La campagna e le piccole cose
La materia di Myricae è la vita quotidiana della campagna: il lavoro dei contadini, gli animali dell’aia, le piante lungo i fossi, i mutamenti del cielo. Pascoli la osserva da vicino, con precisione quasi scientifica, e nomina ogni cosa con il suo nome. In Arano bastano pochi versi per fissare la scena dell’aratura e il piccolo mondo che la circonda: «chè il passero saputo in cor già gode, / e il tutto spia dai rami irti del moro» (vv. 7-8).
Queste scene non sono semplici bozzetti. Il poeta sceglie l’istante e il particolare, e a volte riduce la descrizione all’essenziale, come in Dall’argine, dove il meriggio immobile è detto con un verso fatto quasi solo di sostantivi: «Non ala orma ombra nell’azzurro e verde» (v. 2).
Il padre ucciso
Il lutto per il padre assassinato attraversa tutto il libro. La prefazione ricorda che «furono uomini che apersero quella tomba», e le Elegie tornano più volte su quel delitto. In X Agosto la morte del padre è accostata a quella di una rondine uccisa mentre tornava al nido: «Anche un uomo tornava al suo nido: / l’uccisero: disse: Perdono» (vv. 13-14).
Il ricordo si lega a oggetti concreti, che conservano la traccia della violenza. In L’anello l’anello paterno passa alla madre e poi al fratello maggiore, che lo perde in mare mentre cerca di lavarne la macchia, e il poeta ripete due volte la stessa invocazione: «o mio padre, di sangue!» (v. 5).
Il nido familiare
Dopo le morti, ciò che resta della famiglia diventa un rifugio da proteggere. Nel secondo Anniversario della sezione Ricordi il poeta dice alla madre di aver raccolto le sorelle più piccole: «hanno un tetto, hanno un nido ora, mio vanto; / e l’amor mio le nutre e il mio lavoro» (vv. 7-8). L’immagine del nido, che torna in molte poesie, unisce il mondo degli uccelli a quello degli uomini.
In Sorella, dedicata a Maria, la sorella è insieme madre e figlia per il poeta: «Io non so se più madre gli sia / la mesta sorella o più figlia» (vv. 1-2). Il nido però è sempre fragile: in Il nido, della sezione Tristezze, sul rosaio spoglio resta soltanto una piuma che il vento sta per portare via.
La morte e il mistero
Il paesaggio di Myricae è pieno di segni che rimandano a un mondo invisibile. In L’assiuolo una notte di luna, con il mare lontano e il frinire delle cavallette, si carica di inquietudine per il verso dell’uccello notturno, che ritorna alla fine di ogni strofa: «e c’era quel pianto di morte... / chiù...» (vv. 23-24). Il temporale, il lampo, la neve e il vento, nelle Tristezze, diventano immagini di un universo oscuro e sconvolto.
La morte è presente anche nei testi dedicati ai bambini, come Orfano, Morto e Placido, e nella sezione Finestra illuminata, dove a una giovane morta tra i ceri il poeta dice: «e tu contemplerai sempre un mistero» (v. 10 di Mistero). Pascoli non offre risposte sicure: interroga il buio, ascolta i suoni della notte e lascia aperta la domanda.
Il poeta e la poesia
Due sezioni riflettono sul destino del poeta. Nelle Pene del poeta la poesia appare come un dono che la gente non sa apprezzare: nella prima poesia, I due fuchi, il poeta è colui che nel caos del mondo coglie la realtà e la chiude «in lucida parola e dolce verso» (v. 3), ma riceve in cambio solo chiacchiere indifferenti.
Nelle Gioie del poeta, invece, la poesia è una forma di magia che trasforma le cose semplici. In Contrasto all’artista che soffia il vetro si oppone il poeta che cammina da solo e trova le gemme tra i sassi della strada: «prendo un sasso, tra mille, a quando a quando: / lo netto, arroto, taglio, lustro, affino» (vv. 9-10). È la stessa idea che Pascoli svilupperà nel Fanciullino: la poesia non si inventa, si scopre.
I suoni della natura
Uno dei tratti più originali della raccolta è l’attenzione ai suoni. Pascoli riproduce il verso degli uccelli, il rumore dell’acqua, lo scampanio delle chiese, e costruisce i versi con parole che imitano ciò che descrivono. In Lavandare si sente il ritmo del lavoro presso la gora: «lo sciabordare delle lavandare / con tonfi spessi e lunghe cantilene» (vv. 5-6).
In Dialogo passeri e rondini parlano con le loro voci, e in Nozze il canto dell’usignolo è trascritto perfino con lettere greche. Queste onomatopee non sono un gioco: per il poeta il linguaggio degli animali e delle cose è una lingua vera, che l’uomo può imparare ad ascoltare.