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Temi: Orlando furioso

Amore e follia

Nell’Orlando furioso l’amore è una forza che toglie la ragione. Il proemio del canto XXIV lo dice apertamente: chi mette il piede nella trappola amorosa deve ritirarlo subito, «che non è in somma amor, se non insania, / a giudizio de’ savi universale» (canto XXIV, ottava 1). La follia di Orlando è l’esempio estremo. Il paladino più saggio, quando vede i nomi di «Angelica e Medor con cento nodi / legati insieme» (canto XXIII, ottava 103) incisi sugli alberi, si ostina a non credere a ciò che legge, finché crolla e comincia «la gran follia, sí orrenda» (canto XXIII, ottava 133).

Ariosto non si mette al di sopra dei suoi personaggi. Nel proemio del canto XXXV confessa di aver perso anche lui il senno per una donna, e si chiede: «Chi salirá per me, madonna, in cielo / a riportarne il mio perduto ingegno?» (canto XXXV, ottava 1). Del resto sulla Luna, accanto alle ampolle del senno, Astolfo trova ammucchiate anche «Le lacrime e i sospiri degli amanti» (canto XXXIV, ottava 75).

La ricerca e l’illusione

Quasi tutti i personaggi del poema inseguono qualcosa che sfugge. Nel canto I Angelica fugge e i cavalieri la cercano nel bosco; nel canto XII il palazzo incantato di Atlante mostra ciascuno prigioniero del proprio desiderio. I cavalieri corrono per le sale dietro a un’immagine, e «Tutti cercando il van, tutti gli dánno / colpa di furto alcun che lor fatt’abbia» (canto XII, ottava 12): nessuno trova ciò che cerca, e molti vi restano per settimane e mesi.

L’inganno non appartiene soltanto alla magia. Il proemio del canto VIII osserva che tra gli uomini ci sono molti incantatori che non usano spiriti né stelle, «ma con simulazion, menzogne e frodi / legano i cor d’indissolubil nodi» (canto VIII, ottava 1). La maga Alcina, bellissima finché Ruggiero non la guarda con l’anello che rivela il vero, è l’immagine di questa illusione: sotto la bellezza compare una vecchia ripugnante.

La cortesia e la guerra

Il mondo dei cavalieri conserva un ideale di lealtà che il narratore guarda con nostalgia e con ironia insieme. Nel canto I Rinaldo e Ferraù, appena smesso di battersi per Angelica, decidono di cercarla insieme, e il saraceno prende in groppa il rivale rimasto a piedi. Il poeta commenta: «Oh gran bontá de’ cavallieri antiqui! / Eran rivali, eran di fé diversi» (canto I, ottava 22).

A questa cortesia si contrappone la guerra moderna. Orlando sconfigge il re Cimosco, che uccide i nemici da lontano con un’arma da fuoco, e getta l’arma in fondo al mare; nel canto XI il narratore racconta che un negromante la fece ritrovare e maledice chi l’ha inventata: «Come trovasti, o scelerata e brutta / invenzïon, mai loco in uman core?» (canto XI, ottava 26). Per colpa di quell’ordigno, aggiunge, «il mestier de l’arme è senza onore», e l’Italia ne paga il prezzo nelle guerre del suo tempo.

Le donne

Le donne hanno un posto centrale nel poema, come guerriere, come amanti e come oggetto di discussione. Bradamante e Marfisa combattono alla pari con i paladini, e il proemio del canto XX ricorda che «Le donne antique hanno mirabil cose / fatto ne l’arme e ne le sacre muse» (canto XX, ottava 1): se la loro fama è rimasta nascosta, la colpa è dell’invidia o dell’ignoranza degli scrittori. Accanto a figure di fedeltà assoluta, come Isabella, il poema presenta anche donne crudeli o infedeli, e il narratore si diverte a schierarsi ora a favore ora contro.

Quando deve riferire la novella dell’oste, piena di accuse contro le donne, avverte le lettrici di saltarla: «Donne, e voi che le donne avete in pregio, / per Dio, non date a questa istoria orecchia» (canto XXVIII, ottava 1). Questo gioco tra difesa e maldicenza fa parte del dialogo continuo che Ariosto intrattiene con il pubblico della corte.

Il narratore e la tela

Il narratore del Furioso si presenta come un tessitore che lavora a molte tele contemporaneamente. Nel canto II lascia Rinaldo per tornare a Bradamante e spiega: «Ma perché varie fila a varie tele / uopo mi son, che tutte ordire intendo» (canto II, ottava 30). La stessa immagine ritorna nel canto XXII, «Ma tornando al lavor che vario ordisco» (canto XXII, ottava 3): ogni filo viene lasciato in sospeso e ripreso più avanti, spesso nel momento di maggiore tensione.

La voce del poeta accompagna il lettore dall’inizio alla fine, con proemi morali, commenti ironici e dediche ai signori estensi. Nell’ultimo canto il racconto diventa una lunga navigazione che arriva in porto, e il poeta scorge sulla riva le dame e gli amici che lo attendono: «veggo la terra, e veggo il lito aperto» (canto XLVI, ottava 1).