La guerra per la fede
La Gerusalemme liberata racconta una guerra combattuta in nome di Dio, e il poema lo dichiara fin dalla protasi: Goffredo vince perché «’l Ciel gli diè favore, e sotto ai santi / Segni ridusse i suoi compagni erranti» (canto I, vv. 7-8). L’esercito cristiano è spesso diviso da gelosie, ambizioni e amori, e il compito del capitano è ricondurlo all’unità. Per questo nel canto XI Pietro l’Eremita ricorda a Goffredo che l’assalto deve cominciare con la preghiera: «Sia dal Cielo il principio» (canto XI, v. 9).
Goffredo incarna il guerriero pio, che non combatte per interesse. Quando, nell’ultimo canto, il re Altamoro fatto prigioniero gli promette un ricco riscatto, risponde: «Guerreggio in Asia, e non vi cambio o merco.» (canto XX, v. 1136). Il poema si chiude con un atto di devozione: il capitano, senza nemmeno togliersi il mantello insanguinato, appende le armi nel tempio e adora il Sepolcro.
Amore e morte
La storia di Tancredi e Clorinda lega l’amore alla guerra fin dal primo scontro. Nel canto III, quando l’elmo cade dalla testa della guerriera, il poeta si rivolge al cavaliere: «Tancredi, a chè pur pensi? a chè pur guardi? / Non riconosci tu l’amato viso?» (canto III, vv. 171-172). Da quel momento Tancredi non vuole combattere contro di lei, finché nel canto XII la uccide senza sapere chi sia. Il riconoscimento arriva quando le scioglie l’elmo per battezzarla: «La vide, la conobbe; e restò senza / E voce, e moto. Ahi vista, ahi conoscenza!» (canto XII, vv. 535-536).
La morte di Clorinda è insieme una tragedia e una salvezza: la guerriera muore convertita, e nell’atto di morire sembra dire «s’apre il Cielo: io vado in pace» (canto XII, v. 544). Il dolore di Tancredi, però, non si placa. Nel canto XIII, colpendo un cipresso della selva incantata, vede uscire sangue dalla corteccia e sente una voce che dice «Clorinda fui» (v. 337): anche se sospetta un inganno, non ha più la forza di continuare.
Il piacere e il dovere
Il giardino di Armida, nel canto XVI, è il luogo in cui l’eroe dimentica la guerra. Lì un uccello variopinto canta l’invito a godere della giovinezza, che sfiorisce come una rosa: «Così trapassa al trapassar d’un giorno / Della vita mortale il fiore, e ’l verde» (canto XVI, vv. 113-114). Rinaldo ha lasciato le armi per l’amore della maga, finché Carlo e Ubaldo gli mettono davanti uno scudo lucente in cui si specchia: vedendosi profumato e adorno, con la spada ridotta a un ornamento, prova vergogna, «Giù cade il guardo: e timido e dimesso / Guardando, a terra la vergogna il tiene.» (canto XVI, vv. 245-246).
Il poema, però, non liquida il desiderio con una semplice condanna. Il lamento di Armida abbandonata è uno dei passi più intensi dell’opera, e la sua maledizione, «Vattene pur, crudel, con quella pace / Che lasci a me» (canto XVI, vv. 465-466), dà voce a chi viene sacrificato al dovere dell’eroe. Anche a lei il poema concede un riscatto: nell’ultimo canto Armida si arrende a Rinaldo, che le promette di rimetterla sul trono.
Magia e forze infernali
Tasso conserva il meraviglioso della tradizione cavalleresca ma lo inserisce in un quadro cristiano. Nel canto IV Plutone raduna i demòni e li incita contro i cristiani, rivolgendosi a loro come «Tartarei Numi, di seder più degni» (canto IV, v. 65); da quel momento i maghi Ismeno e Idraote e la maga Armida lavorano, consapevoli o no, per conto dell’inferno. Gli angeli agiscono invece per volontà di Dio: Gabriele nel canto I, Michele nel canto IX, l’angelo che guarisce Goffredo nel canto XI.
L’incantesimo più memorabile è quello della selva nel canto XIII. Ismeno la popola di demòni e di illusioni, e la voce che sembra quella di Clorinda avverte Tancredi che nella foresta sono imprigionate le anime dei caduti: «Son di senso animati i rami e i tronchi» (canto XIII, v. 343). Solo Rinaldo, dopo essersi pentito e aver pregato sul monte Oliveto nel canto XVIII, riesce a spezzare l’incanto: la grazia vince le arti magiche.
La pace dei pastori
Nel canto VII Erminia, in fuga, trova rifugio presso un vecchio pastore che vive con i figli lontano dalla guerra. Il vecchio le spiega che la povertà lo protegge e lo rende felice: «Altrui vile e negletta, a me sì cara, / Chè non bramo tesor nè regal verga» (canto VII, vv. 73-74). Da giovane anche lui aveva cercato fortuna nella reggia di Menfi, dove aveva conosciuto «le inique corti» (v. 96); poi, perdute le speranze, era tornato ai suoi boschi: «E dissi: o corte, addio.» (v. 103).
L’episodio è una pausa idillica dentro il poema di guerra e riprende il contrasto tra la natura e la corte che Tasso aveva messo in scena nell’Aminta. Per Erminia, però, la pace dei pastori è provvisoria: nel canto XIX racconta a Vafrino di essere vissuta per un tempo «Cittadina di boschi e pastorella» (canto XIX, v. 784), finché l’amore per Tancredi l’ha spinta di nuovo verso la guerra.