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Temi: Le avventure di Pinocchio

La disobbedienza e la crescita

La storia di Pinocchio è quella di un burattino che deve meritarsi il diritto di diventare un ragazzo. Fin dal capitolo 4 il Grillo-parlante gli annuncia la legge che guiderà tutto il romanzo: «Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori, e che abbandonano capricciosamente la casa paterna.» Pinocchio non lo ascolta e lo colpisce con un martello, ma ogni sua disavventura, dalla prigione alla trasformazione in asino, sembra dare ragione all’insetto. Il cammino non è lineare: il burattino si pente, promette, ricade. Nel capitolo 20, dopo l’ennesima disgrazia, giura a sé stesso di «cambiar vita e di diventare un ragazzo ammodo e ubbidiente», e poco dopo si lascia di nuovo tentare. Proprio questa fatica rende credibile la sua crescita: Pinocchio cambia davvero solo quando smette di pensare a sé e comincia a occuparsi degli altri.

Il padre

Il legame con Geppetto è il filo che tiene insieme le avventure. Geppetto è povero, si priva della colazione e della casacca per il figlio, e dopo averlo perduto lo cerca per mesi fino ad affrontare il mare su una barchetta. Pinocchio stesso, in un momento di buoni propositi, riconosce questo amore: «Non ci sono che i babbi che sieno capaci di certi sacrifizi!» Il rapporto si capovolge nel finale. Dentro il Pesce-cane è il figlio a salvare il padre, portandolo sulle spalle, e poi a lavorare ogni giorno per mantenerlo malato. La Fata, apparendogli in sogno, spiega che proprio questo gli vale il perdono: «I ragazzi che assistono amorosamente i propri genitori nelle loro miserie e nelle loro infermità, meritano sempre gran lode e grande affetto».

Bugie e inganni

Il naso che si allunga ha reso celebre il tema della menzogna, ma nel romanzo le bugie di Pinocchio sono meno gravi degli inganni degli adulti. La Fata ride del burattino e gli spiega che le bugie si riconoscono subito, mentre il mondo è pieno di truffatori che nessuno smaschera: la Volpe e il Gatto, l’Omino che porta i ragazzi al Paese dei balocchi, il giudice che manda in prigione il derubato. Il pappagallo del Campo dei miracoli, deridendo l’ingenuità di Pinocchio, formula la lezione più chiara: «per mettere insieme onestamente pochi soldi, bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o coll’ingegno della propria testa». Nel finale i due imbroglioni, ridotti a mendicanti, ricevono da Pinocchio solo un proverbio: «I quattrini rubati non fanno mai frutto.»

La fame e la povertà

Sotto la fiaba c’è un mondo di miseria concreta. La casa di Geppetto ha un camino in cui «il fuoco era dipinto», e la prima esperienza di Pinocchio, rimasto solo, è la fame: «Oh! che brutta malattia che è la fame!» La fame lo spinge a rubare l’uva e a finire nella tagliola, ma la lucciola non accetta la scusa: «La fame, ragazzo mio, non è una buona ragione per potersi appropriare la roba che non è nostra». Anche il colombo che lo porta al mare gli insegna che il bisogno cambia i gusti, quando Pinocchio divora le vecce che prima disprezzava. La povertà non è mai romantica: è una condizione da cui si esce solo con la fatica e con l’aiuto reciproco.

Il lavoro e la scuola

Collodi scrive nell’Italia da poco unita, in cui la scuola e il lavoro sono presentati come la via per diventare cittadini onesti. L’isola delle Api industriose, dove «tutti lavoravano, tutti avevano qualche cosa da fare», è l’opposto del Paese dei balocchi, un luogo di divertimento senza fine dove non ci sono «nè libri, nè scuole, nè maestri» e dove i ragazzi finiscono per diventare asini. La metamorfosi è una punizione quasi letterale: chi rifiuta di studiare e di lavorare perde la propria umanità. Nel finale Pinocchio gira il bindolo, fabbrica canestri, impara a leggere e scrivere la sera, e solo allora diventa un ragazzo. Il messaggio educativo è evidente, ma il libro lo racconta con tanto umorismo che il lettore finisce per affezionarsi soprattutto al burattino disobbediente.