da ricordare
«Umana cosa è l’avere compassione degli afflitti»: con queste parole si apre il Proemio, in cui l’autore presenta il libro come un gesto di gratitudine e di conforto.
«Questo orrido cominciamento vi fia non altramenti che a’ camminanti una montagna aspra ed erta, appresso la quale un bellissimo piano e dilettevole sia riposto»: nell’introduzione alla prima giornata l’autore giustifica la descrizione della peste, che precede il piacere delle novelle.
«Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace»: nella nona novella della sesta giornata Guido Cavalcanti risponde così ai cavalieri che lo circondano tra le tombe, dichiarandoli morti nello spirito.
«vo’ ragionar d’un marchese non una cosa magnifica ma una matta bestialitá»: nell’ultima novella del libro Dioneo presenta la storia di Griselda con un giudizio severo sul comportamento del marito.
«Niuna corrotta mente intese mai sanamente parola»: nella Conclusione l’autore sostiene che il male non sta nelle novelle, ma nello sguardo di chi le legge.