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Riassunto

Riassunto: Canti

Cosa succede

I Canti raccolgono quasi tutta la produzione in versi di Giacomo Leopardi. L’ordine dei componimenti non è strettamente cronologico, ma segue a grandi linee le fasi della sua poesia, dalle canzoni giovanili agli ultimi testi napoletani. La raccolta comprende quarantuno testi numerati, gli ultimi dei quali sono frammenti e traduzioni dal greco, e in appendice la poesia satirica I nuovi credenti.

Il libro si apre con nove canzoni di tono alto e civile. In All’Italia e Sopra il monumento di Dante il poeta piange la decadenza della patria, che immagina come una donna in catene: «O patria mia, vedo le mura e gli archi / e le colonne e i simulacri e l’erme / torri degli avi nostri, / ma la gloria non vedo» (vv. 1-4). Ad Angelo Mai e Nelle nozze della sorella Paolina contrappongono la grandezza degli antichi alla viltà del presente, mentre Bruto minore e Ultimo canto di Saffo danno voce a due figure che scoprono l’ingiustizia della sorte. Saffo, esclusa dall’amore, conclude che «Arcano è tutto, / fuor che il nostro dolor» (vv. 46-47).

Seguono gli idilli, componimenti in endecasillabi sciolti in cui il poeta parla di sé davanti a un paesaggio. Il passero solitario, posto in apertura del gruppo, paragona la giovinezza appartata del poeta a quella di un uccello che canta in disparte mentre tutto intorno festeggia la primavera. Nell’Infinito, seduto su un colle davanti a una siepe che nasconde l’orizzonte, Leopardi immagina spazi e silenzi senza fine, finché il pensiero vi si perde con dolcezza. Nella Sera del dì di festa la quiete notturna del paese si rovescia nella coscienza che tutto passa, e Alla luna scopre il conforto del ricordo anche quando è doloroso. Tra questi testi si trovano anche l’elegia Il primo amore e Il sogno.

Dopo il racconto in versi Consalvo, l’inno Alla sua donna, l’epistola Al conte Carlo Pepoli e Il risorgimento, che celebra il ritorno della capacità di sentire, vengono i grandi canti scritti tra Pisa e Recanati. In A Silvia la morte precoce di una ragazza diventa il simbolo delle speranze giovanili tradite. Nelle Ricordanze il poeta ripensa alla giovinezza nel paese natale e alla morte di Nerina. Nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia un pastore interroga la luna sul senso della vita e arriva a pensare che, per ogni creatura, «è funesto a chi nasce il dí natale» (v. 143). La quiete dopo la tempesta e Il sabato del villaggio osservano la vita del borgo per mostrare che il piacere è soltanto una pausa del dolore o l’attesa di una festa destinata a deludere.

Un altro gruppo nasce da un amore non corrisposto per la donna che il poeta chiama Aspasia: Il pensiero dominante, Amore e Morte, che si apre con il verso «Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte» (v. 1), e Aspasia. La delusione tocca il fondo in A se stesso, sedici versi brevissimi in cui il poeta invita il proprio cuore a riposare per sempre, perché di tutto resta soltanto «l’infinita vanitá del tutto» (v. 16).

Gli ultimi canti, legati al soggiorno a Napoli, affrontano la morte e la condizione umana con un tono più meditativo e polemico. Sopra un basso rilievo antico sepolcrale e Sopra il ritratto di una bella donna riflettono sulla morte e sulla bellezza destinata a sparire; la Palinodia al marchese Gino Capponi ironizza sulla fiducia del secolo nel progresso; Il tramonto della luna paragona la fine della giovinezza a una notte senza luce. La raccolta culmina nella Ginestra, scritta alle falde del Vesuvio: il fiore che cresce sulla lava diventa il simbolo di una dignità capace di guardare in faccia la propria fragilità, e il poeta invita gli uomini a unirsi contro la natura, nemica comune.

Perché è importante

I Canti sono il libro di una vita: raccolgono circa vent’anni di poesia e mostrano come il pensiero di Leopardi si trasformi senza perdere coerenza. Nelle prime canzoni la natura è ancora una madre benevola e l’infelicità nasce dalla ragione e dalla civiltà moderna, che hanno distrutto le illusioni degli antichi; in seguito la natura stessa appare come la causa del dolore, una forza indifferente che fa nascere gli uomini per farli soffrire. Nella Ginestra questa visione diventa la base di una morale: riconoscere la verità sulla propria condizione e stringersi agli altri uomini contro il male comune.

Anche la forma cambia. Leopardi parte dalla canzone di tradizione petrarchesca, la rinnova con strofe sempre più libere e arriva, nei canti maggiori, a un’alternanza di endecasillabi e settenari senza schema fisso, con rime usate solo dove servono. La sua lingua, colta e nutrita dei classici, cerca parole indefinite e lontane, capaci di suscitare immagini e ricordi più che di descrivere.

La raccolta uscì con il titolo di Canti nel 1831 e fu ampliata nelle edizioni successive, fino a quella postuma che accolse anche Il tramonto della luna e La ginestra. È considerata il vertice della lirica italiana dell’Ottocento e uno dei libri fondamentali della poesia moderna.

Passi da ricordare

«Cosí tra questa / immensitá s’annega il pensier mio; / e il naufragar m’è dolce in questo mare.» Nei vv. 13-15 dell’Infinito il pensiero, davanti all’immensità immaginata, si abbandona a un piacere quasi fisico.

«All’apparir del vero / tu, misera, cadesti: e con la mano / la fredda morte ed una tomba ignuda / mostravi di lontano.» Nei vv. 60-63 di A Silvia la speranza giovanile muore davanti alla verità, come la ragazza è morta prima di vivere.

«a me la vita è male» Nel v. 104 del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia il pastore riassume in poche parole la propria esperienza dell’esistenza.

«Al gener nostro il fato / non donò che il morire.» Nei vv. 12-13 di A se stesso la delusione amorosa diventa una sentenza sulla condizione di tutti gli uomini.

«che de’ mortali / madre è di parto e di voler matrigna» Nei vv. 124-125 della Ginestra la natura è accusata di generare gli uomini e insieme di volerne il male.