La natura indifferente
La scoperta centrale delle Operette è che la natura non è stata fatta per gli uomini. L’Islandese, che ha girato il mondo cercando un luogo dove non soffrire, si sente rispondere dalla Natura con una domanda: «Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?». La vita dell’universo, spiega la Natura, è «un perpetuo circuito di produzione e distruzione», in cui la sofferenza delle creature serve alla conservazione del tutto.
L’Islandese non si rassegna e le rivolge un’ultima domanda: «A chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?». La risposta non arriva: due leoni affamati, o una tempesta di sabbia, mettono fine al colloquio, e l’indifferenza della natura si dimostra nei fatti.
Il desiderio di felicità
Per Leopardi l’uomo desidera una felicità infinita, che nessuna cosa reale può dare. Il mago Malambruno evoca i diavoli e chiede a Farfarello una cosa sola: «Fammi felice per un momento di tempo». La risposta è secca: «Non posso». Nemmeno le forze dell’inferno possono soddisfare un desiderio che non ha limiti.
Da qui nasce la critica del Dialogo di un Fisico e di un Metafisico. Il Fisico ha scoperto l’arte di allungare la vita, ma il Metafisico gli consiglia di seppellire il libro e di lasciarlo trovare solo quando sarà scoperta «l’arte di vivere felicemente»: una vita più lunga significa soltanto più tempo per annoiarsi e soffrire.
Illusioni e speranza
Le illusioni sono l’unica difesa contro la verità. Nella Storia del genere umano gli uomini chiedono a Giove di mandare sulla terra la Verità, e proprio il suo arrivo li rende più infelici, perché smaschera i fantasmi della gloria, della virtù e della patria che davano valore alla vita. Nel Dialogo di un Venditore di almanacchi e di un Passeggere lo stesso meccanismo si vede nella vita quotidiana: nessuno vorrebbe rivivere gli anni passati, eppure tutti comprano l’almanacco sperando in un anno nuovo felice.
Anche l’azione e il rischio possono servire da illusione. Cristoforo Colombo, in mezzo all’oceano, non sa se troverà terra, ma difende il viaggio perché il pericolo fa amare la vita: «Che vuol dire uno stato libero da incertezza e pericolo? Se contento e felice, quello è da preferire a qualunque altro; se tedioso e misero, non veggo a quale altro stato non sia da posporre».
L’uomo fuori dal centro
Diverse operette smontano con ironia l’idea che l’uomo sia il fine dell’universo. Il Folletto spiega allo Gnomo che «gli uomini sono tutti morti; e la razza è perduta», e il mondo continua a girare come prima. Nel Copernico il Sole, stanco di girare intorno alla Terra, si ferma; Copernico accetta di far muovere il pianeta, ma teme di pagare cara la sua scoperta e di «essere abbruciato vivo, a uso della fenice».
Il Cantico del Gallo silvestre allarga lo sguardo alla durata del cosmo: come ogni uomo invecchia e muore, anche l’universo avrà una fine. «Tempo verrá che esso universo, e la natura medesima, sará spenta.» Il Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco conferma questa visione materialistica: i mondi nascono e finiscono, mentre la materia resta.
La morte
Nelle Operette la morte non è un castigo, ma la fine del dolore. La Moda si presenta alla Morte come sua sorella, perché «tutte e due siamo nate dalla Caducitá», cioè dalla fragilità delle cose. Le mummie di Federico Ruysch, risvegliate per pochi minuti, cantano che nella morte la natura umana riposa dall’affanno e rassicurano lo scienziato che il passaggio non è doloroso.
Il tema torna negli ultimi dialoghi. Porfirio vorrebbe uccidersi, e Plotino non gli oppone soltanto ragionamenti ma l’affetto dell’amicizia: «Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme». Tristano, invece, confessa di non desiderare più nulla fuorché la morte, e quella che poteva sembrare disperazione diventa in lui una lucida serenità.
Ironia e riso
Le Operette non sono un libro cupo: il loro strumento principale è l’ironia. L’Accademia dei Sillografi celebra con finta ammirazione i progressi di «l’etá delle macchine», e Tristano finge di aver cambiato idea e di considerare la vita felicissima, per poi smentirsi. Nel Dialogo di Timandro e di Eleandro l’autore chiarisce che il suo sguardo severo non nasce dal disprezzo: «Io non odio né gli uomini né le fiere».
Anche il riso è un modo di affrontare la verità. Nell’Elogio degli Uccelli il filosofo Amelio osserva che gli uccelli, con il loro canto, «partecipano del privilegio che ha l’uomo di ridere», e che spesso ride di più proprio chi conosce meglio la vanità dei beni umani. Ridere del mondo, per Leopardi, è un modo per non esserne schiacciati.