Libri di dominio pubblico

Parafrasi

Parafrasi: Inferno, Canto IX

Quel color che viltá di fuor mi pinseveggendo il duca mio tornare in volta,piú tosto dentro il suo novo ristrinse.

Il pallore che la paura mi dipinse sul viso, quando vidi la mia guida tornare indietro, spinse lui a nascondere più in fretta dentro di sé il colore insolito del suo volto.

Attento si fermò com’uom ch’ascolta;ché l’occhio nol potea menare a lungaper l’aere nero e per la nebbia folta.

Si fermò attento, come chi sta in ascolto, perché lo sguardo non poteva spingersi lontano attraverso l’aria nera e la nebbia fitta.

«Pur a noi converrá vincer la punga,»cominciò el «se non... Tal ne s’offerse...Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!»

“Eppure dovremo vincere questa battaglia,” cominciò, “altrimenti… Ci è stato promesso un aiuto così grande… Oh, quanto mi sembra che tardi ad arrivare qui qualcuno!”

I’ vidi ben sí com’ei ricoperselo cominciar con l’altro che poi venne,che fur parole a le prime diverse;

Mi accorsi bene di come aveva coperto l’inizio del discorso con le parole venute dopo, che erano diverse dalle prime;

ma nondimen paura il suo dir dienne,perch’io traeva la parola troncaforse a peggior sentenzia ch’e’ non tenne.

ma nonostante questo le sue parole mi fecero paura, perché io davo alla frase interrotta un significato forse peggiore di quello che lui intendeva.

«In questo fondo de la trista concadiscende mai alcun del primo grado,che sol per pena ha la speranza cionca?»

“In questo fondo della triste voragine scende mai qualcuno del primo cerchio, dove l’unica pena è la speranza senza compimento?”

Questa question fec’io; e quei «Di radoincontra» mi rispose «che di nuifaccia ’l cammino alcun per qual io vado.

Questa fu la domanda che feci; e lui mi rispose: “Accade di rado che qualcuno di noi percorra il cammino che sto facendo io.

Vero è ch’altra fiata qua giú fui,congiurato da quella Eritòn crudache richiamava l’ombre a’ corpi sui.

È vero che sono già stato quaggiù un’altra volta, costretto dagli incantesimi di quella crudele Eritone, che richiamava le anime nei loro corpi.

Di poco era di me la carne nuda,ch’ella mi fece intrar dentr’a quel muro,per trarne un spirto del cerchio di Giuda.

Da poco la mia anima si era separata dal corpo, quando lei mi fece entrare dentro quelle mura per trarne fuori uno spirito dal cerchio di Giuda.

Quell’è ’l piú basso loco e ’l piú oscuroe ’l piú lontan dal ciel che tutto gira;ben so il cammin, però ti fa sicuro.

Quello è il luogo più basso e più buio, e il più lontano dal cielo che fa girare ogni cosa: conosco bene la strada, perciò stai tranquillo.

Questa palude che ’l gran puzzo spiracinge dintorno la cittá dolente,u’ non potemo intrare omai senz’ira».

Questa palude che emana un grande fetore circonda tutt’intorno la città del dolore, dove ormai non possiamo entrare senza uno scontro.”

E altro disse, ma non l’ho a mente;però che l’occhio m’avea tutto trattover l’alta torre a la cima rovente,

E disse altre cose, ma non le ricordo, perché lo sguardo mi aveva attirato tutto verso l’alta torre dalla cima rovente,

dove in un punto furon dritte rattotre furie infernal di sangue tinte,che membra femminine avieno e atto,

dove all’improvviso, in un attimo, si erano drizzate tre furie infernali macchiate di sangue, che avevano corpo e atteggiamenti di donna

e con idre verdissime eran cinte;serpentelli e ceraste avean per crine,onde le fiere tempie erano avvinte.

ed erano cinte di serpi d’acqua verdissime; al posto dei capelli avevano piccoli serpenti e serpenti cornuti, che avvolgevano le loro tempie feroci.

E quei, che ben conobbe le meschinede la regina de l’eterno pianto,«Guarda» mi disse «le feroci Erine:

E Virgilio, che conosceva bene le ancelle della regina del pianto eterno, mi disse: “Guarda le feroci Erinni:

quest’è Megera dal sinistro canto;quella che piange dal destro è Aletto;Tesifone è nel mezzo»; e tacque a tanto.

questa a sinistra è Megera; quella che piange a destra è Aletto; Tesifone è nel mezzo.” E a quel punto tacque.

Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;battiensi a palme; e gridavan sí alto,ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.

Ciascuna si lacerava il petto con le unghie; si percuotevano con le palme delle mani e gridavano così forte che per la paura mi strinsi al poeta.

«Vegna Medusa, sí ’l farein di smalto!»dicevan tutte riguardando in giuso:«mal non vengiammo in Teseo l’assalto».

“Venga Medusa, così lo trasformeremo in pietra!” dicevano tutte guardando in basso; “abbiamo sbagliato a non vendicarci di Teseo per il suo assalto.”

«Volgiti in dietro e tien lo viso chiuso;ché se il Gorgon si mostra, e tu ’l vedessi,nulla sarebbe del tornar mai suso».

“Voltati indietro e tieni gli occhi chiusi, perché se la Gorgone si mostra e tu la vedessi, non ci sarebbe più modo di tornare lassù.”

Cosí disse ’l maestro; ed elli stessimi volse, e non si tenne a le mie mani,che con le sue ancor non mi chiudessi.

Così disse il maestro; e lui stesso mi girò, e non si fidò delle mie mani, tanto che mi coprì gli occhi anche con le sue.

O voi ch’avete li ’intelletti sani,mirate la dottrina che s’ascondesotto ’l velame de li versi strani.

O voi che avete l’intelletto sano, osservate l’insegnamento che si nasconde sotto il velo di questi versi misteriosi.

E giá venia su per le torbid’ondeun fracasso d’un suon pien di spavento,per che tremavano amendue le sponde,

E già arrivava sulle acque torbide il fragore di un suono pieno di spavento, che faceva tremare entrambe le rive,

non altrimenti fatto che d’un ventoimpetuoso per li avversi ardori,che fier la selva e senz’alcun rattento

simile a quello di un vento reso impetuoso dallo scontro di correnti calde e fredde, che si abbatte sulla foresta e, senza nulla che lo trattenga,

li rami schianta, abbatte e porta fuori;dinanzi polveroso va superbo,e fa fuggir le fiere e li pastori.

spezza i rami, li abbatte e li porta via; avanza superbo, preceduto da un nembo di polvere, e mette in fuga le bestie e i pastori.

Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbodel viso su per quella schiuma anticaper indi ove quel fummo è piú acerbo».

Mi liberò gli occhi e disse: “Ora dirigi lo sguardo su quella schiuma antica, verso il punto dove il vapore è più denso.”

Come le rane innanzi a la nemicabiscia per l’acqua si dileguan tutte,fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,

Come le rane davanti al serpente nemico spariscono tutte nell’acqua, finché ciascuna si rannicchia sul fondo,

vid’io piú di mille anime distruttefuggir cosí dinanzi ad un ch’al passopassava Stige con le piante asciutte.

così vidi più di mille anime dannate fuggire davanti a uno che attraversava a piedi la palude Stige senza bagnarsi le piante dei piedi.

Dal volto rimovea quell’aere grasso,menando la sinistra innanzi spesso;e sol di quell’angoscia parea lasso.

Allontanava dal viso quell’aria densa, muovendo spesso la mano sinistra davanti a sé, e sembrava stanco soltanto di quel fastidio.

Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,e volsimi al maestro: e quei fe’ segnoch’i’ stessi queto e inchinassi ad esso.

Capii bene che era un messaggero mandato dal cielo, e mi voltai verso il maestro; e lui mi fece segno di stare in silenzio e di inchinarmi davanti a lui.

Ahi quanto mi parea pien di disdegno!Venne a la porta, e con una verghettal’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.

Ah, quanto mi sembrava pieno di sdegno! Arrivò alla porta e la aprì con una piccola verga, senza incontrare alcuna resistenza.

«O cacciati del ciel, gente dispetta,»cominciò elli in su l’orribil soglia«ond’esta oltracotanza in voi s’alletta?

“O cacciati dal cielo, gente disprezzata,” cominciò sull’orribile soglia, “da dove nasce in voi questa arroganza?

Perché recalcitrate a quella vogliaa cui non può il fin mai esser mozzo,e che piú volte v’ha cresciuta doglia?

Perché vi ribellate a quella volontà a cui non si può mai impedire di raggiungere il suo fine, e che più volte ha accresciuto il vostro dolore?

Che giova ne le fata dar di cozzo?Cerbero vostro, se ben vi ricorda,ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo».

A che serve opporsi al destino? Il vostro Cerbero, se ricordate bene, porta ancora il mento e la gola spelacchiati per questo.”

Poi si rivolse per la strada lorda,e non fe’ motto a noi, ma fe’ sembianted’uomo cui altra cura stringa e morda

Poi tornò indietro per la strada fangosa e non ci rivolse parola, ma aveva l’aspetto di un uomo stretto e tormentato da una preoccupazione diversa

che quella di colui che li è davante;e noi movemmo i piedi inver la terra,sicuri appresso le parole sante.

da quella per chi gli sta davanti; e noi ci incamminammo verso la città, sicuri dopo quelle parole sante.

Dentro li entrammo senz’alcuna guerra;e io, ch’avea di riguardar disiola condizion che tal fortezza serra,

Vi entrammo senza alcuna battaglia; e io, che desideravo osservare la condizione delle anime rinchiuse in quella fortezza,

com’io fui dentro, l’occhio intorno invio;e veggio ad ogne man grande campagnapiena di duolo e di tormento rio.

appena fui dentro, mi guardo intorno e vedo da ogni parte una grande pianura piena di dolore e di tormento crudele.

Sí come ad Arli, ove Rodano stagna,sí com’a Pola, presso del Carnaroch’Italia chiude e suoi termini bagna,

Come ad Arles, dove il Rodano ristagna, e come a Pola, vicino al golfo del Quarnaro, che chiude l’Italia e ne bagna i confini,

fanno i sepolcri tutt’il loco varo,cosí facevan quivi d’ogni parte,salvo che ’l modo v’era piú amaro;

i sepolcri rendono tutto il terreno irregolare, così facevano qui da ogni parte, con la differenza che qui la condizione era più dolorosa;

ché tra li avelli fiamme erano sparte,per le quali eran sí del tutto accesi,che ferro piú non chiede verun’arte.

perché tra le tombe erano sparse fiamme che le arroventavano tanto che nessun mestiere richiede un ferro più rovente.

Tutti li lor coperchi eran sospesi,e fuor n’uscivan sí duri lamenti,che ben parean di miseri e d’offesi.

I loro coperchi erano tutti sollevati, e ne uscivano lamenti così dolorosi che sembravano davvero di anime infelici e tormentate.

E io: «Maestro, quai son quelle gentiche, seppellite dentro da quell’arche,si fan sentir con li sospir dolenti?»

E io: “Maestro, chi sono quelle anime che, sepolte dentro quei sarcofagi, si fanno sentire con sospiri di dolore?”

Ed elli a me: «Qui son li eresiarcheco’ lor seguaci, d’ogni setta, e moltopiú che non credi son le tombe carche.

E lui a me: “Qui ci sono i capi delle eresie con i loro seguaci, di ogni setta, e le tombe sono piene molto più di quanto tu creda.

Simile qui con simile è sepolto,e i monimenti son piú e men caldi».E poi ch’a la man destra si fu vòlto,passammo tra i martíri e li alti spaldi.

Qui ognuno è sepolto con chi ha condiviso la sua eresia, e le tombe sono più o meno roventi.” E dopo che si fu voltato a destra, passammo tra i tormenti e le alte mura.