Griselda è la protagonista della decima novella della decima giornata, l’ultima del Decameron, raccontata da Dioneo. La giornata, governata da Panfilo, è dedicata alle azioni generose e magnifiche, ma Dioneo avverte che non parlerà di un gesto magnifico, bensì di una crudeltà insensata. Griselda è una ragazza povera, figlia del contadino Giannucolo, che vive in un villaggio vicino a Saluzzo e custodisce le pecore. Gualtieri, marchese di Saluzzo, spinto dai sudditi a prendere moglie, sceglie lei. Prima delle nozze le chiede, davanti al padre, se cercherà sempre di compiacerlo senza turbarsi per nulla di ciò che lui dirà o farà, e lei risponde di sì. Poi la fa spogliare davanti a tutti, rivestire di abiti preziosi e incoronare. Diventata marchesa, Griselda sembra nata in una famiglia nobile: è gentile, obbediente e amata dai sudditi.
Dopo la nascita di una figlia, Gualtieri decide di mettere alla prova la sua pazienza. Le dice che i sudditi non sopportano i figli nati da lei e le manda un servitore a prendere la bambina, lasciandole credere che debba ucciderla; Griselda la consegna senza cambiare espressione e chiede soltanto che non sia lasciata alle bestie. In realtà la bambina è mandata a Bologna da una parente, e lo stesso accade poi con il figlio maschio. Anni dopo, con false lettere del papa, il marchese annuncia di voler prendere un’altra moglie e rimanda Griselda dal padre. Lei gli restituisce l’anello, «ecco il vostro anello col quale voi mi sposaste, prendetelo», e chiede soltanto di poter portare via una camicia. Richiamata per preparare le nozze con la nuova sposa, che è in realtà la loro figlia dodicenne, serve in casa con i suoi abiti poveri, accoglie la ragazza con affetto e prega il marito di non infliggere a lei «quelle punture, le quali all’altra che vostra fu giá, déste». Solo allora Gualtieri le rivela la verità, le restituisce i figli e la onora come marchesa per il resto della vita.
Griselda è un modello estremo di pazienza e di fedeltà, e Dioneo la contrappone al marito: anche nelle case povere, conclude, possono nascere animi nobilissimi, mentre nelle regge vivono uomini più degni di guardare i porci che di governare. La novella non è però una semplice lode dell’obbedienza: il narratore giudica crudeli e inaudite le prove di Gualtieri e chiude con una battuta maliziosa, osservando che al marchese sarebbe stata bene una moglie capace, una volta cacciata in camicia, di farsi rivestire da un altro uomo. Posta alla fine della raccolta, la storia ebbe grande fortuna: Petrarca la tradusse in latino e da lì passò in molte letterature europee.