Cosa succede
Il romanzo raccoglie le lettere che Jacopo Ortis, giovane patriota veneziano, scrive all’amico Lorenzo Alderani tra l’ottobre del 1797 e il marzo del 1799. È Lorenzo a pubblicarle dopo la morte dell’amico, con un breve avviso al lettore, e a intervenire più volte per raccontare ciò che le lettere non dicono. Il testo è diviso in due parti, collegate da una narrazione dello stesso Lorenzo.
La prima parte si apre sui colli Euganei l’11 ottobre 1797, subito dopo il trattato di Campoformio con cui Venezia è stata ceduta all’Austria. Jacopo, il cui nome è nelle liste di proscrizione, ha lasciato la città per le preghiere della madre e vive isolato in campagna, dove legge Plutarco ai contadini. Qui conosce il signor T***, un gentiluomo che si è ritirato anche lui in villa, e sua figlia Teresa, che la prima volta trova intenta a dipingere il proprio ritratto. Teresa è promessa a Odoardo, un giovane ricco, metodico e freddo, scelto dal padre, e per questa decisione la madre si è separata dalla famiglia. Durante una gita alla casa del Petrarca ad Arquà la ragazza confida a Jacopo di non essere felice, e tra i due nasce un’intesa fatta di passeggiate, letture e silenzi. Quando Odoardo parte per Roma, Jacopo passa alcune settimane a Padova, dove l’università lo delude, e all’inizio del 1798 torna ai colli. Con una lettera di fine aprile manda a Lorenzo alcune pagine sulla storia di Lauretta, una ragazza impazzita di dolore dopo la morte dell’uomo che amava.
A maggio l’amore si rivela. Una sera, sotto un gelso, Jacopo e Teresa si baciano, ma lei si ritrae subito: «Non posso essere vostra mai!». Jacopo vive i giorni seguenti in un’esaltazione che trasfigura ai suoi occhi la natura e le arti. Lorenzo racconta poi il seguito: la morte di Lauretta, il ritorno di Odoardo, una violenta discussione tra i due giovani sul trattato di Campoformio, la confessione di Teresa al padre. Il signor T*** va a trovare Jacopo, che si è ammalato, e gli spiega che non può mancare alla parola data: Odoardo è ricco e la sua parentela protegge la famiglia dalle persecuzioni politiche. Mentre a Venezia la repressione si fa più dura, anche la madre supplica il figlio di mettersi in salvo, e all’alba del 20 luglio Jacopo parte senza salutare Teresa.
La seconda parte segue il suo vagare per l’Italia. A Bologna non riesce a dormire; a Firenze visita i luoghi dei grandi toscani del passato e si accorge con amarezza che gli italiani sono esuli nella loro stessa terra, mentre sul colle di Montaperti ha la visione dei morti delle antiche guerre fratricide. A Milano, dove si ferma alcuni mesi, frequenta il vecchio Giuseppe Parini, che condivide la sua indignazione per la corruzione dei tempi ma, non vedendo speranza di libertà, lo invita a volgere altrove il suo ardore. Nel febbraio del 1799 Jacopo riparte verso la Francia. Da Ventimiglia, davanti alle Alpi che chiudono l’Italia, scrive una lunga lettera sul diritto di togliersi la vita, sulla violenza della storia e sulla compassione come unica vera virtù. Arrivato a Nizza, cambia strada e torna indietro; a Rimini scopre che il poeta Bertola, suo amico, è morto, e apprende che Teresa si è sposata.
Tornato sui colli Euganei a metà marzo, Jacopo è ormai deciso a morire. Teresa prima lo evita, poi in un ultimo incontro gli dona il suo ritratto bagnato di lacrime. Lui brucia le sue carte, va a Venezia per ricevere la benedizione della madre e abbracciare Lorenzo, poi torna ai colli e scrive le ultime lettere all’amico e a Teresa, alla quale ripete che non ha alcuna colpa della sua fine. L’ultima sera saluta la famiglia T*** e la piccola Isabellina, sorella di Teresa. Nella notte si colpisce al petto con un pugnale; il servo Michele lo trova agonizzante al mattino, con il ritratto di Teresa al collo. Lorenzo, arrivato troppo tardi, lo fa seppellire di notte sul monte dei pini, come l’amico aveva chiesto.
Perché è importante
La forma epistolare dà voce diretta alla coscienza del protagonista: le lettere seguono gli sbalzi del suo animo, alternano cronaca, confessione, riflessione politica e filosofica, e sono scritte in una prosa lirica, piena di esclamazioni, interruzioni e frasi spezzate. La presenza di Lorenzo, che raccoglie i frammenti e racconta ciò che Jacopo tace, introduce un secondo punto di vista e presenta il libro come un documento vero, destinato a erigere, come dice l’avviso, «un monumento alla virtù sconosciuta».
Foscolo guardò ai Dolori del giovane Werther di Goethe, ma aggiunse al modello la dimensione politica: la delusione amorosa di Jacopo si intreccia con quella di una generazione che aveva creduto negli ideali repubblicani e li aveva visti traditi a Campoformio. Diverse esperienze del protagonista, l’esilio, la passione amorosa, l’incontro con Parini, richiamano quelle dell’autore.
Il romanzo porta nella prosa italiana i temi che segneranno l’età romantica: la patria oppressa, l’amore impossibile, il valore delle illusioni, il suicidio come estrema affermazione di libertà. Anticipa inoltre idee che Foscolo svilupperà nei Sepolcri, come il culto delle tombe dei grandi e il bisogno di una sepoltura compianta, e per i patrioti dell’Ottocento Jacopo divenne il simbolo del giovane che non accetta la servitù del proprio paese.
Passi da ricordare
«Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto» Con queste parole si apre la prima lettera, scritta dai colli Euganei l’11 ottobre 1797, all’indomani della cessione di Venezia.
«Dopo quel bacio io son fatto divino.» Nella lettera del 15 maggio, nella prima parte, Jacopo descrive l’esaltazione che segue il bacio di Teresa.
«Così noi tutti Italiani siamo fuorusciti e stranieri in Italia» Nella lettera da Firenze del 25 settembre, nella seconda parte, il protagonista denuncia le divisioni che rendono gli italiani esuli in patria.
«I tuoi confini, o Italia, son questi! ma sono tutto dì sormontati d’ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni.» Nella lettera da Ventimiglia del 19 e 20 febbraio 1799, davanti alle Alpi, Jacopo lamenta l’impotenza di un paese sempre invaso.
«Ma io moro incontaminato, e padrone di me stesso, e pieno di te, e certo del tuo pianto!» Nell’ultima lettera a Teresa, scritta poche ore prima di morire, Jacopo presenta il suicidio come una scelta libera e pura.