Cosa succede
Le Operette morali sono ventiquattro prose di forma diversa: dialoghi tra personaggi mitologici, storici o immaginari, racconti allegorici, elogi e discorsi filosofici. Leopardi ne scrisse la maggior parte nel 1824 e ne aggiunse altre negli anni seguenti, fino al 1832. L’ordine in cui si leggono disegna un percorso che va dal mito alla riflessione filosofica e si chiude con una presa di posizione personale dell’autore.
La raccolta si apre con la Storia del genere umano, un racconto mitico dell’umanità. I primi uomini, creati bambini in un mondo piccolo e semplice, a poco a poco si annoiano e diventano infelici; Giove prova a rimediare rendendo il mondo più vario, poi li punisce con il diluvio e manda loro i fantasmi della giustizia, della virtù, della gloria e dell’amor di patria, finché, su loro richiesta, invia sulla terra la Verità, che rivela la vanità di ogni cosa. Seguono dialoghi brevi e spesso comici. Ercole e Atlante giocano a palla con la Terra, diventata leggera e silenziosa; la Moda si presenta alla Morte come sua sorella; l’Accademia dei Sillografi bandisce premi per nuove invenzioni meccaniche in quella che chiama «l’etá delle macchine»; un Folletto e uno Gnomo commentano la scomparsa degli uomini, di cui il mondo non si accorge; il diavolo Farfarello confessa al mago Malambruno di non poterlo rendere felice nemmeno per un attimo.
Il gruppo centrale affronta più apertamente i temi filosofici. La Natura manda un’Anima nel mondo destinandola a essere «grande e infelice»; la Terra interroga la Luna, che smonta con ironia le fantasie degli uomini; Prometeo scommette con Momo che l’uomo è la migliore opera degli dèi, ma nel loro viaggio sulla terra i due incontrano soltanto crudeltà e disperazione; un Metafisico spiega a un Fisico, che ha scoperto l’arte di vivere a lungo, che una vita più lunga non vale nulla senza la felicità; il Genio familiare di Torquato Tasso, chiuso in prigione, parla con il poeta del sogno, del piacere e della noia. Nel Dialogo della Natura e di un Islandese un viaggiatore che ha girato il mondo per sfuggire ai mali incontra la Natura in figura gigantesca e le chiede conto delle sofferenze umane; lei risponde di non curarsi della felicità degli uomini, e il racconto si chiude con due versioni ironiche della morte dell’Islandese, divorato da due leoni affamati o sepolto da una tempesta di sabbia.
Seguono prose più ampie. Nel Parini, ovvero Della gloria il poeta milanese spiega a un giovane discepolo quanto sia difficile e incerta la gloria delle lettere; nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie i morti conservati dallo scienziato si risvegliano per poco, cantano un coro alla morte e gli assicurano che morire non è doloroso; i Detti memorabili di Filippo Ottonieri raccolgono i pensieri di un filosofo immaginario che amava definirsi socratico. Cristoforo Colombo, durante la traversata, spiega al compagno Gutierrez che il pericolo dà valore alla vita; il filosofo Amelio celebra gli uccelli come le creature più liete del mondo; un antico cantico attribuito a un gallo gigantesco invita gli uomini a svegliarsi e annuncia che anche l’universo finirà; un finto frammento di Stratone da Lampsaco spiega in chiave materialistica l’origine e la fine del mondo.
Le ultime operette sono le più personali. Nel Dialogo di Timandro e di Eleandro l’autore difende il proprio pessimismo dall’accusa di odiare gli uomini. Nel Copernico il Sole, stanco di girare, decide di restare fermo e affida all’astronomo il compito di far muovere la Terra, un rovesciamento che toglie all’uomo il centro dell’universo. Nel Dialogo di Plotino e di Porfirio il filosofo Plotino dissuade l’amico dal suicidio, invitandolo a sopportare insieme i mali della vita. Il breve Dialogo di un Venditore di almanacchi e di un Passeggere mostra che nessuno vorrebbe rivivere gli anni passati e che la felicità è sempre attesa dall’anno che verrà. Chiude il Dialogo di Tristano e d’un amico, in cui Tristano, accusato di essere malinconico, finge di ritrattare le proprie idee per poi riaffermarle con fermezza.
Perché è importante
Le Operette morali sono il laboratorio in prosa del pensiero di Leopardi. Vi si trovano le idee sviluppate negli appunti dello Zibaldone e riprese nei Canti: il desiderio di una felicità infinita che nessuna cosa reale può soddisfare, la noia, il valore delle illusioni, l’indifferenza della natura, la critica della presunzione umana di essere al centro del mondo e dell’ottimismo del secolo.
La forma è originale nella letteratura italiana. Sul modello dei dialoghi satirici antichi, in particolare di Luciano di Samosata, Leopardi usa l’invenzione fantastica, il paradosso e soprattutto l’ironia per trattare questioni filosofiche con leggerezza e distacco. La prosa, elegante e limpida, si ispira ai classici italiani senza diventare pedante e passa con naturalezza dal tono comico a quello lirico.
Pubblicate per la prima volta nel 1827 e poi ampliate nelle edizioni successive, le Operette non ebbero subito fortuna, anche perché il loro pessimismo apparve scandaloso a molti contemporanei. Oggi sono considerate uno dei vertici della prosa italiana dell’Ottocento.
Passi da ricordare
«Vivi, e sii grande e infelice.» Con queste parole la Natura manda un’Anima nel mondo all’inizio del Dialogo della Natura e di un’Anima: la grandezza d’animo e l’infelicità vanno insieme.
«A me pare che la noia sia della natura dell’aria» Nel Dialogo di T. Tasso e del suo Genio familiare il poeta paragona la noia all’aria, che riempie ogni spazio lasciato vuoto dai piaceri e dai dolori.
«in te, morte, si posa / nostra ignuda natura; / lieta no, ma sicura / dall’antico dolor» Nel coro che apre il Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie (vv. 3-6) i morti descrivono la morte come riposo dal dolore.
«Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura.» Nel Dialogo di un Venditore di almanacchi e di un Passeggere il Passeggere spiega che la speranza vive solo del futuro.
«Invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei.» Nel Dialogo di Tristano e d’un amico, che chiude la raccolta, Tristano dichiara senza più ironia il proprio desiderio di pace.