La patria tradita
Il romanzo si apre con una catastrofe politica: il trattato di Campoformio, con cui Venezia è stata ceduta all’Austria. Jacopo si sente tradito da chi prometteva libertà e disprezza i concittadini che si sono piegati ai nuovi padroni; l’Italia gli appare come una «terra prostituita, premio sempre della vittoria» (lettera del 13 ottobre 1797). Chi ha sostenuto la repubblica deve nascondersi o fuggire, e perfino le lettere tra amici vengono intercettate.
Il viaggio della seconda parte allarga lo sguardo a tutta la penisola. A Firenze Jacopo scopre che fuori dalla propria provincia ogni italiano è trattato come uno straniero, a Montaperti rivive le antiche guerre tra città, a Ventimiglia contempla il confine del paese e ne individua il male: «Nulla ti manca se non la forza della concordia». Il suo amor di patria è appassionato ma senza speranza, e questa impotenza pesa sulla sua scelta finale.
L’amore per Teresa
Teresa è per Jacopo l’unica luce in un mondo corrotto: una giovane sensibile, che ama la musica, il disegno e il Petrarca, promessa dal padre a un uomo che non ama. La loro passione cresce tra passeggiate e letture fino al bacio di maggio, che il protagonista vive come una rinascita e che Teresa stessa interrompe subito: «Non posso essere vostra mai!».
L’ostacolo è sociale prima che morale: Odoardo è ricco e protegge la famiglia, Jacopo è un esule senza patrimonio e rifiuta con orgoglio di chiedere la mano della ragazza, «esule, povero, oscuro a tutti i mortali». Fino all’ultima lettera, però, difende la purezza di quel sentimento e scagiona la donna amata: «Teresa è innocente».
Le illusioni
Jacopo sa che la ragione, da sola, rende la vita arida. Nella lettera del 15 maggio difende i sogni della fantasia, le ninfe e le divinità che immagina nei boschi e nelle fonti: «Illusioni! grida il filosofo. — Or non è tutto illusione? tutto!». Gli antichi erano felici perché sapevano credere nelle loro favole, e senza illusioni, aggiunge, «io non sentirei la vita che nel dolore».
L’amore, la gloria e la patria sono le illusioni che tengono in vita il protagonista. Quando le perde una dopo l’altra, con la fine della repubblica, le nozze di Teresa e la morte degli amici, la sua esistenza resta senza appoggio. È un tema che attraversa tutto l’Ottocento e che tornerà, in forme diverse, nella riflessione di Leopardi.
Il suicidio e la libertà
L’idea della morte accompagna Jacopo fin dalla prima lettera, e nella seconda parte diventa un ragionamento. Da Ventimiglia risponde a Lorenzo, che gli ricorda i doveri verso gli altri, rivendicando il diritto di chi soffre troppo a lasciare una società che non gli ha dato la felicità promessa: «Io sono un mondo in me stesso». La morte volontaria appare così l’ultima libertà rimasta a chi non ne ha più altre.
Il legame tra libertà e morte è suggellato da un verso del Purgatorio posto in epigrafe al romanzo. Nella casa della madre, a Venezia, Jacopo trova un quadretto con il primo verso della terzina dantesca e aggiunge di sua mano il secondo: «Come sa chi per lei vita rifiuta». Nell’ultima lettera a Teresa scrive che la sua mano «non trema nell’armarsi del ferro liberatore».
La natura e la storia
La natura accompagna gli stati d’animo di Jacopo: ridente nei giorni dell’amore, cupa e minacciosa tra le rupi di Ventimiglia. Prima di morire la saluta come una madre che lo abbandona: «Splendi, su splendi, o Natura, e riconforta le cure de’ mortali. Tu non risplenderai più per me». Ma nelle stesse pagine la natura è anche una forza indifferente, che attira i suoi figli con la bellezza e poi li consegna al dolore.
Lo stesso sguardo disincantato Jacopo rivolge alla storia, in cui vede soltanto la legge del più forte, dai Romani ai conquistatori dell’America: «La terra è una foresta di belve». Di fronte a questa violenza gli resta un solo valore sicuro, la pietà per chi soffre: «Tu, o Compassione, sei la sola virtù! tutte le altre sono virtù usuraje».
Il sepolcro e la memoria
Jacopo pensa spesso alla propria tomba. Già nella prima lettera si consola all’idea che le sue ossa «poseranno su la terra de’ miei padri», e prima di morire chiede di essere sepolto di notte, senza lapide, «sotto i pini del colle che guarda la chiesa». A Firenze si commuove davanti ai luoghi dove riposano i grandi del passato: «ad ogni passo ho timore di calpestare le loro reliquie».
La tomba non è per lui soltanto una fine, ma il luogo in cui continua il legame con chi resta. Nell’ultima notte chiede alla luna, quando Teresa verrà a cercarlo tra i pini, di illuminare il suo sepolcro. È il nucleo di idee che Foscolo svilupperà pochi anni dopo nel carme Dei sepolcri.