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Temi: I Malavoglia

La famiglia e la casa

Per padron ’Ntoni la famiglia è un corpo unico, in cui ognuno ha il suo posto e il suo compito, e la casa del nespolo ne è il simbolo concreto. Anche quando il nipote lo delude, il vecchio sogna di tornare «tutti uniti, come devono stare le dita della mano». Perdere la casa, nel capitolo IX, è per lui come essere cacciato dal paese: le masserizie, portate via di notte, lasciano il segno sui muri, e «la casa senza di esse non sembrava più quella». Quando ’Ntoni vuole partire, il nonno gli oppone la sua scelta di vita: «Per me io voglio morire dove son nato». Il destino finale è amaro: padron ’Ntoni muore all’ospedale, lontano dalla casa, e sarà Alessi, con il lavoro paziente di anni, a ricomprarla.

Il debito e la roba

La rovina dei Malavoglia nasce da un affare. Il carico di lupini comprato a credito va perduto nel naufragio, ma il debito resta, e per anni condiziona ogni scelta della famiglia: i matrimoni, il lavoro, la vendita della barca e della casa. Lo zio Crocifisso incarna la logica dell’interesse, riassunta da un proverbio che il narratore riporta con la voce del paese: «coll’interesse non c’è amicizia». Il narratore lo descrive con ironia come un benefattore, «la provvidenza per quelli che erano in angustie», proprio mentre ne mostra l’usura. Nel mondo di Trezza la roba decide il valore delle persone: chi perde i beni perde anche il rispetto, i fidanzamenti e la possibilità di parlare alla pari con i vicini. Alfio lo dice nell’ultimo capitolo con un altro proverbio: «il mondo è tondo, chi nuota e chi va a fondo».

La tentazione del cambiamento

Nella Prefazione Verga indica il motore della storia: «la vaga bramosìa dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio». Questo desiderio si incarna in ’Ntoni, che dopo il servizio militare non accetta più la fatica senza speranza e accusa il nonno di non conoscere il mondo: «Voi altri non conoscete il mondo, e siete come i gattini cogli occhi chiusi.» Padron ’Ntoni gli risponde che chi lascia il proprio paese va incontro alla rovina e lo supplica di non andare «a morire lontano dai sassi che ti conoscono». Il romanzo sembra dare ragione al vecchio: ’Ntoni torna più povero, finisce in carcere e porta il disonore sulla famiglia. Ma la conclusione non è consolante. Quando ritorna, ’Ntoni ha capito il valore di ciò che ha perduto, e proprio per questo non può restare: «ora che so ogni cosa devo andarmene».

Il paese e le sue voci

In I Malavoglia il paese non è uno sfondo, ma un coro che commenta, giudica e spesso ferisce. Fin dal capitolo II le vicende della famiglia diventano materia di chiacchiere: «Per tutto il paese non si parlava d’altro che del negozio dei lupini». Il narratore adotta proprio questo punto di vista collettivo, fatto di soprannomi, proverbi e malignità, senza correggerlo. Le voci del villaggio decidono della reputazione di Mena e di Lia, e davanti alla giustizia la comunità si chiude nell’omertà, come dice lo speziale durante il processo: «colla giustizia bisogna dir sempre di no, e che noi non sappiamo niente». La solidarietà, quando c’è, viene soprattutto dai più poveri, come la Nunziata e Alfio Mosca.

La storia vista da Trezza

La grande storia dell’Italia unita arriva ad Aci Trezza solo attraverso i suoi effetti: la leva obbligatoria che porta via i giovani, le tasse, le guerre. La morte di Luca, che la madre e il nonno scoprono solo dopo settimane, andando a chiedere notizie in città all’ufficio del capitano del porto, «Fu a Lissa; che non lo sapevate ancora?», mostra quanto sia lontano e incomprensibile lo Stato per chi vive di pesca. I personaggi guardano con sospetto chi rappresenta il governo, e l’ultimo capitolo lo dichiara apertamente: «Già tutti quelli che bazzicano col Governo, e mangiano il pane dei re, son tutta gente da guardarsene.» Verga non celebra il Risorgimento e non lo condanna: mostra che per i vinti del romanzo il progresso annunciato nella Prefazione ha soprattutto il volto dei sacrifici.