Cosa succede
I decurioni chiedono aiuto al governatore Spinola, impegnato di nuovo all’assedio di Casale, che risponde con parole generiche e più tardi cede i suoi poteri al gran cancelliere Ferrer. Chiedono anche al cardinal Federigo una processione solenne con il corpo di san Carlo. Il cardinale rifiuta: teme che la fiducia in quel rimedio si trasformi in scandalo e che la folla diffonda il contagio. Intanto il sospetto delle unzioni si riaccende più furioso di prima: in una chiesa un vecchio che spolvera una panca viene aggredito dalla gente, tre giovani francesi che toccano il marmo del duomo sono picchiati e portati in prigione, e nelle campagne ogni forestiero rischia di essere preso per untore.
Alla fine Federigo cede alle insistenze e l’11 giugno la processione attraversa la città. Il giorno dopo le morti aumentano all’improvviso, ma la gente non dà la colpa alla folla radunata: dice che gli untori hanno sparso polveri velenose lungo il percorso. Il contagio arriva al culmine: i ricoverati nel lazzaretto salgono a sedicimila e i morti superano i mille al giorno. Mancano mezzi e uomini, i bambini rimasti senza madre muoiono abbandonati, e padre Michele, dei cappuccini, raccoglie contadini per scavare in pochi giorni le fosse necessarie. Molti preti muoiono assistendo i malati, e Federigo resta in città tra gli appestati. Accanto alla carità cresce però la malvagità: i monatti entrano nelle case da padroni, rubano e ricattano i sani.
La paura degli untori diventa follia collettiva. Si racconta di un misterioso signore che offre denaro per ungere la città; i dotti vedono la causa della peste nelle comete e negli astri e citano i trattati di magia; perfino il Tadino, che aveva riconosciuto il contagio, finisce per credere alle unzioni. Anche Federigo pensa che qualcosa di vero ci sia, mentre i pochi che non ci credono tacciono. I magistrati usano le ultime forze per cercare gli untori, e da quei sospetti nascono i processi di cui il narratore rinvia la storia a un altro scritto.
Perché è importante
Il capitolo mostra fino a che punto la paura possa oscurare la ragione di un’intera società. La processione, voluta per fermare il male, lo moltiplica, e l’evidenza del contagio viene piegata a conferma del complotto. Manzoni non assolve nessuno: anche i dotti, i medici e un uomo come Federigo cedono all’opinione comune. Il giudizio è severo ma non sprezzante, perché il narratore cerca di spiegare come l’errore sia nato e si sia diffuso, passando dal popolo alle persone istruite e ritorno. Il racconto dei processi agli untori è la materia della Storia della colonna infame, che Manzoni pubblicò in appendice all’edizione definitiva del romanzo.
Accanto alla follia il capitolo registra gli esempi di dedizione dei cappuccini, dei parroci e del cardinale, e quelli di sfruttamento dei monatti. Con la promessa di tornare ai personaggi «per non lasciarli più» si chiude la parte storica, e il capitolo XXXIII riprende le vicende di don Rodrigo e di Renzo.
Passi da ricordare
«la collera aspira a punire» Il narratore spiega così perché la gente preferisce credere agli untori piuttosto che a una causa naturale contro cui non c’è vendetta possibile.
«Ed era in vece il povero senno umano che cozzava co’ fantasmi creati da sè.» Dopo la processione, la ragione non riesce a liberarsi dalle proprie paure.
«il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune» La frase distingue il giudizio sensato di pochi dall’opinione dominante che nessuno osa contraddire.